Mosca invia un secondo battaglione caucasico in Siria

Chechen-Special-Forces

La Russia invia in Siria un altro battaglione di polizia militare: lo riferisce il leader della repubblica russa dell’Inguscezia, Iunus-bek Ievkurov, citato dalle agenzie. “Da noi – ha detto Ievkurov a Ria Novosti – è partito per la Siria un battaglione di polizia militare che si compone di abitanti della repubblica (dell’Inguscezia, nel Caucaso russo) per lavorare nei centri abitati, nelle città, dove sono state separate le parti e dove sono stati firmati accordi di pace”.

Ievkurov ha poi dichiarato che il battaglione di polizia militare “si occuperà della sicurezza del gruppo aereo russo e del centro per la riconciliazione delle parti belligeranti in Siria”. Già a fine dicembre la Russia inviò un battaglione di polizia militare composto da ceceni ad Aleppo per “mantenere l’ordine nei quartieri liberati”.

Salgono così a 800 i militari russi esperti nella controguerriglia ma impiegati, almeno in questa fase, per garantire la sicurezza nelle aree liberate dalla presenza dei miliziani jihadisti con il compito di accattivarsi la simpatia della popolazione civile. La loro massiccia presenza ad Aleppo è stata confermata dal presidente ceceno Ramzan Kadyrov, il quale ha affermato che tra gli obiettivi concreti delle sue truppe c’è anche quello di partecipare alla ricostruzione della Moschea Omayyade di Aleppo, semi distrutta durante i bombardamenti, in cui si è recato in compagnia del Mufti’ ceceno Salah Hajj Mezhiyev.

Secondo il Wall Street Journal l’impiego di ceceni ad Aleppo sarebbe anzitutto funzionale a stemperare la potenziale ostilità degli abitanti verso truppe straniere, dato che larga parte della minoranza etnica cecena è composta da musulmani sunniti, proprio come gran parte della popolazione della città.

Ad Aleppo persiste da tempo una situazione di estrema tensione settaria: i russi hanno infatti limitato al minimo la loro presenza sul terreno – ma assicurano quella aerea – favorendo invece l’afflusso degli alleati iraniani e soprattutto delle milizie sciite, da Hezbollah e quelle irachene raccolte sotto l’ombrello delle Hashd Al Shabi, le Unità di mobilitazione popolare nate in Iraq e coordinate dal generale Qassem Suleimani, capo della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione iraniana.

Le milizie sciite – le cui famiglie stanno ripopolando delle aree di Aleppo, concorrendo ad una sua ridefinizione demografica – sono percepite dalla popolazione locale come estranee al tessuto sociale cittadino. La decisione di Putin di coinvolgere la componente cecena si spiega dunque con la necessità di attirare un certo grado di benevolenza della popolazione locale, o perlomeno di contenerne l’ostilità derivante in parte de ragioni confessionali, assegnando loro compiti di polizia militare attraverso l’installazione di checkpoint nei punti nevralgici della città, di sostegno alla ricostruzione delle infrastrutture, di protezione alle unità di guastatori russi e di training delle forze militari del regime siriano.

Le truppe cecene hanno infatti una lunga esperienza di guerra contro elementi wahhabiti di al-Qaeda e dell’Is in Cecenia e secondo dei report alcuni suoi elementi sono attualmente infiltrati all’interno dell’Isis. Tra i miliziani dello Stato islamico infatti, c’è un numero ragguardevole di ceceni: il più famoso tra essi era il comandante Tarkhan Tayumurazovic Batirashvili, conosciuto col nome di battaglia di Abu Omar al Shishani (in arabo “shishani” significa ceceno), considerato la mente dell’assedio dell’Isis su Mosul e ucciso in combattimento nel governatorato di Salah al Din in Iraq lo scorso luglio. Su di lui pendeva al tempo una taglia di 5 milioni di dollari, che lo ponevano al tempo tra i terroristi più ricercati al mondo.

Roma, 9 ago. (askanews) - "Esperti dalla Russia e dagli Stati Uniti stanno discutendo una cessazione dei combattimenti nella città di Aleppo ed imporre una tregua umanitaria della durata di 48 ore". Così il delegato russo alla sede delle Nazioni Unite a Ginevra Alexei Borodavkin come riporta l'agenzia di stampa ufficiale siriana. Oltre due milioni di civili ad Aleppo, nelle aree sia sotto il controllo dei ribelli sia dei governativi, sono senza elettricità e senza accesso alla rete idrica a causa di bombardamenti che hanno colpito gli impianti di distribuzione negli ultimi giorni, come ha avevrtito oggi l'Onu, che ha chiesto una tregua umanitaria di 48 ore perché siano riparati gli impianti e ricostituite le scorte di cibo e medicinali per la popolazione.

E’ dunque probabile che tra le mansioni degli operatori ceceni ad Aleppo ci siano anche quelle di counter insurgency, per combattere le ultime enclaves di miliziani di Daesh e Al Nusra rimasti in città. Questo non deve far dimenticare due aspetti: il primo è che se la presunta ostilità della popolazione di confessione sunnita di Aleppo verso le milizie sciite si muove secondo logiche confessionali, non è da escludere che ne possa emergere una nei confronti delle truppe cecene, su linee etniche. In entrambi i casi, si tratta di truppe straniere, occupanti.

Il secondo è che ai civili e hanno lasciato il Paese o la città è teoricamente garantito il diritto al ritorno, anche se molti certamente non torneranno – temendo rappresaglie o la coscrizione obbligatoria – finché non sarà siglato un patto di riconciliazione nazionale: questo colliderà certamente con la ricomposizione demografica in atto in città.

Nel frattempo, Aleppo piange tra le sue macerie: secondo Abdullah Al Dardari, vice segretario esecutivo della Commissione economico sociale per l’Asia occidentale delle Nazioni Unite, i danni calcolati in Siria – che richiederanno un afflusso di fondi per ora in stand by, viste le divisioni in seno alla comunità internazionale ammontano più o meno a 350 miliardi di dollari: di questi, il 15% circa 52 miliardi – andrebbe destinato alla ricostruzione di Aleppo. Secondo altri osservatori, per ricostruire e far tornare a vivere di vita propria quella che una volta era la più grande città siriana, polo industriale del Paese e uno dei suoi fiori all’occhiello dal punto di vista archeologico e architettonico, ce ne vorrebbero almeno il doppio.

(cin fonti Ansa e AGI)

Foto AP

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