La Cina in cerca di basi militari all’estero

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Fonti stampa riportano spesso l’intenzione della Cina di costruire una serie di basi militari in tutto il mondo anche se ad oggi Pechino è presente ufficialmente con le sue forze solo a Gibuti, piccolo ma importante paese del Corno d’Africa, tra il Golfo di Aden e l’imboccatura del mar Rosso.

La Cina starebbe cercando di estendere una logistica d’oltremare più solida e un’infrastruttura di base per consentire alle sue forze armate, PLA (esercito di liberazione popolare), di proiettare e sostenere la potenza militare a distanze maggiori, per garantire i crescenti interessi all’estero della Repubblica popolare cinese e portare avanti i suoi obiettivi di politica estera.

Recentemente, molti sostengono che nella Guinea Equatoriale, paese africano ricco di petrolio sulla costa atlantica, la Cina potrebbe costruire nei prossimi anni un porto a uso militare e commerciale fornendo così a Pechino l’accesso militare al medio Atlantico. Cina e Guinea Equatoriale hanno firmato un memorandum d’intesa (MOU) sulla Belt and Road Initiative (BRI) alla fine del mese di novembre dello scorso anno.

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Tale presenza potrebbe avere implicazioni geopolitiche di vasta portata. L’ambizione di Pechino è quella di diventare una potenza militare dominante e l’attore economico più potente del mondo entro la metà di questo secolo ed è sicuramente sulla buona strada. Questa aspirazione richiede una forza navale più capace e di ampio raggio e una rete logistica e di comunicazione in grado di supportarla.

La Cina ha importanti interessi politici ed economici in Africa, soprattutto per quanto riguarda l’accesso alle risorse naturali, il commercio e il mercato, ed è impegnata per la sicurezza degli investimenti cinesi. Ha storicamente mantenuto un approccio passivo alle questioni di sicurezza in Africa, ma gli investimenti e la presenza dei cittadini cinesi nel continente ha portato Pechino ad assumere un ruolo più attivo nella sicurezza regionale, ne è la dimostrazione la realizzazione della sua prima base militare all’estero a Gibuti in 2016.

I cinesi sono impegnati anche nella vendita di armi e materiale ai paesi africani, diventando un attore chiave in questo settore. Il principio di non interferenza dichiarato dalla Cina in politica estera fornisce ai paesi africani l’accesso alle armi indipendentemente dalle dinamiche interne. Finanziamenti e prezzi flessibili la rendono anche un fornitore attraente di armi leggere e di piccolo calibro. Tra il 2016 e il 2020, secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) 21 nazioni subsahariane hanno ricevuto armi importanti da Pechino.

La Cina rappresenta il 20% delle importazioni di armi degli stati di questa regione, posizionandosi dietro la Russia (con il 30 per cento) ma davanti alla Francia (9,5 per cento) e agli Stati Uniti (5,4 per cento).

Secondo quanto riportato da uno studio della RAND Corporation, la Cina utilizza, al pari degli Stati Uniti, l’addestramento militare offerto ai paesi amici per coltivare e rafforzare legami con gli attuali e futuri leader della sicurezza africana. Il PLA gestisce circa 70 accademie militari in Cina, di cui circa la metà offre addestramento al personale militare straniero. Secondo una stima, circa 2.000 ufficiali di 40 paesi africani si addestrano in Cina ogni anno.

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La Cina è il principale partner commerciale dell’Africa subsahariana che ha ricevuto ingenti investimenti economici da Pechino negli ultimi dieci anni, in gran parte sotto forma di prestiti da governo a governo, che hanno finanziato progetti d’infrastrutture economiche e sociali, principalmente trasporti, energia, telecomunicazioni e acqua. 39 paesi dell’Africa subsahariana hanno aderito alla Belt and Road Initiative cinese. (Dalla sua creazione, ben 140 paesi hanno firmato documenti di cooperazione riguardante la BRI).

Le opinioni più ciniche sugli investimenti cinesi nel continente includono l’idea della “diplomazia della trappola del debito”, in base alla quale i prestiti cinesi indebitano deliberatamente i paesi per consentire alla Cina di ottenere vantaggi strategici, come porti o concessioni minerarie.

Secondo la Relazione annuale 2021 del Dipartimento della Difesa USA al Congresso, la Cina, oltre a promuovere l’iniziativa della BRI ha iniziato a cercare nuove partnership di sicurezza cooperativa con paesi stranieri, inclusa l’estensione della presenza dell’addetto militare a livello globale del PLA, l’allargamento delle partnership strategiche e assicurandosi più fonti di energia e risorse strategiche affidabili, convenienti e diversificate.

La Cina è proiettata anche nei paesi insulari dell’Oceano Pacifico poiché la regione rappresenta una ricca opportunità dal punto di vista commerciale, diplomatico e geostrategico.

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Nel mese di dicembre dello scorso anno, il governo cinese ha ospitato un vertice sulla pesca, con rappresentanti delle nazioni delle isole del Pacifico, durante il quale la Cina si sarebbe offerta di investire nei paesi delle isole del Pacifico “nelle aree della pesca, dell’acquacoltura, della riparazione e costruzione di pescherecci e di porti”.

Le zone di pesca della Cina sono state gravemente impoverite da anni di sfruttamento intensivo e selvaggio. Dietro gran parte di questo impegno commerciale, tuttavia, c’è stata la decisione dei governi regionali di recidere i legami con Taiwan.

Nel 2019, le Isole Salomone hanno abbandonato il riconoscimento di Taiwan, seguite quattro giorni dopo da Kiribati. Taipei sostiene che Pechino si è assicurata queste vittorie diplomatiche attraverso offerte di aerei e fondi per lo sviluppo a entrambi i paesi.

Anche qui, una maggiore presenza nel Pacifico della Cina potrebbe erodere l’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione. Gli Stati Uniti, insieme ad Australia e Nuova Zelanda hanno sempre esercitato una certa influenza sulle isole del Pacifico, ma attualmente, numerosi paesi della regione hanno già aderito alla Belt and Road Initiative (BRI).

Washington teme che la Cina possa utilizzare i progetti BRI come leva per stabilire basi militari nella regione, con tutti gli effetti facilmente intuibili.

A Gibuti, Pechino vanta alcuni successi come il grande porto multiuso di Doraleh, la linea ferroviaria tra Gibuti e l’Etiopia e il gasdotto tra i due paesi. Il paese ospita anche la Zona di libero scambio internazionale, dove le aziende possono operare senza pagare l’imposta sul reddito, l’imposta sulla proprietà, l’imposta sui dividendi o l’IVA. In totale, la Cina ha speso 14 miliardi di dollari (11,8 miliardi di euro) in investimenti e prestiti per Gibuti tra il 2012 e il 2020. Ma il dinamismo cinese mira anche altre regioni del globo.

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Nella isola Great Coco (Myanmar), ci sarebbero strutture marittime e radar cinesi per monitorare le attività della Marina Indiana basata nelle vicine isole Andamane. E’ dall’inizio degli anni ’90 che ci sarebbero segnalazioni sulla presenza della Cina su quelle isole ma Mynamar, ha sempre negato.

Una base nelle Isole Coco offrirebbe a Pechino un vantaggio strategico rilevante nella regione, considerata la vicinanza allo stretto di Malacca che è un punto cruciale per le rotte globali di approvvigionamento di petrolio dal Golfo.

Il porto pakistano di Gwadar (Pakistan) è stato costruito con la forte assistenza della Cina ed è considerato un progetto fondamentale del Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), un investimento di circa 46 miliardi di dollari, attraverso il quale l’importazione e l’esportazione di merci dalla Cina possono essere effettuate senza intoppi via terra attraverso il Pakistan fino allo Xinjiang.

Ciò ridurrebbe efficacemente la necessità per Pechino di dipendere dalla rotta marittima più lunga attraverso lo stretto di Malacca. Non ci sarebbero conferme di eventuali presenze militari cinesi a Gwadar, ma non si può di certo escludere che possa avvenire in futuro.

Nel mese di ottobre dello scorso anno, Cina e Tagikistan avrebbero raggiunto un accordo in cui la parte cinese avrebbe accettato di fornire circa 8,5 milioni di dollari per la costruzione di una base paramilitare sotto il controllo del Ministero degli affari interni tagiko. Per Pechino si tratta di un investimento per proteggere la BRI che passa nella regione e il rafforzamento della sicurezza dello Xinjiang che confina con il Tajikistan.

Foto: PLA, CSS e TISS

 

Nato a Cassino nel 1961, militare in congedo, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali. Si occupa di Country Analysis. Autore del Blog 38esimoparallelo.com, collabora con il Think Tank internazionale “Il Nodo di Gordio”. Alcuni suoi articoli sono stati pubblicati su “Il Giornale.it", “Affari Internazionali”, “Geopolitical Review”, “L’Opinione”, “Geopolitica.info”.

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