USA e NATO contro Karzai e l’Afghanistan va a rotoli

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Tira caria pesante tra Stati Uniti e Afghanistan in merito alla firma dell’Accordo bilaterale sulla sicurezza (BSA). L’intesa è già definita nei contenuti e prevede che dopo il 2014, quando terminerà l’attuale missione Nato, restino in Afghanistan circa 12 mila militari alleati in gran parte statunitensi con compiti di addestramento e consulenza delle truppe di Kabul e di contrasto ad al-Qaeda. Il presidente Hamid Karzai, che ha detto apertamente di non fidarsi di Washington, vuole che gli statunitensi si impegnino a non violare le case degli afghani durante le operazioni antiterrorismo, appoggino il negoziato di pace con i talebani e liberino 17 cittadini afghani detenuti Guantanamo. Richieste che riaprirebbero il negoziato sull’accordo di sicurezza e comunque respinte dagli statunitensi. L’ostacolo maggiore è rappresentato però dalla decisione di Karzai di non firmare il BSA lasciando l’onere al suo successore che verrà eletto il prossimo aprile. Una mossa che non è stata digerita alla Casa Bianca che ha posto il diktat tra firma entro fine mese dell’accordo o “opzione zero”, cioè il ritiro di tutte le forze alleate dal Paese alla fine dell’anno prossimo. In pratica la fotocopia di quanto attuato in Iraq alla fine del 2011 dopo che il Parlamento di Baghdad si era rifiutato di garantire l’immunità giudiziaria ai soldati statunitensi, rischio scongiurato invece a Kabul.

Il Segretario di Stato americano John Kerry ha ipotizzato che di fronte alle esitazioni  del presidente il BSA possa venire siglato dal ministro della Difesa afghano ma Karzai non ci sta a farsi scavalcare. Il suo portavoce, Aimal Faizi, ha replicato che “nessuno ha l’autorizzazione di mettere la firma a nome del governo afghano se non autorizzato dal capo dello Stato”. L’Accordo, negoziato per due anni, è stato sottoposto in novembre all’esame della  Loya Jirga (Gran Consiglio) che lo ha approvato chiedendo a Karzai di firmarlo entro la fine dell’anno come vorrebbe Washington. Per risolvere l’impasse è arrivato il 5 dicembre a Kabul l’inviato speciale americano per Pakistan e Afghanistan, James Dobbins.  A dare una mano agli americani è scesa in campo martedì la NATO con un ultimatum lanciato a Karzai dal segretario generale Anders Fogh Rasmussen. “Senza la firma dell’accordo bilaterale sulla sicurezza non saremo in grado di dispiegare una missione di addestramento e ci sarà un impatto negativo sulla sicurezza nel Paese e sugli aiuti finanziari”  ha detto Rasmussen minacciando il blocco degli stanziamenti per 4,1 miliardi di dollari annui che l’Occidente si è impegnato a versare a Kabul tra il 2015 e il 2017 per sostenere le forze afghane.

Nei giorni scorsi ministri e comandanti afghani avevano denunciato il rallentamento degli aiuti logistici e di carburante fornito dagli statunitensi ai reparti di esercito e polizia afghani, indispensabili a garantire un minimo di operatività alle forze di Kabul. Il comando alleato a Kabul ha smentito ma è evidente che senza tale supporto le forze afghane sarebbero alla paralisi entro pochi giorni. Facile quindi intuire che senza la presenza degli alleati la situazione in Afghanistan è destinata precipitare rapidamente già ben prima della fine dell’anno prossimo e del resto il progressivo ritiro delle forze Nato ha già permesso ai talebani di guadagnare terreno in molte regioni provocando circa 400 caduti al mese alle forze governative.
Ma dove vuole arrivare Karzai? La sfida costante con Washington potrebbe essere un bluff per ottenere maggiori aiuti e soprattutto quelle armi pesanti che finora gli Stati Uniti hanno sempre negato alle truppe afghane. Possibile anche che Karzai voglia liberarsi dell’ingombrante presenza di USA e Nato (che pretendono la lotta alla corruzione in cambio degli aiuti economici) per affidarsi dal 2015 a partner regionali quali Cina, Russia e soprattutto India interessati a contrastare i jihadisti e preoccupati del possibile tracollo afghano.

Non si può neppure escludere che il presidente punti a “guadagnare punti” agli occhi dei talebani che molti ritengono avranno un ruolo di rilievo nel futuro del Paese. Non a caso i talebani, che hanno sempre definito Karzai un “fantoccio nelle mani degli americani”, hanno espresso apprezzamento per la posizione assunta riguardo la firma del BSA.  “Per l’Emirato islamico dell’Afghanistan – si legge in un comunicato riportato dall’agenzia di stampa Xinhua – l’opposizione manifestata dal capo dell’amministrazione di Kabul, Karzai, riguardo la firma dell’accordo sulla sicurezza dimostra che ha capito le richieste degli afghani che resistono contro le forze di invasione e che gli afghani non accetteranno mai forze di invasione nella loro terra”.  Karzai, che dopo due mandati non potrà presentarsi alle elezioni, aveva già ricevuto l’apprezzamento di Gulbuddin Hekmatyar leader del partito di opposizione armata Hezb-i-Islami, alleato dei talebani. Ai ferri corti con Karzai, gli Stati Uniti hanno rapporti pessimi anche con il governo pakistano per i continui raid di droni sul Waziristan, e ieri hanno sospeso il traffico logistico di materiale destinato ai contingenti militari in Afghanistan attraverso il Pakistan. La decisione, annunciata dal portavoce del Pentagono, Mark Wright, arriva dopo le recenti proteste pakistane contro le operazioni dei droni. Wright non ha escluso una ripresa delle spedizioni via Pakistan “nel prossimo futuro” come del resto è già accaduto molte volte in passato.

Fonte: Nuova Bussola Quotidiana

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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