Lo “Sputnik persiano” tra capacità spaziali e balistiche intercontinentali

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Proprio in un momento di rinnovata tensione nel Golfo Persico fra Stati Uniti d’America e Iran, la Guardia Rivoluzionaria del regime degli ayatollah segna un punto, sia propagandistico, sia tecnico, a suo favore lanciando e immettendo in orbita terrestre il primo satellite artificiale iraniano dichiaratamente militare. E’ già da una decina d’anni che l’Iran invia satelliti nello spazio, tutti più o meno sperimentali e di cui diversi distruttisi a causa di lanci falliti.

Tuttavia la missione di mercoledì 22 aprile 2020 è risultata allarmante per gli USA, sia perchè il satellite Noor (o Nour) 1 rappresenta una nuova tappa del programma spaziale di Teheran, sia perchè il suo stesso razzo vettore, il mai visto Qassed, è risultato essere una totale sorpresa, alimentando la preoccupazione circa le reali capacità iraniane nel campo della balistica, probabilmente intercontinentale. Anche perchè a differenza della norma dei lanciatori spaziali, viene trasportato ed eretto da un grosso veicolo TEL, né più né meno che come un’arma balistica.

 

Dal deserto alle stelle

La mattina del 22 aprile 2020, alle 3.59 UTC, ovvero le 8.29 ora locale, un razzo vettore finora totalmente sconosciuto è decollato da una località nei pressi di Shahroud, nel deserto di Kavir, a circa 330 km a Nordest della capitale iraniana Teheran. Così, una colonna di fuoco si è levata da quelle aride sabbie salate ponendo all’Occidente un ulteriore quesito strategico.

La Guardia Rivoluzionaria iraniana, che già gestisce la forza missilistica balistica, ha sviluppato in proprio e lanciato in orbita bassa un satellite denominato Noor 1, laddove Noor significa “Luce” in persiano, ma non è da confondersi con un omonimo missile antinave, pure iraniano.

Il vettore è stato battezzato Qassed, o Ghassed, che sta per “messaggero”, ed era un fuso prevalentemente bianco su cui campeggiava un disegno del globo terrestre corredato dal nome di Allah e da una frase del Corano che recitava: “Gloria a Dio che ci ha reso possibile tutto ciò, altrimenti ciò non sarebbe stato possibile”. Si tratta, a quanto si sa finora, fondamentalmente di un razzo bistadio, con combustibile liquido al primo stadio e solido al secondo, arricchito però (almeno in questa versione) da un motore di apogeo, pure a carburante solido, che di fatto lo rende un vettore tristadio.

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Il primo stadio potrebbe essere ricavato dal primo stadio del missile a medio raggio Ghadr, sulla base del fatto che ha funzionato per un centinaio di secondi, esattamente come la durata dell’impulso del primo stadio del Ghadr, che ha una gittata stimata fra 1800 e 2000 km. Almeno il motore d’apogeo potrebbe essere, anche se mancano conferme, il nuovissimo motore razzo a combustibile solido Salman di cui gli stessi vertici della Guardia Rivoluzionaria avevano annunciato il 9 febbraio 2020 il completamento. Ma pare probabile che anche il secondo stadio abbia motore Salman.

I pasdaran hanno subito dichiarato che il loro primo satellite militare avrà lo scopo di osservare dall’alto la regione del Medio Oriente per migliorare, per quanto possibile, la raccolta di informazioni a proposito dei maggiori antagonisti locali di Teheran, cioè Israele e l’Arabia Saudita, nonché delle onnipresenti forze degli Stati Uniti, con cui peraltro è ancora in sospeso il conto apertosi il 3 gennaio 2020 con l’uccisione del capo delle brigate Quds, generale Qasem Soleimani, in Iraq.

Il capo della Guardia Rivoluzionaria, generale Hossein Salami, ha dichiarato orgogliosamente fin dalle prime ore dopo l’ascesa del satellite: “Oggi i più potenti eserciti del mondo non hanno un piano di difesa completo senza essere presenti nello spazio. Ora possiamo vedere il mondo dallo spazio e ciò significa l’espansione dell’informazione strategica e dell’intelligence della potente forza di difesa della Guardia”.

Il debutto del primo satellite militare dell’Iran ha coinciso col 41° compleanno della Guardia Rivoluzionaria, fondata per l’appunto il 22 aprile 1979, ai tempi in cui il clero sciita guidato dall’ayatollah Rullah Khomeini aveva appena conquistato il potere scacciando lo scià Reza Palhevi.

Il lancio è stato inoltre dedicato alla memoria del generale Hassan Tehrani Moghaddam (nella foto sotto), defunto comandante pasdaran che fu il principale fautore del programma missilistico, prima di perire nel 2011 insieme ad altre 16 persone in una sospetta esplosione presso la base di Bid Kaneh, non lontano da Teheran.

Che i pasdaran siano di fatto i “padroni” dei più ambiziosi programmi tecnologici del paese, forse anche tenendo in parte all’oscuro delle loro intenzioni politici e militari, sembrerebbe dimostrato dal fatto che il presidente Hassan Rohani, tenendo un discorso di ben 40 minuti quello stesso 22 aprile, mentre intratteneva i ministri sulla tensione con l’America, sull’epidemia di Covid-19 e sullo stagnante mercato del petrolio, non abbia nemmeno fatto menzione del lancio.

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Questo ha fatto pensare che Rohani non ne sapesse niente e che i pasdaran, in una nuova prova di forza interna al regime di Teheran, e forti del loro filo diretto con la Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, abbiano volontariamente scavalcato il governo, mettendolo davanti al fatto compiuto per fargli vedere chi comanda davvero nella Persia di oggi, ovvero l’asse pasdaran-clero ayatollah.

Prova ne sarebbe che il primo esplicito accenno di Rohani all’impresa spaziale è arrivato il 24 aprile, quando ha telefonato personalmente al generale Salami per ringraziarlo del “prezioso successo nazionale” e pregarlo di inoltrare le sue felicitazioni “a tutto il personale aerospaziale della Guardia Rivoluzionaria”.

In effetti, la concentrazione di programmi strategici di alta tecnologia nelle mani di truppe di elite è un fenomeno già visto nella storia passata, specialmente nelle dittature.

Rammentiamo ad esempio che nella Seconda Guerra Mondiale, furono a un certo punto, nella primavera 1944, le truppe pretoriane del regime nazista, le SS di Heinrich Himmler, ad arrogarsi il pieno dominio dello sviluppo e della produzione dei grandi razzi V-2 creati dalla squadra di Wernher Von Braun, sottraendoli di fatto al controllo del tradizionale esercito tedesco.

Sempre il 24 aprile è giunta la conferma da parte iraniana che il satellite è entrato in funzione e sta già inviando segnali ai centri radar di controllo spaziale di Teheran, Zahedan e Chabahar, mentre il comandante delle forze aerospaziali dei pasdaran, generale Amir Ali Hajizadeh (nella foto sotto), ha già preconizzato il prossimo avvento di un Noor 2 che verrebbe ipoteticamente immesso in un’orbita più alta.

Anche il comandante della divisione spaziale delle Guardie, generale Ali Jaafar Abadi ha parlato del prossimo Noor 2, sostenendo che “è pronto” e promettendo che “costruiremo altri satelliti più grandi che verranno sistemati su orbite più alte”. Abadi ha anche spiegato che il Noor 1 “orbita attorno alla Terra 16 volte al giorno”. Il che pare confermato dai rilevamenti americani.

 

La mini-luna

Il vettore Qassed è stato lanciato in direzione Sudest, verso l’Oceano Indiano, in modo da immettere il satellite in un’orbita eliosincrona, o SSO, da Sun Synchronous Orbit, in parole povere una traiettoria coordinata con la dinamica quotidiana del sole, come essa è percepita dalla Terra.

Ciò permette al Noor 1 di passare diverse volte al giorno su ogni punto della superficie terrestre, ovviamente compresi gli Stati Uniti, ma soprattutto di sorvolare un determinato territorio grossomodo sempre alla stessa ora solare, cogliendolo in piena luce per l’osservazione ottica. La quota orbitale dichiarata inizialmente dagli iraniani era di 425 km, ma dati più precisi sono stati forniti dall’US Space Forces e dal NORAD, il comando della Difesa Aerea del Nordamerica.

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Grazie alla tracciatura radar e telescopica americana, si è calcolato che il Noor 1 è stato immesso in un’orbita relativamente circolare, con apogeo di 443,3 km e perigeo di 433,6 km, mentre l’inclinazione del piano orbitale è di circa 59,8 gradi e il periodo di rivoluzione attorno alla Terra è di 93,2 minuti, compatibile con le 16 orbite giornaliere vantate da Abadi.

La velocità media del satellite si aggira sui 7,65 km al secondo, cioè circa 27.540 km/h. Il NORAD lo tiene sotto osservazione in particolare attraverso i sistemi elettro-ottici del 18° Space Control Squadron della base di Vandenberg, in California, che fin dalle prime ore dal lancio hanno avvistato ben “due oggetti”, ossia il satellite Noor 1 vero e proprio, a cui gli statunitensi hanno assegnato il codice identificativo NORAD 45529, e un secondo corpo in cui è stato riconosciuto con sicurezza l’ormai esaurito motore di apogeo del vettore Qassed, a cui è stato appioppato il codice 45530.

Al che si arguisce che questa componente del vettore è parimenti rimasta in orbita, almeno per adesso, anziché ricadere subito nell’atmosfera terrestre. Una nostra rapida verifica, ancora nel pomeriggio del 27 aprile sul sito internet di tracciatura satellitare N2YO indicava che, in quel momento, il relitto terminale del vettore era in orbita con la medesima angolazione del satellite, ma con apogeo e perigeo un po’ più alti, rispettivamente 451,2 e 434 km, e con periodo leggermente superiore, di 93,3 minuti per rivoluzione.

Si può quindi ben dire che gli iraniani abbiano messo in orbita non uno, ma due oggetti spaziali, evento che in verità è tutt’altro che raro quando lo stadio d’apogeo di un vettore non ricade in atmosfera in tempi brevi.

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Il 25 aprile il generale Jay Raymond, capo delle US Space Operations, ha cercato di minimizzare la portata del lancio spaziale dei pasdaran, dichiarando pubblicamente su Twitter: “L’Iran sostiene che il satellite abbia la capacità di riprendere immagini, in realtà è una specie di webcam ruzzolante nello spazio, inadatta a fornire dati di intelligence”. Sul Noor non si hanno in effetti dati precisi, ma Raymond sostiene che le valutazioni sull’oggetto osservato da parte dell’US Space Command “lo caratterizzano come un tipo 3U Cubesat”.

Egli si riferiva a uno standard scientifico internazionale che identifica una precisa tipologia di mini-satelliti realizzati a partire dal 2000, dapprima negli Stati Uniti, poi in tutto il mondo, in ambiente universitario e poi commerciale, strutturati su un modulo base costituito da un cubo di 10x10x10 cm di peso medio attorno a 1,33 kg. Se il satellite è costituito da un solo cubo si parla di 1U, cioè “un’unità”, ma i cubi si possono aggiungere, assemblandoli lungo un asse, arrivando a 2U, 3U e oltre.

Se, come dice il generale Raymond, il Noor fosse simile a un 3U, vorrebbe dire che le sue misure potrebbero essere approssimativamente di 10x10x30 cm, con un peso complessivo di almeno 4 kg. Gli iraniani hanno però diffuso una immagine pittorica del satellite, riprodotta anche sul fuso del vettore, che mostra un assai più ampio parallelepipedo denunciante una chiara combinazione 6U, ovvero due blocchi 3U affiancati, a formare un solido di circa 10x20x30 cm, con una massa dunque di 8 kg, come minimo, ma forse più probabilmente attorno a 12 kg, come si è ipotizzato. In più, dai lati di una delle basi del solido si dipartono pannelli fotovoltaici per assicurargli autonomia energetica.

Forse la valutazione americana di un 3U nasceva solo dal fatto che il satellite è stato osservato di profilo, mostrando una sola serie da tre cubi, ma certo è che le sue dimensioni sono limitate. Si è pensato però che il suo apparato ottico possa perlomeno assicurare una risoluzione nell’ordine di qualche decina di metri. Estremamente “miope”, quindi, ma con una risoluzione forse sufficiente per raggiungere due scopi. Da un lato fare da apripista, da dimostratore tecnologico, per il vagheggiato successivo satellite militare Noor 2, anche in termini di addestramento realistico del personale addetto e di accumulo di esperienze.

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Dall’altro lato, rilevare, se non altro, oggetti molto grandi come le navi, americane e non, che appunto transitano nel Golfo Persico, tenuto conto che una portaerei classe Nimitz è lunga 332 metri, un incrociatore classe Ticonderoga 172 o un cacciatorpediniere classe Burke 154 metri.

E probabilmente potrebbe vedere anche grossi concentramenti di truppe e mezzi terrestri e cambiamenti macroscopici di un territorio, come la costruzione di un nuovo aeroporto, di una nuova base navale o di una grossa infrastruttura. Tuttavia le illazioni sulla capacità, o incapacità ottica, del satellite derivano solo dal dato incontrovertibile delle sue limitate dimensioni.

Nulla si sa sulla sua possibile vita operativa, sebbene l’immagine diffusa dai pasdaran mostri un oggetto munito di pannelli solari, talchè, se l’orbita si rivela abbastanza stabile, e se le apparecchiature imbarcate non consumano troppa elettricità, l’autonomia potrebbe essere di durata apprezzabile.

A titolo di confronto va però detto che anche un piccolo satellite stile 6U Cubesat può svolgere, grazie alla miniaturizzazione dell’elettronica moderna, funzioni abbastanza complesse da non farlo definire un semplice giocattolo. Per esempio i due satelliti gemelli Perseus M, di tipo 6U, realizzati nel 2014 dalla società russo-americana Dauria e messi in orbita entrambi il 19 giugno 2014 da un razzo russo Dnepr, sono tuttora nello spazio, dopo sei anni, alimentati da pannelli solari per il loro limitato fabbisogno di 6 Watt.

Assolvono alla funzione di sorveglianza del traffico marittimo civile per il governo russo. nche se svolgono il loro compito grazie a un semplice ricevitore di radiofrequenze AIS (Automatic Identification System), è significativo che inizialmente si fosse previsto di dotarli di un apparato di osservazione ottica. Senza contare che la Dauria aveva anche un piano per successivi Perseus O ottici, poi abrogato. E’ la dimostrazione che anche un piccolo satellite costituito da sei “cubetti”, quale è il Noor 1, potrebbe effettivamente essere in grado di rilevare qualcosa di interessante, come gli spostamenti di oggetti voluminosi come le navi.

 

Americani allarmati

A proposito di navi, forse non è un caso che i pasdaran abbiano deciso di mandare in orbita il loro primo satellite sedicente-spia negli stessi giorni in cui montava l’ennesimo attrito nel Golfo Persico, tanto che quello stesso 22 aprile 2020 il presidente americano Donald Trump ha ordinato alle unità della US Navy incrocianti in quelle acque di “distruggere le navi iraniane che si avvicinassero troppo”.

Ciò dopo che per tutto aprile decine di motosiluranti e barchini veloci dei pasdaran hanno giocato a rimpiattino con i cacciatorpediniere USA nel Golfo (nella foto sotto) avvicinandosi ai loro scafi. Il tutto è accaduto comunque in acque internazionali, sebbene sia chiaro che un’area larga pochi chilometri come quella dello stretto di Hormuz è, nei fatti, pertinente alla prima linea di difesa dei persiani che, in fondo, ci abitano da migliaia di anni.

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E’  poi possibile che a rinfocolare la tensione navale abbia contribuito anche il crollo del prezzo del petrolio negli ultimi mesi, complici la concorrenza fra Russia e Arabia Saudita su cui si è poi innestata la depressione economica globale dovuta all’epidemia di Covid-19.

Mostrare i denti da parte sia di Washington, sia di Teheran fa certo comodo a entrambi per cercare di sostenere di qualche dollaro il prezzo del barile, che resta comunque bassissimo. Ma è questa una considerazione collaterale, il vero punto resta sempre la più generale competizione per l’egemonia nella regione. La Guardia Rivoluzionaria iraniana ha diramazioni quasi in ogni settore della guerra moderna, dalla fanteria scelta all’aviazione, dalla missilistica al naviglio di superficie, passando dai sommergibili “tascabili”.

E’ dunque anche un potente messaggio al nemico, far vedere d’improvviso di aver posto un primo paletto anche lassù, nello spazio circumterrestre dove fino a prova contraria restano oggi gli Stati Uniti la nazione che più di tutte si affida ai supporti satellitari, non solo per ricognizione, ma anche per comunicazioni, allarme precoce e geolocalizzazione a supporto, anche della precisione delle armi teleguidate.

E la sfida, simbolica, dell’Iran nello spazio arriva poco dopo che Trump ha dato ufficialmente il via all’operatività delle US Space Forces, la forza armata indipendente da lui voluta per scorporare dall’USAF il grosso delle operazioni astronautiche militari. Di riflesso, “satellite” significa un oggetto che orbitando attorno alla Terra può anche “decidere” di ricadere su qualsiasi punto di essa, talvolta per accidente, ma teoricamente anche in maniera programmata.

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In altre parole, mettere in orbita un oggetto significa già avere una capacità intercontinentale, per quanto virtuale. E se il Noor 1 non è il primo satellite iraniano in assoluto, è però, oltre che il primo apertamente militare, soprattutto il primo lanciato da un razzo abbastanza compatto da poter partire da rampa mobile autocarrata e quindi considerabile un vettore di apparente praticità bellica.

Sul vettore ritorneremo fra poco, limitandoci per ora a registrare le reazioni degli Stati Uniti, punti così sul vivo dall’exploit persiano. Tanto da ricordare un po’ l’effetto scioccante che ebbe quel lontano 4 ottobre 1957 il lancio in orbita del satellite sovietico Sputnik 1 (nell’immagine sotto) ull’attonita amministrazione del presidente Dwight Eisenhower.

A quel tempo la batosta per gli americani fu epocale, nonostante lo Sputnik fosse, esattamente come il Noor, un aggeggio tutto sommato modesto. Lo smacco di non essere i primi a “pasticciare” con lo spazio, unito al timore che i russi avessero acquisito il vantaggio, in realtà inesistente, di un “missile gap” sugli USA faceva temere da un momento all’altro una “Pearl Harbor atomica” che non ci fu. Oggi lo smacco è di più limitate proporzioni, l’Iran non è certo l’URSS, ma basta a far capire che i pasdaran potrebbero, col tempo, arrivare a una deterrenza sufficiente a convincere gli Stati Uniti a non immischiarsi nelle vicende del Golfo Persico e della Mesopotamia. Che è evidentemente il ragionevole orizzonte strategico alla portata di Teheran.

Fra i primissimi commenti dall’America c’è stato proprio quello di Trump, che, chissà perchè, ha puntato tutto non tanto sugli aspetti della minaccia militare in sé, quanto sul fugare dubbi circa il fatto che il Pentagono e la CIA possano essere stati colti di sorpresa: “Sappiano più noi sull’Iran di loro stessi. Noi sappiamo tutto, lo abbiamo visto, sapevamo che lo si stava preparando”. Parole che in realtà fanno nascere proprio il sospetto opposto, che cioè gli americani non ne sapessero nulla e siano stati colti in totale contropiede, proprio come nel caso dello Sputnik nel 1957.

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In verità avvisaglie che i pasdaran lavoravano a razzi a solido già erano filtrate sulla stessa stampa iraniana, ma in Occidente non erano forse state prese molto sul serio.

Assai più articolata è stata poi la reazione del segretario di Stato Mike Pompeo (nella foto sotto), che ha additato l’azione come una violazione della Risoluzione 2231 dell’ONU: “L’Iran va ritenuto responsabile per ciò che ha fatto. Gli iraniani hanno sempre detto che i loro programmi di missili (sottointeso come vettori spaziali, n.d.r.) sono disgiunti dal settore militare e sono imprese puramente commerciali.

Io penso che il lancio di oggi provi ciò che andiamo ripetendo negli Stati Uniti. La Guardia Rivoluzionaria, riconosciuta organizzazione terroristica, ha oggi lanciato un missile e lascerò al Dipartimenti della Difesa commentare i dettagli. Ma quando parliamo della Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, penso che ogni nazione abbia l’obbligo di rivolgersi alle Nazioni Unite e valutare se questo lancio missilistico sia compatibile con tale risoluzione. Non credo che lo sia”.

Riallacciandosi inoltre alla drammaticità dell’epidemia virale Covid-19 in Iran, che pure è stata ormai ampiamente superata dall’assai più disastrosa situazione epidemica negli stessi USA, il segretario di Stato ha inoltre rinfacciato ai dirigenti di Teheran di mettersi a spendere in imprese spaziali, anziché in ospedali: “Spero che il regime iraniano risponda alle richieste del popolo circa la sicurezza e la salute, piuttosto che continuare nella sua campagna di terrore”.

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Pompeo si rifà alla Risoluzione 2231, votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 20 luglio 2015 per sancire il raggiungimento dell’accordo internazionale JCPOA volto a limitare la tecnologia nucleare iraniana.

Ma di fatto la 2231, così come il JCPOA, non parla affatto di missili balistici, pertanto dal punto di vista legale Teheran non ha violato nulla, specialmente considerando che il lancio di satelliti, militari o civili che siano, è una pratica ormai diffusissima. E del resto gli Stati Uniti si sono ritirati per primi dal JCPOA fin dal 2018, proprio partendo dal presupposto che, secondo Washington, il trattato è “zoppo” perchè non proibisce i missili a lungo raggio.

Pompeo, quindi, certamente ha tutto il diritto di protestare per quanto riguarda la prospettiva strategica nazionale dell’America, ma in pratica il suo tentativo di appellarsi a norme internazionali è un autogol, dato che gli USA per primi hanno accumulato negli ultimi anni una certa “tradizione” di noncuranza dei patti. Lo sa bene la Russia, che alla condanna americana del lancio orbitale pasdaran è scesa subito in campo in difesa dell’alleato iraniano, rivendicando il suo diritto di navigare il cosmo come molti altri paesi.

Da Mosca, la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha negato che l’Iran abbia violato qualsivoglia norma, come infatti è. E ha anzi colto l’occasione per rovesciare addosso agli americani le accuse, ben sapendo che Washington dal 2002 al 2019 ha smantellato unilateralmente due grandi trattati della Guerra Fredda, come l’ABM che limitava le difese antimissile per salvare il principio della deterrenza e l’INF che vietava i missili a medio raggio, oltre al ricordato caso del JCPOA e alla temuta decadenza nel 2021 del trattato New START che limita gli arsenali atomici strategici statunitensi e russi. Per non parlare dell’annunciato sviluppo da parte americana di una nuova generazione di ordigni nucleari.

Ecco perchè la Zakharova ha commentato: “Questa non sarebbe la prima volta che una nazione (gli USA, n.d.r.) che ha violato in flagrante le norme della legge internazionale e la Risoluzione 2231 dell’ONU sta tentando di deviare la condanna internazionale accusando senza basi concrete l’Iran di inadempienza delle richieste del Consiglio di Sicurezza”.

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La portavoce governativa russa ha inoltre chiosato: “Non ci sono, non ci sono state e, con buona speranza, non ci saranno in futuro armi nucleari in Iran. Esso, aderendo alla risoluzione non sviluppa, collauda o utilizza missili balistici capaci di portare armi nucleari, come invece gli Stati Uniti, che sorprendono il mondo ogni singolo giorno con notizie su piani di nuove capacità nucleari”.

La verità, come sempre, sta più facilmente nel mezzo, nel senso che gli americani certamente vedono giusto nell’affermare che con il lancio del Noor 1 si corroborano capacità iraniane di balistica intercontinentale.

Anche perchè il vettore, come vedremo fra poco, è adattabile a un uso militare con rampa mobile “spara e fuggi”. Tuttavia qualsiasi lancio di oggetti in orbita lascia intuire che chi lo compie possa con poche modifiche far ricadere sulla Terra un oggetto in traiettoria suborbitale a qualsiasi distanza dal punto di lancio: del resto ogni nazione in grado di lanciare autonomamente satelliti ha una, reale o potenziale, capacità ICBM. E si tratta di 12 singole nazioni, più le 22 nazioni europee parte dell’agenzia ESA. Le ambasce americane hanno quindi base pragmatica e geopolitica, ma certamente non legale, poiché non si può stabilire a priori, su base oggettiva, quali paesi possano liberamente sviluppare le proprie capacità tecniche e quali no.

 

Il missile sconosciuto

Come abbiamo anticipato, al di là del piccolo satellite lanciato a fine aprile, che non è nemmeno il primo oggetto orbitante iraniano in assoluto, a creare allarme è l’apparizione di un missile sconosciuto, per di più preparato dai pasdaran nel più totale segreto e, checchè ne dica Trump, probabilmente senza che gli USA sospettassero qualcosa, probabilmente fuorviati dai recenti fallimenti di lanci orbitali da parte dell’agenzia governativa Iran Space Agency.

Il vettore Qassed finora può essere giudicato solo dalle immagini, fotografiche e filmiche, diffuse dal regime di Teheran, che già di per sé paiono abbastanza eloquenti, anzitutto in fatto di dimensioni. Guardando attentamente i momenti che precedono il lancio, quando ancora tecnici e militari si affollano alla base del primo stadio, si può prendere come riferimento la statura delle persone più vicine agli ugelli di scarico, forse intenti a controllarli un’ultima volta.

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L’intero missile sembra alto all’incirca 8,5 volte un uomo, quindi tra 14 e 15 metri. Il diametro alla base del primo stadio si aggirerebbe attorno a 1 metro, escluse le quattro piccole derive, mentre, per avere un’idea del volume di carico, il minimo diametro appena prima che inizi a restringersi la tonda ogiva, sembra attorno ai 60 cm.

E’ un sistema molto compatto, ben diverso dai razzi vettori finora usati per il programma spaziale iraniano, cioè il Safir bistadio, che è alto 22 metri e il Simorgh tristadio, che arriva a 27 metri. Se comunque già il Safir è lanciabile da un autocarro TEL, il Simorgh è risultato troppo grande e viene preparato mediante una torre mobile di lancio che, certamente, non è assolutamente pratica da un ipotetico punto di vista militare.

Inoltre i lanciatori finora utilizzati erano a combustibile liquido, essendo derivazioni tecniche del missile nordcoreano Nodong, di cui Pyongyang ha condiviso i segreti con Teheran, e dell’affine missile a medio raggio Shahab 3, da 2000 km di gittata, ben presente negli arsenali della Guardia ma penalizzato appunto dal tipo di combustibile, che richiede una lunga preparazione prima del lancio, non adatta a una tempestiva campagna di guerra.

Sul Qassed, invece, il primo stadio, come dicevamo forse derivato da quello del Ghadr, è ancora a combustibile liquido, mentre il secondo stadio e anche il motore d’apogeo, in pratica il terzo stadio, sarebbero ormai a combustibile solido.

Non è azzardato pensare che i pasdaran abbiano sviluppato, o si accingano a sviluppare, una versione del Qassed totalmente militare in cui anche il primo stadio è a combustibile solido, per assicurare la prontezza d’uso. E’ noto da decenni infatti che il combustibile solido per razzi, generalmente in grani, consente una ignizione istantanea dopo che è stato pre-immagazzinato nel missile anche da molto tempo, mentre quello liquido deve essere caricato nell’imminenza dell’uso, facendo perdere tempo prezioso e complicando la logistica.

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Le dimensioni limitate, poi, favorirebbero la distribuzione di un ICBM simil Qassed ai reggimenti balistici pasdaran su rampe mobili che possono spostarsi e occultarsi in tutto il paese, fra strade, gallerie, vallate, assicurando una capacità di deterrenza iraniana sganciata da vulnerabili basi fisse. Solo infatti con rampe mobili su strada si può sperare di tenere al riparo almeno parte di propri missili balistici da attacchi aerei preventivi nemici, oltre a spostare velocemente il veicolo TEL dopo un lancio perchè possa essere rifornito con un nuovo razzo presso arsenali predisposti in segreto e preferibilmente in tunnel sotterranei.

Il problema più grosso per la trasformazione del Qassed in un’arma è quello della capacità di carico, che appare ancora limitata. Ma se per mettere in orbita il Noor 1 ci sono voluti tre stadi effettivi, per far ricadere un veicolo di rientro atmosferico ad alcune migliaia di chilometri di distanza non è necessario raggiungere la velocità orbitale.

Potrebbe bastare la spinta erogata dai due stadi veri e propri, rinunciando al motore d’apogeo e riservando il peso così risparmiato alla realizzazione di una testata bellica assai più grossa del minisatellite. A quel punto il problema residuo sarebbe quello della guida terminale, ed eventualmente dell’imbarco di esche per cercare di ingannare, per quanto possibile, le difese antimissile americane, saudite o israeliane che fossero.

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Ecco perchè, comprensibilmente, il commento a caldo del generale americano John Hyten, vicecapo degli Stati Maggiori Riuniti delle forze armate USA è stato sintetico ma acuto: “Ciò che posso dirvi è che il missile ha percorso una traiettoria molto lunga e se voi avete un missile che percorre una strada molto lunga, che funzioni oppure no, metta un satellite in orbita oppure no, ciò significa che ha la capacità, ancora una volta, di minacciare  i vicini e i nostri alleati”.

Il Qassed è insomma l’avvisaglia che il prossimo passo potrebbe essere un suo derivato interamente a combustibile solido, dai medesimi ingombri e quindi lanciabile da autocarro. Ed è anche il segnale che l’Iran è riuscito a portare avanti una sorta di programma spaziale parallelo, affidato ai pasdaran, senza coinvolgere la più in vista Iranian Space Agency, su cui ultimamente l’attenzione era rivolta per una serie di fallimenti e incidenti. Ma, a complicare le cose, la stessa ISA ha appena dichiarato che già il prossimo giugno potrebbe lanciare un ulteriore razzo vettore, questo già interamente a combustibile solido, il nuovo Zuljanah che dovrebbe immettere in orbita il satellite di telecomunicazioni Nahid 1.

 

 

La “NASA iraniana”

L’agenzia spaziale iraniana, più spesso anglicizzata in Iranian Space Agency, ma che in madrelingua persiana si direbbe Sāzmāne Fazāiye Irān, è stata fondata nel 2004 e già entro il 28 ottobre 2005 aveva realizzato insieme ai russi e fatto spedire in orbita con un vettore Kosmos 3M, il suo primo satellite artificiale.

Il primo satellite iraniano lanciato con mezzi nazionali è stato invece l’Omid, un satellite di ricerca scientifica e comunicazioni pesante 26 kg. Grazie al nuovo vettore Safir, comparso come prototipo nel 2008 dopo essere stato derivato dallo Shahab, l’Omid fu posto in orbita il 2 febbraio 2009.

Da allora gli iraniani hanno eseguito diversi lanci orbitali, forti anche dell’inaugurazione nel 2010 del centro spaziale intitolato a Khomeini, situato nella provincia di Semnan. Ma hanno spesso sofferto gravi problemi. L’ultimo lancio orbitale di successo, prima di quello del Noor 1, è stato quello del 2 febbraio 2015, quando un Safir ha “consegnato” a un apogeo di 470 km, con perigeo di 220 km, il satellite Fajr per immagini ottiche.

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Tuttavia, come molti altri satelliti del paese persiano, il Fajr è rientrato in atmosfera prematuramente, già il 26 febbraio, disintegrandosi nell’attrito. Poi, il 19 aprile 2016, c’è stato il primo lancio di prova del vettore Simorgh, che non aveva carico nell’ogiva e ha solo dimostrato il suo perfetto funzionamento in parabola suborbitale. Da allora, negli ultimi quattro anni, l’agenzia spaziale iraniana ha subito solo incidenti, su alcuni dei quali si è allungata l’ombra del sabotaggio.

Riandando alla vicenda del citato generale Hassan Tehrani Moghaddam, considerato a Teheran un martire, l’esplosione che lo uccise il 12 novembre 2011 alla base di Bid Kaneh insieme ad altri 16 missilisti pasdaran, da più parti si sospettò un sabotaggio del Mossad, tantopiù che si era nel periodo delle numerose uccisioni di scienziati impegnati nel programma nucleare da parte di oscuri sicari in motocicletta.

Ebbene, poiché Moghaddam già allora aveva avviato personalmente lo studio per arrivare a missili, spaziali e non, interamente a combustibile solido, di cui abbiamo già visto i vantaggi militari, la sua morte ha di fatto rallentato enormemente questo programma, proseguito con fatica in una base pasdaran a Shahroud, molto vicino al sito da dove è stato lanciato il Qassed/Noor 1.

Solo dall’aprile 2016 sono iniziate prove a terra di propulsori a razzo a combustibile solido, presso una prima installazione in cemento armato a Shahroud, vero banco di prova per razzi sagomato come uno zoccolo di cemento armato sagomato a L.

Nel medesimo sito sono stati attivati via via “banchi” di cemento più grandi, il secondo nel giugno 2017, il terzo nel novembre 2019 e infine un quarto non ancora utilizzato. Sarebbe questa l’origine dell’ancora misterioso vettore Zuljanah a combustibile solido, che dunque si configurerebbe come la tardiva eredità del generale morto nove anni fa.

Peraltro, gli esperimenti sui motori a solido che ufficialmente dovrebbero sfociare nello Zuljanah, sarebbero evidentemente anche all’origine degli stessi componenti a solido montati sul Qassed, cioè il secondo stadio e lo stadio d’apogeo. In tale quadro, in sostanza, potrebbe configurarsi una situazione del genere. I pasdaran negli ultimi anni potrebbero aver proseguito in segreto i loro studi sui razzi, concentrandosi su quelli a carburante solido, sganciandosi apparentemente dall’Iranian Space Agency, in modo che gli incidenti, accidentali o dovuti a sabotaggio, occorsi al programma spaziale “ufficiale” facessero da specchietto per le allodole, per distrarre l’attenzione delle potenze straniere.

Nel frattempo, giunti a perfezionare a sufficienza la tecnologia della propellenza solida, avrebbero deciso infine di uscire allo scoperto dimostrando col parzialmente solido Qassed di poter ormai padroneggiarla. A questo punto, dopo il successo del Noor 1, ecco l’agenzia spaziale annunciare che “il razzo a combustibile solido Zuljaneh (nome che potrebbe però essere riferito anche solo ai singoli motori, o stadi modulari) è stato completato ed entro il giugno 2020 verrà lanciato con il satellite Nahid 1”.

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Dopo che il programma missilistico segreto dei pasdaran ha potuto mettere radici sufficienti, alla larga da sguardi indiscreti, può ora, a quanto pare, ricongiungersi a quello più ufficiale e sotto gli occhi di tutti, quello dell’ISA. Un gioco delle parti tutt’altro che improbabile.

Il segreto, in realtà, non era più davvero tale almeno dal 9 febbraio 2020, quando gli stessi generali Salami e Hajizadeh presentavano in una conferenza stampa quello che descrivevano come “uno stadio missilistico superiore a combustibile solido”, chiamato Salman e dotato, per la prima volta in Iran, di un ugello a spinta vettoriale, nonché alleggerito dalla sostituzione del tradizionale guscio metallico del blocco motore con uno altrettanto robusto in fibra di carbonio.

Hajizadeh, intervistato da Iribnews, che ha anche mostrato immagini del motore in funzione, aveva dichiarato in quell’occasione: “Possiamo usare questa tecnologia per missili che in realtà sono difensivi, per missili antibalistici. Noi comunque non siamo più limitati all’atmosfera e possiamo anche intercettare bersagli fuori dall’atmosfera”.

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Per ironia, proprio quello stesso giorno, il più recente lancio di un vettore Simorgh falliva nel tentativo di mettere in orbita il satellite Zafar 1, completando la lunga serie di incidenti di cui forse il peggiore era stato il 29 agosto 2019 lo scoppio che aveva distrutto un razzo Safir in preparazione proprio per il lancio del già pronto satellite Nahid 1, originariamente programmato per settembre.

In quella occasione, guarda caso, il presidente americano Donald Trump si era sentito costretto a dichiarare che “gli Stati Uniti d’America non sono coinvolti nella disastrosa esplosione al centro spaziale Khomeini di Semnan e augurano all’Iran buona fortuna per scoprire le cause del disastro”.

Solo per fortuna non ci furono vittime, ma la battuta d’arresto per il programma spaziale iraniano sembrava a prima vista pesante. Non si era ancora capito quanto profondamente i Guardiani della rivoluzione degli ayatollah stessero da tempo lavorando per aprire una strada alternativa. E ora la prova di un rinnovato impulso iraniano nello spazio, unitamente al preparare i presupposti di un missile balistico realmente efficiente, sarà nel giugno 2020, o poco dopo, la missione del nuovo Zuljanah. La Persia ci ha ormai abituati a colpi di scena inaspettati.

Foto: Iri, Fars, Sepanews, MBS News, AP, Tashim news Agency, Tehran Times, RIA Novosti e US Navy

 

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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