La guerra in Ucraina ci obbliga a ripensare il nostro strumento militare

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Il dibattito nazionale in corso in merito agli eventi militari in Ucraina appare per molti versi miope. Abbiamo deciso di schierarci apertamente dalla parte di Kiev, con le sanzioni e con l’invio di armamenti, ma di non impegnarci militarmente con personale militare sul terreno. Senza voler giudicare tale approccio, probabilmente saggio sotto il profilo diplomatico, non si può non evidenziare come sembri non importare che tali armi, ammesso che giungano in tempo, possano essere efficacemente impiegate.

Per impiego efficace si intende che possano essere organicamente distribuite a personale che sia stato addestrato al loro uso (verrebbe da chiedersi da parte di chi, se veramente non si sia inteso inviare anche consiglieri militari ed istruttori in Ucraina) e se tale impiego possa essere supportato da un flusso logistico costante e capillare di munizionamento sino alle prime linee.

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Anche questo dettaglio, peraltro, rappresenta l’immediato, mentre forse occorrerebbe incominciare a guardare al futuro.

L’attacco russo in Ucraina ha comportato la rapida rivitalizzazione di quella NATO che Macron aveva recentemente definito in stato di “morte cerebrale” e che con il disordinato ritiro dall’Afghanistan aveva toccato il minimo storico di credibilità.

Ci possiamo ora aspettare una NATO rinvigorita (aspetto sicuramente positivo per tutti) e ancor più allineata sulle posizioni dell’amministrazione Biden e degli Alleati ex-patto di Varsavia e scandinavi (aspetto meno positivo, almeno per noi italiani).

Una NATO molto più orientata di quanto non sia stata negli ultimi trent’anni alla deterrenza (convenzionale e nucleare) invece che alla gestione delle crisi e ancor meno interessata che in passato all’instabilità nel Medio Oriente e Nord Africa che finora era sembrato di interesse prioritario soprattutto per l’Italia e i partner NATO del Mediterraneo.

In sintesi, una NATO il cui “core business” è tornato a essere il confronto militare con la Russia, almeno fino ad un eventuale “regime change” a Mosca.

In tale contesto, la nascente idea di autonomia strategica europea potrebbe venire di fatto messa nel dimenticatoio ancora prima dell’adozione di un “EU strategic compass”, quella bussola strategica della UE che ormai alcuni potrebbero ritenere superata dagli eventi, con grande soddisfazione di Washington.

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Geopolitica, certo! Ma a livello di adeguatezza degli strumenti militari, cosa potrebbe comportare tutto ciò? Soprattutto, lo strumento militare italiano sarebbe adeguato? Per trent’anni, ovvero dallo sfaldamento del Patto di Varsavia, giustamente molti paesi occidentali hanno guardato (chi più chi meno) al modello delle “expeditionary operations”.

Modello che richiedeva strumenti militari caratterizzati da elevata capacità di proiezione, supportati da tecnologia bellica sofisticata e basati su reclutamento volontario, con volumi organici più ridotti ma con personale di elevato addestramento, grande professionalità e motivazione.

E, perché no? Maggior “spendibilità” del personale militare in caso di perdite in operazioni esterne al territorio nazionale; perdite che verosimilmente sarebbero state percepite in maniera diversa dall’opinione pubblica se avessero riguardato militari di leva anziché professionisti.

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Anche a livello di pedine, almeno per la componente terreste, sono state di fatto privilegiate le componenti più utilizzate nel contesto di “crisis response operations”. Quindi, unità di fanteria leggera o meccanizzata e unità del genio prevalentemente orientate al contrasto degli ordigni esplosivi.  Evidente che in simili contesti non abbiano trovato impiego molte componenti dello strumento militare che sono invece indispensabili in caso “operazioni Articolo 5” e di guerra così detta “classica” (corazzati, artiglierie terrestri, artiglierie contraeree, unità specialistiche del genio, ecc).

Componenti queste ultime che durante questi ultimi tre decenni comprensibilmente potrebbero essere state penalizzate in termini di investimenti, di volumi organici e di addestramento specialistico. Ovvero, una unità di artiglieria contraerea che di norma venga impiegata in “strade sicure” o una unità carri che venga regolarmente inviata in teatri a bassa intensità, tipo Kosovo, in ruolo di fanteria leggera, saranno poi efficacemente impiegabili nel loro ruolo nominale in caso di guerra?

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Se si dovesse tornare a ragionare in termini di operazioni “Articolo 5” forse potrebbe essere utile incominciare a pensare a come riconvertire il nostro strumento militare. Processo che non potrebbe prescindere a monte da una revisione sia dei volumi organici sia delle modalità di reclutamento.

È evidente che, ove fosse ritenuto necessario dotarsi di uno strumento militare idoneo a intervenire nel quadro di un ipotetico confronto bellico ai confini orientali della NATO, verrebbero meno alcuni dei requisiti che, a suo tempo e in un contesto geo-strategico diverso, fecero giustamente optare per uno strumento militare “esclusivamente” professionale e, comunque, i volumi organici attuali potrebbero risultare non adeguati.

La legge 244 del 2012 prevede per l’Esercito un volume organico di 89.400 unità. Tali numeri non sarebbero verosimilmente adeguati a far fronte alle esigenze operative complessive in caso di un conflitto ad alta intensità, ad esempio contro la Russia, anche ove il fronte terrestre fosse ad alcune migliaia di chilometri ad est dei nostri confini.

Meglio tenere conto anche della ormai estesa presenza militare russa in tutto il Mediterraneo e delle inevitabili attività di sabotaggio che verrebbero condotte anche all’interno del nostro territorio nazionale.

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E’ evidente che in caso di un ipotetico conflitto di questo tipo l’Alleanza, oltre alle forze inviate al fronte dovrebbe potenziare tutte le forme di quella che una volta veniva chiamata “difesa interna del territorio”: sicurezza delle vie di comunicazione, attività antisabotaggio, protezione degli obiettivi sensibili, pattugliamento delle coste, eccetera.

È presumibile che, in particolare per l’Esercito, i volumi organici e la stessa articolazione delle forze dovrebbero essere riesaminati in tale ottica. Sia chiaro che un ritorno generalizzato alla coscrizione obbligatoria potrebbe non essere né militarmente necessario né praticamente attuabile e comunque sicuramente non in tempi brevi.

Inoltre, con la coscrizione obbligatoria potrebbe restare irrisolto il problema di garantire un periodo di “ferma” adeguato a fornire un addestramento davvero sufficiente al coscritto destinato a combattere al fronte: problema che in Italia era stato sottovalutato anche durante gli ultimi anni della leva.

L’obiettivo dovrebbe essere, infatti, addestrare e mantenere ad adeguato livello di prontezza operativa reparti coesi impiegabili negli attuali contesti operativi.

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L’obiettivo non dovrebbe certo essere quello di fornire ai ragazzi una piacevole esperienza in divisa (tipo “mini-naia”) né di rimediare a eventuali carenze educative e formative di scuola e famiglia come talvolta si sente dichiarare da nostalgici della “naja”.

Occorrerebbe prevedere la costituzione di  riserve addestrate  e prontamente richiamabili per far fronte non solo ad eventuali pubbliche calamità o emergenze sanitarie (tema di cui si è già trattato: L’Esercito ha bisogno di una Riserva per far fronte a emergenze come il Coronavirus – Analisi Difesa ) ma anche ad un impegno ben più  gravoso: integrare in caso di conflitto sia sul territorio nazionale sia al fronte le capacità operative  dell’ esercito “permanente” che resterebbe prioritariamente “professionale”.

Un simile approccio comporta l’adozione di adeguate previsioni legislative che consentano, come avviene da sempre in altri paesi, il reclutamento, l’addestramento di base e il periodico richiamo del personale senza che questi venga penalizzato nel suo rapporto di lavoro “civile”.

Il processo per giungere a una tale soluzione non sarebbe semplice né rapido, imporrebbe costi non irrilevanti e una profonda rivisitazione dello strumento militare attuale. Potrebbe essere, pertanto, opportuno cominciare al più presto a pensarci .

Foto Ministero della Difesa Ucraino, Stato Maggiore Difesa (Difesa.it)

 

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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