La “ teoria della vittoria” e la deterrenza della NATO

La «Theory of Victory» illustrata da Alexus Grynkewich a Varsavia ridefinisce il rapporto tra deterrenza, difesa collettiva e risultato politico-strategico del conflitto. L’obiettivo dichiarato è impedire all’avversario di conseguire un successo militare, fermandosi all’obiettivo ‘tattico’ del contenimento, senza promuovere strategie espansive e di annientamento della Federazione Russa. La dottrina militare della Nato è dunque ‘proattiva’ nella deterrenza e nella difesa, ma chiama anche alla responsabilità politica di delineare una prospettiva di de-escalation e una strategia negoziale per fermare il conflitto.
“Teoria della Vittoria”: un’iperbole azzardata?
Appare un’iperbole muscolare o un azzardo retorico, con un impatto poco aderente alle istanze di de-escalation di larga parte delle opinioni pubbliche europee, la «Theory of Victory» della NATO presentata al Warsaw Security Forum del 12 ottobre 2026 dal comandante supremo delle Forze alleate in Europa Alexus Grynkewich. La questione riguarda la pianificazione militare della Alleanza transatlantica, e investe il significato stesso della “vittoria” in una strategia che rimane di ‘deterrenza’ e ‘difesa’.
La formula scelta dal comandante supremo sembra contenere una contraddizione: un’Alleanza che dichiara di voler preservare la pace presenta una «teoria della vittoria» e afferma di essere pronta a combattere immediatamente in caso di attacco. La contraddizione, tuttavia, è solo apparente.
Nella logica della deterrenza, la scelta retorica di Grynkewich, espressa a nome di 32 Paesi Nato, è quella di convincere il potenziale aggressore a non estendere il conflitto ai territori dell’alleanza, dichiarando che in caso di necessità si è pronti a combattere con tutti gli strumenti necessari. In sostanza si mira a delineare una linea di fermezza nella deterrenza, che, tra l’altro, si pone pragmaticamente – in qualche misura – anche al di là delle torsioni del presidente Trump: oggi appare persino remissivo nei confronti della Russia, fino a frenare l’imposizione di nuove sanzioni e a prospettare la riapertura di canali di approvvigionamento petrolifero. Si tratta di soluzioni che, secondo diversi analisti, hanno una portata limitata per la scarsa disponibilità di risorse petrolifere russe da destinare al mercato americano.
La deterrenza della NATO, in questa prospettiva, cerca di affermare una propria continuità strategica, fondata sulla credibilità della difesa collettiva e sulla capacità di reagire a un’aggressione, indipendentemente dalle oscillazioni della politica americana sul quadro politico e negoziale complessivo.
Il problema è che la credibilità della forza non coincide automaticamente con la stabilità strategica. La prima dipende dalla capacità di impedire all’avversario di conseguire i propri obiettivi; la seconda richiede anche che le misure adottate per garantire la sicurezza non producano una successione incontrollata di reazioni, riarmi e contromisure. È in questa tensione che si colloca il significato politico della nuova impostazione atlantica.
La vittoria come negazione dell’aggressione
Secondo una efficace ricostruzione di Euronews, Grynkewich ha articolato la teoria intorno a tre principi: «Blunt the initial attack, Block continuation of attack, Degrade the enemy». In termini sostanziali, si tratta di contenere l’attacco iniziale, impedirne la prosecuzione e degradare le capacità operative dell’avversario. La sequenza descrive un modello di difesa che non si limita a resistere all’urto iniziale, ma mira a neutralizzare progressivamente il sistema militare attraverso cui l’aggressione viene condotta. Il tutto con finalità strategiche che vengono chiaramente delimitate, per rappresentare il nucleo di una deterrenza ‘costruttiva’, volta ad evitare l’escalation.

Il generale ha spiegato che la NATO intende fermare con determinazione qualsiasi offensiva, arrestare un’eventuale avanzata qualora prosegua e, se necessario, spezzare le forze avversarie e il sistema operativo che le sostiene. Il riferimento non riguarda soltanto le unità impegnate direttamente sul campo, ma anche le strutture in profondità, capacità di comando, i rifornimenti, le riserve e le infrastrutture indispensabili alla prosecuzione delle operazioni.
Si tratta di elementi ‘proattivi’ che saranno valutati caso per caso, sempre nella prospettiva della necessità e della proporzionalità, principi peraltro sanciti anche nel diritto internazionale dei conflitti armati. Anche queste dichiarazioni, beninteso, vanno riferite a logiche di deterrenza: l’avversario deve avere chiaro che la Nato non rinuncia a difendersi, sebbene l’incertezza del quadro politico, soprattutto europeo, possa indurre a pensare il contrario.
Il primo obiettivo, Blunt the initial attack, cioè contenere, è impedire che un attacco produca un fatto compiuto. Un’aggressione rapida, accompagnata dall’occupazione di una porzione di territorio, potrebbe infatti costringere l’Alleanza a scegliere tra il rischio di un’escalation militare e l’accettazione di una nuova situazione territoriale. La strategia delineata da Grynkewich mira a neutralizzare questa possibilità, assicurando che la risposta alleata sia sufficientemente tempestiva da impedire il consolidamento dei risultati iniziali dell’offensiva.
Il secondo obiettivo, Block continuation of attack, impedire la prosecuzione dell’attacco, consiste nel sottrarre l’iniziativa all’aggressore. Arrestare l’avanzata non sarebbe sufficiente se le forze attaccanti conservassero la possibilità di riorganizzarsi, ricevere rinforzi e riprendere l’offensiva. Da qui la necessità di intervenire sull’intero sistema operativo nemico, riducendone la capacità di coordinare e sostenere ulteriori azioni.
Il terzo principio Degrade the enemy, ridurre le capacità dell’avversario, introduce la dimensione più delicata della teoria: la degradazione delle capacità militari avversarie. Una difesa efficace deve poter neutralizzare la minaccia, ma la profondità dell’intervento necessario a raggiungere questo risultato dipende dalla natura dell’attacco, dalla sua intensità e dalla persistenza dell’aggressione.
La prospettiva centrale della «Theory of Victory» sta proprio in questo momento decisionale fortemente critico: il fine politico-strategico dell’azione militare.
La distinzione tra successo militare e risultato politico
Il passaggio più significativo del discorso di Grynkewich riguarda proprio la delimitazione dell’obiettivo finale. Il generale ha chiarito che la NATO non mira a infliggere una sconfitta “strategica” al nemico, in una guerra che si traduca in invasioni del territorio russo o nel perseguire il crollo della Federazione Russa: l’obiettivo dichiarato è impedire l’occupazione e assicurare il mantenimento del territorio alleato, rendendo necessario sconfiggere sul piano esclusivamente “tattico e operativo” le forze impiegate nell’aggressione.
Questa distinzione introduce un elemento di misura rilevante nella definizione della vittoria. La finalità è negare all’aggressore la possibilità di conseguire gli obiettivi per cui ha avviato il conflitto, non già di imporgli una trasformazione politica, né perseguire un risultato illimitato. Impedire a un avversario di conquistare territorio non equivale a perseguire la distruzione della sua capacità statuale. Una strategia difensiva può richiedere operazioni militari incisive, ma non per questo deve necessariamente assumere come obiettivo il collasso politico o strategico del Paese da cui proviene l’attacco.
La prospettiva è essenziale: si mira a circoscrivere la guerra ai suoi obiettivi difensivi, evitando che la risposta militare si annunci in una strategia di trasformazione geopolitica, minaccia che – secondo la dottrina reattiva della Federazione Russa – rischierebbe di estendere il conflitto oltre la soglia nucleare e renderebbe più difficile una conclusione negoziata.
Il fianco orientale e il rischio del fatto compiuto
Con questa limitazione strategica, Grynkewich ha in ogni caso voluto rispondere alle ultime rivendicazioni espresse dalla Federazione Russa circa piani della Nato di isolamento dell’exclave di Kaliningrad.

l generale ha quindi confermato la presenza di forze statunitensi in Polonia e lungo il fianco orientale, ribadendo l’impegno degli Stati Uniti nell’Alleanza in difesa di quell’area.
La Polonia e i Paesi baltici rappresentano aree centrali nella pianificazione della difesa collettiva, in un contesto segnato dalla guerra in Ucraina, e dalle minacce già note di attività ibride, sabotaggi e attacchi informatici. Solo apprestamenti difensivi di prossimità possono scoraggiare un’eventuale aggressione puntando sulla rapidità della capacità di risposta.
La conferma della volontà politica di dispiegare le forze necessarie mira a ridurre lo spazio nel quale un avversario potrebbe pensare di ottenere vantaggi territoriali ritenendo di approfittare dell’incertezza, delle difficoltà di coordinamento e dei tempi di reazione della difesa collettiva.
Grynkewich (nella foto sopra) ha richiamato in questo contesto gli articoli 3 e 5 del Trattato Nord Atlantico. Il primo impegna gli alleati a mantenere e sviluppare la propria capacità individuale e collettiva di resistenza a un attacco armato; il secondo stabilisce il principio della difesa collettiva. L’articolo 5 non prescrive una risposta militare identica per tutti gli Stati, ma prevede che ciascun alleato assista il Paese attaccato intraprendendo l’azione che ritenga necessaria, compreso l’impiego della forza armata. La distinzione è importante perché la solidarietà atlantica non elimina le responsabilità nazionali, né rende superfluo il processo politico attraverso cui vengono definite le risposte a una crisi. La difesa collettiva richiede capacità comuni e coordinamento, ma anche decisioni legittime e consapevoli delle conseguenze delle azioni intraprese.
La deterrenza non esaurisce la politica di sicurezza
Grynkewich ha escluso che la guerra debba essere considerata “inevitabile o imminente”, sottolineando l’importanza di comunicare chiaramente le intenzioni difensive e mantenere aperti i canali di comunicazione. La preparazione militare, nella sua impostazione, deve contribuire a prevenire il conflitto, non a presentarlo come un esito necessario. Questa precisazione è essenziale: una strategia di deterrenza può risultare efficace se convince l’avversario che l’aggressione non produrrà vantaggi.

Tuttavia, il medesimo dispositivo può diventare destabilizzante se viene interpretato come il preludio a un’offensiva, o se ogni misura difensiva induce l’altra parte a rafforzare ulteriormente le proprie capacità militari. Il problema è noto nella teoria delle relazioni internazionali come “dilemma della sicurezza”: uno Stato può rafforzare i propri strumenti militari per proteggersi, ma le sue iniziative possono essere percepite dagli altri come una minaccia, generando risposte che aumentano l’insicurezza complessiva.
In ogni caso, occorre essere altrettanto chiari sul tema delle responsabilità: non si tratta di sostenere che tutte le responsabilità siano equivalenti o che la difesa e l’aggressione siano giuridicamente assimilabili. La responsabilità di chi avvia un attacco resta distinta da quella di chi esercita la legittima difesa. Cionondimeno, Stati e autorità politico-militari responsabili debbono trovare soluzioni ad un altro problema: anche quando la finalità difensiva è legittima, la gestione delle percezioni, delle comunicazioni e delle crisi rimane decisiva per evitare che un confronto militare degeneri. La deterrenza richiede quindi una doppia capacità. Da una parte, deve rendere credibile il costo di un’aggressione; dall’altra, deve comunicare con sufficiente chiarezza i limiti degli obiettivi perseguiti. La trasparenza, il mantenimento dei canali diplomatici e la disponibilità a gestire gli incidenti non rappresentano concessioni alla debolezza, ma strumenti di prevenzione.
La lezione dei conflitti contemporanei
Grynkewich ha richiamato le esperienze maturate in Ucraina e in Medio Oriente, sottolineando la necessità di combinare sistemi di precisione avanzati con grandi quantità di mezzi relativamente economici. Il riferimento riguarda una trasformazione del modo di combattere, in cui droni, munizioni, sensori, capacità di guerra elettronica e sistemi di comando incidono sempre più sulla sostenibilità delle operazioni.
La guerra in Ucraina ha mostrato quanto sia difficile mantenere a lungo una superiorità tecnologica se le capacità disponibili non sono accompagnate da una produzione industriale adeguata e da scorte sufficienti. La disponibilità di sistemi sofisticati può garantire vantaggi importanti, ma non elimina la necessità di sostituire rapidamente le perdite, proteggere le infrastrutture e sostenere logisticamente le forze impegnate.

Per l’Europa, la questione è anche economica e istituzionale. La costruzione di una difesa credibile richiede investimenti che devono essere coordinati con le esigenze industriali, con le priorità nazionali e con la necessità di mantenere la coesione politica tra gli alleati. L’aumento della spesa militare non può essere valutato soltanto in termini quantitativi: occorre considerare quali capacità vengano sviluppate, in quanto tempo possano essere rese operative e quanto siano effettivamente integrate nei piani comuni.
La teoria della vittoria solleva dunque una questione che riguarda l’intero sistema europeo di sicurezza: la capacità di sostenere una difesa collettiva dipende non soltanto dalla volontà politica, ma anche dalla disponibilità di risorse, dall’organizzazione industriale e dalla continuità degli impegni nel tempo.
«La migliore vittoria è quella per cui non dobbiamo combattere»
Il presidente del Comitato militare della NATO, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ha espresso il significato politico della nuova impostazione in un’intervista a la Repubblica del 10 ottobre 2026: «La migliore vittoria è quella per cui non dobbiamo combattere». L’ammiraglio ha sostenuto che pianificare la difesa non costituisce una provocazione, ma serve a rendere credibile la deterrenza e a convincere un potenziale aggressore dell’inutilità di un attacco. (Fonte: la Repubblica, 10 ottobre 2026).

La questione assume un significato ancora più ampio se si considera che la sicurezza europea non coincide esclusivamente con la protezione militare dei confini. Comprende la resilienza delle infrastrutture, la protezione delle istituzioni, la capacità di contrastare le interferenze e la tutela delle condizioni politiche che consentono agli Stati di esercitare la propria sovranità.
Una teoria della vittoria che si limiti a descrivere la sconfitta militare dell’aggressore rimarrebbe incompleta. Per diventare una strategia di sicurezza sostenibile, deve chiarire anche quale ordine politico intenda preservare e quali condizioni possano consentire il ritorno a una convivenza pacifica.
Il limite politico della forza
La «Theory of Victory» presentata a Varsavia può essere letta come il tentativo di definire una soglia oltre la quale l’aggressione non produce vantaggi, senza trasformare la difesa collettiva in una strategia di annientamento dell’avversario. La sua ambizione è rendere credibile la risposta militare, circoscrivendone al tempo stesso la finalità politica. Questa impostazione contiene un elemento di razionalità strategica: una difesa efficace deve impedire che l’uso della forza consenta di modificare i confini e imporre nuove condizioni politiche.

Ma la sua credibilità non dipenderà soltanto dalla capacità di bloccare un’offensiva: dipenderà anche dalla possibilità di mantenere il controllo dell’escalation, rispettare il diritto internazionale e preservare uno spazio per la soluzione diplomatica delle controversie.
La distinzione tra vittoria militare e risultato politico torna così al centro del problema. Fermare un attacco può essere una condizione indispensabile per ripristinare la sicurezza, ma non equivale automaticamente a costruire una pace stabile. La fine delle ostilità richiede decisioni politiche, garanzie di sicurezza e strumenti negoziali capaci di ridurre il rischio di una nuova guerra.
La NATO intende dimostrare che un attacco contro uno dei suoi membri non può conseguire i propri obiettivi. È questo il nucleo della teoria esposta da Grynkewich. La sfida consiste nel fare in modo che tale messaggio non sia soltanto credibile sul piano militare, ma anche coerente con una prospettiva politica di stabilità. La vittoria che non richiede di combattere non può essere affidata esclusivamente alla forza. Richiede una difesa capace di scoraggiare l’aggressione, una coesione alleata sufficientemente solida da rendere credibili gli impegni assunti e una diplomazia in grado di ridurre i rischi di errore e di escalation.
La deterrenza può contribuire a impedire la guerra; la costruzione della pace richiede qualcosa di più: la capacità di trasformare la sicurezza militare in un ordine politico nel quale il ricorso alla forza non rappresenti più lo strumento ordinario per risolvere le controversie.
La conclusione è dunque scontata: il vertice militare della Nato ha dato la sua prospettiva di deterrenza proattiva, ora tocca alla leadership politica prospettare con altrettanta determinazione una iniziativa negoziale per fermare la guerra.
Foto: NATO e Ministero Difesa Ucraino
Maurizio Delli SantiVedi tutti gli articoli
Membro della International Law Association, dell'Associazione Italiana Giuristi Europei, dell'Associazione Italiana di Sociologia e della Société Internationale de Droit Militaire et Droit de la Guerre - Bruxelles. E' stato componente di delegazioni governative in conferenze diplomatiche ed ha svolto seminari e incarichi di docenza a contratto in Diritto Internazionale Penale/Diritto Internazionale dei Conflitti Armati e Controterrorismo. È autore di varie pubblicazioni, tra cui: "La guerra in Ucraina e le sfide per il nuovo ordine internazionale. Rappresentazioni tra diritto internazionale e geopolitica", Aracne, 2022, e "L'ISIS e la minaccia del nuovo terrorismo. Tra rappresentazioni, questioni giuridiche e nuovi scenari geopolitici", Aracne, 2015. Giornalista pubblicista, collabora con Analisi Difesa, Geopolitica.info, Notizie Geopolitiche, i quotidiani Avvenire e Domani, ed altre testate italiane ed europee.







