Sisters in Arms. Donne guerriere dall’antichità al nuovo millennio

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In principio furono le Amazzoni, verrebbe da dire. E in effetti, qualcosa di simile ci fu davvero, agli albori dell’ancora poco nota storia dell’universo militare femminile. Già i Greci si trovarono di fronte donne guerriere nella remota Scizia, oggi fra Ucraina e Russia, dove sbarcavano provenienti dal Mar Nero per rifornirsi di grano. Gli antichi Sciti e i loro “cugini” Sarmati, popoli di cavalieri della steppa che 2500 anni fa spaziavano dalla Crimea alle frontiere della Cina, schieravano fra le loro file numerose donne esperte come arcieri a cavallo. Da lì nacque la leggenda delle Amazzoni, la cui regina Pentesilea sarebbe perfino accorsa in aiuto del re di Troia, Priamo, venendo però uccisa in battaglia da Achille.

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Mitologia a parte, la realtà della ricerca archeologica ha confermato che in molte delle tipiche tombe a tumulo, i cosiddetti Kurgan, che costellano le pianure ucraine, sono sepolte donne con un corredo di armi da guerriero. In particolare, in una necropoli scitica vicino alle foci del Dnepr, sono state scoperte almeno sei tombe in cui riposavano altrettanti scheletri indubbiamente femminili insieme a spade, coltelli e punte di freccia. Molti secoli dopo, ritroviamo donne guerriere nelle antiche società germaniche e specialmente fra i sassoni, i goti e i vichinghi, come confermò a posteriori lo storico medievale danese Saxo Gramaticus.

Le guerriere vichinghe erano chiamate Skjaldmaer e anch’esse sono state confermate dalla ricerca archeologica. Pare che talvolta formassero perfino ciurme di sole piratesse che schiumavano i mari con le navi drakkar. Almeno una di esse arrivò perfino in America al seguito di Leif Eriksson e partecipò, spada in pugno, verso il 1000 a una scaramuccia fra gli scandinavi e i nativi amerindi.

Erano solo gli inizi di una saga, quella delle donne combattenti, destinata a proseguire fino ai nostri giorni. Un’avventura trasversale a svariate epoche, ma tuttavia quasi ignorata dal grande pubblico, nonostante nelle guerre del passato, così come del presente, il ruolo femminile negli scontri in prima linea sia stato molto più importante di quanto finora immaginato dai più. Non fosse che per il fatto che nei secoli passati, prima che il servizio militare femminile venisse gradualmente istituito in molte nazioni, furono migliaia le donne che si arruolarono di nascosto, travestite da uomini, o meglio da ragazzotti imberbi, negli eserciti europei. E presumibilmente solo una parte di esse fu smascherata oppure si rivelò deliberatamente.

A ricostruire questa sorta di fiume carsico della storia militare femminile, dalla vera portata ancora in gran parte sotterranea, arriva per la prima volta in lingua italiana il libro “Sisters in arms”, della ricercatrice britannica Julie Wheelwright, edito da Odoya (pagine 336, euro 22). Certamente, per la memoria storica occidentale, un simbolo noto ai più è l’eroina francese per eccellenza, Giovanna d’Arco, che nel 1429 indossò l’armatura, a soli 17 anni, sostenendo di essere stata chiamata direttamente da Dio per liberare la Francia dagli inglesi e dai loro alleati borgognoni.

Passata alla storia come la Pulzella d’Orleans, combattè in prima fila spronando l’esercito francese e nonostante tutti sapessero che era una donna, non trovarono nulla da ridire, considerando la sua vicenda una eccezionalità di tipo mistico. Soltanto i suoi nemici, dopo averla catturata, considerarono quel suo abbigliarsi da uomo, e perdipiù da soldato, come un “atto abominevole di fronte a Dio”, condannandola alla morte sul rogo sulla piazza di Rouen il 30 maggio 1431. Un modo con cui gli anglo-borgognoni intendevano delegittimarla come eretica, oltre a delegittimare per esteso la dinastia di Francia.

L’abbinamento tra femminilità e combattività in Giovanna d’Arco fu comunque storicamente accettato dalla mentalità del tempo. Si fece per lei uno strappo alla “regola”, ma non così per tutta un serie di anonime soldatesse che si arruolarono per generazioni, costrette a camuffarsi. Svariate le motivazioni. C’era chi voleva seguire in battaglia l’uomo amato, chi voleva, in una sorta di rivalsa sociale, sfuggire alla clausura domestica ricercando avventure in giro per il mondo, per quanto pericolose fossero, e chi, banalmente, era così affamata da tentare il tutto per tutto per la magra, ma sicura, paga del fantaccino.

L’autrice narra decine di storie, rigorosamente documentate. Per esempio le vicende speculari di due donne che combatterono nella guerra civile americana su fronti opposti. La canadese Sarah Emma Edmonds, sotto falso nome Franklin Thompson, si arruolò volontaria nel 1861 con l’esercito unionista, nel 2° Reggimento di fanteria del Michigan, e servì al fronte per due anni, anche come spia, ritornando in abiti femminili dopo la guerra, non prima di aver dato alle stampe un suo memoriale.

Nell’armata confederata militò invece una figlia di immigrati cubani, Loreta Janeta Velazquez, che allo scoppio del conflitto entrò negli Indipendent Scouts come sedicente uomo Harry Buford. Le immagini d’epoca la raffigurano con capelli tagliati corti e perfino baffi finti, prototipo dell’avventuriera del West. Furono questi solo la punta di un iceberg, se è vero che, a detta della Wheelwright, nella sola guerra civile americana combatterono in uniforme almeno 400 donne, fra Nord e Sud.

Fu dopo il 1900 che le donne soldato cominciarono a poco a poco a uscire dalla clandestinità affermandosi sempre più apertamente. Fra le pioniere in questo campo ci furono senz’altro le russe. Già sotto l’ultimo zar, Nicola II, alcune centinaia di donne si offrirono volontarie per combattere contro la Germania del Kaiser.

Fra esse, Marina Jurlova, figlia di un colonnello cosacco, quasi erede degli antichi Sciti, trovò del tutto naturale entrare nel 1915 nel 3° Squadrone ricognitori a cavallo. Ebbe a dire: “Ero una cosacca, avevo il cieco istinto di seguire gli uomini in guerra. Era per me un’avventura, o una specie di avventura, qualcosa che avevo sempre sognato”. Nel 1917 il nuovo governo repubblicano, ma non ancora bolscevico, formò dei battaglioni femminili, uno dei quali difese invano il Palazzo d’Inverno durante la rivoluzione d’ottobre. Di essi fecero parte, fra le altre, Marija Bockareva, che poi passò ai comunisti e fu una delle 50.000 donne che combatterono nell’Armata Rossa durante la guerra civile del 1918-1922.

Nel corso del XX secolo, l’Unione Sovietica e in genere le nazioni del blocco comunista, ma anche Israele e poi gli Stati Uniti eliminarono via via ogni residua remora nell’impiego delle donne nelle forze armate, non solo a scopo di soccorso e ufficio, ma anche in azione bellica. Oggi la presenza femminile nelle forze armate di decine di nazioni è quindi il punto d’arrivo di una lunga e tortuosa storia, su cui il nuovo libro della Wheelwright contribuisce a gettare una luce indagatrice. Sebbene molto sia ancora da scrivere, poiché nel campo della storia delle donne combattenti la ricerca sembra solo agli inizi.

 

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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