Per le “due NATO” i russi sono una minaccia ma non si preparano ad attaccarci

 

 

La NATO è uscita così rafforzata dal vertice di Ankara che sembra essere addirittura raddoppiata, O forse solo duplicata: in ogni caso sembrano essercene due.

Quella più evidente che ottiene maggiore eco politico e visibilità sui media è quella che sostiene che i russi ci attaccheranno presto, invaderanno l’Europa prima del 2030, o forse solo una parte di essa nel 2028 a sentire il segretario generale della NATO Mark Rutte e una lunga lista di premier, ministri e generali per lo più nordici, baltici e britannici.

Poi c’è l’altra NATO, quella dei militari, che poi è la stessa che con la precedente Amministrazione Biden consigliava prudenza nel provocare la Russia fornendo armi a lungo raggio all’Ucraina, e che nega vi siano segnali di un possibile attacco russo o che Mosca si stia preparando a farlo.

La dichiarazione finale del summit di Ankara ribadisce che “per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza”.

La NATO continua ad avere bisogno di un nemico, ovviamente la Russia, che minaccerebbe di attaccarci entro pochi anni per giustificare così massicci, costosi e insostenibili piani di riarmo in Europa.

Peccato che il generale statunitense Alexus Grynkevich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, abbia negato che vi sano indizi che indichino la volontà russa do attaccare l’Europa. La Russia “non cerca un conflitto. Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici” ha detto il generale al Financial Times.

Questa differenza di vedute è stata oggetto di un dibattito politico anche in Itala che ha indotto il portavoce del generale Grynkevich a precisare che “la Russia resta una minaccia per l’Europa”.

Che la Russia sia una minaccia per l’Europa è oggi e da oltre quattro anni fuori discussione, così come il fatto che l’Europa costituisca una minaccia per la Russia. Anzi, se guardiamo ai fatti è più vero questo secondo aspetto.

Sono anni che armiamo e finanziamo l’Ucraina, nel 2014 non abbiamo battuto ciglio di fronte al colpo di stato organizzato a Kiev dagli Stati Uniti e in seguito abbiamo accettato che l’Ucraina post-Maidan venisse preparata da paesi NATO anche europei a combattere i russi: le nostre armi colpiscono il territorio russo e le truppe russe, le navi militari di paesi europei bloccano petroliere che fanno capo alla cosiddetta “flotta ombra” russa e molti leader della NATO si compiacciono pubblicamente per i militari russi uccisi in battaglia, sostenendo la necessità d colpire in profondità la Federazione Russa per indurla a chiedere la pace.

Senza dimenticare che mezzi, armi e “volontari” europei hanno combattuto non solo in Ucraina ma anche in territorio russo, nella regione di Kursk, durante l’offensiva ucraina.

Per tutti questi motivi appare comprensibile che a Mosca i “falchi” chiedano a Putin di colpire duramente anche i partner NATO europei dell’Ucraina; altrettanto comprensibile che in Europa qualcuno si chieda se abbiamo capito che stiamo giocando col fuoco e se qualcuno ritiene valga la pena rischiare la guerra con Mosca.

Poiché siamo, indirettamente ma in modo sempre più palese, in guerra contro la Russa è ovvio che Mosca costituisca una minaccia per l’Europa ma questo non significa che i russi stiano preparandosi ad invaderci o ad attaccarci. Iniziativa di cui la componente militare della NATO ha sempre negato vi siano indizi concreti ed è proprio questa sfumatura che ridimensiona le affermazioni di Rutte, commissari, premier e ministri europei.

Dopo il generale Grynkevch lo ha ribadito l’11 luglio a The Times un alto funzionario dell’Alleanza Atlantica: “Non vedo assolutamente alcuna indicazione che la Russia sia interessata a un qualsiasi tipo di conflitto con la NATO”, ha affermato il funzionario .

Poiché Mosca ha sempre negato simili piani appare evidente che gli ambienti militari della NATO confermano quanto sostenuto dalla Russia smentendo Rutte, Starmer, Merz, Macron e gli altri.

Se la Russia non si prepara ad attaccarci, è però corretto affermare che resta chiaramente una minaccia per l’Europa, soprattutto finché i governi europei continueranno a fare di tutto per alimentare questa ostilità, come dimostra anche l’indisponibilità ormai palese dell’Europa a individuare un interlocutore che negozi con Mosca. Con un po’ di pragmatismo e buon senso infatti dovremmo trovare un accordo per cessare di essere una minaccia gli uni per gli altri.

Anche perché, paradossalmente, tra i due belligeranti solo l’Ucraina (non la Russia) ha effettuato attacchi e provocato gravi danni all’Europa, considerato che la Procura Federale Tedesca accusa direttamente i vertici di Kiev per l’attacco ai gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico nel settembre 2022. 

Persino i documenti strategici americani redatti dall’Amministrazione attuale e lo stesso Trump non indicano la Russia come un nemico anche se Washington, pur con le dichiarazioni altalenanti e spesso contraddittorie dei suoi esponenti di spicco, sostiene la tesi che l’Europa debba armarsi per fronteggiare Mosca, comprando ovviamente armi americane.

Del resto che alcuni partner UE e NATO stiano cercando con la massima dedizione i guai con Mosca è ormai un dato di fatto così come è evidente che altri stati, proprio alla luce di tali approcci bellicosi e provocatori nei confronti di Mosca,  stano prendendo le distanze dal riarmo in funzione anti-russa o stiano riducendo il sostegno militare a Kiev e i programmi di riarmo.

Il caso più plateale di bellicismo russo-fobico lo si riscontra ovviamente nelle tre Repubbliche Baltiche.

L’11 luglio gli incaricati d’affari delle ambasciate di Lituania, Lettonia ed Estonia a Mosca hanno inviato al ministero degli Esteri della Federazione russa una lettera di protesta congiunta in relazione alle dichiarazioni effettuate lo scorso 4 luglio dal viceministro degli Esteri russo, Mikhail Galuzin, secondo cui gli Stati baltici avrebbero concesso all’Ucraina l’utilizzo del proprio spazio aereo per effettuare attacchi con droni nei confronti della Russia.

Il documento ribadisce che le affermazioni di Galuzin rappresentano un tentativo di screditare i governi di Lituania, Lettonia ed Estonia, diffondendo disinformazione e aumentando ulteriormente la tensione nella regione.

Respingendo ogni accusa, il documento afferma che l’ingresso dei droni nello spazio aereo degli Stati baltici rappresenta una conseguenza diretta della guerra di aggressione su vasta scala della Russia contro l’Ucraina e dello sforzo di Kiev per difendersi.

Eppure le accuse russe sono  credibili e a renderle tali sono le stesse autorità delle tre piccole nazioni baltiche la cui aggressività verbale ne confronti della Russa è inversamente proporzionale al loro peso economico, militare e demografico.

Lo stato d’emergenza per i numerosi droni (tutti ucraini) caduti o rilevati sui cieli baltici non è spiegabile con le contromisure russe che devierebbero i droni ucraini diretti sulla Russia.

Se si osserva la mappa qui sopra appare francamente insostenibile l’ipotesi che i droni decollino dal nord dell’Ucraina, entrino nello spazio aereo russo costeggiando i confini bielorussi senza essere né visti, né abbattuti, né disturbati dalle contromisure russe che però diventano improvvisamente estremamente efficaci quando i droni di Kiev raggiungono i confini con Lettonia ed Estonia.

Difficile dare credito alle smentite delle tre nazioni baltiche (le stesse in cui esponenti di governo chiedono alla NATO di bombardare la regione russa di Kaliningrad) tutte peraltro impegnate ad alimentare un’escalation con la Russia che non potrebbero minimamente sostenere.

Appare evidente che i baltici, oltre ad assemblare droni per Kiev, li facciano decollare dal loro territorio per colpire gli obiettivi russi sulla costa baltica fino a San Pietroburgo. Certo, i governi non lo avranno detto alla loro popolazione ma ormai negli ambienti militari è un “segreto di Pulcinella”.

Occorre piuttosto chiedersi che senso abbia mantenere truppe italiane in Lettonia o aerei italiani a rotazione in Estonia (nelle foto sopra e sotto) nell’ambito di dispositivi NATO concepiti per rassicurare le tre repubbliche baltiche, non per consentire loro di provocare la Federazione Russa con la co-belligeranza con Kiev.

Per parlare chiaro, se qualche stato baltico bellicoso provocasse domani un attacco russo al suo territorio siamo certi che gli altri 31 alleati NATO riterrebbero necessario mandare proprie truppe a combattere contro l’esercito di Putin per proteggerlo?

Il testo della dichiarazione finale del summit in Turchia riafferma “il nostro incrollabile impegno per la difesa collettiva ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington e per il legame transatlantico. Un attacco a uno è un attacco a tutti. La nostra unità, solidarietà e forza collettiva rimangono il fondamento della pace, della sicurezza e della prosperità per il miliardo di cittadini della nostra Alleanza di nazioni libere e democratiche. Rimaniamo fedeli al nostro approccio a 360 gradi in materia di deterrenza e difesa”.

Eppure mai come ora gli alleati sono spaccati: l’articolo 5, cioè la disponibilità d tutti i 32 membri di arrivare fino a entrare in guerra per difendere un alleato sotto attacco non è mai stato così vacillante soprattutto perché gli Stati Uniti non assicurano più la difesa dell’Europa come Trump ha più volte spiegato.

D’altra parte le conclusioni emerse dalla Dichiarazione finale del Vertice NATO di Ankara non lasciano spazio a dubbi circa un’Alleanza Atlantica il cui futuro appare costellato di illusioni e contraddizioni.

La NATO si illude di essere unita ma le minacce statunitensi (dalla Groenlandia ai dazi) preoccupano gli  europei che a loro volta sono si dividono. Da un lato chi subisce le pressioni degli Stati Uniti accettando persino, come fanno Germania e Gran Bretagna, di produrre si licenza armi statunitensi presso i propri stabilimenti industriali.

Dall’altro quanti cercano di ricavarsi una maggiore autonomia da Washington, come fanno certamente Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca che insieme alla Bulgaria non offrono armi né denaro all’Ucraina né comprano armi americane per donarle a Kiev; ma come fanno anche Spagna, Francia e Italia, ormai dichiaratamente contrari a ubbidire ai diktat di Trump in tema di spese militari gonfiate, di acquisto di armi statunitensi e di stanziamenti finanziari a lungo termine in favore di Kiev.

Washington si disimpegna dall’Europa per spendere meno ma ci impone di comprare armi statunitensi per incassare di più ed esercitare comunque un’influenza strategica. E ci dà pure i voti in pagella per dividere gli alleati “buon” (cioè ubbidienti), da quelli “meno buoni”, cioè restii a farsi spennare da Trump.

Di fatto gli USA ritirano forze da un’Europa che non intendono più difendere ma che pretendono di controllare come insieme di “stati vassalli” e clienti di armi ed energia statunitense.

Giorgia Meloni, reduce dall’ultimo attacco di un Trump rivelatosi ad Ankara un po’ più educato del solito con il premier italiano, ha ribadito le sue riserve su diversi dossier sottolineando che l’Italia ha aumentato le spese per la difesa e lo farà ancora compatibilmente con le condizioni finanziarie ma i denari investiti dovranno restare in Italia.

Uno stop al “buy american” imposto da Trump con la consueta arroganza, come hanno dimostrato le minacce di rappresaglia nei confronti della Spagna, rea di non voler spendere il 5% del PIL per la Difesa (quando gli Stati Uniti spendono poco più del 3%), ma soprattutto colpevole di non comprare abbastanza armi americane.

Roma ha tentato di bloccare gli stanziamenti NATO per Kiev per il 2027, pari a 70 miliardi, ma ha dovuto recedere dopo essersi trovata di fatto isolata. Eppure sembrava una buona idea non impegnarsi per somme così elevate nelle attuali condizioni economiche dell’Europa e a vantaggio di una nazione sull’orlo del tracollo e travolta dalla corruzione.

A conferma di come americani ed europei siano sempre più lontani, a margine del vertice  sono state annunciate le prime esercitazioni congiunte della “Coalizione dei Volenterosi”, pseudo-alleanza tra nazioni europee guidata da Francia, Gran Bretagna e Germana (e, con meno convinzione, Italia) che nei sogni soprattutto di Parigi potrebbe sostituire un giorno la NATO. Non a caso i “volenterosi” sfileranno per la prima volta a Parigi nella Parata del 14 luglio, festa nazionale francese.

Infine, ad Ankara non si è parlato dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO ma l’apparato industriale militare di Kiev verrà integrato in quello alleato con la curiosa iniziativa ucraina tesa a venderci le armi che produce in surplus alle esigenze belliche, per lo più droni.

Il 30 giugno il governo ucraino ha infatti annunciato il lancio di un nuovo meccanismo che consente ai Paesi partner di acquistare armamenti ucraini, nel tentativo di raccogliere fondi per le proprie forze armate.

Curioso perché l’Ucraina ormai fa produrre in nazioni europee molti dei suoi prodotti militari per sottrarli ai bombardamenti russi e perché il presidente Volodymyr Zelensky non fa che supplicare gli europei per ottenere soldi e armi. Il suo esercito al fronte è sempre più in difficoltà tra carenze di truppe, armi e munizioni ma l’Ucraina ha armi da vendere che noi dovremmo comprare? A Kiev interessa più incassare denaro o sostenere il conflitto contro i russi?

A Mosca la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito irresponsabili le decisioni assunte dalla NATO ad Ankara.

“Se gli strateghi della NATO si fossero fermati a riflettere, forse non avrebbero preso decisioni così irresponsabili che potrebbero portare al disastro non solo per l’Alleanza, ma per il mondo intero. La linea generale rimane immutata: la militarizzazione del continente europeo, l’attenzione al potenziamento delle capacità di difesa, la preparazione a un conflitto armato con la Russia e, naturalmente, gli aiuti all’Ucraina, che vengono strumentalizzati dai radicali all’interno dell’alleanza per raggiungere l’effimero obiettivo di infliggere una ‘sconfitta strategica’ al nostro Paese”.

Foto:  NATO, Presidenza Ucraina, Difesa.it e TASS

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).

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