I contractors dell’intramontabile Erik Prince tra Libia, Afghanistan e Ucraina

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Seppur “oscurato” dalle sempre più popolari gesta del Gruppo Wagner, Erik Prince non ha mai perso quel ruolo di pioniere delle Compagnie Militari e di Sicurezza Private – PM&SC – rivestito da almeno 18 anni a questa parte.

Diverse recenti inchieste, infatti, dimostrano come il fondatore della Blackwater abbia cercato di portare avanti i propri affari in varie zone calde del mondo, con la consueta innovatività, imprenditorialità e spregiudicatezza.

Dalla fallita fornitura di aeromobili, armi e sicari al generale libico Khalifa Haftar, ad un considerevole tentativo di espansione nel complesso militare industriale ucraino, passando per il caos dell’aeroporto di una Kabul assediata dai talebani, negli ultimi 3-4 anni Prince non è decisamente rimasto con le mani in mano.

Anzi, oltre a bacchettare Washington per gli insuccessi ed impreparazione nell’affrontare minacce ibride, ha pronosticato un incessante ruolo strategico per le PM&SC.

 

Una intro su Prince

Erik Prince, ex Navy SEAL e fondatore della Blackwater, tra il 1997 e il 2010 ha ottenuto circa 2 miliardi di dollari in contratti governativi da parte di Washington; principalmente per supportarne le truppe dispiegate in Iraq e Afghanistan. Altri 600 milioni li ha incassati dalla CIA per contratti classificati e, ben presto, la sua compagnia di sicurezza privata è diventata la più grande tra quelle contrattualizzate dal Dipartimento di Stato americano.

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Dopo che la Blackwater è stata bandita dall’Iraq per la strage di piazza Nisour – il 27 settembre 2007 i suoi  contractors hanno aperto il fuoco sui civili a Baghdad, uccidendone 17 e ferendone altri 20, Prince l’ha venduta a fine 2010 e si è trasferito ad Abu Dhabi.

Lì, per conto del principe ereditario Mohammed bin Zayed, ha costituito una “legione straniera”, composta principalmente da colombiani, per rafforzare le Forze Armate degli Emirati Arabi Uniti.

Nel 2014 ha co-fondato Frontier Services Group (FSG), società di Hong Kong leader nella fornitura di servizi di sicurezza integrata, logistici, assicurativi ed infrastrutturali per clienti attivi in mercati di frontiera. Una realtà di cui Prince è stato vicepresidente fino al 13 aprile 2021 e che gli ha procurato tutta una serie di ripercussioni. L’azionista di maggioranza di FGS, il fondo d’investimento della Repubblica Popolare Cinese CITC Group, infatti, l’ha posto in una delicata posizione tra Washington e Pechino.

In questi anni Erik Prince è stato coinvolto – a vario titolo – anche in numerose altre vicende: commercio di petrolio e minerali in Africa, addestramento di una forza antipirateria in Somalia, costituzione di una squadra di sicari per la CIA e trasformazione di aerei agricoli in piattaforme d’attacco leggero da offrire come soluzioni per la counterinsurgency.

Quando Donald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, Prince, che aveva donato almeno 250.000 dollari per la sua campagna elettorale ed era uno dei suoi principali sostenitori, nonché fratello del segretario all’istruzione Betsy DeVos, aveva proposto un piano per la privatizzazione della guerra in Afghanistan.

Un’alternativa, a detta sua, all’inconcludente e dispendiosa ventennale presenza della NATO nella “tomba degli imperi”.

E ancora, nel gennaio 2017 Prince ha incontrato alle Seychelles Kirill Dmitriev, dirigente del Russian Direct Investment Fund per stabilire – presumibilmente – un canale di comunicazione informale tra Vladimir Putin e il neoeletto presidente Trump.

Nel 2020 avrebbe, addirittura, offerto al Gruppo Wagner aerei da ricognizione e forze di terra per operazioni in Mozambico e Libia. Notizia per cui Prince ha intentato causa per due volte presso corti federali contro The Intercept, defininendola falsa e diffamatoria.

Da ultimo, a inizio febbraio il The New York Times ha riferito che, nell’estate 2018, Prince aveva raccolto fondi per un’operazione – Project Veritas – mirata ad infiltrare agenti sotto copertura in gruppi progressisti, democratici e di altri oppositori dell’ex presidente Trump al fine di screditarli. Un ruolo, quello di Prince, che non era stato finora precisato.

Nel frattempo la Blackwater ha cambiato più volte nome – Xe Services nel 2009 e Academi dal 2011 – e, pur offrendo la stessa tipologia di servizi, si è preoccupata di tagliare qualunque rapporto con Prince e la precedente dirigenza per ripulire la propria immagine.

 

Project Opus

A fine ottobre il webzine americano The Intercept ha pubblicato un articolo su di un’indagine in corso dell’FBI per appurare il coinvolgimento di Erik Prince nella tentata fornitura di aeromobili militari, armi, equipaggiamenti e una squadra di sicari al generale libico Khalifa Haftar.

Un piano da $80 milioni, attuatosi tra la primavera e l’estate del 2019, su cui un recente rapporto delle Nazioni Unite ha fatto luce, accertando violazioni dell’embargo sulle armi in Libia da parte di Prince e collaboratori.

Il Project Opus, presentato personalmente dall’ex SEAL ad Haftar in un ristorante del Cairo nell’ aprile del 2019, prevedeva la creazione di una forza d’attacco marittima dotata di gommoni, elicotteri, aerei ed una squadra di sicari.

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Nell’ambito di una più ampia operazione di supporto al generale ribelle contro il Governo riconosciuto dall’ONU, i compiti della task force privata sarebbero stati quelli di intercettare carichi di armi turche diretti a Tripoli via mare e la cattura o eliminazione di – almeno 11 – personalità militari o politiche rivali.

A metà giugno, però, il piano ha subito una battuta d’arresto determinante.

I primi di 9 elicotteri – 3 AH-1F Cobra – che Christiaan Durrant, collaboratore ed amico di Prince doveva acquistare dai militari giordani e inviare a Benghazi, mancavano delle licenze di esportazione firmate; o meglio, dei certificati di destinazione finale che attestassero dove, a chi e per quale motivo venivano trasferiti.

A nulla sono servite le rassicurazioni di Durrant e le telefonate di Prince che, forte di conoscenze di lungo corso presso la casa reale ashemita, aveva cercato di convincere le autorità giordane che gli elicotteri dovevano essere impiegati in una missione umanitaria. La fumosità delle sue spiegazioni e l’insolita filantropia, però, avrebbero indotto i funzionari a condurre ulteriori verifiche e a porre definitivamente fine alla vendita degli elicotteri.

In tutta fretta si è dovuto, quindi, ricorrere ad un Piano B: acquistare tre Super Puma e tre Gazelle in Sudafrica – al prezzo di 18 milioni di dollari– e inviarli in Libia.

Gli elicotteri di rimpiazzo, però, erano vecchi, disarmati e completamente differenti da quelli previsti dal contratto. Haftar si sarebbe infuriato facendo scortare ai loro alloggi i contractors che, nel frattempo, erano arrivati in Libia tra il 25 e 26 giugno.

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Preoccupati per la loro incolumità, il 29 giugno gli 11 sudafricani, 5 britannici, 2 australiani ed un americano hanno lasciato Benghazi a bordo di due gommoni a scafo rigido MRC-1250.

Prince e Durrant, a quel punto, hanno indirizzato i loro sforzi verso Washington, contattando politici ed esponenti dell’amministrazione Trump per riattivare l’operazione, cercando anche l’appoggio della CIA.

Con l’aiuto di Langley, infatti, sostenevano di poter scalzare il Gruppo Wagner che stava “corteggiando” Haftar, offrendogli lo stesso supporto per superare la situazione di stallo in cui versavano le sue truppe. La CIA, però, non ha voluto ascoltarli.

Oltre agli elicotteri Cobra e MD530 Little Birds, tra i mezzi previsti per il Project Opus vi erano anche un Antonov AN 26B, un Pilatus PC6 per attività di ricognizione ed intelligence ed un aereo d’attacco leggero LASA T-Bird; tutti e tre di società riconducibili a Prince.

Il LASA T-Bird in particolare, arrivato ad Amman nel giugno 2019, era uno dei due aerei agricoli convertiti da Prince in aerei d’attacco leggero. L’insolito velivolo, di cui al mondo esistono solo due esemplari – quelli realizzati da Prince, appunto, dopo il fallimento dell’operazione è stato trasferito a Cipro, dove è stato ispezionato da agenti dell’FBI nell’ottobre 2021.

Nonostante ciò, l’ex patron di Blackwater ha ripetutamente negato qualunque coinvolgimento nel Project Opus o di aver mai incontrato o parlato con il generale Khalifa Hatar. Ha aggiunto, inoltre, che il rapporto ONU che insinua diversamente, si basa su di un’indagine incompleta e fonti distorte.

 

Espansione in Ucraina

 Un’inchiesta del Time pubblicata ad agosto 2021 ha fatto emergere un altro progetto di Erik Prince; per espandersi nel complesso militare industriale ucraino.

Il 23 febbraio 2020 Prince ha manifestato a Igor Novikov, uno dei più importanti consiglieri del presidente ucraino Zelensky, l’intenzione di creare una PMC in cui far confluire migliaia di veterani ucraini, temprati ormai da anni di guerra nel Donbass.

Ha inoltre riferito di voler costituire una società per produrre munizioni e di acquisire le principali società aeronautiche ed aerospaziali del Paese, per unirle in un “consorzio di difesa aerea verticalmente integrato” in grado di competere con giganti internazionali come Boeing e Airbus.

Operazioni queste, che avrebbero potuto generare 10 miliardi di dollari in introiti ed investimenti e conferire a Prince un ruolo determinante nel complesso militare industriale ucraino proprio in questi tempi di costante tensione con la Russia.

Gli ucraini, però, si sarebbero mostrati alquanto riluttanti a collaborare, a causa dei suoi rapporti con personaggi legati alla Russia come Andriy Artemenko e Andriy Derkach.

Artemenko, fornitore di trasporti aerei prima e socio di Prince poi, è inviso a Kiev per aver più volte proposto di togliere l’embargo di armi alla Russia – riprendendo quelle forniture di ricambi e motori di aerei ed elicotteri di cui Mosca ha tanto bisogno – in cambio di un impegno a trovare un accordo per l’Ucraina orientale e la Crimea.

Derkach, parlamentare ucraino, dopo essersi diplomato alla Scuola Superiore Dzerzhinsky del KGB a Mosca, ha lavorato in ambito aeronautico, diventando anche consigliere del Primo Ministro ucraino. Tra i suoi compiti lo sviluppo del settore aeronautico e ingegneristico del Paese.

I due, che hanno giocato un importante ruolo nel progetto di Prince, sono attualmente indagati a New York per il presunto coinvolgimento nel tentativo russo di influenzare le elezioni presidenziali americane del 2020.

Tornando al progetto di Prince, Derkach si è detto decisamente intrigato dalla visione lungimirante dell’imprenditore americano, per non parlare dei suoi contatti in giro per il mondo: autocrati e signori della guerra africani e mediorientali che avrebbero potuto diventare ottimi clienti per armi e mezzi ucraini.

Tuttavia, il progetto non teneva conto della corruzione endemica nel Paese: difficilmente i boss e oligarchi che controllavano la maggior parte del complesso militare industriale sarebbero stati disposti a cooperare o a cedere potere.

 

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All’inizio dell’estate 2020 l’Ucraina ha mosso i primi passi per consolidare la collaborazione con Prince. Durante una sua visita nel Paese, nella settimana del 15 giugno 2020, ha incontrato diversi alti funzionari della difesa e intelligence; tra questi il capo dell’ufficio del presidente Zelensky, Andriy Yermak che l’ha messo in contatto con uno studio legale di Kiev per preparare un quadro normativo per l’accordo.

Particolarmente dolente il tasto Motor Sich. Prince, infatti, puntava già da tempo la società ucraina produttrice di motori per aerei, della quale i cinesi avevano già comprato quote per 700 milioni di dollari tra il 2016 e 2017.

Una realtà, questa, che a Pechino serviva per sviluppare la propria aeronautica e per cui Washington faceva pressioni su Kiev, affinché non ne concludesse la vendita. Prince si è, allora, presentato come l’alternativa americana, offrendosi di sottrarre Motor Sich ai cinesi.

Mentre gli avvocati cercavano di aggrapparsi ad un intoppo normativo – la mancata approvazione dell’acquisizione cinese da parte dell’antitrust – per consentire all’Ucraina di riprendere il controllo di Motor Sich e rivenderla ad un altro investitore, Prince e collaboratori hanno inviato due versioni di un dettagliato business plan.

La prima, datata 23 giugno 2020, riguardava l’acquisizione di Motor Sich, che avrebbe richiesto 50 milioni di dollari per una quota di minoranza e altri 950 milioni per il 76% dell’azienda.

Il tutto con denaro proveniente da Windward Capital, veicolo d’investimento presumibilmente già utilizzato in passato.

La seconda, del 29 giugno 2020, si riferiva al complesso militare industriale ucraino, proponendo un’acquisizione della Antonov – costruttrice di aerei cargo – e il rimpiazzo del suo CEO con un dirigente di una società di Artemenko.

Una parte del business plan prevedeva anche una partnership tra l’intelligence ucraina e la Lancaster di Christian Durrant per la realizzazione di un centro d’addestramento all’avanguardia e di una società di servizi specializzati – termine gergale per Private Military Operations – che si sarebbe occupata di pianificazione strategica, logistica, gestione del rischio, addestramento forze di sicurezza e consulenza per l’Ucraina.

Tuttavia, una serie di intoppi hanno rallentato i progetti di Prince e, al momento, risulta impossibile stabilirne il livello di avanzamento: dalla presenza di “offerte di partecipazione,” – presunte tangenti da circa 35 milioni di dollari all’anno per corrompere funzionari governativi – alla sconfitta di Trump e ritorno di un’amministrazione democratica alla Casa Bianca.

Pur avendo ricevuto cospicui contratti anche dal presidente Obama, difficilmente Prince troverà chissà quale genere di sostegno da parte di Biden. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato, infatti, che gli Stati Uniti supporteranno il tentativo di bloccare la vendita di Motor Sich ai cinesi, ma hanno evitato di prendere posizione su chi dovrà acquistarla o di esprimersi su Erik Prince.

 

Digital Dunkirk

 Nei drammatici giorni della caduta di Kabul e del completamento del ritiro delle truppe occidentali, Erik Prince ha offerto agli afghani che avevano collaborato con NATO e Stati Uniti – e, quindi, a rischio ritorsioni dei talebani – una serie di opzioni a pagamento per raggiungere l’aeroporto della capitale e lasciare il Paese.

Il programma di evacuazione avviato dalla Coalizione – ribattezzato Digital Dunkirk – è diventato, infatti, sempre più complesso col passare del tempo: dall’annuncio dei talebani di non voler più far partire i propri connazionali, alla priorità di evacuazione per gli occidentali ancora presenti nel Paese, nonché ad ulteriori difficoltà logistiche e burocratiche per le quali numerosi aerei sono partiti semi-vuoti.

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E così, Prince forniva l’imbarco su di un charter al prezzo base di 6.500 dollari, con tutta una serie di maggiorazioni qualora, per esempio, si fosse reso necessario un prelevamento dei clienti dalla propria abitazione e trasferimento in aeroporto, in sicurezza.

Cifre ritenute alquanto proibitive, anche per molti degli afghani più facoltosi che avevano lavorato per la comunità internazionale e che ha portato lo stesso portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki a commentare aspramente l’intera vicenda: “Non penso che un essere umano dotato di un cuore e anima sosterrebbe sforzi per trarre profitto dall’agonia e dal dolore di persone che cercano di lasciare un Paese e temono per le loro vite.”.

 

Il futuro delle PMSC

A fine dicembre Erik Prince è stato invitato da Asia Times ad esprimere il suo autorevole – anche se non propriamente disinteressato – parere sul mondo delle Private Military & Security Companies e la possibilità di un loro continuo ruolo strategico.

Basandosi su di una serie di eventi significativi accaduti tra il 2021 e i primi mesi del 2022 – ritiro dall’Afghanistan, tensioni tra Cina e Taiwan e tra Russia e Ucraina – il fondatore di Blackwater ha fatto una serie di considerazioni sull’incapacità, ormai, dell’Occidente di affrontare e vincere le guerre contemporanee e future; siano esse di ridotta o vasta portata, che di breve o lunga durata.

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Secondo Prince le politiche di prioritarizzazione di tattiche e forze americane rispetto a quelle locali, la conduzione di grandi guerre con unità convenzionali, spese eccessive e relativi strascichi burocratici hanno portato gli Stati Uniti a sconfitte militari e di politica estera che vanno dalla guerra del Vietnam, alla Somalia fino all’Afghanistan.

Da forze armate che cercano di accaparrarsi allocazioni di budget sempre crescenti e i cui generali e loro staff si addestrano con war games basati su armi convenzionali e deterrenza strategica, bisognerebbe, quindi, passare ad una migliore gestione dei conflitti e a meccanismi più efficaci per evitarli seguendo, ad esempio, un modello ibrido.

In questo modo li si potrebbe contenere – e dominare – a livello tattico, attraverso l’impiego di truppe locali e/o forze per procura più piccole, agili ed efficaci. Soggetti non convenzionali – unità di intelligence, forze speciali e, soprattutto, private military contractors – in grado di offrire opzioni di negabilità plausibile, scongiurando grandi guerre o scontri tra Stati.

Il che, puntualizza Prince, visto quanto recentemente emerso da uno studio del Belfer Center della Kennedy School di Harvard, converrebbe caldamente anche alle Forze Armate americane: in 18 simulazioni di guerra elaborate dal Pentagono su Taiwan, queste hanno perso ben 18 a zero contro i cinesi!

Tra i maggiori critici delle fallite avventure militari americane dell’ultimo mezzo secolo, anche per la sconfitta in Afghanistan, Prince, addossa la colpa all’establishment militare americano e ai suoi processi e politiche troppo convenzionali.

Dopo la cacciata dei talebani, ottenuta grazie a truppe locali, guidate dalle forze speciali statunitensi e britanniche e supportate da un enorme potere aereo, infatti, sono scese in campo le truppe convenzionali, replicando la fallimentare strategia sovietica per i successivi 19 anni e mezzo.

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La soluzione privata proposta da Prince – l’inserimento di contractors tra le unità afghane, un supporto aereo efficace e garantito ed uno stretto controllo della logistica – aveva suscitato un iniziale interesse di Trump, salvo poi essere affossata da una “costellazione di generali molto convenzionali” che circondavano un presidente “molto anticonvenzionale.”

Lo schieramento di veterani delle forze speciali americane tra le unità afghane, oltre ad una reale – stavolta – “afghanizzazione del conflitto”, avrebbe garantito continuità allo sforzo e stabilità all’intera operazione.

Diversamente dalle unità convenzionali che ruotavano regolarmente dentro e fuori dal teatro operativo, danneggiando i contatti e relazioni instaurate, i contractors avrebbero vissuto e combattuto a fianco degli afghani per mesi o, addirittura, anni.

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La garanzia di una copertura aerea efficace costituiva un’altra parte essenziale del progetto. Quando gli americani hanno smesso di bombardare e i contractors di far manutenzione sui velivoli dell’Aeronautica afgana, le truppe locali si sono trovate spesso isolate sul campo, senza supporto aereo ravvicinato, a dover sostenere attacchi non più di gruppi di 20, 50 o 200 talebani, ma addirittura 5.000 per volta.

Uno stretto controllo della logistica da combattimento, bypassando la corruzione locale e garantendo l’afflusso di equipaggiamenti, razioni e paghe agli afghani in prima linea, avrebbe evitato la diffusione di quel sentimento di abbandono che, successivamente, li ha portati a smettere di combattere e fuggire o arrendersi.

L’impiego di unità locali, infine, avrebbe fornito informazioni affidabili sulla situazione sul campo, evitando ai governi occidentali l’imbarazzo di dover assistere ad un’avanzata dei talebani, tanto rapida quanto inaspettata.

Il piano di Prince, sostanzialmente, voleva replicare quanto fatto in passato dalla Compagnia delle Indie Orientali in India, dagli americani in Africa e America centrale per respingere l’influenza sovietica tra gli anni 70 e 80 o, ancora più recentemente, dalla CIA nell’immediato post-11 settembre proprio in Afghanistan.

Il fondatore di Blackwater ha lanciato, poi, l’allarme su come Russia, Cina ed altri competitors siano in grado d’impiegare risorse ibride per esercitare la propria influenza e pressioni.

Si pensi al crescente impiego del Gruppo Wagner in Crimea, Ucraina, Siria e in diversi Paesi dell’Africa, alla milizia marittima di pescherecci impiegati da Pechino per occupare o conquistare isole nel Mar Cinese meridionale o agli attacchi cibernetici sempre più frequenti e costosi per chi li subisce.

Forze a cui, attualmente, il Pentagono e le sue risorse convenzionali non sono preparati a rispondere: “Finché gli Stati Uniti non diventeranno più scaltri e innovativi nel rispondere adeguatamente, in un modo non convenzionale, che non implichi l’impiego di una portaerei o il rischio di escalation ad una guerra nucleare, allora questo modello continuerà ad essere perseguito aggressivamente.”

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Sul monopolio legittimo dell’uso della forza, in assenza di sufficienti capacità da parte dello Stato, Prince ritiene si debba ricorrere a risorse a contratto. Le forze private sono, infatti, “vecchie tanto quanto la guerra” e, probabilmente, “non si sono mai trovate a dover affrontare così tante questioni legali ed etiche come oggi.” Egli cita l’esempio di una lotta contro un potere coloniale, in cui combattenti stranieri accorsero per salvare una repubblica nascente:

“Dall’altro lato della strada della Casa Bianca, vi è Lafayette Park con statue ai suoi quattro angoli: del marchese di Lafayette, del conte di Rochambeau, di Tadeusz Kościuszko e del Baron Friedrich Wilhelm von Steuben. Stranieri – militari di professione – che hanno costituito l’Esercito continentale che ha portato gli Stati Uniti all’indipendenza. Questi sono esempi di impiego di forze a contratto per qualcosa che un Governo non avrebbe mai potuto fare da solo”.

Per quanto riguarda il futuro del settore, Prince è fermamente convinto che anche in un mondo in cui si investono centinaia di miliardi di dollari nelle armi più avanzate, le PMC continueranno ad offrire soluzioni efficaci.

Con la straordinaria velocità del cambiamento tecnologico, la risposta del settore privato è l’unica in grado di operare in un ciclo decisionale più rapido rispetto alla tradizionale burocrazia governativa. Questo anche in ambito militare, dove la spesa eccessiva per tecnologia e attrezzature, oltre che vantaggi, ha generato ostacoli in termini burocratici e di ridondanza; quasi “come un atleta di triathlon obeso che cerca di correre veloce.”

Il settore privato può giocare, quindi, ruoli estensivi in una sempre più sofisticata e varia scacchiera internazionale, sia dal punto di vista difensivo che offensivo: dalla sicurezza del personale e strutture, a cyber difesa e attacchi, comunicazioni informatiche, operazioni di propaganda, consulenza e addestramento ecc.

 

Alcune considerazioni

Dalle sopraccitate vicende emerge la figura di un importante esponente e punto di riferimento del mondo delle PMSC, delle sue innovazioni, delle sue evoluzioni e, perchè no, anche dei suoi limiti e fallimenti. Erik Prince è un personaggio molto controverso, criticato ma a cui molti ricorrono in via più o meno ufficiosa.

Da una parte, infatti, è costantemente posto sotto la lente d’ingrandimento dei media e delle autorità per tutta una serie di attività a cavallo di quella linea tra legalità e illegalità che, nel campo delle PM&SC, è quasi inesistente – accuse di falsa testimonianza nelle indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane, violazione dell’embargo sulle armi alla Libia, proposta di fornitura di uomini e mezzi al Gruppo Wagner ecc.

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Attenzioni che, pur non avendo mai portato ad incriminazioni e dando, in certi casi, addirittura l’impressione di una caccia alle streghe, hanno procurato una tale ed eccessiva visibilità al settore da rendere l’ex di Blackwater sgradito anche agli altri operatori stessi.

Dall’altra i suoi trascorsi, il suo patrimonio e, soprattutto, gli importantissimi contatti – Trump ed almeno altri due ex presidenti USA, re Abdallah II di Giordania e Khalifa bin Zayed al Nahyan degli Emirati Arabi Uniti per citarne alcuni – gli hanno consentito di rivestire, comunque, un ruolo istituzionale ufficioso di una certa consistenza – la creazione di un canale diplomatico parallelo tra Putin e Trump, il tentativo dell’Ucraina di utilizzarlo per riallacciare i rapporti con Trump dopo le pressioni del tycoon su Kiev affinché s’indagasse su Biden e figlio, ed una forzata collaborazione per evitare la vendita di Motor Sich ai cinesi.

E’ proprio il caso di dire che a Prince si addice perfettamente una citazione del libro Contractors di Giampiero Spinelli: “Siamo delle prostitute della guerra e della sicurezza, nessuno ci vuole ma tutti ci cercano nei momenti giusti”.

Foto Twitter e US DoD

 

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Giornalista, ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI e si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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