Reportage: il confine caldo tra Siria e Turchia

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REPORTAGE di Pierre Chiartano

Ahmad è giovane, nonostante la barba. Maneggia il kalashnikov con attenzione e disinvoltura. L’attenzione viene dalla lunga pratica. La disinvoltura deriva dalla consapevolezza che in Siria un’arma  è solo il prolungamento della mano. Lo poggia sul tavolino di legno che è il suo ufficio di capoposto alla frontiera di Bab el Salam, mezz’ora d’auto a nord di Aleppo,  all’ombra del grande cartello che recita “Free Syria” con i convenevoli d’occasione, a seconda da quale lato lo si guardi. Le armi che all’inizio della guerra al regime di Assad entravano in Siria anche stipate nelle ambulanze , ora hanno preso un’altra direzione. Specie quelle più sofisticate, come i missili terra-aria portatili tipo Stinger (il russo SA-24 Grinch e il cinese FN 6). Armi che possono colpire un velivolo a 6.000 metri di quota, entrate in Siria molto anche via mare. Chi compra ora ha interesse a rimpinguare il proprio arsenale per guerre future. Parliamo del partito armato curdo, nelle sue varianti turche e siriane. O i gruppi del franchising di al-Qaeda che, a quanto pare, non vanno neanche troppo d’accordo tra loro, tanto che è dovuto intervenire al Zawahiri a mettere ordine, senza peraltro riuscirci.  All’inizio del conflitto civile in Siria c’erano cosi tante armi in giro che i ribelli, quando rientravano ad Hatay per qualche giorno di licenza, se le portavano dietro.

Li potevi vedere mentre passeggiavano nella centralissima Saray, AK47 a tracolla. Ragion per cui sono arrivato ad Hatay con due obietivi: seguire la pista del nuovo jihadismo internazionale, ripreso dopo i famosi attacchi chimici, e sapere per grandi linee che fine faranno  tutte le armi “vomitate” su questo fronte. Perciò mi attivo subito con quel paio di segnalazioni che ho ricevuto e che, come al solito, sono datate e non portano a nulla. Serve una pista nuova. Ma non è difficile. Il posto pullula di combattenti “a riposo” e non è neanche tanto difficile farli parlare. Basta rompere il ghiaccio. “Fino a qualche mese fa li potevi trovare direttamente negli alberghi del centro, i benestanti sauditi e quelli che venivano dal Golfo. Gli altri, con meno soldi in tasca, come bosniaci, kosovari, tunisini e algerini riempivano case private e pensioni. Ora non si fanno piu tanto vedere in città. Vanno a Reyhanly, ci sono delle pensioni e qualche casa nella campagna circostante. Stanno lì giusto il tempo per essere infiltrati in Siria dal confine nei paraggi di Cilvegozu”, ci spiega un “operatore” del settore hospitality. Non è un caso se proprio in quella cittadina, nel maggio scorso, ci sono stati oltre 50 morti a causa di un attentato. I “would be” jihadist arrivano di notte con gli ultimi voli da Istanbul, nel modernissimo terminal di Hatay. Il biglietto costa pochissimo dai 40 ai 60 euro andata e ritorno. Quando hanno dei problemi di salute rientrano per qualche tempo in Turchia, ma qualcuno si è fatto anche la fidanzata da questo lato del confine.

Naturalmente tutti questi posti sono zeppi di occhi e orecchie delle varie khatibe siriane, dalla Northern storm brigade ad al Nusra e alla famigerata Stato islamico in Iraq e Levante (Isil). Ad Azaz comandano loro per mano di un kuwaitiano. “Le formazioni residue del Free Syrian Army sono destinate a scomparire nei prossimi mesi” ci confessa durante una cena – qualche giorno dopo a Istanbul – un vecchio amico, alto ufficiale delle forze armate turche e accademico di rango. “Verranno assorbiti dalle altre milizie in campo, quelle militarmente piu preparate” continua a spiegarci, sottintendendo che sul terreno sono quelle islamiste a muoversi meglio. Ragion per cui molti degli jihadisti che continuano ad arrivare al ritmo di qualche centinaio al mese è lì che finiscono. Anche alcuni combattenti non-islamici si inquadrano in al-Nusra, perchè offre garanzie da un punto di vista squisitamente militare.  Ed è proprio l’impressione ricevuta dai primi contatti in Siria, quella che ci sia già un accordo, specie per il controllo degli ingressi sul confine e, non ultimo, per la spartizione dei lucrosi business legati ai traffici transfrontalieri.  Ora con l’accordo Washington-Teheran l’obiettivo non è più rovesciare Assad, ammesso che sia mai stato possibile. Ognuno si acconcia come meglio può a guadagnare il più possibile dal conflitto siriano. E in fretta.

Sono appena sceso da un bus verde che fa da navetta tra i due lati del passaggio di frontiera di Kilis. Ho lasciato Hatay perchè di entrare da Cilvegozu non se ne parla, troppa criminalità spicciola in giro.  Il mezzo, vuoto, mi aveva raccolto a 500 metri dalla meta. In mezzo ai due check-point, una lunga camminata, forse un paio di chilometri tra recinti, filo spinato, depositi di mezzi sequestrati, qualche palazzina bassa, telecamere, file corte e sparpagliate di persone, pendolari della disperazione mentre spari di armi automatiche rimbalzano in lontananza. Probabilmente polizia a caccia di contrabbandieri che qui esercitano un business lucroso. Colpi secchi che si sentivano anche nella notte da Kilis. Il bus verde con autista siriano e un unico passeggero a bordo si ferma di fronte a un grande cancello bianco. E’ l’ultimo limes turco, l’ultimo posto dove vedere le divise celesti e blu della polizia di frontiera. Anche se in questo caso le puoi solo immaginare, perché rimangono al chiuso del loro gabbiotto blindato. E’ anche la frontiera Nato piu esposta al radicalismo islamico, e agli epigoni di al Qaeda. Ma sul campo le immagini in bianco e nero,  tracciate da molte analisi e rapporti, sono meno chiare. Domina il grigio. Guerra, religione, politica, ma anche interessi, affari, traffici, sono tutti elementi che fanno parte  del puzzle siriano.

Mentre il cancello lentamente scorre, non vedi nessuno. E il larghissimo passaggio carrabile attraversato in Turchia diventa improvvisamente  uno stretto corridoio. Sulla destra il cielo azzurro lo percepisci  attraverso i vetri sporchi del bus e il filo spinato, ti da la cifra di un posto dove bellezza, perdizione, abissi disumani, coraggio, viltà, odori immondi, profumi d’oriente, misericordia e pietà ti colpiscono improvvisi come delle bombe a frammentazione. Piu avanti di un centinaio di metri il paesaggio cambia improvvisamente. Tutto appare precario, dimesso, povero. In Siria c’è una guerra e lo capisci dai primi metri. Il bus verde passa il checkpoint senza fermarsi. Rallenta piùavanti, qualche centinaio di metri dopo il grande cartellone “Free Syria”, le bandiere e il tavolino in legno con appoggiato un kalashnikov, unico  simbolo dell’autorità di frontiera. Scendo dal mezzo e ritorno sui miei passi. Appena vedo un ragazzo con giubbotto in pelle nera, armato, mi presento e chiedo di parlare con chi comanda. Ahmad maglietta bianca, capello corto, barba, è giovanissimo. E’ lui che impartisce gli ordini in questo passaggio strategico anche per le sorti di Aleppo. Bab el Salam è la porta verso la salvezza, il paradiso o cancello verso l’inferno, a seconda da che lato si entri. Ahmad e i suoi giovani compagni non parlano inglese e il mio arabo non è sufficiente per condurre un’intervista. Chiamano un altro combattente, barba e mimetica, sorriso aperto quando gli dicono che sono italiano.

Ripasso  come una tabellina persone, volti e informazioni raccolte la sera prima nella città di frontiera, a sud di Gazantiep, e tre giorni prima ancora ad Hatay e Reyhanli, piccolo centro strategico, vicinissimo al posto di frontiera di Cilvegozu. Lì a metà settembre un autobomba era esplosa sul lato siriano del confine. Ricordo le facce assolutamente inespressive dei miei interlocutori, quando nella notte si continuavano a sentire colpi di armi automatiche. La mano di Omar, che dopo essersi grattato la barba rossiccia mi disegnava i punti di passaggio piu frequentemente usati dai contrabbandieri turchi lungo il confine. Utilizzati ultimamente più per far entrare illegalmente  petrolio – in taniche da 60 litri – e armi (sofisticate) in Turchia che per altro. La faccia “vecchia” ma espressiva di Ridah, con i suoi 24 anni, che mi faceva capire che molta “roba” – armi ed esplosivi, specie nitrati – passano da Urfa piu ad est. Le mani lunghe e affusolate di Abdel mentre mi faceva vedere la foto della fidanzata che lo aspetta da otto mesi. Dalla Turchia la “merce” piu comune da contrabbandare sono gli jihadisti. Da Kilis fino alla chiusura sul lato turco del traffico commerciale, passava cibo, benzina e ogni genere di prima necessità utile a far sopravvivere il centro siriano che si trova  poco piu di 50 chilometri a sud. Oltre le armi, naturalmente. A Kilis c’erano i campi della Cia, con le squadre miste (americani e siriani) di ricerca dei depositi di armi chimiche, oggi rimaste disoccupate. Forse si sono riattrezzate per la consegna dell’armamento leggero promesso da Barack Obama. Purtroppo la mancanza di legge in Siria ha provocato il diffondersi anche di immondi traffici: come quello di organi, prelevati spesso da bambini rimasti senza famiglia.

Gli uomini che vedo intorno al checkpoint sono sei, ma ogni tanto ne compare uno nuovo. Mi fanno sedere, con loro parlo arabo per qualche minuto poi ci raggiunge un altro combattente, 19 anni, parla un po’ d’inglese e traduce. Inizialmente avevano pensato che fossi un businessman, pronto a  proporre la mia “merce”. Presumo che questo sia un distaccamento di quella che gli analisti chiamano “Northern storm brigade”, ma è solo una supposizione. Il sospetto è che sia un gruppo misto, con innesti di “quelli” di Azaz, gli “stranieri” dell’Isil.  Chiedo se sia possibile andare ad Aleppo, sorrisi ironici e gesti inequivocabili me lo sconsigliano. Insisto. Ahmad sorride e promette di accompagnarmi lui, anche subito. “Ma torniamo in mezza giornata, non se ne parla di stare ad Aleppo”. Partiamo su di una vecchia Renault, dopo quasi un chilometro, sulla sinistra c’è un villaggio, poche case, si intravede la cittadina di Azaz, centro rurale di 30mila abitanti, luogo di scontri violenti, prima fra ribelli e forze di Assad – che tanto per mantenere alta la fama di sanguinario la faceva bombardare dall’aria di tanto in tanto – poi a fine settembre tra ciò che rimaneva del Free Syrian Army e una formazione di Stato islamico in Iraq e nel Levante (Isil) sotto il comando di un kuwaitiano: secondo il catalogo aggiornato dei gruppi islamisti armati, una succursale di al Qaeda in Siria. Una sorta di Legione straniera islamica formata tra gli altri da bosniaci, kosovari, arabi del Golfo, algerini e tunisini. Gente esperta che inizialmente era stata accolta con favore dai combattenti siriani anti-Assad. Poi qualcosa era cambiato.

La solita storia: applicazione della sharia, si parlava di esecuzioni sommarie e via discorrendo. Come se non fosse bastato l’orrore fin qui sopportato dalla popolazione civile. La strada si fa piu larga. Ahmad mi fa segno di far scomparire la macchina fotografica. In pochi minuti siamo a una rotatoria. Proseguendo diritto si entra in città. A destra si va verso Aleppo. Gente armata e traffico di camion verso il confine. Ahmad fa un cenno con la mano, sembra tranquillo. Il mio respiro si fa lento. E’  gente piu anziana dei ragazzi sul confine, c’è qualche camicia e maglietta nera in piu. Ci fermiamo. Scambio di battute, distinguo solo la parola “sadiqi” (“mio amico” in arabo) poi vedo la mano destra del mio accompagnatore girare le chiavi dell’accensione. Si riparte percorrendo la piccola circonvalazione che passa a ovest di Azaz. La respirazione torna normale. Arriva una telefonata ci fermiamo di nuovo. Non possiamo proseguire. Non riesco a capire il problema, ma non ho troppa voglia di chiedere spiegazioni e forzare il destino. Ahmad mi promette che il mattino successivo alle sette ci avremmo riprovato. Sono soddisfatto, ma non so ancora cosa mi avrebbe aspettato al rientro e quanto sarebbe stata detestabile la burocrazia ottomana.

Per la polizia di frontiera turca un visto di tre giorni per la Siria ha un significato particolare. Non significa che tu, giornalista, puoi stare al massimo tre giorni, rientrando quando ti pare. Vuol dire che prima di tre giorni non ti fanno rimettere piede in Turchia! La voce al telefono di un funzionario di Ankara, in perfetto inglese, prima mi spiega  che non ci sono problemi, poi che la legge è cambiata. I funzionari del posto di frontiera provano ad inserirmi in una lista speciale, zeppa di medici e operatori umanitari, ma su due piedi non so cosa inventarmi e rifletto che spacciarmi per medico non sia una bella pensata. Comunque martellano su quanto sia pericoloso stare anche poche ore in Siria. Sarebbero ben 14 i giornalisti “scomparsi” da quelle parti, sostiene un altro funzionario. Serve una richiesta al governatore. Tempo necessario? Una settimana. Per questa volta mi fanno rientrare annullando il visto. Mi arrendo e mando una mail agli “amici” oltrefrontiera, sperando che la ricevano. Tanto prima o poi torno, Inshallah. Mi acconcio a rientrare, senza però dimenticare di fare tappa a Gazantiep. Ricca e moderna città, come non ti aspetteresti di trovare in una lontana provincia di confine. Qui nella locale base aerea si trova una delle batterie di missili antimissile Patriot. La città è stata teatro di un attentato lo scorso anno. Un auto stipata con 50 chili di esplosivo e un comando a distanza. Si era pensato in un primo momento alla mano del Pkk, ma guardando a quanto sia vitale mantenere una certa porosità della frontiera siriana, è facile capire come siano andate le cose. Ogni volta che Ankara annuncia o tenta di effettuare una chiusura ermetica dei confini con la Siria (circa 900 chilometri) arriva subito una risposta… esplosiva. E non è questione di sigle o bandiere, dall’altra parte “tutti” sanno che un’eventualità simile significherebbe solo una lenta agonia dell’opposizione armata a Damasco. Più di quanto non stia già avvenendo. Gazantiep come del resto Hatay e Kilis con il loro benessere diffuso dicono un’altra cosa fondamentale: nessuna speranza che l’ideologia dell’islam radicale, made in al-Qaeda, possa prendere piede. Sarà una lotta di potere a suon di attentati e gran lavoro di intelligence con il governo turco e una battaglia da vincere con i media. Ricevo una chiamata sul cellulare, è Omar, vuol sapere se sto bene. A Dio piacendo sono sulla via per Istanbul.

 

 

 

 

 

Pierre Chiartano (a sinistra) con un gruppo di ribelli siriani

 

Foto: Pierre Chiartano e The picture show

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