Battisti e Petraeus: l’Afghanistan abbandonato e dimenticato troppo in fretta

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“E’ passato un anno e l’Afghanistan è stato già dimenticato. Certo è subentrato il problema dell’Ucraina ma ci siamo dimenticati molto velocemente della situazione attuale in cui vive ora la popolazione afghana, le donne e le bambine in maniera particolare”.

Lo ha detto all’agenzia di stampa Adnkronos il generale Giorgio Battisti (nella foto sotto),opinionista sulle pagine web di Analisi Difesa che ha lasciato il servizio attivo nel 2016 ma segue sempre con passione le vicende dell’Afghanistan, dove per primo arrivò nel dicembre 2001 al comando del contingente italiano della prima missione Isaf a Kabul e poi fino al 2014, ha guidato altre tre missioni sul suolo afghano.

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“Possiamo dire l’abbiamo voluto dimenticare presto – sottolinea Battisti – per non ricordare anche come abbiamo illuso questa popolazione dopo 20 anni di nostra presenza, quando nell’arco di poche settimane le forze occidentali sono andate via, lasciando la popolazione sostanzialmente in balia del temuto ritorno dei talebani.

Un paese lasciato in mano di un governo che non ha rispettato quanto sottoscritto negli accordi di Doha del 2020 e che ha visto le forze di sicurezza del precedente governo tradite, in un certo senso, e che hanno avuto all’attivo il triste conteggio di oltre 66mila caduti in questi anni di combattimenti.

E ora come confermato da analisti e intelligence americani, l’Afghanistan è un paese che accoglie senza problemi le formazioni terroristiche, mentre uno dei punti dell’accordo era proprio quello che i talebani non avrebbero dovuto accogliere, ospitare e collaborare con formazioni terroristiche, in particolare con al-Qaeda – evidenzia ancora Battisti – e abbiamo visto che Al Zawahiri è stato ucciso proprio in Afghanistan, mentre era al balcone della casa di proprietà Sirajuddin Haqqani, ministro dell’interno dell’attuale governo talebano, e vicino ad al-Qaeda”.

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“La situazione sociale del paese è drammatica ed è peggiorata considerevolmente, tutti i paesi hanno tagliato i contatti con l’Afghanistan a meno di Cina, India, Pakistan forse anche Russia e il Qatar. Le riserve economiche del precedente governo, se non erro circa 7 miliardi di dollari, che erano custoditi in alcune banche americane, sono bloccate. E quindi questo governo talebano è privo di risorse per poter operare. Per non parlare poi del trattamento delle donne, di questa morbosità e fanatismo nei loro confronti per cui non possono uscire se non accompagnate da un uomo di famiglia e non possono andare a scuola e devono indossare il burqa. A questo aggiungiamo anche i maltrattamenti delle etnie diverse da quella pastun da cui provengono i talebani al governo”.

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“Il governo non è in grado di controllare tutto il territorio, tanto è vero che vi sono continui scontri con i paesi confinanti sia per questioni di traffico di droga, sia per l’ospitalità assicurata ai terroristi che per questioni territoriali. – continua Battisti.

Il fronte nazionale di resistenza che fa capo al figlio di Massud, conduce quotidianamente attacchi contro le forze talebane soprattutto nell’area della valle del Panshir, a nord est di Kabul”.

“Non si possono dimenticare le scene dell’aeroporto di Kabul, alla partenza degli aerei occidentali. Conclude Battisti – tanti collaboratori afghani sono riusciti a partire, a lasciare il paese con le loro famiglie ma tanti altri sono rimasti. E voglio sottolineare che l’Italia è riuscita a far uscire tantissimi suoi collaboratori e che, in silenzio, continua ancora oggi a cercare di far recuperare coloro che ci hanno aiutato quando eravamo nel paese, anche se non è un’operazione facile.

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Ho lasciato l’Afghanistan nel gennaio 2014, certo non era un paese pacifico, gli attentati erano all’ordine del giorno, ma era un paese che per 20 anni aveva visto e conosciuto modelli sociali e di vita diversi, che certo non potevano essere applicati tout court a quella società, ma davano esempio e stimoli per far evolvere la società afghana. In particolare per i giovani che sono cresciuti con la nostra presenza. – conclude Battisti autore del libro ‘Fuga da Kabul’ che delinea le cause di questo tragico epilogo – E’ una situazione davvero difficile, complicata e tragica”.

 

Sullo stesso tema il 12 agosto l’Adnkronos aveva ripreso l’intervista realizzata dal quotidiano La Stampa al generale David Petraeus (nella foto sotto), già a capo dello United States Central Command e direttore della Cia, che ha guidato le forze Usa in Iraq e Afghanistan.

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”Quando fu annunciato il ritiro da Kabul, lo dissi subito: ce ne saremmo pentiti. L’uscita fu catastrofica: le conseguenze peggiori. E ora tanti si rammaricano di quella scelta, sapendo che c’erano altre opzioni possibili” ha dichiarato Petraeus.

A un anno dal ritiro delle truppe americane che il 15 agosto 2021 portò alla riconquista di Kabul da parte dei talebani, il generale Petraeus ha detto che ”al-Qaeda è stata accolta dai talebani, come dimostra l’uccisione a Kabul di al Zawahiri. Allo stesso tempo, gli affiliati dello Stato Islamico fomentano una pericolosa guerra settaria. L’economia è crollata. Il nuovo governo applica un’interpretazione ultraconservatrice dell’Islam proibendo alle donne di lavorare, frequentare scuole e università. La situazione del popolo è disperata. Chi sperava che il nuovo regime talebano sarebbe stato diverso rispetto a 20 anni prima è stato deluso”.

Quali alternative c’erano? ”Personalmente auspicavo il mantenimento di circa 3.500 uomini e donne in divisa col compito di svolgere missioni di consulenza, assistenza e addestramento delle forze di sicurezza afghane: insieme ai 17mila contractor addetti alla manutenzione dei sistemi tecnologici, necessari al funzionamento della Difesa aerea afghana. Un livello modesto di impegno, assolutamente sostenibile. Capisco che continuare una missione che non avrebbe mai condotto alla vittoria, coi talebani protetti dal Pakistan, era frustrante. Ma lasciare un piccolo numero di militari avrebbe convinto le altre forze di Coalizione a fare lo stesso. Insieme ai contractor”.

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Ne sarebbe valsa la pena? ”Afghani e Occidente pagheranno a lungo le conseguenze del ritiro. Certo, il governo di Ashraf Ghani era disfunzionale e corrotto. Ma ci aiutava a tenere a freno gli estremisti e garantiva al popolo libertà oggi perse. Era preferibile a quel che lo ha sostituito: e poteva essere migliorato col tempo”.

C’è il rischio che al-Qaeda o un’altra organizzazione si radichi al punto da costituire un nuovo pericolo per l’Occidente? ”Sì. Al Qaeda oppure il rivale Isis useranno l’Afghanistan per riorganizzarsi. E un giorno potrebbero tornare a minacciare i territori circostanti, come quando lo Stato Islamico stabilì il suo califfato in Iraq e Siria. All’epoca, solo l’aiuto della coalizione a guida americana consentì alle forze irachene e siriane di sradicarli. Detto questo, una simile minaccia non si realizzerà a breve. Monitoriamo la situazione e l’eliminazione di al-Zawahiri dimostra che siamo in grado di agire quando necessario: pure se la mancanza di basi in Afghanistan rende tutto più difficile”.

Un anno fa si disse che gli americani avevano tradito la fiducia degli alleati. Il sostegno all’Ucraina ha emendato gli errori di allora?

”Definirei l’uscita dell’Afghanistan un’anomalia. Oggi gli Stati Uniti guidano la risposta globale all’invasione russa dell’Ucraina, lavorando duramente in sostegno dell’unità della Nato e del mondo occidentale. Garantiamo assistenza militare, finanziaria, umanitaria d’ogni tipo. Il lavoro per colpire con le sanzioni la Russia e la cerchia di Putin è stato straordinario”.

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Qual è la lezione dell’Afghanistan da applicare in futuro?

”Quando si interviene, l’impegno deve poi essere costante. Purtroppo spostammo l’attenzione sull’Iraq subito dopo la caduta del regime talebano. E poi, concludendo che non avremmo vinto, abbiamo dimenticato che anche semplicemente aiutare gli afghani a resistere era alternativa migliore del ritiro. Oggi dobbiamo cercare un modo di aiutare gli afghani, alla fame, senza arricchire il regime talebano. Mentre altrove nel mondo dobbiamo far pressione sugli estremisti, come d’altronde stiamo già facendo”.

Come immagina la leadership americana del futuro? ”Fondata su valori di principio, pragmatica e ferma. Sempre concertata coi nostri alleati e partner. Come d’altronde, stiamo già facendo”.

Foto US DoD e Difesa.it

 

 

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