Primi bilanci per la guerra al califfato

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Almeno 211 jihadisti e 22 civili sono morti dall’inizio dei raid aerei in Siria della coalizione sotto comando statunitense una settimana fa. Lo ha riferito l’Osservatorio siriano dei diritti umani, vicino ai ribelli anti-Assad  che dispone di un’ampia rete di fonti civili, sanitarie e militari. Il  bilancio delle vittime dei raid effettuati dal 23 settembre dalla coalizione guidata da Washington – e di cui fanno parte gli alleati arabi – nelle province di Aleppo, Raqa (nord), Idleb (nordovest), Deir Ezzor (est) e Hassaka (nordest) non è particolarmente incoraggiante. La maggioranza dei jihadisti morti sono membri dell’organizzazione dello Stato Islamico, oltre a sessanta combattenti qaedisti del fronte al-Nusra, considerata un’organizzazione “terroristica” da Washington. I primi dati ufficiali sulle operazioni aeree condotte finora sono stati forniti ieri dal maggior generale Jeff Harrigian, vice capo di stato maggiore per le operazioni della Us Air Force. Delle oltre 3.800 sortite complessive effettuate dall’8 agosto (4.100 secondo il Pentagono tra quella data e il 28 settembre) l’Usaf ne ha effettuate il 70 per cento inclusi la metà degli attacchi aerei e il 95% delle oltre 1.300 sortite effettuate dalle cisterne volanti e delle oltre 700 sortite di velivoli per intelligence, sorveglianza e ricognizione che includono anche i velivoli teleguidati.

Le altre 2 mila sortite circa sono state effettuate da velivoli cargo e da combattimento per un  numero di attacchi aerei (airstrikes) pari a 250. Gli alleati arabi hanno effettuato finora 40 sortite, probabilmente altrettante (per lo più di ricognizione) i Tornado britannici basati a Cipro e i Rafale francesi schierati negli Emirati Arabi Uniti nell’ambito dell’Operazione “Chammal”.
Il presidente americano Barack Obama aveva ammesso domenica che gli Stati Uniti hanno sottovalutato la minaccia rappresentata dagli estremisti in Siria, Paese che ha definito il “Ground Zero per i jihadisti di tutti il mondo”. Valutazione paradossale se si tiene conto del ruolo della CIA (ma questo Obama non lo ha detto) che negli ultimi  tre anni ha convogliato armi e addestramento verso gruppi di ribelli indicato dalle monarchie del Golfo e che certo non erano né laici né moderati e che sono confluiti direttamente nell’IS e nel Fronte al-Nusra. Movimenti tra loro rivali ed acerrimi avversari ma che l’iniziativa statunitense di colpirli entrambi in Siria con le incursioni aeree sta facendo rinsaldare in un’alleanza di opportunità.

Ieri il leader del Fronte al-Nusra ha minacciato di rappresaglie le popolazioni dei Paesi occidentali aderenti alla Coalizione. E’ la prima volta che il capo di al-Nusra, Abu Mohammad al-Joulani, si esprime pubblicamente dopo l’inizio dei bombardamenti contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria. In un messaggio audio diffuso su internet, ha invitato i “popoli di America e d’Europa” ad opporsi ai loro governi e ha evocato la minaccia di esportare la guerra a casa loro.
Comprensibile quindi la posizione del  ministro degli Esteri siriano, Walid al Moallem, che ha criticato il sostegno dei Paesi occidentali e del Golfo ai gruppi armati siriani moderati. In un lungo discorso davanti all’Assemblea generale dell’Onu, Moallem ha negato ancora una volta ogni rappresentatività all’opposizione moderata, privilegiando una “degna opposizione nazionale”. Il ministro ha anche ribadito che rimuovere il presidente Bashar al Assad dal potere è fuori questione. “Continuiamo a credere che non possiamo avviare una soluzione politica fino a quando il terrorismo imperverserà in Siria”, ha affermato Moallem. “Oggi vediamo la comunità internazionale adottare il nostro punto di vista, ovvero che la lotta contro il terrorismo è la priorità’ delle priorità”.

La Siria, ha spiegato Moallem, “si associa agli sforzi internazionali per combattere il terrorismo”, ma a condizione che la sua sovranità sia “pienamente rispettata”. Per Moallem, “colpire militarmente il terrorismo mentre alcuni Paesi continuano a sostenere dei gruppi terroristi creerà una grande confusione da cui la comunità internazionale non ne uscirà per decenni”. E’ necessario, ha insistito, “fare pressione sui Paesi che partecipano alla coalizione guidata dagli Stati Uniti perché cessino di sostenere dei gruppi terroristi armati”. Moallem ha anche accusato Washington di doppiezza, affermando che l’appoggio degli Stati Uniti a “gruppi che chiamano moderati” farà “aumentare la violenza e il terrorismo e mina alla base una soluzione politica”.

Valutazioni certo di parte ma non prive di oggettività tenuto conto che la Siria è diventata, grazie ai Paesi arabi e Occidentali che hanno sostenuto la rivolta, il ricettacolo globale degli estremisti islamici. Ieri le truppe di Damasco hanno ucciso 8 jihadisti kirghizi che combattevano fra le fila dell’Is. Lo ha reso noto un portavoce della regione meridionale di Osh precisando che sono circa un centinaio di kirghizi che hanno aderito all’Is e combattono in Siria, dove sono arrivati passando attraverso la Russia e la Turchia. La scorsa settimana, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev aveva lanciato l’allarme per gli jihadisti provenienti dai paesi ex sovietici, citando in particolare il Tagikistan, l’Azerbaigian, l’Armenia, l’Uzbekistan e gli integralisti provenienti dal Caucaso del nord russo.

In questo contesto il viceministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, in un’intervista pubblicata sul quotidiano Kommersant, ha avuto buon gioco nell’affermare che “lo Stato islamico avrebbe oggi come sua capitale Damasco, se non fosse stato per la Russia che ha posto il veto alle risoluzioni Onu sulla Siria, appoggiando il governo legittimo di Bashar al-Assad. La mia opinione personale è che se ora non ci fosse la guida del governo legittimo a Damasco, la cosiddetta capitale del cosiddetto Stato islamico non sarebbe Raqqa, ma Damasco”.

In termini di perdite nell’ultima settimana sono stati uccisi molti più miliziani del Califfato dalle forze regolari irachene (che solo ieri hanno ucciso oltre 60 miliziani a Jurf al Sakhar, a nord di Babilonia, in un raid aereo), dalle milizie curde e dalle forze di Damasco di quanti non ne siano morti sotto le bombe della Coalizione il cui passo di marcia appare lento e sporadico. Lo dimostrano i successi del Califfato nel settore di Kobane dove la città curda sotto assedio è stata bersagliata dai razzi dell’IS le cui truppe hanno occupato 67 villaggi e si trovano a meno di 5 chilometri dal centro abitato avanzando nonostante qualche incursione aerea alleata.

I razzi dell’IS hanno colpito anche la frontiera turca, presso il posto di frontiera di Mursitpinar mentre la conquista di Kobane (Ain el-Arab per gli arabi) terza città curda della Siria, consentirebbe al Califfato di controllare buona parte della frontiera tra Siria e Turchia sino all’Iraq. La battaglia in atto ha indotto le forze armate turche a posizionato alcune unità corazzate lungo il suo confine con la Siria, a pochi chilometri da Kobane.

Già nei giorni scorsi la stampa internazionale parlava di un gran numero di carri armati inviati dalla Turchia nelle zone di confine con la Siria. Intanto il governo di Ankara ha annunciato che sottoporrà entro 24 ore una mozione al parlamento per chiedere l’estensione del mandato per incursioni militari in Iraq e in Siria. Il provvedimento sarebbe la base per la piena adesione di Ankara alla coalizione internazionale contro l’Is. Il premier Ahmet Davutoglu ha spiegato che la mozione sarà discussa giovedì.

Secondo l’agenzia Firat, vicina ai militanti curdi del Pkk, sono 40 i carri armati che la Turchia ha schierato sul confine nei pressi dell’area in cui si sono intensificati nei giorni scorsi gli attacchi dell’Is. L’agenzia scrive che i mezzi sono stati schierati su una collina, con i cannoni puntati verso Kobane. In intervento diretto dell’esercito turco potrebbe salvare la città dall’occupazione ma allargherebbe il conflitto, questa volta anche alla terrestre.

Su questo tema va rilevato un interessante sondaggio di Military Times effettuato tra i membri in servizio attivo delle forze statunitensi da cui emerge che il 70,1% degli intervistati non vuole che la Casa Bianca invii un gran numero di truppe di terra per sostenere le forze di sicurezza irachene, opzione approvata dal 29,9%. “E’ il loro Paese,è loro compito, non credo che l’invio di truppe di terra sia la risposta”, ha commentato un ufficiale di fanteria dell’esercito, che in Iraq è stato tre volte, chiedendo di rimanere anonimo. Inoltre, secondo il sondaggio, solo il 30% delle truppe in servizio attivo sostiene che la guerra in Iraq è stata “un grande successo” o “un discreto successo”.

Una percentuale più che dimezzata rispetto al 2011, quando risposero positivamente il 64% degli intervistati. Molti membri dell’esercito americano ritengono poi che l’attuale crisi in Iraq poteva essere evitata se Obama avesse garantito una presenza americana sul territorio anche dopo il 2011. “So che ci sono altre questioni politiche, ma saremmo dovuti rimanere fino a che la situazione non era sicura”, ha affermato il capitano dell’esercito Eric Hatch. “Nel 2011 eravamo vicini al completamento della missione, ma credo che saremmo potuti rimanere un altro anno o due. Se si impegnano le truppe in una missione, si dovrebbe rimanere sul territorio fino a quando è stata portata a termine”.

I successi conseguiti dal Califfato nonostante le forze della Coalizione (ieri i Tornado britannici hanno colpito per la prima volta postazioni dell’IS nel Nord dell’Iraq) galvanizzano gli islamisti. Anche in Egitto è nata una costola dello Stato Islamico: un’organizzazione chiamata Jund al-Khilafah in Kinana (I soldati del califfato nella terra d’Egitto) ha giurato fedeltà al Califfato guidato da Abu Bakr al-Baghdadi. In un messaggio apparso su Twitter e indirizzato agli Stati Uniti e ai loro alleati, i militanti di Jund al-Khilafah in Kinana hanno minacciato di attaccare le ambasciate e le sedi diplomatiche dei paesi che fanno parte della coalizione anti-IS, definendoli “obiettivi legittimi”. I raid aerei “non possono fermarci” ha affermato, in un’intervista alla Cnn, un miliziano dello Stato islamico (IS) in Siria, il 28enne Abu Talha.

“Eravamo pronti da tempo (agli attacchi), sappiamo che le nostre basi sono conosciute, poiché ci localizzano con radar e satelliti e quindi abbiamo luoghi di riserva” ha sottolineato lo jihadista. Parlando degli attacchi aerei a raffinerie petrolifere mobili e a mezzi del gruppo, Abu Talha ha spiegato che l’Isis non si finanzia solo con il petrolio, ma ha “altre entrate” ha avvertito il miliziano che ha raccontato di aver partecipato alla conquista della città irachena di Mosul, nel giugno scorso. Secondo l’UNESCO il Califfato distrugge i siti archeologici in Iraq e li saccheggia, mettendo in vendita pezzi e reperti antichi per finanziarsi.

L’ambasciatore francese all’Unesco, Philippe Lalliot sostiene che “ci sono mafie internazionali che si occupano di traffico illegale di pezzi e resti antichi che informano lo Stato Islamico di ciò che può interessare il mercato illecito ed essere venduto” sul mercato europeo e quelli asiatici e del resto il traffico di reperti iracheni aveva già avuto ampia diffusione dopo la caduta del regime di Saddam Hussein.

Foto US DOD, Uk MoD, Ministero Difesa francese, AFP/Getty Images, Reuters, AP

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