I negoziati con l’Iran, la vulnerabilità di Israele e la “commedia” tra Trump e Netanyahu

“Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa”, ha detto il presidente americano Donald Trump parlando alla BBC del suo rapporto con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Una valutazione poco credibile alla luce di quanto accaduto in questa lunga crisi ma Trump ha negato che il premier israeliano lo abbia sfidato, ordinando di attaccare l’Uran in risposta ai missili lanciati verso Israele.
“Tutto quello che ho detto a Netanyahu è che dobbiamo usare il buon senso, siamo vicini a firmare un accordo molto importante, un ottimo accordo.
Eppure lo scambio di raid aerei e missilistici tra l’Iran e Israele sembra evidenziare nuovi squilibri nella crisi in atto nel Golfo Persico non tanto tra Washington re Teheran ma soprattutto tra USA e Tel Aviv.
Teheran conferma di non essere disposto a subire diktat né a sacrificare gli alleati libanesi Hezbollah. L’Iran non ha esitato ad attaccare con diversi missili balistici Israele dopo che gli aerei con la Stella di David avevano colpito duramente il sud del Libano e Beirut violando quel cessate il fuoco con Hezbollah che l’Iran definisce irrinunciabile nel negoziato con gli Stati Uniti.

Ci è voluta una telefonata di Donald Trump per indurre Israele a cessare le azioni belliche contro l’Iran. Trump ha giustificato la risposta armata di Israele. ”Lui è stato colpito e ha contrattaccato, non posso biasimarlo. Entrambi hanno concordato di fermarsi e siamo nelle ultime fasi di quello che sarà un ottimo accordo che non permetterà in alcun modo, forma o maniera armi nucleari”.
Netanyahu ha affermato che “Israele sospende per ora le operazioni contro l’Iran ma la guerra con Teheran e Hezbollah non è conclusa ed ogni nuovo attacco riceverà una risposta con la forza”.
“In questo momento il fuoco su questo fronte è stato fermato, perché dopo che il regime terroristico di Teheran è stato colpito ha smesso di attaccarci“, ha detto Netanyahu in un video apparentemente registrato, precisando però che la decisione non segna la fine delle ostilità. In caso di nuovi attacchi, Israele risponderà “con la forza.
L’Iran e Hezbollah sono oggi più deboli che mai e noi siamo più forti che mai. Ma la nostra battaglia contro di loro non è ancora finita”, ha sottolineato il premier, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno anche nel Libano meridionale per “distruggere tutta l’infrastruttura terroristica nella zona di sicurezza”.
La sfida tra Trump e Netanyahu
L’attacco iraniano aveva lo scopo di mostrare la determinazione di Teheran nel difendere i suoi alleati libanesi ma le autorità avevano subito dichiarato che si trattava di una rappresaglia limitata che non avrebbe avuto seguito se Israele non avesse reagito.
Trump aveva esortato il governo israeliano a non rispondere all’attacco iraniano per non compromettere il difficile negoziato di pace.

Se da un lato le pressioni di Trump sembrano avere avuto qualche risultato, resta evidente la valutazione che Israele rappresenta oggi il vero punto debole della strategia negoziale di Trump con l’Iran e la determinazione con cui Tel Aviv intende perseguire la conquista del territorio meridionale libanese rischia di rappresentare una vulnerabilità costante nel difficile equilibrio tra Washington e Teheran e nella credibilità della Casa Bianca.
Trump ha riferito di aver messo in guardia il premier israeliano dal rischio di un’escalation del conflitto con l’Iran nel corso del colloquio telefonico.
“Ho detto a Bibi che farebbe molto bene a fare attenzione a ciò che sta facendo, perché potrebbe ritrovarsi molto presto da solo di fronte all’Iran”, ha raccontato all’emittente israeliana Channel 12.
L’ipotesi più credibile è che Trump subisca evidentemente le pressioni (o i ricatti?) di Israele ma che non sia disposto a subirle fino al punto da compromettere la propria presifdenza.
D’altra parte se gli Stati Uniti volessero davvero fermare le offensive israeliane potrebbero semplicemente congelare o anche solo rallentare il massiccio flusso di armi e munizioni che dall’ottobre 2023 consentono alle Israeli Defence Forces di combattere su tutti i fronti, da Gaza Libano, dalla Siria alla Cisgiordania fino alle operazioni aeree contro l’Iran e le milizie yemenite Houthi.
La vulnerabilità di Israele
Peraltro lo scambio di colpi delle ultime ore ha confermato la vulnerabilità di Israele ai missili balistici iraniani e probabilmente anche le limitate scorte di missili anti-missile rimaste negli arsenali dello Stato ebraico dopo la “Guerra dei 40 giorni”, tra febbraio e aprile scorsi.
Come ha ricordato il canale Telegram Giubbe Rosse, le immagini satellitari scattate l’8 giugno, mostrano che i missili balistici iraniani hanno colpito con successo la base aerea di Ramat David, nel nord di Israele.

Analisti indipendenti dell’intelligence open source (OSINT) hanno confermato l’esistenza di un impatto evidente su almeno due edifici classificati come magazzini logistici. Le immagini mostrano una distruzione completa o parziale di questi edifici. Come di consueto, Israele non ha annunciato alcun dettaglio riguardo a danni o perdite sostenendo che la maggior parte dei missili iraniani è stata intercettata o è caduta in aree aperte.
In questo contesto Washington ha fatto sapere che i propri sistemi di difesa non hanno intercettato missili balistici lanciati su Israele, come ha riferito un funzionario americano alla CNN.
La notizia smentisce quanto sostenuto da un funzionario dell’esercito israeliano, secondo cui Washington aveva aiutato il paese alleato nei suoi sforzi di difesa aerea. La smentita risulta insolita, osserva il Guardian, visto che in occasione di passati scontri gli Stati Uniti avevano ammesso di avere aiutato l’alleato ad abbattere alcuni missili iraniani.
Probabilmente si tratta di un ennesimo segnale lanciato a Netanyahu per indurlo a comprendere che Trump non intende sacrificare i negoziati con l’Iran sull’altare del bellicismo israeliano.
Anche l’abbattimento di un elicottero AH-64 Apache statunitense snello spazio aereo iraniano è stato derubricato come “un incidente”. Il Comando Centrale statunitense non ha risposto alla richiesta di commentare l’accaduto confermando il recupero dei due membri dell’equipaggio.

L’Iran ha abbattuto almeno 30 droni Reaper e alcuni caccia statunitensi F-15E e F-35A sono andati perduti nella Guerra dei 40 giorni.
L’elicottero d’attacco AH-64 Apache si sono spinti sempre vicino e sul territorio iraniano, comprese le isole nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico anche con compiti di intercettazione dei droni.
Trump non sembra voler alterare gli equilibri diplomatici, convinto che un accordo sua ormai alle porte e potrebbe concretizzarsi “entro due o tre giorni. Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un ottimo accordo, che non permetterà, in alcun modo, forma o maniera, la produzione di armi nucleari”.
Anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sembra intenzionato a non rinunciare alle trattative. “La diplomazia e la difesa sono le due ali del potere nazionale; non abbiamo abbandonato né il campo di battaglia né il tavolo dei negoziati” ha scritto su X.
“La nostra priorità è la sicurezza nazionale e la pace del nostro popolo. Difenderemo i diritti della nazione con autorità e non ci ritireremo di fronte a nessuna minaccia. Se Dio vorrà, con unità e razionalità, l’Iran uscirà trionfante anche da questa prova”.
Più scettico Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato su X che la Repubblica islamica, con le sue azioni, ha smascherato un “cessate il fuoco sulla carta” e che viene “continuamente violato” nei fatti. “Finché mancherà la sincera volontà di costruire la fiducia la risposta dell’Iran sarà esattamente questa“.
Il rappresentante dell’Iran presso le Nazioni Unite Saeed Iravani ha dichiarato che Stati Uniti e Iran stanno “presentando e scambiando punti di vista e opinioni per raggiungere il testo definitivo di un Memorandum d’intesa, tramite il Pakistan. Non abbiamo ancora raggiunto il testo definitivo, ma stiamo seguendo la questione“, ha aggiunto, secondo l’agenzia Irna, esprimendo la speranza che il processo si concluda entro la fine di questo mese. Ha poi proseguito affermando: “Il cessate il fuoco sarà globale e riguarderà l’intera regione, Libano compreso”.
Un punto quest’ultimo su cui il ruolo di Israele potrebbe non risultare molto “collaborativo”, specie sulla lunga distanza.
Foto: Casa Bianca , Boeing e Egyosint
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








