Biden ha svilito la NATO: l’Europa batta un colpo

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Quella in Afghanistan è stata una sconfitta cocente non solo per gli USA, ma anche per tutti i loro alleati. Alleati che Biden nel suo discorso auto-assolutorio alla nazione del 16 agosto non ha degnato neanche di un cenno! Forse ha fatto anche bene, perché quegli alleati hanno “seguito” gli USA, ne hanno condiviso i rischi e le perdite, chi più (come i britannici) chi meno (come i tedeschi), ma di fatto non hanno mai avuto voce in capitolo nel processo decisionale che ha portato al ritiro.

Molti ora analizzano gli errori di valutazione di Washington che hanno portato ad una perdita di credibilità epocale. Un vero disastro per la credibilità sia degli USA (che di fatto stanno abdicando al ruolo di super potenza mondiale) sia dei loro alleati.

È anche evidente che il vuoto lasciato dagli USA verrà immediatamente colmato da altri, perché in geo-politica come in fisica i vuoti vengono sempre riempiti. Dalla Cina (in primis) e altre potenze culturalmente rivali dell’Occidente: Russia, Iran, Qatar, Turchia e paesi legati all’Islam Politico. Potenze che faranno affari d’oro con i nuovi padroni di Kabul senza farsi scrupoli per libere elezioni, diritti umani e diritti delle donne.

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Biden sarà, probabilmente, chiamato a pagare le conseguenze di una serie di errori strategici durati vent’anni e in buona parte attribuibili a suoi tre predecessori (Bush, Obama, Trump). Non sappiamo se, politicamente, potrà sopravvivere o meno ai fatti di Kabul degli ultimi giorni, ma in effetti ci interessa relativamente poco.

Più utile guardare ad altri due attori internazionali in questo momento: NATO e UE. È doloroso ammetterlo, ma noi alleati abbiamo fatto la figura dei topi che seguivano il pifferaio magico di Hamelin nella fiaba dei fratelli Grimm. Gli Alleati degli USA (NATO e non) si sono avventurati in un’impresa di cui ignoravano la complessità, confidando sulla potenza USA più che sui propri mezzi e sulla propria disponibilità ad usare tutta la potenza militare che sarebbe stata richiesta.

Nella quasi totalità de casi sono andati in Afghanistan per motivi che nulla avevano a che fare con l’Afghanistan stesso. Alla NATO occorreva sia rinsaldare un link trans-atlantico che appariva sempre più fragile, stanti le preferenze di Bush per le coalizioni dei volenterosi, sia compensare il non aver seguito Washington nell’avventura irachena del 2003. Per i singoli paesi membri si trattava essenzialmente di acquisire meriti nei confronti di Washington al fine di ottenere contropartite della natura più svariata.

Army Sergeant 1st Class Jon Waterhouse, deployed from the 127th Military Police Company, Fort Carson, Colo., provides security near a C-17 Globemaster from Joint Base McGuire-Dix-Lakehurst while the aircrew wait for Army Gen. Martin E. Dempsey, 18th Chairman of the Joint Chiefs of Staff, to return for the next leg of his trip from Kabul International Airport to another location in the region. During Dempsey's first visit to Regional Command-Capital in Kabul, Oct. 20, 2011, he met with Marine Gen. John R. Allen, commander of NATOÕs International Security Assistance Force in Afghanistan (ISAF), and U.S. Army Lt. Gen. Curtis Scaparrotti, ISAF Joint Command commander. Waterhouse is the personal security officer to COMISAF and is a native of Yucaipa, Calif. (U.S. Air Force photo/Master Sgt. Michael OÕConnor/Released)

La Turchia rappresenta un caso a parte, avendo sempre avuto forti interessi in Afghanistan. Interessi che, infatti, continuerà a curare anche dopo la partenza dei militari statunitensi e NATO.

Non avendo una propria agenda nazionale per l’Afghanistan, gli alleati si sono man mano adattati a ciò che veniva indicato e richiesto dagli USA. Rientra in questo anche l’expansion dell’area di operazione delle forze alleate l’International Security Assistance Force (ISAF) dalla sola Kabul all’intero territorio Afghano.

Expansion condotta affrettatamente dal 2004 al 2006 su pressione USA, in un momento in cui ISAF (passata solo nel 2003 sotto comando NATO) non era decisamente pronta, soprattutto quando si trattò di schierarsi nelle regioni a Sud e ad Est di Kabul.  Così, l’anno scorso, gli Alleati hanno accettato senza troppe discussioni la decisione di Trump di concludere l’accordo con i talebani e, come si poteva prevedere già allora, restituire agli “studenti coranici” il controllo del paese.

In fondo, se Washington si ritirava venivano meno sia gli obblighi di solidarietà nei confronti degli USA sia le possibilità operative per gli altri paesi per continuare da soli la missione. Un alibi eccellente per coprire le nostre ipocrisie!

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Oggi però la credibilità della NATO ne esce a pezzi! Il discorso di Stoltenberg del 17 agosto al termine della riunione straordinaria del NAC (North Atlantic Council) è stato ancora più deludente di quello di Biden del giorno precedente.

L’Alleanza Atlantica deve urgentemente e seriamente riconsiderare i propri obiettivi e le proprie procedure decisionali.

Appare, infatti, sempre più evidente come dall’11 settembre in poi gli USA abbiano condotto campagne militari che quando non si sono risolte in fallimenti sul campo hanno comunque comportato ulteriore destabilizzazione di aree già critiche (i casi dell’Iraq nel 2003 e della Libia nel  2011 sono solo i due esempi più emblematici).Crisi le cui conseguenze negative si ripercuotono ben più seriamente sull’Europa  che sul Nord America.

Si potrebbe dubitare anche del supporto USA agli alleati della NATO in caso di operazione “articolo 5”. Ciò non solo in virtù delle dichiarazioni di Trump al riguardo, ma soprattutto per il poco lusinghiero record statunitense di “abbandono” degli alleati quando “ci si stanca di fare una guerra lontana”.

Record di cui in questi giorni i media e soprattutto i social riportano impietosamente svariati esempi, da Saigon a Kabul! Chi scrive ritiene che non ci sia assolutamente da dubitare dell’intervento USA in Europa in caso di attacco da parte della Russia. Peraltro, qualche legittima perplessità potrebbe sorgere nel caso di ”eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza” (tanto per citare Badoglio).

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Soprattutto appare chiaro che gli obiettivi geo-politici statunitensi sono sempre più divergenti da quelli degli Europei. Il loro competitor principale è oggi la Cina (grande vincitrice della “campagna di Afghanistan” ) e il loro potenziale “campo di battaglia” è l’Indo-Pacifico.

L’instabilità nel Sahel preoccupa noi, non Washington. La dissoluzione di Siria e Iraq preoccupa noi, non Washington.

Pur avendo lavorato per molti anni in alti comandi NATO, chi scrive non può non riconoscere come la crescente divergenza di interessi strategici tra le nazioni sulle due sponde dell’Atlantico renda sempre meno efficace la NATO come “foro decisionale” per la gestione di crisi diverse dal famoso “articolo 5” del Trattato di Washington che prevede l0intervento in armi di tutti gli stati membri dell’Alleanza in caso di attacco a uno di essi.

L’ennesima debacle nella credibilità USA non aiuta.  Intendiamoci: i militari americani hanno operato egregiamente in Afghanistan come in tutti gli altri teatri operativi dove sono intervenuti. Hanno operato accettando rischi ben maggiori e ottenendo risultati tattici superiori a quelli di qualsiasi altro esercito alleato. La debacle è stata il risultato di una discutibile gestione politica dell’operazione e, probabilmente, di una incapacità di comprendere il contesto storico, sociale e culturale afghano.

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La NATO ha fallito non tanto in Afghanistan, bensì a Bruxelles e precisamente al NATO Headquarters, che non è una struttura militare, bensì politico diplomatica.  Mentre dall’avamposto più sperduta sino al Supremo quartier generale alleato (SHAPE) le “redini” dell’operazione si snodano lungo una complessa, ma efficiente, catena di comando “militare”.

Al NATO Headquarters gli intendimenti operativi e le linee di condotta del comandante supremo delle forze alleate in Europa (SACEUR, un generale a “quattro stelle” sempre statunitense) devono essere sottoposte al vaglio delle nazioni ed essere da loro approvate all’unanimità. Ora parrebbe evidente che tale vaglio forse sia stato più formale che altro, con una passiva accettazione della linea di Washington.

Comprensibile, se si considerano i rapporti di forza, ma terribilmente dannoso per la credibilità di una Alleanza che fonda la sua forza sulla promessa fatta a tutti i paesi membri di pari dignità.

Non aiuta la permanenza in carica dell’attuale Segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, da sempre percepito da molte nazioni europee come troppo prono agli interessi di Washington.

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Inoltre, non si può dimenticare che da due decenni l’atteggiamento di Washington nei confronti della coesione atlantica è stato di scarsa considerazione. Bush junior lanciò la politica delle “coalizioni di volenterosi” a guida USA (“the mission defines the coalition”), di fatto mettendo in soffitta la NATO.

Trump ha ripetutamente descritto gli alleati come “parassiti” che approfittavano della protezione dello Zio Sam, e anche all’epoca di Obama i rapporti tra USA e NATO non erano idilliaci. Più grave ancora, Biden il 16 agosto ha dichiarato che d’ora in poi gli “USA interverranno solo dove i loro interessi nazionali sono in gioco”. Quindi, non interverranno quando si tratta di solo difendere “ideali, valori, principi comuni”! Peccato che sia proprio la comune disponibilità a combattere per difendere questi ultimi il collante su cui dovrebbe reggersi l’Alleanza Atlantica, soprattutto dopo la caduta del muro” di Berlino.

In questo contesto, le principali nazioni dell’Europa occidentale (Germania, Francia, Italia e Spagna) dovrebbero “spingere” per l’acquisizione di una maggior rilevanza in politica estera e militare da parte della UE. In considerazione della grave perdita di credibilità della NATO, che ha seguito acriticamente gli USA lungo una strada che avrebbe inevitabilmente portato al fallimento sia strategico sia tattico, è oggi necessario che la UE si renda credibile anche nella sua dimensione militare, oggi ancora allo stato  larvale, ed assuma alcune delle competenze che oggi sono della NATO.

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Lasciando per il momento da parte le operazioni “articolo 5”, per le quali è necessario continuare ad avvalersi della struttura NATO, l’UE potrebbe sicuramente subentrare per gestire in autonomia politica, strategica e operativa tutte le situazioni di crisi del così detto “Mediterraneo Allargato” e comunque dove i paesi europei abbiano interesse ad intervenire militarmente, incluse le attuali operazioni NATO in Kosovo e Iraq.

È ovvio che l’acquisizione di una tale capacità richiederebbe anche investimenti finanziari non indifferenti per portare l’UE ad una autosufficienza nei troppi settori strategici ad elevata tecnologia in cui ancora gli alleati dipendono dagli USA.

Sarebbe oneroso, ma non sarebbe impossibile e comunque appare sempre di più una scelta obbligata. Nonostante le sfide che simili scelte impongono occorre rendersi conto delle difficoltà di continuare ad operare nella gestione delle crisi con una NATO in cui attori di grande peso, non solo gli USA ma, in misura minore, anche la Turchia, hanno interessi geo-politici troppo spesso contrastanti rispetto a quelli dell’Italia o di altri stati europei.

Inoltre, la UE avrebbe la capacità di esprimere anche capacità “non militari” (in campo economico, culturale, sociale) indispensabili per realizzare quel “comprehensive approach” alla gestione delle crisi che in Afghanistan è totalmente mancato.

Non si tratterebbe di “tradire“ la NATO, bensì di consentirle poggiare veramente su due pilastri (uno americano e uno europeo) commisurabili per forza politica e credibilità militare.

Non sono trasformazioni che si fanno in poco tempo, ma è il caso che la debacle afghana almeno ci faccia aprire gli occhi e induca a cominciare a lavorarci. Che a Washington e ad Ankara piaccia o meno.

Foto US DoD e Casa Bianca

 

 

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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