Le missioni militari italiane tra nuovi impegni e ritiro dall’Afghanistan

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Nell’ambito di quella che è ormai diventata una sorta di “tradizione” (rigorosamente da biasimare!), anche quest’anno la “Deliberazione del Consiglio dei Ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali” e la “Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso, anche al fine della relativa proroga” sono arrivate all’attenzione del Parlamento con grave ritardo.

Un ritardo solo in minima parte giustificabile con la comparsa dell’emergenza legata pandemia da SARS-CoV-2 e che, complessivamente, dimostra quanta strada debba essere ancora fatta per arrivare a una giusta attenzione politica ai temi della Difesa.

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Eppure, con l’approvazione della c.d. “legge-quadro sulle missioni internazionali” (e cioè, L. 145 del 2016), qualche speranza di rendere più puntuale e trasparente anche questo passaggio importante era pur sempre nata. Una trasparenza nei confronti del Paese nel suo complesso ma anche una maggiore puntualità rispetto alle esigenze delle Forze Armate stesse, impegnate in quelle missioni.

Sia dal punto di vista finanziario con il tempestivo afflusso delle risorse necessarie, sia da quello giuridico-normativo ai fini della giusta copertura sotto questi aspetti per il Personale impegnato. Evitando infine il paradosso di operazioni che aspettano l’assegnazione di assetti operativi che non vengono resi disponibili a causa della ritardata autorizzazione parlamentare.

Il dato saliente per il 2020 è costituito dall’avvio di 5 nuove missioni mentre per i mancati rinnovi ci si ferma a 2: più precisamente, la “Temporary International Presence in Hebron” (TIPH2) in Cisgiordania e il dispositivo “NATO Support to Turkey – Active Fence” a difesa dei confini sud-orientali dell’Alleanza, cioè la batteria SAMP-T schierata in Turchia.

Ne risulta che, sommando quanto previsto per le vecchie e per le nuove si raggiungono le 41 missioni con un impegno complessivo di 8.613 militari come consistenza massima e 6.494 come consistenza media contro i 7.358 e 6.290 militari del 2019.In realtà solo 17 di queste missioni possono essere considerate tali a tutti gli effetti, dotate cioè di un contingente numericamente significativo e di proprie strutture di Comando ugualmente rilevanti.

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Il consistente divario tra presenza militare massima e media nei contingenti è un aspetto che non rende certo agevole l’esatta comprensione dell’impegno delle Forze Armate. Inoltre la crescita dei numeri complessivi segna un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni che aveva contribuito ad amplificare lo squilibro fra impegni interni e all’estero del nostro strumento militare.

Per il 2020, i fondi richiesti per sostenere le missioni sono pari a 1.161,3 milioni di euro. Come noto però, con le Deliberazioni in oggetto si vanno a finanziare anche missioni di polizia, altre di natura civile più una serie di interventi di natura varia: di conseguenza, la somma effettiva a carico del Ministero della Difesa è pari a 1.129,4 milioni (1.082 per le missioni da riconfermare, più 47,4 milioni per quelle nuove).

Rispetto allo scorso anno, si registrano così delle differenze tutto sommato modeste: lo stanziamento complessivo era stato infatti pari a 1.130,5 milioni, mentre quello a carico del Dicastero della Difesa di 1.100,8 milioni.

Sempre in tema di risorse, appare utile ricordare come nel totale complessivo ve ne siano alcune che non fanno riferimento alle singole missioni ma che comunque sono riconducibili al Ministero della Difesa.

Nel dettaglio, si tratta delle “Esigenze comuni a più teatri operativi delle Forze Armate” (contratti di assicurazione del personale, di trasporto e di realizzazione di infrastrutture) con 76 milioni, più le “attività di cooperazione civile-militare” (CIMIC), disposte in caso di necessità o urgenza dai comandanti dei contingenti militari, con 2,1 milioni. A questi si aggiunge il contributo annuale per il “finanziamento delle forze di sicurezza e di difesa afghane”, pari a 120 milioni.

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Da conteggiare a parte, ma pur sempre riferibile al comparto Difesa stesso, il supporto info-operativo operativo dell’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna) a protezione del personale delle Forze Armate, con 15 milioni di euro.

Sempre in tema di numeri, un certo interesse lo riveste l’accoppiamento delle singole missioni con le Organizzazioni di riferimento: 12 di queste avvengono in ambito UE, 9 in ambito NATO e 7 in ambito ONU. Ma il dato per certi versi più interessante è che altre 13 si svolgono o in ambito di coalizioni internazionali “ad hoc” o (soprattutto) su base nazionale; con il maggior numero di militari complessivamente impegnati.

Insomma, il segno di una sorta di “emancipazione” o, se si preferisce, di una relativa maggiore autonomia nel perseguire i propri interessi nazionali.

Un dato positivo rispetto alla natura degli impegni militari all’estero dell’Italia che per trovare una sua definitiva maturazione dovrà anche essere in grado di modificare le modalità d’impiego del nostro strumento militare, ancora oggi limitato (se non “castrato”) nello stretto ambito delle “Peace Support Operations” (PSO), del “Capacity Building”, dell’approccio “umanitario-sanitario”, eccetera eccetera…

 

Le nuove missioni del 2020

Come anticipato in precedenza, sono le 5 le nuove missioni per le quali si chiede l’avvio nel 2020. Un paio di queste, anche solo per il numero di militari impiegati, appaiono di ridotta rilevanza. Si tratta della “European Union Advisory Mission” o EUAM Iraq (con appena 2 militari e 0,3 milioni di euro di spesa) e dell’iniziativa della NATO denominata “Implementation of the Enhancement of the Framework for the South” (con 6 militari e 0,4 milioni in termini di fabbisogno). Di ben altro “spessore” invece le altre.

La prima, infatti, è la “European Union Military Operation in the Mediterranean – EUNAVFOR MED Irini”, cioè la forza navale UE subentrata a “EUNAVFOR MED Sophia” e il cui compito principale è (o sarebbe…) quello di far rispettare l’embargo sulle armi imposto alla Libia.

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Qui l’Italia mette a disposizione un mezzo navale, 3 aeromobili e 517 militari come numero massimo (338 in media), per una spesa di 21,3 milioni. Una missione teoricamente importante per il nostro Paese, visto che il Comando ha sede a Roma ed è guidata dall’ammiraglio Fabio Agostini. La realtà però è ben diversa, come testimoniato anche su queste stesse pagine più e più volte.

Inadeguata di fronte alla gravità e alla complessità della crisi libica nonchè drammaticamente superata dagli eventi, di “Irini” oggi si fa davvero fatica a comprenderne appieno la ragion d’essere. Nel segno della grande attenzione per l’Africa anche gli altri 2 nuovi impegni.

In primo luogo per il Sahel, dove si richiede l’invio di un contingente da schierare nell’ambito della Task Force “Takuba”; una forza multinazionale a guida Francese, composta da Forze Speciali e il cui compito principale sarà quello di fornire attività di consulenza, assistenza, addestramento e “mentorship” a supporto delle Forze Armate e delle Forze Speciali locali. Tale Task Force si inserisce in un più ampio sforzo in atto nella regione, posto sotto il “cappello” della “Coalizione per il Sahel” che a sua volta comprende l’”Opération Barkhane” e la “Force conjointe du G5 Sahel” (FC-G5S).

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Per questa missione, l’Italia mette a disposizione 200 militari come consistenza massima, 20 mezzi terrestri e 8 aeromobili per un costo di 15,6 milioni; con lo schieramento previsto a partire da questa estate e raggiungimento della capacità operativa di Task Force nella primavera prossima.

Un dispositivo dunque non esattamente “banale”, anche se (come sempre) la differenza la farà la modalità d’impiego dello stesso; che peraltro, come anticipato dal Ministro della Difesa in fase di dibattito Parlamentare, alla fine si configurerà in modo simile a quello schierato in Iraq (forze speciali ed elicotteri NH-90 e A-129 Mangusta) a supporto delle forze curde, con reparti impegnati in funzione di advise /mentoring a favore delle forze locali e una componente elicotteristica in funzione di supporto anche MEDEVAC.

A margine, si osserva che questa regione è oramai diventata una delle più importanti frontiere nella lotta al jihadismo di matrice Islamica. In questa ottica dunque, appare perfino obbligato un maggiore impegno dell’Italia nell’area, per i suoi riflessi su questioni e aree di nostro interesse strategico. Anzi, sarebbe perfino auspicabile un ulteriore incremento, in modo da acquisire una maggiore voce in capitolo nella regione sia per riequilibrare il preponderante ruolo della Francia, sia in funzione di una possibile razionalizzazione delle varie e “frammentate” missioni già presenti nell’area.

Senonché, per ottenere anche solo una minima parte di quanto appena detto, sarebbe per l’appunto necessario un deciso salto di qualità dello sforzo militare Italiano nel Sahel che però non sembra certo all’ordine del giorno.

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Da ultimo, una novità del tutto inattesa: l’invio di un dispositivo aeronavale nel Golfo di Guinea, destinato ad attività di presenza, sorveglianza, e sicurezza. In particolare, per il contrasto di fenomeni di pirateria, delle attività di organizzazioni criminali ma anche per proteggere gli asset estrattivi dell‘ENI presenti nell’area. Un intervento “pesante”, destinato a operare in una zona di mare che negli ultimi anni ha registrato una preoccupante crescita dei fenomeni sopra descritti e che per il nostro Paese (proprio per effetto delle attività estrattive dell’ENI), riveste un’importanza crescente.

Va però precisato che tale presenza non sarà costante nel corso del 2020: è infatti previsto lo schieramento di una fregata FREMM per un periodo di 30 giorni e uno di un cacciatorpediniere classe Orizzonte per 90 giorni (con un costo di 9,8 milioni). Sempre dallo stesso dibattito parlamentare è peraltro giunta un’ulteriore indicazione, relativa cioè alla volontà italiana di garantire in futuro una presenza continuativa nell’area.

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All’appello delle nuove missioni manca però qualcosa; il Ministro della Difesa aveva infatti annunciato a suo tempo, proprio in Parlamento, l’intenzione di aderire anche alla “European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz” (EMASOH).

Ennesima operazione a guida Francese…, essa nasce allo scopo di garantire la funzione di sorveglianza/protezione al traffico mercantile nel Golfo Persico e, più in particolare, in quel “choke-point” strategico rappresento dallo Stretto di Hormuz. Al suo interno, una nostra partecipazione militare sarebbe stata da ritenersi sostanzialmente corretta; perché avrebbe comunque garantito una nostra presenza in un’altra area d’interesse strategico per il nostro Paese. Sennonché, come rivelato proprio da Analisi Difesa, il tutto sarebbe abortito sulla base di ben poco comprensibili pressioni esercitate dal ministro degli Esteri.

Una vicenda dunque “confusa”, i cui contorni non sono stati chiariti neanche in fase di dibattito parlamentare, laddove si è ribadito l’appoggio politico a tale operazione, ma senza entrare nei dettagli delle (non) scelte fatte. Unica eccezione, l’annuncio di una possibile partecipazione diretta a EMASOH stessa nel 2021.

 

Le missioni confermate in Europa e nel Mediterraneo

Prima di entrare nel dettaglio di quanto proseguirà anche nel 2020, quale ulteriore elemento d’informazione sul quadro complessivo delle nostre missioni all’estero si segnala che il maggior numero di queste si svolge in Africa anche se poi sono quelle in Asia a impegnare più militari. Con l’Europa che, inevitabilmente, svolge ormai il ruolo di “Cenerentola”.

Partendo proprio da questa area geografica è la missione NATO “Joint Enterprise” in Kosovo a richiedere ancora il maggior numero di uomini: 628, più 204 mezzi terrestri e un aereo per una spesa di 80,8 milioni, peraltro con un certo incremento degli organici.

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Limitandosi poi ad analizzare solo quelle di natura militare, sempre nei Balcani si trovano la missione “EULEX Kosovo” (4 militari e un costo di 0,3 milioni) e la “EUFOR ALTHEA” in Bosnia Erzegovina (40 militari, per 1 milione di euro). Ricordata la “United Nations Peacekeeping Force in Cyprus” (UNFICYP) a Cipro (4 militari per 0,2 milioni) è il Mediterraneo a diventare rapido protagonista della scena.

Innanzitutto con l’Operazione Sea “Guardian” in ambito NATO con 280 militari, una nave, un sottomarino e 2 mezzi aerei per un costo di 15 milioni di euro.

Oltre a queste, una serie di conferme e/o potenziamenti a diversi dispositivi, sia carattere nazionale che a carattere NATO incentrati sul “Mare Nostrum”.

Nella prima categoria ritroviamo “Mare Sicuro”, dispiegato nel Mediterraneo centrale e imperniato su di un insieme di assetti complessivamente importanti (754 militari, 6 mezzi navali e 8 aerei von un costo di 79 milioni di euro).

In ambito NATO sono poi diverse le operazioni che vedono coinvolto il nostro Paese; partendo da un’altra a carattere navale, sempre indirizzata al fronte Sud e implementata attraverso la partecipazione alle “Standing Naval Forces” dell’Alleanza Atlantica con 259 militari, 2+1 mezzi navali e 1 aereo al costo di 16,2 milioni. Oltre a queste, si aggiungono anche la missione di sorveglianza dello spazio aereo per l’area Sud-Orientale dell’Alleanza (con 2 aerei e 2,4 milioni), lo schieramento in Lettonia come “enhanced Forward Presence” (200 militari e 57 mezzi terrestri; e 24,6 milioni) e le missioni di “Air Policing” per la sorveglianza dello spazio aereo di alcuni Paesi dell’Alleanza stessa (135 militari e 12 mezzi aerei; 16,6 milioni).

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 Da questo primo quadro, emerge dunque la (ovvia) centralità del Mediterraneo, con mezzi navali e aerei destinati a ben 4 diverse missioni/dispositivi: “EUNAVFORMED Irini”, “Sea Guardian”, “Mare Sicuro” e la presenza nelle “Standing Naval Forces”.

Concetto poi sostanzialmente replicabile sul cosiddetto “Mediterraneo Allargato”; il quale, al netto delle difficoltà croniche insite nella sua esatta definizione/estensione, nel momento in cui registra l’inserimento dei Balcani, della stessa Libia e del Sahel, del Libano e del Medio Oriente nel suo complesso nonché, infine, del Corno d’Africa, finisce con il rappresentare chiaramente il baricentro delle nostre politiche estera e di Difesa.

Anche per effetto degli ingenti interessi economici, energetici e di sicurezza (dal contrasto al terrorismo a quello della pirateria, passando per i traffici di ogni tipo e alla stessa questione dei flussi migratori) per il nostro Paese e presenti in questa vasta regione.

Una regione che peraltro sconta anche una serie di cambiamenti che non possono certo essere ignorati.

Dal minore interesse/impegno USA al maggiore attivismo di potenze più globali (come la Russia) o regionali (come la Turchia). Uno scenario dunque in continuo cambiamento, nel quale solo chi dimostra tempestività e capacità di azione sarà in grado di riempire gli spazi vuoti eventualmente lasciati da altri.

Laddove purtroppo, il nostro stesso Paese sconta con tutta evidenza un cronico “imbarazzo” ad affrontare in maniera puntuale e decisa determinati dossier di politica internazionale; con ancora più fatica quando essi presentano importanti risvolti legati alla sicurezza e a tutto ciò che ne consegue.

Se a questo aggiungiamo le vulnerabilità, criticità e i limiti delle Organizzazioni Internazionali di riferimento per l’Italia stessa (in molti modi evidenziati dall’evento “shock” rappresentato dalla pandemia Covid-19), tutto ciò dimostra quanto i temi legati proprio alla sicurezza, su scala regionale e globale, abbiano bisogno quanto mai di una grande attenzione e cura.

 

Le missioni in Asia

L’aspetto peculiare dell’impegno Italiano in quest’area è rappresento dall’elevato numero di militari impiegati in relativamente poche missioni.

Si parte infatti da quella NATO in Afganistan, e cioè “Resolute Support Mission” (RSM) che vede lo schieramento di 800 militari, 145 mezzi terrestri e 8 velivoli per un costo di 159,7 milioni. Una missione il cui futuro appare però ormai segnato; nel corso infatti dell’audizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa e del Comandante del Comando Operativo Interforze, è emerso che sono stati approntati piani per il ritiro completo entro il giugno 2021.

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Per un rientro che andrà dunque a riguardare tutti i contingenti stranieri (anche se rimane aperta la possibilità di nuove forme di presenza nel Paese), in linea con gli accordi USA-Talebani. Peraltro, va anche aggiunto che la situazione in Afghanistan rimane ancora molto “fragile” e instabile.

Molto consistente anche il contingente schierato in Libano nella missione “United Nations Interim Force in Lebanon” (UNIFIL): qui sono ben 1.076 i militari schierati con 278 mezzi terrestri e 6 velivoli (per 150,3 milioni di euro). A questa si affianca la “Missione Bilaterale di addestramento delle forze di sicurezza Libanesi” (MIBIL); con 140 militari, 7 mezzi terresti e 1 navale (al costo di 6,7 milioni).

La Palestina è protagonista di un paio di impegni militari: la “Missione bilaterale di addestramento delle forze di sicurezza palestinesi” (MIADIT 9) che impiega 33 militari e 9 mezzi terrestri, più “European Union Border Assistance Mission in Rafah” (EUBAM Rafah) con appena 1 militare. Il loro costo totale è di circa 1,5 milioni di euro.

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L’ultimo teatro che ci vede schierati in maniera importante è quello Iracheno nell’ambito della “Operation Inherent Resolve” della coalizione internazionale anti-Isis. A fronte della conferma del contingente impiegato (e cioè, 1.100 militari con 270 mezzi terrestri e 12 velivoli) si segnalano le novità rappresentate dallo schieramento in Kuwait di una batteria SAMP/T e l’invio di assetti aerei specializzati (C-27 JEDI?).

In Iraq è impegnata anche la NATO (“NATO mission in Iraq”) e in questo ambito è presente pure l’Italia con 46 militari con possibili evoluzioni future all’insegna di un maggior ruolo dell’Alleanza Atlantica e (al suo interno) dell’Italia nella formazione e supporto alle forze di Baghdad.

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Da notare che proprio quello in Iraq è l’impegno più costoso (e numeroso) con 263 milioni di euro più altri 3 milioni per la missione NATO.

Ricordata brevemente anche la “United Nations Military Observer Group in India and Pakistan” (UNMOGIP) con soli 2 militari (0,2 milioni di euro), il quadro dello sforzo in atto in Asia si conclude con una missione per certi versi atipica. Nel senso che essa ricomprende militari schierati in diverse basi del Golfo Persico e a Tampa per fornire un ampio supporto ad altre nella regione; in totale, si parla quindi di 126 militari, 10 mezzi terrestri e 2 aerei per un costo di 22 milioni.

 

Le missioni in Africa

L’Africa sta gradualmente conquistando un sempre maggiore interesse per il nostro Paese come testimoniato da gran numero di missioni militari e civili (in totale, 18) lì schierate.

Oltre infatti alle 3 già ricordate (“Implementation of the Enhancement of the Framework for the South”, Task Force “Takuba” e Golfo di Guinea), nel 2020 proseguono ovviamente le diverse missioni in Libia. Limitandosi a quelli di natura militare, la “United Nations Support Mission In Libya” (UNSMIL) in ambito ONU (1 militare) e la “Missione Bilaterale di assistenza e supporto In Libia” (MIBIL) su base nazionale (400 militari, 142 mezzi terrestri e 2 aerei). Il costo totale è di 48 milioni di euro.

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Ora, se da una parte è comunque doveroso sottolineare come una presenza militare costante in questo Paese possa essere considerato un elemento utile per continuare a rivestire un qualche ruolo nella gestione della crisi lo attraversa ormai da anni (per la presenza dell’ospedale da campo dell’Esercito a Misurata, della Marina Militare e per le varie attività svolte, quali l’assistenza alla Guardia Costiera locale e alle attività di sminamento), dall’altra è evidente che la recente e violenta accelerazione di questa stessa crisi ha chiaramente determinato la predominanza di nuovi protagonisti.

Il rischio però evidente è che l’Italia, con il suo atteggiamento non particolarmente “incisivo” in tutti gli ultimi anni possa ritrovarsi a dover affrontare uno scenario profondamente mutato e sfavorevole.

Sempre con riferimento alla Libia, per la sua natura parzialmente militare, occorre tenere conto anche della missione mista tra Guardia di Finanza e Arma dei Carabinieri, che impegna 39 unità di personale della prima e 8 unità della seconda per un costo totale di 10,1 milioni di euro.

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Ricordata la “Missione bilaterale di cooperazione in Tunisia” con 15 militari (1 milione di euro), come già detto piuttosto articolato si presenta ormai l’impegno militare italiano nel Sahel. Si parte infatti dalla missione ONU “Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali” (MINUSMA) con 7 militari, poi la missione UE denominata “European Union Training Mission” (EUTM Mali) con 12 militari, la “EUCAP Sahel Mali” con 16 militari, la “EUCAP Sahel Niger” con 14 militari e infine, la “Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger” che presenta un leggerissimo aumento in termini d’impegno, ora stabilizzato su 295 militari, 160 mezzi terrestri e 5 aerei.

Il costo complessivo dello sforzo in atto nel Sahel è dunque di 46,9 milioni di euro; ai quali aggiungere per l’appunto i 15,6 di “Takuba”.

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Quindi, ci sono le missioni dell’ONU: “Mission for the Referendum in Western Sahara” (MINURSO) con 2 militari e “Multinational Force and Observers” (MFO) in Egitto con 75 militari e 3 mezzi navali. In ambito UE invece l’impegno nella Repubblica Centrafricana (EUTM RCA) con 3 militari. Di queste, ovviamente, quella più importante da un punto di vista economico è la MFO con i suoi 6,5 milioni.

Un’altra area di storico interesse per il nostro Paese è il Corno d’Africa; che vede infatti schierate le missioni UE “EUNAVFOR Atalanta” (407 militari, 2 mezzi navali e 2 aerei), “EUTM Somalia” (con 148 militari, e 20 mezzi terrestri), EUCAP Somalia (15 militari), la missione bilaterale di addestramento delle forze di polizia somale e gibutiane (53 militari e 4 mezzi terrestri) e, infine, il personale schierato presso la base militare nazionale di Gibuti (117 militari e 18 mezzi terrestri). Per EUTM, EUCAP e la base di Gibuti si registrano anche lievi incrementi del Personale impiegato. Il costo tale di questi impegni nel Corno d’Africa è pari a 54,7 milioni di euro; con “EUNAVFOR Atalanta”, “EUTM Somalia” e la base di Gibuti a incidere in maniera più rilevante.

Foto: Difesa.it

 

Giovanni MartinelliVedi tutti gli articoli

Giovanni Martinelli è nato a Milano nel 1968 ma risiede a Viareggio dove si diplomato presso l’Istituto Tecnico Nautico per poi lavorare in un cantiere navale. Collabora con Analisi Difesa dal 2002 occupandosi di temi navali in generale e delle politiche di Difesa del nostro Paese in particolare. Fino al 2009 ha collaborato con la webzine Pagine di Difesa.

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