La mezza intesa con il leader più debole

Italian Prime Minister Paolo Gentiloni (R) and Prime Minister of Libya Fayez al-Sarraj (Fayez al-Serraj) sign an agreement on Immigration at Chigi palace in Rome, Italy, 02 February 2017. ANSA/ETTORE FERRARI

da Il Mattino del 29 luglio 2017

Sembra ricomposta la querelle tra Roma e Tripoli sui termini dell’intervento della Marina militare nelle acque libiche a sostegno della Guardia costiera della nostra ex colonia.

Un intervento prima richiesto ufficialmente e poi negato dallo stesso premier Fayez al-Sarraj, infine confermato ieri dal ministero degli esteri libico, lo stesso giorno in cui l’impegno militare è stato approvato a Roma dal consiglio dei ministri.

Restano fumosi i termini operativi della nuova missione che dovrebbe impegnare, a coppie, la mezza dozzina di fregate e pattugliatori dell’operazione “Mare Sicuro”, probabilmente affiancate da una nave per operazioni anfibie classe San Giorgio necessaria a raccogliere e riportare sulle coste libiche i migranti illegali grazie al suo ampio ponte di volo e ai mezzi da sbarco del suo bacino allagabile.

Il ministero libico ha chiesto “al Governo Italiano un sostegno tecnico, logistico e operativo, per aiutare la Libia nella lotta al traffico di esseri umani e salvare la vita dei migranti” si legge nella nota di chiarimento che precisa la possibile “presenza di navi italiane che potranno operare dal porto di Tripoli, solo per questa ragione e in caso di necessità. Non si accetterebbe nessuna interferenza di questo genere senza un’autorizzazione preventiva e un coordinamento con le autorità libiche all’interno del territorio e delle acque territoriali libiche”.

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Paolo Gentiloni ha parlato invece di “missione di supporto operativo alla Guardia costiera libica” e di un “passo in avanti nel contributo italiano alla capacità delle autorità libiche di condurre la loro iniziativa contro gli scafisti e di rafforzare la loro capacità di controllo delle frontiere e del territorio nazionale”.

Non si parla esplicitamente di respingimenti dei migranti ma di capacità di Tripoli di controllare le proprie acque e di rafforzamento dell’azione delle organizzazioni internazionali che gestiscono i centri d’accoglienza in territorio libico (Unhcr e Oim).

Del resto la piccola flotta di Tripoli ha il suo punto di forza nelle motovedette fornite dall’Italia (altre sono in arrivo) insieme all’addestramento degli equipaggi: elementi che integrati dalle capacità ad ampio raggio di navi e velivoli italiani incrementeranno notevolmente le prestazioni della Guardia costiera libica, già distintasi in scontri a fuoco coi trafficanti e nel riportare indietro migliaia di migranti illegali.

Le titubanze di al-Sarraj, che sembrava voler sconfessare l’intesa negando di aver chiesto all’Italia l’invio delle navi, potrebbero essere il frutto delle molteplici pressioni a cui si trova sottoposto.

Il suo acerrimo rivale Khalifa Ghwell, sostenuto da milizie islamiste (dai Fratelli Musulmani ai qaedisti) schierate minacciosamente ad appena 60 chilometri da Tripoli, lo accusa di essere al soldo degli stranieri.

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Il generale Khalifa Haftar, a dispetto dell’accordo appena firmato in Francia, ha definito al-Sarraj “un fanfarone privo di autorità a Tripoli” con il chiaro obiettivo di legittimare il suo ruolo di futuro leader nazionale. Il generale è favorito dalle recenti vittorie militari che lo hanno portato a controllare l’intera Cirenaica, parte del Fezzan e a penetrare in Tripolitania in cui ha una roccaforte a Zintan, nell’estremo ovest, dove la locale milizia ha aderito all’Esercito Nazionale Libico (LNA) e sta arruolando nuove reclute.

Al Sarraj deve inoltre guardarsi le spalle da tribù e milizie della fascia costiera tra Tripoli e il confine tunisino che si arricchiscono con i traffici di esseri umani, il cui valore è stato stimato un anno or sono dalla missione navale europea Eunavfor Med pari al 30/50 per cento del Pil dell’intera regione libica.

L’accavallarsi delle contraddittore dichiarazioni di al-Sarraj sulla cooperazione con l’Italia ha poi coinciso con la boutade di Emmanuel Macron circa l’apertura di hot-spot francesi in Libia per registrare i richiedenti asilo.

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Iniziativa poi posticipata dall’Eliseo e che verrà valutata da “una missione di fattibilità nel Paese africano a fine agosto” anche se l’impressione è che Parigi cerchi una giustificazione valida per inviare truppe in Libia puntando parallelamente a scongiurare un incremento del ruolo militare dell’Italia.

Al-Sarraj si muove quindi su un campo minato, consapevole della sua debolezza determinata dall’assenza di un vero esercito alle sue dipendenze e di dover contare su milizie la cui fedeltà non è garantita, specie dopo aver sottoscritto in Francia l’impegno a smobilitarle.

Un punto dell’accordo siglato a La Celle-Saint-Cloud a favore di Haftar (che ha raccolto nel suo LNA gran parte dei militari che servivano sotto il regime di Muammar Gheddafi) ma che preoccupa le milizie di Misurata, finora supporter di al-Sarraj, considerate le più forti della Libia ma dissanguatesi l’anno scorso in sette mesi di violenti combattimenti casa per casa a Sirte contro gli uomini dello Stato Islamico.

In un contesto così delicato il sostegno che l’Italia è chiamata ad offrire all’alleato al-Sarraj dovrà essere incisivo e sostanziale sul piano dei risultati per fermare i flussi migratori e contrastare i trafficanti ma al tempo stesso dovrà avere una visibilità ridotta, specie se vi saranno nostri militari a terra, tesa a potenziare e far risaltare il ruolo della Guardia costiera libica.

Foto: Ansa, Marina Militare, CNN e La Presse

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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