La rappresaglia dei pasdaran: l’operazione “Soleimani Martire” colpisce due basi Usa in Iraq

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(aggiornato alle ore 13,30)

L’Iran ha dato il via all’operazione “Soleimani Martire” lanciando alcuni missili contro le basi statunitensi e della Coalizione di Aynal-Asad, nella provincia occidentale di al-Anbar e nei pressi di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Lo riporta la tv iraniana citando il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione (pasdaran) che ha annunciato la completa distruzione della base di Aynal-Asad.

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La tv di Stato iraniana Press Tv ha reso noto che i pasdaran attaccheranno ogni regione che servirà da piattaforma per aggressioni statunitensi, ammonendo così i paesi arabi che ospitano basi e forze americane.

La stessa fonte ha riferito che 80 persone sono state uccise, ed altre 200 sono rimaste ferite, in seguito al bombardamento della base nella provincia di al-Anbar. “Grandi perdite sono state inflitte inclusi numerosi droni, elicotteri ed equipaggiamento militare nella base” di al-Asad.

Gli Stati Uniti però non hanno finora annunciato perdite mentre Baghdad  ha ammesso di essere stata informata da Teheran di un attacco imminente contro gli americani sul suo territorio. Informazioni che potrebbero aver riguardato anche gli obiettivi dei bombardamenti: in tal caso, se venisse confermata l’assenza di perdite statunitensi, non dovrebbe venire esclusa l’ipotesi di una “rappresaglia simbolica”. Cioè che l’Iran abbia informato gli statunitensi dell’attacco, attraverso Baghdad, dando il tempo ai comandi americani di evacuare le due basi colpite o mettere al sicuro personale, mezzi e velivoli.

Una sorta di “ammuina” simile a quella ordinata da Trump contro la base aerea siriana di al-Shayrat, nell’aprile 2017. in quel raid, punitivo per il supposto impiego di armi chimiche da parte delle forze governative a Khan Sheykoun, vennero lanciati 50 missili da navi e aerei americani, britannici e francesi  che provocarono pochi danni e vittime poichè Damasco era stata avvisata preventivamente da Mosca, a sua volta preavvertita da Washington per evitare il rischio di coinvolgere negli scontri le forze russe schierate in Siria.

Tornando alla cronaca degli eventi, secondo i pasdaran nessun missile è stato intercettato dalle forze statunitensi  e “104 obiettivi degli Stati Uniti e dei suoi alleati locali sono sotto osservazione da parte dell’Iran, e se commetteranno un errore, siamo pronti ad attaccarli”, ha aggiunto spiega una fonte dei Guardiani della Rivoluzione.

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Voice of America, citando fonti militari americane, ha reso noto che 35 missili sarebbero stati lanciati contro due basi statunitensi in Iraq. Il Pentagono ha confermato che “oltre una dozzina di missili balistici” sono stati lanciati contro due basi Usa e delle forze di coalizione in Iraq.

L’agenzia iraniana Farsnews precisa che Teheran ha lanciato i missili balistici Qiam – 1  (con un raggio d’azione di 750 chilometri) e Fateh (probabilmente i Fateh 313 dotati di  circa 500 chilometri di raggio d’azione), precisando che l’attacco alle due basi americane è iniziato all’ 1.20 di notte ora locale, la stessa ora in cui è stato ucciso il generale Qassem Soleimani a Baghdad venerdì scorso.

“E’ chiaro che questi missili sono stati lanciati dall’Iran e hanno preso di mira almeno due basi militari irachene che ospitano forze Usa e personale della coalizione a al-Asad e Erbil”.

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Il ministero della Difesa iracheno ha fatto sapere in mattinata che sono 22 i missili caduti nella notte sulle due basi militari che ospitano le truppe americane sul suo territorio.

“Tra l’1,45 e le 2,15 (rispettivamente le 23,45 e 00,15 ora italiana), l’ Iraq è stato bombardato da 22 missili, 17 caduti sulla base aerea di Ain al-Asad e cinque sulla città di Erbil: puntavano tutti contro le strutture della Coalizione internazionale anti-Isis guidata dagli Stati Uniti”, si legge nella nota. “Non ci sono state vittime nelle fila delle forze irachene”.

L’avvio della rappresaglia iraniana contro gli USA sembra quindi concentrarsi in Iraq (come Analisi Difesa aveva previsto) dove i bersagli certo non mancano e le azioni belliche iraniane possono risultare al tempo stesso ad alta visibilità ma limitate nell’intensità per scongiurare ulteriori escalation anche se, a questo proposito, molto dipenderà dalle valutazioni della Casa Bianca e del Pentagono

L’ Iran “non vuole una escalation ma ci difenderemo contro ogni aggressione” ha detto il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif aggiungendo che dopo l’attacco “abbiamo mandato un messaggio agli americani usando i canali abituali”.

Donald Trump ha invece twittato “Tutto bene! Missili lanciati dall’Iran in due basi militari situate in Iraq. Valutazione delle vittime e dei danni in corso ora. Fin qui tutto bene! Abbiamo di gran lunga le forze armate più potenti e ben equipaggiate al mondo! Farò una dichiarazione domani mattina”.

L’attacco alle due basi di Erbil, area in cui sono basati anche altri contingenti della Coalizione incluso quello italiano (i militari si sono rifugiati in un bunker e sono tutti illesi)  conferma inoltre la necessità di rimpatriare al più presto i militari della Coalizione anti-Isis il cui compiuto risulta di fatto esaurito dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Suleimai ad opera delle forze statunitensi.

Non solo le attività addestrative delle forze irachene sono sospese, a oggi i contingenti alleati rischiano di venire coinvolti negli scontri in atto tra forze americane e milizie scite sostenute dai pasdaran. La Spagna è il primo membro della Coalizione ad annunciare il ritiro della “maggior parte” delle truppe dispiegate in Iraq.

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Inoltre l’accordo militare fra Iraq e Usa/Coalizione prevede di ospitare queste forze militari, anche italiane, per aiutare gli iracheni a combattere l’Isis, non per uccidere alti ufficiali iraniani mentre la missione approvata dal Parlamento italiano nell’estate 2014 non prevedeva certo lo scenario attuale.

L’Italia aderì alla Coalizione schierando il suo contingente in Iraq ma non in Siria poiché, a differenza del governo di Baghdad, quello siriano non ha mai invitato i paesi Occidentali a combattere l’Isis sul suo territorio.

Dopo l’omicidio di Suleimani, neppure gli iracheni vogliono più truppe occidentali sul territorio nazionale, nonostante il caos che domina il paese abbia determinato negli ultimi mesi la ricomparsa delle milizie dello Stato Islamico in diverse aree sunnite del nord e dell’ovest.

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Del resto Una parte delle truppe straniere dispiegate in Iraq sono state ritirate o riposizionate all’ interno del,’Iraq.

Il generale canadese Jonathan Vance, capo di Stato maggiore della Difesa, ha dichiarato che circa 500 soldati canadesi saranno temporaneamente trasferiti in Kuwait per garantire la loro sicurezza.

La Germania ha temporaneamente ritirato una parte dei suoi 120 militari dall’ Iraq. Un totale di 32 soldati tedeschi di base a Camp Taji, vicino a Baghdad, sono stati trasportati in aereo alla base aerea di al-Azraq in Giordania. Altri tre sono andati in Kuwait.

Dopo aver sospeso la sua missione di addestramento in Iraq la NATO sta temporaneamente riposizionando parte del personale al di fuori dall’Iraq.

Il ministero della Difesa romeno dice di avere 14 soldati che partecipano alla missione NATO in Iraq e che saranno “temporaneamente trasferiti in un’altra base della coalizione” mentre il ministro della Difesa ungherese, Tibor Benko, ha detto che i 200 soldati di Budapest schierati a Erbil sono pronti per l’evacuazione “se necessario”, ma rimarranno se non fosse stato chiesto loro di ritirarsi.

Da Londra, Boris Johnson si è limitato a precisare che il Regno Unito mantiene costantemente sotto controllo la protezione delle sue forze armate in Iraq mentre fonti del governo francese riferiscono che non c’è nessuna volontà di ritirare i suoi 200 militari.

 

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