Dagli Assiri ad al-Baghdadi: millenni di Tunnel Warfare

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Prima del fatale “incontro” con il missile statunitense che lo ha ucciso, il generale iraniano Qassem Soleimani era scampato ad un attentato con dell’esplosivo piazzato in un tunnel, sotto un edificio in cui era solito recarsi in preghiera.

Tra gli aspetti più curiosi del raid che ha messo fine alla vita del califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, la sua fuga in un tunnel ed il robot per l’esplorazione di ambienti sotterranei che la Delta Force avrebbe portato in missione per stanarlo.

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Tutto questo, mentre i curdi tenevano testa alle truppe turche e alle milizie siriane di Erdogan attraverso una fitta rete di cunicoli scavati nel Rojava (la regione curda nel nord della Siria) e l’Esercito Arabo Siriano minacciava Israele con la stessa tattica.

L’impiego della guerra di mina o Tunnel Warfare nel corso dei millenni – dagli albori della storia militare fino agli episodi più recenti – ha spinto numerosi analisti a far sempre più pressione sui decisori politici affinché dedicassero maggiore attenzione e risorse al sottosuolo: ennesimo dominio strategico da controllare.

Tra i più ricettivi in tal senso vi sono gli Stati Uniti e Israele, molto attivi nella ricerca tecnologica, oltre a una serie di altri attori statuali e non interessati a tale soluzione asimmetrica per contrastare lo strapotere dei Paesi più sviluppati.

 

Eliminare il “Comandante Ombra”

A settembre dell’anno scorso le forze di sicurezza iraniane avrebbero sventato un attentato contro il generale Qassem Soleimani nella sua provincia di origine: Kerman. Secondo le autorità di Teheran, il piano prevedeva l’acquisto di una casa nei pressi di una moschea costruita dal padre di Soleimani. Attraverso la realizzazione di un tunnel, gli attentatori intendevano posizionare una carica di 500 chili di esplosivo sotto l’edificio, da far detonare durante una cerimonia a cui il “Comandante Ombra” partecipava immancabilmente ogni anno.

Il complotto, per cui sono stati arrestati tre sospetti, avrebbe richiesto molto tempo e denaro per la sua progettazione e realizzazione, così come il coinvolgimento di agenzie di intelligence israeliane e di alcuni Paesi arabi (Arabia Saudita?) al fine di scatenare una guerra settaria all’interno del Paese.

 

Operation Kayla Mueller

Nel raid per la cattura e/o uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi, rinominato operazione Kayla Mueller in memoria della cooperante americana torturata e violentata dal Califfo stesso, sarebbe stato dispiegato anche un robot per l’esplorazione di ambienti sotterranei.

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Il presidente Trump ha parlato esplicitamente della sua presenza, pur non trovando una partecipazione effettiva a causa di un’azione troppo rapida. Il dubbio che il tunnel potesse avere una via d’uscita ed il fatto che gli operatori americani fossero ormai addosso ad al-Baghdadi non ha reso necessario il suo intervento.

Confermata tale presenza, è tuttavia più probabile che si sia trattato di un drone. Un robot, infatti è sostanzialmente una macchina in grado di operare in completa autonomia, a differenza del drone che, invece è un sistema a controllo remoto.

Gli Stati Uniti hanno investito molto tempo e denaro sia nella guerra sotterranea che in robotica, realizzando varie tipologie di droni da impiegare in caverne e tunnel. Nella fattispecie avrebbe potuto trattarsi di un drone terrestre – ruotato o cingolato – oppure aereo – quadrirotore o fluttuante.

 

“Sorgente di Pace”

Attraverso una sofisticata rete di tunnel ed altri sistemi innovativi, i curdi del Rojava hanno dato filo da torcere alle truppe e milizie turche dell’operazione Peace Spring, lanciata da Erdogan ad ottobre. Durante la battaglia di Ras al-Ain, nel nord-est della Siria, infatti sono riusciti a riconquistare alcuni dei territori perduti..

La realizzazione di tunnel sotto le città strategiche del Rojava era iniziata dopo la conquista turca di Afrin ed intensificata dopo le prime avvisaglie di un possibile ritiro americano emerse nel Dicembre 2018.

Sotto la guida e consulenza delle forze speciali statunitensi, i curdi hanno così adottato una strategia di “difesa in profondità.” Multiple linee di ripiego attraverso tunnel sotto le città di confine ed altri avamposti strategici più arretrati, come Manbij, per proteggersi dal potere aereo turco e condurre attacchi a sorpresa.

 

“L’Esperienza” siriana

E’ stata poi la volta dei siriani a minacciare l’impiego di tunnel contro Israele. Dopo Hamas ed Hezbollah, è stata Damasco a sbandierare le proprie capacità in Tunnel Warfare, acquisite negli anni più cruenti della Guerra civile.

Lo Stato Islamico, infatti ha ampiamente utilizzato strutture sotterranee per condurre i propri attacchi; il più noto dei quali alla base dell’intelligence dell’Aeronautica, ad Aleppo nel 2015.

L’Esercito siriano ha così appreso lezioni molto dolorose che gli hanno permesso di acquisire una notevole esperienza. Delle skills che potrebbero esser utilizzate per minacciare l’apertura di un nuovo fronte sulle alture del Golan.

 

Alcune peculiarità della Tunnel Warfare

 La Tunnel Warfare o guerra di mina, dove per mina il Dizionario Militare Zanichelli intende un “cunicolo sotterraneo scavato da personale militare specializzato […] destinato a raggiungere le fondazioni delle fortificazioni permanenti per poterle scalzare mediante specifiche tecniche di scavo, oppure demolirle sfruttando […] la detonazione di […] cariche esplosive,” è ancora molto in voga.

Attualmente, più che per la difesa o neutralizzazione di fortificazioni, essa viene sfruttata principalmente per infiltrazioni, imboscate, rapimenti, trasferimenti di personale, armi, vettovagliamenti; il tutto, al riparo dagli attacchi aerei ed occhi indiscreti.

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Diffusa prettamente in Occidente, in Paesi a forte vocazione economico-industriale e mineraria – Regno Unito e Germania in primis, la guerra di mina è stata ampiamente adottata anche in Asia. La sua validità era già riconosciuta ai tempi di Sun Tzu, per poi esser impiegata sempre più di frequente; basti pensare al XX° Secolo: Guerra russo-giapponese, sino-giapponese, del Pacifico, di Corea, Vietnam e sino-vietnamita.

Oggi costituisce la scelta preferenziale dei gruppi insurrezionali per poter tener testa a forze numericamente e tecnologicamente superiori un po’ in tutto il mondo.

Tra le principali caratteristiche della guerra di mina vi sono sempre state l’usura del personale e la pericolosità. Un vero e proprio incubo per chiunque dovesse esservi coinvolto, sia attaccanti che difensori: passaggi angusti, a zig-zag, efficacia di armi e supporto di fuoco ridotta o annullata, il rimbombo delle esplosioni, crolli, mancanza d’ossigeno, comunicazioni, rinforzi e soccorsi difficilissimi e tutta una seria di trappole: esplosive, ragni e serpenti velenosi.

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Una tipologia di guerra che ha comportato perdite elevate come i circa 1200 genieri britannici caduti ogni mese durante la Prima guerra mondiale, i 36 australiani morti in Vietnam tra il 1965 e 1975 o i  22 militanti di Hamas periti nel crollo di tunnel a Gaza nel solo 2017.

Non da trascurare, poi gli effetti psicologici sia per militari che civili — l’angoscia di aver la propria casa bombardata (i palestinesi) o di subire infiltrazioni dai tunnel (gli israeliani). Uno stress talmente forte e comprensibile quello del combattimento nei tunnel che, un “topo di galleria” – così sono chiamati gli specialisti della guerra nei tunnel – che decideva di rinunciare in Vietnam, veniva accolto di nuovo tra i commilitoni, senza alcun biasimo.

 

La guerra di mina nella storia…

 I primi segni di tunnel impiegati come tattica militare risalgono a più di 4.000 anni fa. Di quell’epoca infatti sono le incisioni assire che mostrano i genieri di Tiglath Pileser III e Sargon intenti a destabilizzare mura nemiche dal sottosuolo.

Sotto la città di Troia sono stati individuati numerosi passaggi che avrebbero potuto esser stati utilizzati nell’assedio, anche se nell’Iliade non ne è stata fatta alcuna menzione.

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La fama dei genieri romani nella realizzazione di tunnel era tale che, semplici tracce di terra smossa, potevano spingere gli assediati ad una resa incondizionata. Anche in fatto di contromine – cunicoli scavati per demolire quelli avversari, oppure per intercettarli ed ingaggiarne gli occupanti – sapevano il fatto loro. Numerosi, infatti i tunnel persiani intercettati e distrutti durante l’assedio di Dura Europos. A loro volta, una ventina di romani sono stati asfissiati con una miscela di zolfo e pece che ha generato diossido di zolfo durante un’operazione di contromina dei Sasanidi nel corso del   primo attacco chimico della storia.

L’onnipresente minaccia dei tunnel ha condizionato fortemente l’architettura delle fortificazioni medievali: realizzate sulla solida roccia e circondate da fossati pieni d’acqua per rendere eventuali scavi più faticosi, rumorosi e a rischio allagamenti. Tuttavia, in nessun caso si poteva considerare il pericolo tunnel completamente scongiurato!

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La diffusione delle armi da fuoco e polvere da sparo ha avuto una duplice e contrastante ripercussione. Mentre da un lato la velocizzazione degli assedi ne ha ridotto la necessità, dall’altra l’importanza dei tunnel è cresciuta potendo posizionare cariche esplosive sotto i piedi del nemico.

Con la reintroduzione della mobilità operativa sul campo di battaglia – aggirando le fortificazioni e marciando verso le capitali – da parte di Napoleone Bonaparte, per un breve periodo la guerra di mina è stata parzialmente accantonata. Salvo poi tornare alla ribalta con l’assedio di Sebastopoli (Crimea, 1854-55), di Petersburg e Vicksburg nella Guerra civile americana e di Port Arthur (Cina, 1904) nella guerra russo-giapponese.

Il periodo di maggior utilizzo della guerra di mina e contromina è stato quello della Prima guerra mondiale, sul fronte occidentale. I primi ad impiegarvi tale tattica sono stati i tedeschi ad Ypres, seguiti poi abbondantemente dai britannici

La battaglia di Messines è iniziata con l’esplosione simultanea di 19 mine sotto le linee tedesche, uccidendo 10.000 soldati. Un episodio simile ha avuto come protagonisti i i genieri italiani che, sul Col di Lana: dopo aver scavato la galleria di S. Andrea, hanno posizionato la “mina Caetani” sotto le linee austriache.

Durante la Seconda guerra mondiale, tranne qualche eccezione, non è stato possibile un ampio impiego della guerra di mina in Europa, a causa di un’eccessiva fluidità dei fronti come previsto dalla Blitzkrieg. Si pensi alla linea Maginot, semplicemente aggirata dai tedeschi passando per il Belgio. L’obiettivo giapponese nel Pacifico, invece era quello di causare il maggior numero di caduti e feriti americani. A tal fine hanno riempito quante più isole ed atolli di tunnel e fortificazioni sotterranee. Peleliu, Tarawa, ma soprattutto Iwo Jima dove l’intera isola ed il monte Suribachi sono stati letteralmente trasformati in un sistema di gallerie e bunker, provocando elevatissime perdite ai Marines: 6.821 morti e 19.217 feriti.

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Per le truppe nordcoreane l’unica via d’uscita per sopravvivere ai pesanti attacchi aerei della coalizione internazionale è stata il sottosuolo. Inizialmente, con strutture improvvisate, poi con veri e propri sistemi di tunnel elaborati ed interconnessi.

Guerra fredda e minaccia nucleare hanno imposto la realizzazione in profondità di centri ed apparati che garantissero la continuità di comando. Il Comando di Difesa Aerospaziale del Nord America, meglio noto come NORAD è sostanzialmente costituito da 5 acri di tunnel all’interno della Cheyenne Mountain, mentre il Centro Operativo Presidenziale d’Emergenza, utilizzato dal vicepresidente Cheney durante l’11 settembre 2001 è situato 36 metri sotto la Casa Bianca.

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Le occupazioni francese, giapponese ed americana hanno portato Viet Minh e Viet Cong a costruire intricate reti di tunnel in Vietnam. La più emblematica, quella di Cu Chi, si estende complessivamente per 250 km. Oltre a fornire protezione dal potere aereo americano, tali tunnel hanno permesso ai guerriglieri di lanciare operazioni “mordi e fuggi”. Nonostante i numerosi tentativi americani di distruggerli – in particolare l’operazione Cedar Falls, terminata con 750 nemici morti ed il sequestro di grossi quantitativi di armi, i tunnel venivano ripristinati e rioccupati rapidamente.

L’Armata Rossa, in Afghanistan, è stata fatta oggetto di una feroce guerra sotterranea, attraverso reti d’irrigazione presenti sotto numerose aree del Paese che i Mujaheddin hanno sapientemente utilizzato per colmare il gap militare con Mosca.

Anche in Europa si è assistito abbastanza recentemente ad un episodio di guerra di mina. Nell’assedio di Sarajevo (1992-1996), i bosniaci sono riusciti a trasferire munizioni, rifornimenti, aiuti e civili attraverso un tunnel costruito per collegare la città con il territorio sotto controllo ONU.

 

… e nell’attualità

La guerra di mina ha saputo trovare una vasta e disparata applicazione anche negli anni del dopo 11 settembre. Nella caccia a Osama bin Laden, gli americani hanno individuato una fitta rete di tunnel che si ramificavano dalla caverna di Tora Bora, in Afghanistan. Strutture sotterranee dotate di ospedali, magazzini, sistemi di comunicazione, climatizzazione e depurazione dell’aria.

Risale a giugno dell’anno scorso un cruento scontro in un tunnel angusto, tra un operatore del SAS britannico e i talebani. Dopo una furibonda lotta a colpi di mazza tattica, il militare britannico è riuscito ad avere la meglio sui nemici.

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Nel 2015 i servizi segreti sudcoreani hanno rivelato l’esistenza di 6.000-8.000 strutture sotterranee operative in Corea del Nord.

Non solo silos per missili ma anche infrastrutture che consentono di muovere 30.000 truppe in un’ora e una base aerea scavata all’interno di una montagna. Dal 1953, infatti Pyongyang ha realizzato moltissime strutture protette che raggiungono la profondità di 80-100 metri.

I Pasdaran iraniani hanno più volte minacciato Washington con missili pronti al lancio da centinaia di tunnel e basi sotterranee in tutto il Paese che possono raggiungere la profondità di 500 metri.

In Iraq e Siria ribelli e jihadisti hanno fatto largo uso di tunnel ed esplosivo per colpire le posizioni governative e dei lealisti. L’ISIS in particolare, ha scavato fitte reti di tunnel sotto città come Ramadi, Sinkjar e Manbij anche per proteggersi, fuggire o dissimulare i propri spostamenti.

Anche i narcotrafficanti hanno adottato la tattica dei tunnel; non tanto per operazioni militari quanto per i propri traffici illeciti e come vie di fuga. Le autorità statunitensi scoprono ripetutamente tunnel adibiti al traffico di stupefacenti che passano sotto il confine col Messico. Grazie a cunicoli sotterranei “El Chapo” Guzmán, il più noto tra i narcos messicani, è riuscito a sfuggire alla polizia almeno tre volte.

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In fatto di Tunnel Warfare, l’utilizzo più celebre e controverso resta, però quello nella Striscia di Gaza. Iniziato come sistema di contrabbando tollerato dagli israeliani perché troppo oneroso da contrastare, una serie di incidenti e piani per il rapimento di civili hanno spinto le forze israeliane (’IDF) a cambiare atteggiamento, invadendo Gaza nel 2014.

Attraverso la guerra di mina, l’arma più potente attualmente in loro possesso, i palestinesi hanno ucciso 11 soldati israeliani e scambiato Gilad Shalit, soldato israeliano catturato grazie ad un tunnel, per ben 1.027 prigionieri.

Quelli di Hamas sono tunnel di ottima qualità, con muri e soffitti di cemento, elettricità e tutti i comfort, sia per rapidi attraversamenti che soggiorni protratti. Il loro costo unitario, compreso tra i 3 e i10 milioni di dollari, è al centro di una serie di controversie legate allo spreco di denaro e di almeno 600 tonnellate di cemento che dovevano esser impiegate per la ricostruzione di abitazioni per i civili palestinesi, già messi in pericolo dalla presenza dei tunnel sotto le loro abitazioni quasi quanto gli israeliani ,che di questi tunnel sarebbero gli obiettivi di attacchi e rapimenti.

Con l’operazione Scudo Settentrionale, lanciata nel dicembre 2018, l’IDF ha distrutto tunnel che dal Libano penetravano per almeno 40 metri in territorio israeliano. Diversamente dalle consuete operazioni sotterranee di Hezbollah, monitorate dal 2014, in questo caso l’utilizzo di utensili meccanici ne ha aumentato la pericolosità e capacità di penetrazione.

 

Risposte alla Tunnel Warfare…

 Al fine di impedire attacchi di mina o, perlomeno annullarne l’effetto sorpresa, nei secoli sono stati adottati numerosi sistemi, sia preventivi che reattivi.

Si è cercato di impossibilitare la realizzazione di tunnel scegliendo specifiche aree di costruzione per le fortificazioni: terreni rocciosi, sabbiosi o acquitrinosi. Si è tentato di rilevarne le attività di scavo captandone le vibrazioni attraverso tamburi, bacinelle d’acqua o soldati addestrati all’ascolto.

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Dal punto di vista reattivo, si è optato per la disposizione di reti sotterranee, la costruzione di più cinte murarie per isolare e circoscrivere eventuali penetrazioni, ma anche di eliminare attaccanti e tunnel allagandoli, riempiendoli di fumo o penetrandovi per affrontare gli invasori.

Sono state infatti addestrate ed istituite specifiche unità militari. I più famosi esperti di combattimento nei tunnel sono, appunto i Tunnel Rats o topi di galleria statunitensi, australiani e neozelandesi che hanno operato durante la Guerra del Vietnam. Tendenzialmente di bassa statura ed armati di coltelli e pistole, questi specialisti si offrivano volontari per calarsi nei tunnel, potendo contare solo sui propri sensi per sopravvivere.

 

…da parte israeliana…

L’operazione Margine di Protezione, lanciata nel 2014 per rispondere alla minaccia dei tunnel, ha permesso agli israeliani di apprendere molte cose.

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Innanzitutto, l’insufficienza di operatori addestrati alla guerra di mina. Pur essendo già altamente operative le Samoor (“donnole”), unità d’èlite del Genio Militare, il loro numero era decisamente ridotto. Perciò, a partire dal 2015, per tutte le unità di fanteria è stato introdotto uno specifico addestramento al combattimento nei tunnel che, tuttavia, è stato giudicato obsoleto e, l’anno scorso, sottoposto ad un periodo di revisione di 4 mesi, culminato con la pubblicazione di un nuovo manuale addestrativo.

Si è cercato, infatti di renderlo quanto più realistico possibile con munizionamento attivo, in apposite strutture dotate di strettoie, oscurità totale, problemi di comunicazione, ripartizione in piccoli gruppi isolati, imboscate, trappole ecc.

Tutto questo utilizzando armi compatte, droni e cani addestrati. Vengono utilizzati anche specifici simulatori per le operazioni di individuazione, esplorazione, mappatura.Ed è proprio dal punto di vista tecnologico che Israele è all’avanguardia, attraverso laboratori con team di fisici, ingegneri, personale d’intelligence e geologi.

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Gli israeliani stanno lavorando ad un Iron Dome sotterraneo per l’individuazione e distruzione di tunnel. Un progetto tra IDF, Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems avviato nel 2004 e che, nel 2016, aveva già ottenuto più di 250 milioni di dollari di finanziamenti.

Operativo o meno, da allora diverse dozzine di tunnel sono crollati, uccidendo chi ci lavorava.

A febbraio 2019 è stata avviata la costruzione dell’ultima sezione del muro in cemento armato al confine con Gaza. Iniziato nel 2016, è lungo 65 chilometri, alto 9 metri, largo uno e profondo fino a 100 metri con un costo di 833 milioni di dollari. Sarà dotato di tutta una serie di sensori, soprattutto nella parte interrata, tali da avere un notevole divario di prezzo con quella in superficie: 11,5 milioni di dollari contro 416.000 al chilometro.

 

…e da parte statunitense

Anche gli americani avevano trascurato il combattimento nei tunnel dalla fine della Guerra del Vietnam come è emerso da un’esercitazione congiunta tra Marines e paracadutisti israeliani nel marzo 2016. Perciò, nel novembre 2017 anche l’Esercito degli Stati Uniti ha effettuato una rivalutazione della propria “dottrina” sui tunnel che ha portato alla pubblicazione di “Addestramento in ambienti sotterranei per piccole unità” ed un ambizioso progetto addestrativo per numerose sue brigate, ben 26 brigate su 31, con l’assegnazione di 572 milioni di dollari per addestramento ed equipaggiamento.

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Dell’addestramento se ne stanno occupano team itineranti appositamente costituiti per la formazione dei comandanti presso le singole brigate che, a loro volta, lo trasferiranno ai propri uomini. Nella fattispecie tre team addestrativi focalizzati su demolizioni, TTP – Tattiche, tecniche e procedure, pianificazione ed addestramento ad operazioni sotterranee ed intelligence.

L’addestramento avrebbe dovuto avere luogo completamente in strutture specifiche. Nonostante ciò, a tutta una serie di limiti emersi si è deciso di ovviare sempre più con soluzioni modulari ideate nel 2014: una ventina di containers connessi tra loro. Essendo materiali abbondantemente disponibili in ogni base, la soluzione consente una notevole riduzione dei costi. Tuttavia, solamente 5 brigate erano state addestrate a giugno 2019 ed entro gennaio 2020 dovrebbe essere stato completato l’addestramento delle altre 21.

Una percentuale consistente dei 22 milioni di dollari spettanti ad ogni brigata è utilizzata anche per l’acquisto di equipaggiamento speciale: radio palmari MPU-5  (circa 10.000 dollari a esemplare) – della Persistent Systems LLC che consentono comunicazioni tra unità sottoterra ed in superficie, sistemi di respirazione innovativi – (13.000 dollari ognuno)  – ed il visore notturno E-NVGB che consente una maggior profondità percettiva. Inoltre, scudi balistici portatili – almeno due per squadra – vista la possibile mancanza di ripari e silenziatori per ridurre il frastuono in spazi confinati.

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Altri sistemi in fase di progettazione riguardano “l’individuazione di tunnel tattici,” definita prioritaria dal Congresso ancora nel 2014 ed introdotta nel bilancio del 2016 con ben 40 milioni di dollari. Al riguardo il Corpo dei Genieri dell’Esercito ha introdotto nel 2017 il sistema R2TD, dotato di sensori sismici, acustici ed elettromagnetici per l’individuazione di strutture sotterranee.

Decisamente più singolare la Subterranean Challenge – Sfida Sotterranea – indetta dalla DARPA – Agenzia della Difesa per i Progetti di Ricerca Avanzata. Una competizione spalmata su 3 anni per la realizzazione di sistemi di mappatura ed ispezione rapida di caverne, tunnel ed infrastrutture urbane sotterranee per poter equipaggiare al meglio i soldati, riducendo il rischio di perdite.

Ognuna delle prove si svolgerà fisicamente, concentrandosi su soluzioni tecnologiche e, virtualmente attraverso lo sviluppo ed elaborazione di software ed algoritmi che possono esser utilizzati in simulazioni di operazioni sotterranee.

Oltre a fondi per la partecipazione dei concorrenti – alla società virginiana iRobot Defense Holdings sono stati assegnati 4,5 milioni, è previsto per il vincitore un premio finale di 2 milioni di dollari; premio che potrà esser maggiorato nel caso di concorrenti autofinanziati.

La Subterranean challenge è stata aperta il 27 settembre 2018. La prima prova, quella sui tunnel, si è tenuta tra il 15-22 agosto 2019 e prevedeva l’individuazione ed identificazione di 20 oggetti disposti lungo dei percorsi variabili per difficoltà. Il circuito urbano si svolgerà nella primavera 2020, quello delle caverne nell’autunno 2020, mentre la prova finale nell’autunno 2021.

 

Qualche considerazione

Nelle città, in cui entro il 2040 vivranno due terzi della popolazione mondiale, troviamo ormai una grande quantità di strutture sotterranee quali linee della metropolitana, centri commerciali, reti fognarie e parcheggi. Aumentando le probabilità di conflitti in contesto urbano, i militari si troveranno sempre più spesso a dover operare in ambienti sotterranei caratterizzati da difficoltà di movimento, di comunicazione, di visibilità e di respirazione. Ciò non solo nelle medie o grandi città, ma anche in zone meno sviluppate e popolate, antiche e moderne di cui sono zeppi tutti i Paesi mediorientali. Per tali motivi, la Tunnel Warfare viene abitualmente considerata una branca minoritaria della Urban Warfare.

Prima dell’11 settembre 2001 alla Tunnel Warfare erano destinati solamente operatori delle forze speciali. Attualmente, invece, vista la presenza di migliaia di strutture sotterranee in tutto il mondo, la responsabilità è stata estesa ad un numero sempre maggiore di forze convenzionali.

Per contrastare la minaccia dei tunnel, Daphne Richemond-Barak, autrice di Underground Warfare, sostiene che gli Stati debbano concentrarsi sulla loro

  • individuazione e mappatura,
  • distruzione o neutralizzazione,
  • prevenzione e monitoraggio
  • cooperazione

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E proprio la loro localizzazione pare esser il punto più spinoso. Attualmente la soluzione migliore resta ancora un misto tra tecnologia-intelligence: informatori, sorveglianza su macerie e detriti indicanti attività di scavo ecc. Tuttavia, non è da escludere che i numerosi ed ingenti investimenti in robotica ed intelligenza artificiale possano portare a soluzioni decisive.

Anche la loro neutralizzazione risulta complessa. Il riempimento con acqua, cemento, gas ed esplosivi non ha dato grossi risultati; l’impiego di soldati risulterebbe dispendioso in tempo, denaro e vite umane.

Risultano, pertanto imprescindibili un attento monitoraggio ed una maggior cooperazione internazionale che, attraverso blocchi ed embarghi, impediscano l’importazione di determinati materiali, strumenti di scavo e costruzione e ne riducano, quindi la diffusione.

Sebbene non tutti i Paesi percepiscano la minaccia tanto incombente quanto Stati Uniti ed Israele da dover attivare uno specifico comando, addestramento o costosi investimenti in campo tecnologico, i tunnel e la Tunnel Warfare hanno dimostrato, da una parte una diffusione globale crescente ed un’elevata pericolosità; dall’altra hanno dato luogo a feroci critiche per i costi e lo stravolgimento di consolidate strategie. Sull’argomento è indubbia la necessità di maturare un’adeguata consapevolezza per adottare specifiche misure.

Foto: Us Army, US DoD, DARPA, IDF e Imperial War Museum

 

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Giornalista, ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI e si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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