Ucraina: il ruolo (ingombrante) degli apparati di sicurezza

 

 

L’Ucraina che oggi continua a combattere, resistere, chiedere aiuti, cambiare uomini ai vertici della sicurezza e promettere riforme non è più il Paese che si presentava all’Europa con il linguaggio incompiuto ma ostinato del post-Maidan. La guerra l’ha indurita, concentrata, accelerata.

Oggi il confine tra necessità e abuso è più sottile, più mobile, più difficile da tracciare. Se il fronte militare resta il luogo in cui si decide la sopravvivenza fisica dell’Ucraina, quello interno – tra intelligence, corruzione, apparati coercitivi, media e centri di potere – è il terreno su cui si deciderà quale Stato uscirà dalla guerra, ammesso che riesca davvero a uscirne.

Il segnale più chiaro di questa trasformazione è arrivato all’inizio del 2026. Il 5 gennaio scorso, il think tank polacco OSW (Ośrodek Studiów Wschodnich, Centro Studi Orientali) ha riferito che Volodymyr Zelensky ha avviato un profondo riassetto delle strutture responsabili della sicurezza dello Stato, nominando Kyrylo Budanov all’Ufficio del Presidente e rimuovendo Vasyl Malyuk dalla guida dell’SBU (Sluzhba Bezpeky Ukrainy, Servizio di Sicurezza dell’Ucraina).

Al suo posto è subentrato, ad interim, il maggior generale Yevhenii Khmara. Il 25 marzo sono stati inoltre nominati i nuovi direttori di due dipartimenti chiave dell’SBU: Serhii Hunkovskyi al controspionaggio e Viktor Zaiets al controspionaggio militare. Reuters, raccontando lo stesso passaggio, ha mostrato come il rimpasto non fosse puramente amministrativo, ma legato al rendimento operativo degli apparati. È un indizio decisivo: nel sistema ucraino la sicurezza non è più soltanto una funzione dello Stato, ma ne è diventata sempre più il centro nervoso.

Per anni il racconto prevalente in Occidente ha insistito sull’Ucraina come democrazia assediata ma moralmente lineare, contrapposta a una Russia impermeabile alla riforma e prigioniera dei propri apparati. È una rappresentazione comoda, rassicurante, forse persino necessaria in una certa fase.

Oggi, però, non basta più. La guerra ha reso più visibile qualcosa che già esisteva: la tendenza del potere ucraino a saldarsi con l’intelligence, a proteggersi dietro l’emergenza, a tollerare zone d’ombra in nome della sicurezza e a considerare il controllo come una virtù in sé.

Il Carnegie Endowment for International Peace ha osservato nell’ottobre scorso che l’Ufficio del Presidente continuava a esercitare un’influenza informale significativa su segmenti del sistema mediatico, inclusi canali Telegram e YouTube, dentro un quadro di crescente centralizzazione del potere politico. Sarebbe ingenuo ignorare che, nel pieno del conflitto, in Ucraina si sia consolidata un’élite della sicurezza sempre più influente, legittimata dalla guerra e capace di orientare la politica interna.

Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna partire dall’architettura degli apparati:

  • SBU (Sluzhba Bezpeky Ukrainy), servizio di sicurezza interna con competenze vastissime che spaziano dal controspionaggio alla cybersicurezza, fino a numerose funzioni investigative;
  • GUR, o HUR (Holovne Upravlinnia Rozvidky, Direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa), cioè l’intelligence militare
  • SZRU (Sluzhba Zovnishnoi Rozvidky Ukrainy, Servizio di intelligence estera dell’Ucraina), il servizio di intelligence civile per l’estero.

La guerra ha modificato la gerarchia reale di queste strutture. Ha premiato gli apparati capaci di colpire, infiltrare, sabotare, eliminare, anticipare. In questo quadro SBU e GUR hanno accumulato un peso politico che supera di molto la loro definizione burocratica.

Lo United States Institute of Peace (USIP) ha osservato che la riforma del settore sicurezza resta decisiva per “vincere la pace”, mentre la missione europea a Kiev  EUAM aveva già sostenuto che l’SBU dovesse subire una profonda trasformazione per diventare un servizio moderno ed europeo. Secondo USIP, confermato da vari studi accademici, l’SBU conserva poteri troppo ampi, non è ancora pienamente allineato agli standard euro-atlantici e rimane esposto a un impiego politico del proprio mandato.

L’SBU è il protagonista più ambiguo di questa trasformazione. È l’apparato più radicato, più temuto, più esteso e anche il più difficile da riformare. Già prima dell’invasione, analisti – dall’Atlantic Council alla EUAM (European Union Advisory Mission in Ukraine, Missione consultiva dell’Unione europea in Ucraina) – denunciavano nell’SBU un eccesso di potere, un mandato troppo ampio e una struttura ancora troppo vicina all’eredità post-sovietica per risultare compatibile con gli standard euro-atlantici.

La guerra, però, ne ha trasformato l’immagine pubblica. Secondo i sondaggi del KIIS (Kyiv International Institute of Sociology, Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev), la fiducia nel servizio è cresciuta bruscamente dopo il 2022, sospinta dalle operazioni di controspionaggio, dalla caccia ai collaborazionisti e dal suo ruolo nella guerra clandestina contro Mosca. Ma il successo operativo non equivale di per sé a una riforma democratica. Anzi, in tempo di guerra spesso la rinvia.

Uno dei primi casi che hanno mostrato questa ambivalenza è stato quello di Bihus.Info. L’OSW, commentandolo nel febbraio del 2024, scrisse che lo scandalo aveva smascherato il potenziale sfruttamento politico dell’SBU e che i successivi sviluppi mostravano la persistenza di pratiche corrotte interne al servizio, tali da consentirgli il coinvolgimento in operazioni legalmente dubbie.

Il caso, ampiamente ripreso anche da The Kyiv Independent, esplose proprio tra gennaio e febbraio di quell’anno e coinvolse la nota testata investigativa ucraina indipendente specializzata in inchieste anticorruzione. Tutto iniziò il 16 gennaio, quando online comparve un video che mostrava alcuni membri della redazione durante una festa privata di Capodanno, ripresi da telecamere nascoste e accompagnati da telefonate intercettate sulle presunte droghe.

Bihus.Info sostenne subito che la redazione fosse sotto sorveglianza da mesi. Il 5 febbraio fu la stessa testata a pubblicare una propria inchiesta, attribuendo l’operazione al Dipartimento per la protezione della statualità nazionale dell’SBU. OSW aggiunse che quasi tutto il giornalismo ucraino lesse il caso come un tentativo di screditare critici del presidente e del suo entourage.

Nel frattempo, il ruolo operativo dell’SBU continuava a espandersi. Tornando alla rimozione di Malyuk, Reuters ricordò che il capo del servizio aveva supervisionato una serie di uccisioni mirate e l’operazione a sorpresa “Spiderweb”, culminata nella distruzione di bombardieri russi. Secondo l’agenzia, Zelensky gli aveva inoltre chiesto di concentrarsi sulle operazioni di combattimento.

Lo stesso presidente aveva scritto su X: “Ci devono essere più operazioni asimmetriche ucraine contro l’occupante e contro lo Stato russo, e risultati più concreti nell’eliminazione del nemico”. È una formula che sintetizza bene il modo in cui la presidenza guarda oggi a una parte del comparto intelligence: non solo come strumento di protezione interna, ma come macchina di offensiva clandestina e di logoramento permanente del nemico.

Questa traiettoria si vede anche nel lessico adottato dagli apparati. Il Financial Times, il 18 dicembre 2024, descriveva l’SBU come il motore di una vasta “guerra clandestina”. Citando un funzionario dell’intelligence ucraina coinvolto nella pianificazione, il giornale riferiva che l’SBU era diventato un “liquidatore di russi”.

Nello stesso pezzo, un ufficiale del servizio definiva il generale Igor Kirillov, assassinato il giorno precedente, un “criminale di guerra” che “aveva dato l’ordine di usare armi chimiche proibite contro i militari ucraini”, aggiungendo: “una fine così ingloriosa attende tutti coloro che uccidono ucraini”. Non è il lessico neutro di un’agenzia di sicurezza democratica: è il linguaggio di un apparato immerso in una guerra esistenziale e legittimato dalla propria capacità di neutralizzare il nemico, anche oltre i confini convenzionali dell’intelligence interna.

Nel luglio 2025, Reuters aveva offerto un altro squarcio su questa metodologia. In quei giorni l’SBU annunciò di aver ucciso membri di una cellula dell’FSB ritenuta responsabile dell’assassinio del colonnello Ivan Voronych a Kiev. Nel comunicato, i servizi dichiararono: “Questa mattina è stata condotta un’operazione speciale, nel corso della quale i membri di una cellula di agenti dell’FSB russo hanno opposto resistenza e sono stati quindi liquidati”.

Secondo l’SBU, i sospettati avevano ricevuto dal loro referente operativo istruzioni per sorvegliare il bersaglio, seguirne i movimenti e recuperare una pistola con silenziatore da un nascondiglio. Il dettaglio conta non solo per il fatto in sé, ma per ciò che suggerisce: l’intelligence ucraina descrive ormai la guerra interna come un teatro in cui sorveglianza, neutralizzazione fisica e contro-infiltrazione si sovrappongono.

Se l’SBU rappresenta il volto più opaco e strutturalmente ingombrante del sistema, il GUR è invece il volto più moderno e ‘spendibile’ della guerra segreta ucraina. Meno appesantito dal passato sovietico, più agile nella proiezione esterna e più efficace sul piano simbolico, è diventato il punto di equilibrio tra apparato militare e visibilità pubblica.

Tra il 2024 e il 2025 l’allora direttore, Kyrylo Budanov, si era imposto come una delle figure più visibili dell’intero sistema di potere ucraino: non semplicemente uno ‘spymaster’, ma una personalità pubblica dal profilo quasi politico. Carnegie ha sottolineato che, insieme ad altri comandanti emersi dalla guerra, Budanov è ormai parte del nuovo paesaggio politico del Paese. La sua nomina a capo dell’Ufficio del Presidente all’inizio del 2026 ha rappresentato il segnale più evidente della saldatura tra intelligence e vertice politico.

Ed è qui che il discorso sugli apparati si lega direttamente alla questione della corruzione, perché un’intelligence che si espande in tempo di guerra non cresce mai nel vuoto: cresce contro qualcuno, sopra qualcuno, spesso a scapito di qualcuno. In Ucraina quel qualcuno, sempre più spesso, sono state le istituzioni nate per contrastare la penetrazione di reti opache dentro lo Stato: NABU (Natsionalne Antykoruptsiine Biuro Ukrainy, Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina), SAPO (Specialized Anti-Corruption Prosecutor’s Office, Procura specializzata anticorruzione), l’intera architettura anticorruzione costruita negli anni del faticoso avvicinamento all’Europa.

La Commissione europea, nel rapporto 2025 sull’Ucraina, ha riconosciuto alcuni progressi ma ha parlato esplicitamente di preparazione solo parziale sul terreno anticorruzione e di avanzamenti limitati, insistendo sulla necessità di proteggere l’indipendenza delle istituzioni chiave.

La stessa Commissione, nei documenti del 2025 e del gennaio 2026, ha ribadito che l’assistenza europea erogata attraverso la Ukraine Facility resta legata al rispetto dello stato di diritto, che deve include anche la lotta alla corruzione.

La frattura è esplosa nell’estate del 2025. Il 21 luglio i servizi ucraini hanno arrestato funzionari del NABU, la principale agenzia incaricata di indagare sulla corruzione di alto livello, e condotto decine di perquisizioni.

L’SBU aveva giustificato l’operazione parlando di un funzionario del NABU sospettato di spionaggio per la Russia, di un altro con presunti legami economici con Mosca e di ulteriori connessioni con il partito proibito di un politico fuggitivo. NABU aveva reagito sostenendo che la stretta andava ben oltre le esigenze di sicurezza dello Stato e si estendeva a questioni estranee, persino vecchi incidenti stradali.

Transparency International aveva definito l’operazione il segno di “enormi pressioni”, mentre gli ambasciatori del G7 parlarono di “forti preoccupazioni”. Human Rights Watch, tre giorni dopo, aveva commentato che la nuova legge approvata dal parlamento “priva(va) di fatto della loro indipendenza i principali organismi anticorruzione ucraini” ed era “dannosa per lo stato di diritto”.

Il 22 luglio, la Verchovna Rada, il parlamento ucraino, votò per ridurre l’autonomia di NABU e SAPO, assegnando al procuratore generale, nominato dal presidente, maggiori poteri di intervento.

Reuters raccontò che il provvedimento era stato letto come un tentativo di indebolire le due agenzie e che Semen Kryvonos, direttore del NABU, si era appellato a Zelensky sostenendo che la legge avrebbe distrutto l’indipendenza dell’architettura anticorruzione. Denunciò inoltre una “campagna informativa diffamatoria” contro la sua agenzia: non solo un attacco sul piano legale, ma anche su quello mediatico e reputazionale.

Di fronte alle proteste interne e alla pressione occidentale, Zelensky fu poi costretto a fare marcia indietro. Il 23 luglio riconobbe apertamente la contestazione: “Naturalmente tutti hanno sentito ciò che la gente sta dicendo in questi giorni… sui social media, tra di loro, per strada. Non sta cadendo nel vuoto”.

Pochi giorni dopo, la stessa Rada ripristinò l’indipendenza delle due agenzie, nel tentativo di disinnescare la più grave crisi politica interna dall’inizio della guerra, ma il danno era già stato fatto: per alcuni giorni, paradossalmente, il sistema aveva mostrato di essere disposto a ricondurre sotto controllo presidenziale proprio gli organismi chiamati a indagare sulla corruzione ai vertici.

Per capire la profondità del problema, però, bisogna allargare lo sguardo. Transparency International, nel suo ‘Corruption Perceptions Index 2025’, pubblicato il 10 febbraio scorso, attribuisce all’Ucraina 36 punti su 100 e la colloca al 104° posto nel mondo. È chiaramente il dato di un Paese in cui la corruzione resta strutturale, anche se contrastata da istituzioni più forti di quelle del passato.

La Commissione europea, nell’‘Ukraine Report 2025’, riconosce progressi assai limitati. L’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), nel suo rapporto 2025, dice apertamente che la guerra ha aumentato i rischi di corruzione e di indebite interferenze nei settori della difesa, dell’energia, della ricostruzione e delle dogane. In altre parole, le aree decisive per la sopravvivenza ucraina sono anche quelle in cui denaro, opacità e discrezionalità possono generare più facilmente rendite illecite.

Il settore della Difesa è l’esempio più crudo. Nell’agosto scorso Reuters riportò che NABU e SAPO avevano scoperto un grande schema di corruzione negli acquisti di droni e jammer, con tangenti fino al 30% del valore dei contratti. Due giorni dopo si venne a sapere che sei persone, tra cui un parlamentare, insieme a due funzionari locali e a membri della Guardia nazionale, erano finite sotto accusa nell’inchiesta.

Il valore politico di questi casi va ben oltre la somma rubata. In un Paese che affida sempre più della propria sopravvivenza tecnologica a droni, guerra elettronica, produzione interna e innovazione asimmetrica, ogni sistema di tangenti negli acquisti militari non è solo una ruberia: è un prelievo clandestino sulla capacità difensiva del Paese.

Secondo il ministero della Difesa ucraino – ripreso a marzo 2025 da The Kyiv Independent, Al Jazeera, Anadolu Agency e Reuters – Kiev prevedeva di acquistare circa 4,5 milioni di droni FPV (First Person View) nel 2025, mentre nel 2024 il 96% degli acquisti era andato a produttori e fornitori locali. Il dato mostra senza filtri dove si concentra oggi il denaro e, quindi, anche il rischio corruttivo.

Più la guerra diventa tecnologica, più l’anticorruzione entra nel cuore dell’efficienza militare e più gli apparati di sicurezza possono rivendicare un ruolo invasivo in nome della tutela del settore. La linea che separa la protezione dal controllo arbitrario si fa così sempre più difficile da vedere.

E non si tratta di un rischio teorico. Il 19 febbraio 2025 il NABU aveva annunciato di aver scoperto un presunto schema di appropriazione indebita da 246 milioni di grivnie (sui 5,5 milioni di euro) nello sviluppo dello Dzvin – il sistema automatizzato di coordinamento operativo delle Forze armate – confermando quanto il nodo corruttivo tocchi anche l’infrastruttura digitale e di comando della guerra.

Il 25 febbraio 2026, come hanno riferito Ukrainska Pravda e altri media ucraini, le autorità hanno fermato il comandante della logistica dell’Aeronautica, Andrii Ukrainets, e il capo della direzione dell’SBU nella regione di Zhytomyr, Volodymyr Kompanichenko, nell’ambito di un’indagine su presunti schemi corruttivi nella costruzione di rifugi per velivoli. Perfino la protezione fisica degli asset militari strategici, insomma, può diventare terreno di rendita illecita.

Ritornando al 2025, a settembre era emersa anche un’altra frattura interna: il conflitto tra NABU e SBU riesplose dopo che NABU aveva accusato l’ex capo della divisione cyber dell’SBU di arricchimento illecito. Reuters osservò che la contrapposizione metteva in luce la polarizzazione tra istituzioni riformiste come NABU e corpi più antichi come l’SBU, con radici sovietiche.

Già l’Atlantic Council, prima ancora della guerra totale, avvertì che l’SBU conservava tratti troppo vicini all’eredità del KGB e competenze eccessive, soprattutto sul terreno economico e investigativo. Ed è proprio qui che affiora un punto essenziale: l’intelligence ucraina non è solo uno strumento di sicurezza, ma un apparato con una cultura istituzionale pesante, autoriflessiva, difficilmente permeabile, che in guerra si sente ancora più autorizzato a proteggere sé stesso. Non sorprende che proprio attorno al settore cyber – dove passano informazioni, accessi, sorveglianza e capacità tecniche – emerga uno dei casi simbolici di scontro con chi indaga sull’arricchimento illecito.

Tutto questo avveniva mentre il governo cercava di convincere partner e creditori che la rotta europea restava intatta. A fine estate 2025, le mosse contro le agenzie anticorruzione avevano reso più guardinghi i finanziatori, in un momento in cui si allargava il buco finanziario dell’Ucraina per il 2026.

Lo stesso dispaccio osservava che il Paese aveva mancato alcuni target concordati con i creditori, tra cui la nomina di giudici e funzionari chiave. In un’economia di guerra sempre più dipendente da prestiti, aiuti e credibilità politica, la corruzione non è solo un problema etico o giudiziario: è un moltiplicatore del rischio macrofinanziario. Più forte è il sospetto che il potere voglia proteggere sé stesso dagli anticorpi istituzionali, più costoso diventa per Kiev ottenere fiducia.

La Commissione europea continua a ribadire che il contrasto alla corruzione e alle interferenze di interessi consolidati resta un nodo fondamentale del percorso di adesione. A rendere il quadro ancor più grave è la percezione interna del fenomeno: secondo Gallup, lo storico istituto internazionale di sondaggi e analisi dell’opinione pubblica, l’anno scorso l’’85% degli ucraini (la cifra non lascia indifferenti) continuava a considerare la corruzione diffusa nel governo.

Nel frattempo, lo spazio dell’informazione si è ristretto. Reporters Sans Frontières (RSF, Reporter senza frontiere), già nel febbraio del 2024, aveva chiesto al governo ucraino di porre fine allo United News Telemarathon, la maratona informativa televisiva unificata lanciata dopo il febbraio del 2022.

In pratica, da quella data, i principali canali televisivi nazionali hanno iniziato a trasmettere un flusso coordinato di notizie, analisi, collegamenti e aggiornamenti sulla guerra, alternandosi nella produzione dei segmenti. L’obiettivo dichiarato era contrastare la disinformazione russa e garantire un’informazione continua in tempo di guerra; il risultato, secondo RSF, è stato anche un indebolimento del pluralismo.

La stessa logica attraversa internet. Freedom House, nel rapporto ‘Freedom on the Net 2025’, rileva che il governo ucraino continua a bloccare una vasta gamma di siti russi, inclusi blog, siti d’informazione, piattaforme e social media. Sul piano strategico, Kiev considera queste misure parte integrante della difesa nazionale. Sul piano politico, però, la normalizzazione del filtraggio crea un precedente: lo Stato impara più facilmente a governare il flusso informativo.

Solo a questo punto diventa leggibile anche la proiezione esterna delle tensioni ucraine. Lo si vede nei rapporti con l’Ungheria, dove sicurezza, sfiducia politica e sospetti reciproci si sono saldati. Reuters riferisce che, in vista delle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026, due specialisti IT legati al partito d’opposizione Tisza sono finiti al centro di un caso politico-giudiziario. Il governo ungherese ha sostenuto che avessero contatti riconducibili ad ambienti ucraini vicini all’intelligence e attrezzature di sorveglianza. Questo non prova l’esistenza di una rete ucraina di controllo sulle élite europee, ma conferma che il tema dell’interferenza e dei rapporti con Kiev è diventato un detonatore nella campagna elettorale di Budapest conclusasi con la sconfitta di Viktor Orban e del Partito FIDESZ.

Anche nel comparto industriale della difesa emergono elementi che meritano attenzione. Fire Point, società privata ucraina del settore della difesa, descritta da Le Monde come uno dei principali produttori ucraini di droni a lungo raggio, oltre che sviluppatrice del missile Flamingo, alla fine del 2025 è finita al centro di molte ricostruzioni e sospetti. The Kyiv Independent aveva riportato che NABU stava indagando la società per possibili irregolarità su prezzi e consegne, esaminando anche eventuali collegamenti con la rete di Timur Mindich, imprenditore vicino all’ambiente presidenziale.

Il nome di Mindich era anche riemerso nei mesi successivi nella grande inchiesta per corruzione nel settore energetico, mentre Zelensky gli aveva imposto sanzioni finanziarie. Attorno al comparto della difesa, dunque, non ruotano fantasie astratte, ma denaro, produzione strategica e accesso a commesse decisive per la tenuta dello Stato di guerra.

Un altro episodio legato a finanza e flussi di denaro sospetti riguarda il caso Oschadbank. Reuters, il 6 marzo scorso, ha riportato che l’Ungheria sequestrò a cittadini ucraini collegati alla banca statale circa 82 milioni di dollari in contanti e oro – 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e 9 chilogrammi d’oro – nel quadro di un’indagine per sospetto riciclaggio. Anche questo episodio, da solo, non dimostra l’esistenza di una vasta macchina clandestina ucraina in Europa; dimostra però quanto il conflitto tra Kiev e Budapest si sia ormai spinto su un terreno di sicurezza, finanza e sfiducia reciproca. La stessa Oschadbank, in una nota ufficiale del 7 marzo, ha confermato quelle cifre, contestando però la legittimità del sequestro operato dalle autorità ungheresi.

Il quadro complessivo è quello di uno Stato in cui la guerra ha prodotto una nuova aristocrazia funzionale, non fondata su un mito ideologico simile a quello della “nuova nobiltà” russa, ma su qualcosa di più pragmatico e forse, proprio per questo, più difficile da contrastare: l’efficacia operativa. Chi protegge Zelensky, scopre le talpe, pianifica sabotaggi, distrugge bombardieri lontani, intercetta agenti dell’FSB, coordina reti clandestine e gestisce i segreti più sensibili accumula inevitabilmente un capitale politico enorme. Quando poi gli stessi apparati si scontrano con magistrati, investigatori e strutture anticorruzione, il rischio non è che instaurino formalmente una dittatura, ma che diventino i mediatori privilegiati di tutto ciò che nello Stato non deve essere troppo trasparente.

È qui che la corruzione diventa la cartina di tornasole del sistema. Non più soltanto l’antica malattia post-sovietica delle reti clientelari, dei doganieri corrotti, delle mazzette nella pubblica amministrazione o degli oligarchi che comprano influenza, ma un fenomeno che si annida proprio nelle zone in cui sicurezza, urgenza e opacità si sovrappongono: forniture militari, approvvigionamenti, energia, nomine, accesso all’informazione sensibile.

Proprio perché si manifesta lì, è più difficile da colpire senza urtare l’argomento supremo della guerra. Per questo sarebbe ingenuo chiedersi semplicemente se l’Ucraina sia corrotta oppure no. Lo è ancora in misura seria e gli indicatori internazionali lo mostrano. La vera domanda è un’altra: chi ha il potere di definire che cosa sia “sicurezza” e che cosa sia “abuso” all’interno dello Stato di guerra?

Se questa definizione scivola stabilmente verso la presidenza e i servizi, le istituzioni anticorruzione saranno tollerate finché non diventeranno pericolose. Se invece resteranno abbastanza forti da resistere, allora la guerra non avrà cancellato del tutto l’orizzonte europeo del Paese.

Ad oggi, dunque, la lezione è netta. Il pericolo per l’Ucraina non è soltanto la pressione militare russa. È anche la possibilità che la lunga guerra renda permanente il metodo della guerra: più segretezza, più operazioni asimmetriche, più concentrazione, più immunità politica per gli apparati utili, meno tolleranza per chi chiede conto. L’intelligence ucraina agisce oggi come lama e come scudo. Colpisce il nemico, ma influenza anche la forma interna dello Stato. E in un Paese dove la corruzione resta profonda, questo significa che la battaglia decisiva non si combatte solo nelle trincee o nelle officine dei droni, ma anche dentro gli uffici in cui si decide chi può indagare, chi può sapere, chi può raccontare e chi, invece, deve arretrare in silenzio.

La vera questione, allora, non è se l’Ucraina appartenga sentimentalmente all’Europa, ma se oggi condivida davvero gli standard istituzionali minimi che l’Unione dovrebbe pretendere da chi aspira a entrarvi. Ed è proprio qui che il nodo si fa politico, prima ancora che geopolitico, perché un Paese in cui l’emergenza tende a farsi sistema, in cui gli apparati di sicurezza allargano il proprio raggio d’azione, in cui la lotta alla corruzione resta intermittente e vulnerabile alle pressioni del potere, non rappresenta soltanto un candidato problematico: rappresenta un fattore di instabilità interna per l’Unione stessa.

L’Ucraina può restare un partner strategico, militare e politico dell’Europa, ma trasformare oggi quel partenariato in adesione sarebbe, con ogni evidenza, un passo prematuro. Prima dell’ingresso dovrebbe venire la prova più difficile: dimostrare che la guerra non ha reso permanente il primato degli apparati sul diritto e dell’emergenza sulle regole. Finché questo passaggio non sarà compiuto, l’ingresso di Kiev nell’Unione rischierebbe di importare dentro l’Europa proprio quelle fragilità che Bruxelles dice di voler correggere.

Foto: SBU, Presidenza Ucraina e Ukrinform

 

Giornalista e analista geopolitica specializzata in Russia e Repubbliche dell'ex blocco sovietico. Esperta in comunicazione. Traduttrice, ghostwriter e docente di storytelling. Laureata in Lingua e Letteratura Russa presso l'Università "Maxim Gorkij" di Mosca, in giornalismo presso la Facoltà di Giornalismo della MGU di Mosca e poi in Lingue e Letterature Straniere e in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Torino, ha collaborato o collabora con numerose testate italiane e straniere tra cui Panorama, La Voce, Gazzetta Torino, VoceNews, Literaturnaja Gazeta e Junost.

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