Democrazia e corretta politica uniche armi contro il terrorismo

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e Claudio Masci

Londra, 22 marzo 2017: Khalid Masood, alias adottato da Adrian Russell, nato a Erith, nel Kent (GB) nel 1964 da madre single, è l’uomo che ha ucciso quattro persone in un attentato di fronte al Parlamento britannico, suscitando pubbliche reazioni ed emozioni che, in alcuni casi, hanno sollevato diversi dubbi sulla capacità delle forze di sicurezza europee di anticipare attacchi terroristici.

Ci sembra fuori luogo richiamare nostri precedenti articoli su questa rivista in merito sia alle capacità ed alle difficoltà dell’Intelligence nel contrastare l’attuale fenomeno terroristico, sia alle misure attuabili per contrapporsi allo stesso: potrebbe apparire come un HINDSIGHT bias ragionare con il senno di poi», errore di giudizio retrospettivo consistente nella tendenza a credere, erroneamente, di aver saputo prevedere un evento correttamente, una volta che l’evento si è ormai verificato. Cioè «Ve l’avevamo detto!»).

Preferiamo pertanto affidarci al pensiero ed alle parole di personaggi più autorevoli di noi a partire da Indro Montanelli – il quale ci ricorda che “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” ed aggiungiamo: “e non saprà correttamente costruire il proprio futuro” – per arrivare ai giorni nostri ove Valter Veltroni sostiene che il vero problema dei nostri tempi è la perdita della memoria storica.

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Oggi, la pratica dominante tende a cancellare non solo il lontano ma anche il recente passato. Tale pratica contestualmente rifiuta non solo la coscienza e i valori che vengono dalla storia, ma anche l’impegno e la passione per costruire un futuro insieme, relegando i sogni nel mondo degli ideali inutili. La nostra società vive situazioni devastanti – che durano lo spazio di un mattino – senza contrastarle efficacemente, non trasmette valori perché li ha rimossi e non è disposta a combattere per costruire il proprio futuro: tutti fattori importanti per trovare l’antidoto allo sgretolamento morale e civile di una società.

Infatti, abbiamo dimenticato e passato ormai sotto silenzio che la nuova metodologia del terrorismo di matrice jihadista – alimentata dalle teorie estremiste della Salafia, del Wahhabismo e della Fratellanza Mussulmana – è stata:

  • ideologicamente tracciata e diffusa negli anni ’80 da Abdullah Azzam che, nel 1984, sotto la direzione dell’ISI (Inter-Services Intelligence, il Servizio Segreto pakistano), costituì e gestì la Maktab al-Khidamat – Ufficio Servizi (MAK), precursore di al Qaeda – con il finanziamento del miliardario saudita Osama bin Laden indicato, all’epoca, al servizio dell’Apparato di Sicurezza saudita. (it-I burattinai dell’ISIS 9 maggio 2016).

Pertanto occorre prima di tutto sgomberare il campo dall’equivoco che ISIS (Stato Islamico in Siria ed Iraq) e Al Qaeda siano due entità separate e distinte in quanto fra di esse c’è una linea di discendenza diretta. In secondo luogo la strategia per la conquista dei territori su cui governare, con l’implacabile Sharia, è la medesima.

Ci sono differenze sul piano tattico ma la strategia è la stessa: realizzazione di tante “waliyat” (province del Califfato) da riunire poi con conquiste dei territori contigui;

  • enunciata pubblicamente dall’egiziano Ayman al-Zawahiri nel settembre 2013, invitando i giovani radicali occidentali – fossero essi mussulmani o meno – a compiere attacchi puntiformi “qua e là”, per colpire gli USA e i suoi alleati in casa loro, al fine di generare panico e paura, nonché dissanguarli economicamente con l’adozione di imponenti misure di sicurezza. Al Zawahiri, inoltre, sottolineava anche l’importanza della” dawa”, ovvero dell’opera missionaria, per diffondere le idee della jihad e proseguire la missione per cui Al Qaeda era stata costituita: la realizzazione del Grande Califfato islamico fondato sulla Sharia (nel lessico islamico e coranico è la «strada rivelata», e quindi la legge sacra, non elaborata dagli uomini ma imposta da Dio …. Treccani);
  • ribadita da Ṭaha Ṣubhi Falha (1977 –2016), meglio noto con il nome di battaglia Abu Muhammad al-Adnani, stretto collaboratore di Abu Bakr al-Baghdadi, che ha solo rincarato la dose.

Infatti, il 22 settembre 2014, dopo che gli sponsor ed i registi occulti di questa strategia del terrore avevano sostituito Al Qaeda con l’ISIS, al-Adnani pronunciò un analogo e più chiaro discorso che rappresentava la prima istruzione ufficiale fornita da Daesh (acronimo di ISIS e formalmente con lo stesso significato – ma con accezione dispregiativa – è “sinonimo” di un termine arabo che vuol dire “portatore di discordia”) ai suoi sostenitori: “Se puoi uccidere un miscredente americano o europeo, specialmente un malvagio e sozzo Francese o un Australiano, o un Canadese, oppure ogni altro miscredente che fa la guerra, inclusi i cittadini dei Paesi che sono entrati in una coalizione contro lo stato islamico, fai affidamento ad Allah e uccidilo in ogni modo o maniera. Schiaccia la sua testa con una pietra, o sgozzalo con un coltello, o investilo con la tua vettura, o precipitalo da un luogo elevato, o soffocalo, o avvelenalo”.

Mentre eravamo in “corso d’opera” si è verificata una serie di altri attentati a partire da:

  • 3 aprile 2017: a San Pietroburgo (Russia) un attentato terroristico contro la metropolitana di quella città, con 14 morti e vari feriti, ad opera di un attentatore suicida di 22 anni – russo, ma originario del Kirghizistan – Akbarjon Djalilov. Il Kyrgyzstan, è una delle 5 ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale – mussulmane – da cui son partiti molti foreign fighter andati a combattere in Siria sul fronte dell’ISIS. Inoltre il suo territorio è in parte collocato nella “Valle del Fergana” (Uzbekistan orientale, Kirghizistan meridionale e Tagikistan settentrionale), vasta area di addestramento e “scuola” di jihadisti;
  • 7 aprile 2017: a Stoccolma un camion con alla guida Rakhmat Akilov, 39enne uzbeko, uccide 4 persone e ne ferisce altre, nella zona di Drottninggatan, il corso pedonale più famoso e frequentato della città. Arrestato poi dalla polizia svedese confessa di aver ricevuto ordini da membri di un gruppo jihadista in Siria e di essere un appartenente allo stato islamico;
  • 09 aprile 2017: Egitto, doppio attentato alle chiese cristiano-copte egiziane nella domenica delle Palme. Il primo attacco è avvenuto all’interno della chiesa di Tanta, città sul delta del Nilo, con 27 morti e molti feriti. Il secondo ha avuto luogo qualche ora dopo ad Alessandria -“capitale” dei copti egiziani – ad opera di un attentatore suicida, fuori dalla chiesa di San Marco.
  • 22 maggio 2017: Manchester (Regno Unito), alle 22,30 un giovane attentatore suicida di 22 anni si fa esplodere all’interno del Manchester Arena alla fine del concerto della giovane star americana Ariana Grande. Un primo bilancio è di 22 morti (tra cui tre bambini), almeno 120 feriti. L’attentatore si chiama Salman Abedi, 22 anni, britannico di origini libiche;
  • 3 giugno 2017: Londra, 7 morti e 48 feriti per un duplice attentato nella notte di sabato 3 giugno. Prima sul London Bridge, simbolo della città, dove un pulmino ha investito diversi pedoni e tre aggressori, usciti dal mezzo, hanno accoltellato altri passanti. Poco dopo nella vicina zona di Borough Market, lo stesso commando ha continuato a seminare morte prima di cadere sotto i colpi della polizia;
  • 6 giugno 2017: Parigi, un poliziotto è stato colpito a martellate da un aggressore davanti alla basilica parigina di Notre Dame, l’attentatore è stato colpito dal fuoco di reazione della polizia ed è rimasto ferito;
  • 19 giugno 2017: Parigi, fallito attentato sugli Champs-Élysées dove un’auto Renault Megane si è lanciata a forte velocità contro un furgone della Polizia che trasportava una decina di gendarmi. L’auto si è incendiata nello scontro, senza però causare ferite ai militari del furgone. L’autista della Renault è morto;
  • 20 giugno 2017: Bruxelles, fallito attentato alla Stazione centrale di Bruxelles, a pochi minuti a piedi dalla Grand Place, il cuore della capitale belga. Sembrerebbe una prima capacità reattiva delle forze di sicurezza belghe.

La sincrona serie di attentati sottolinea ancor più che l’impiego del terrorismo come tipica arma contro le nostre democrazie non è frutto del pensiero di giovani “diseredati”, ma sottende l’esistenza di una strategia di espansionismo islamico, resa evidente da vari segnali registrati negli ultimi 40 anni:

  • l’esortazione a colpire il cuore e la mente degli infedeli con la “Guerra Coranica”, postulato strategico chiaramente sottolineato nel libro “La concezione coranica della guerra”, pubblicato in Pakistan nel 1979. Il campo di battaglia della guerra coranica è l’animo umano ed il suo obiettivo è quello di distruggere la fede religiosa degli avversari, oltre che le loro istituzioni politiche per instaurare la Sharia;
  •       la costituzione del califfato universale – iniziando con la realizzazione di califfati regionali, poli di attrazione per i paesi confinanti – attraverso la “jihad” globale per l’applicazione della Sharia, che ha come postulato il rifiuto e l’annientamento della democrazia, già proclamato da Osama bin Laden. Infatti, la “jihad” globale ha avuto inizio con Al Qaeda la quale mutuò l’idea dall’ideologo Abdullah Azzam, con l’assistenza dei generali pakistani (da sottolineare che il Pakistan nel 2007 è stato sospeso dal Commonwealth per la seconda volta – la prima nel 18 ottobre del 1999 in reazione al golpe militare – a causa dello stato di emergenza proclamato dal generale Pervez Musharraf il 3 novembre dello stesso anno e ne è stato riammesso nel maggio del 2008). È proseguita con la diaspora di Al Qaeda stessa, conclusasi con l’incorporazione delle sue “metastasi” nell’ISIS;

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  • il costante e diffuso finanziamento di Paesi del Golfo Persico per la costruzione di scuole coraniche e moschee in Europa, senza condizioni di reciprocità per quella delle chiese e correlate scuole nei territori delle loro monarchie;
  • la propaganda salafita in tutta Europa, con campagne nazionali titolate «Un Corano in ogni casa», con distribuzione gratis di copie del Corano tradotte;
  • le allocuzioni del leader spirituale della Fratellanza mussulmana, Yusuf al-Qaradawi: «Se Dio vuole conquisteremo Roma. Non con la spada, ma con la Dawa», cioè la propaganda ed il proselitismo;
  • la radicale visione politica di Erdogan, sostenuta con l’aforisma: «Le moschee sono le nostre caserme, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati»;
  • gli arresti in Perugia e Milano, nel mese di marzo 2017, ove la documentazione sequestrata ad alcune cellule jihadiste inneggiava: “Un giorno da jihad è meglio di una vita intera”, “I principi della religione sono in un libro (Corano) che guida e nella spada che dà la vittoria”;
  • il recente divieto di portare nella cabina degli aerei computer, tablet e laptop che sarebbe stato deciso dagli USA in seguito al perfezionamento di tecniche per nascondere esplosivo nelle batterie dei dispositivi elettronici ad opera di Al Qaeda. L’artefice di tali tecniche sarebbe il 34enne saudita Ibrahim Asiri, artificiere di Al Qaeda, che ha già sperimentato l’inserimento di ordigni esplosivi nel corpo degli attentatori suicidi ed avrebbe messo il suo ingegno anche al servizio dell’ISIS.

Per contrastare questa apocalittica minaccia, le Intelligence europee hanno notevoli difficoltà causate da:

  • rilevante entità numerica di persone che a vario titolo sono considerate una minaccia: non è possibile sorvegliare tutti, sia per il massiccio impiego di agenti – non disponibili – sia per i limiti di legge che lo stato democratico e di diritto impone, tra l’altro differenti da paese a paese.

Le misure di sorveglianza richiedono l’autorizzazione di un giudice, che può intervenire qualora esistano gravi indizi o prove concrete di colpevolezza, sempre più spesso non rilevabili a causa del costante ricorso dei jihadisti alla “dissimulazione”, pratica sancita dalla cultura islamica;

  • attentati compiuti da singoli soggetti, con l’impiego sempre più frequente di armi da taglio e/o di armi improprie (qualsiasi mezzo o strumento idoneo ad offendere o uccidere) impossibili da individuare e prevenire;
  • indottrinamento ideologico e addestramento all’acquisizione delle tecniche del terrorismo, entrambi ormai delocalizzati sulla rete dove il sedicente stato islamico istruisce, radicalizza e recluta i nuovi aspiranti «jihadisti».

Dopo i succitati appelli ad uccidere in qualsiasi modo i miscredenti, la minaccia è diventata diffusa, pervasiva ed imprevedibile. Inoltre, la diffusione sul web di tutorial e di training per il jihadismo rendono disponibili per tutti l’indottrinamento, la radicalizzazione, l’addestramento e le modalità di azione per condurre in porto un attentato.

In risposta a queste nuove minacce, le autorità di diversi paesi europei stanno cercando di adottare nuove soluzioni per rendere le città più protette – con l’impiego di barriere anti urto o anti proiettile e la sorveglianza di potenziali obiettivi di attentati terroristici – avvalendosi non solo di Forze di Polizia ma anche delle Forze Armate, nonché lo sviluppo di nuovi software per monitorare le migliaia di sospetti estremisti presenti nel paese.

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Simili provvedimenti di contrasto “chiudono la porta ma aprono una finestra”!    È la perenne e spiralizzata lotta della lancia contro la corazza, che alimenta solo il circolo vizioso dei conflitti ma non li risolve.  Sia il terrorismo sia il crimine organizzato, anche se per finalità diverse, operano e sfruttano la tecnologia – specie quella di ultima generazione che possono acquisire con le loro disponibilità economiche – e il degrado socio-economico collegato o ricollegabile all’immigrazione clandestina.

Ciò nonostante, la generosa abnegazione di poliziotti ed agenti dei Servizi Informativi porta molto spesso a risultati preventivi come nel caso di mini-cellule, ma non è altrettanto facile vincere quando si tratta di “lupi solitari” i quali, pur se ricevono via web “luce verde” per l’azione, come avvenuto nel caso dell’attentato di Londra tramite messaggi di WhatsApp – software ritenuto dalla ministra britannica dell’Interno  Amber Rudd inaccettabile strumento a disposizione dei terroristi – non sono comunque individuabili. Non è possibile entrare nella mente di un radicalizzato e vedere quali saranno le sue mosse future!!!!

Il contesto in cui avviene la radicalizzazione – che permette all’aspirante terrorista di fare affidamento su un ambiente a lui solidale per reperire armi e mezzi necessari per compiere l’attentato, nonché successivamente di nascondersi in un riparo sicuro o trovare aiuto per la fuga – è caratterizzato da aree spesso delimitate da cartelli recanti la scritta “under Sharia law“. Aree di abbandono e degrado sociale totalmente estranei al contesto valoriale europeo e occidentale, humus fin troppo fertile per la propaganda jihadista.

In tale scenario la teoria del “lupo solitario” assume diverse ed invisibili declinazioni, come in ogni altro ambiente inquinato da sentimenti di rabbia e rancore: le banlieue parigine, per esempio, o le bidonville alla periferia di Roma e delle altre metropoli europee. In questi ambienti, come sottoscrive l’ONU, fioriscono le motivazioni psicologiche del terrorismo che vanno ricercate nella miseria, nella delusione, nell’inganno e nelle disperate condizioni di vita. Sono questi fattori che inducono le persone a compiere atti disperati per provocare radicali cambiamenti alle degradanti e non dignitose condizioni di vita in cui esse versano, anche se consapevoli che nel corso delle azioni disperate possono morire.

Va, inoltre, aggiunto che la religione – strumentalizzata in chiave politica – conduce verso l’irrazionale e l’imprevedibilità in quanto fa leva su principi fideistici che appartengono al mondo degli affetti e delle emozioni. Il contesto religioso è contrapposto a quello della ragione, per cui è difficile instaurare con i radicalizzati un dialogo, se non in chiave fideistica (atteggiamento o dottrina di chi, constatando discordanza tra fede e ragione, è incline a seguire la prima senza tenere conto della ragione). Infatti l’Islam, in analogia con il Cristianesimo, ha il suo ecumenismo che sviluppa e diffonde con il libro (Corano), con la spada (Zulfiqar, la famosa spada a due punte di Maometto) e con la dissimulazione (abile occultamento dei propri pensieri, delle proprie reali intenzioni), rendendo ancora più ardua l’individuazione del “lupo solitario”.

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Il terrorismo è “una guerra surrogata”, un metodo di lotta politica per uscire dal degrado sociale che raffinate intelligenze indirizzano verso i presunti responsabili – interni o esteri – delle condizioni di degrado, additandoli come i veri artefici delle difficili ed umilianti condizioni di vita. Le campagne propagandistiche dell’ISIS – sia tramite le riviste sia tramite web – sono vere e proprie campagne di Psy-Op (Operazioni Psicologiche), dirette alle menti non solo dei soldati avversari ma di tutte le popolazioni islamiche e non islamiche.

Supporre che i movimenti fondamentalisti islamici – con l’eliminazione fisica dei vari leader – si indeboliscano sempre più fino a scomparire, è solo una fallace illusione. Basta osservare quanto da oltre mezzo secolo avviene in Israele che può essere considerato il Paese all’avanguardia del contrasto al terrorismo.

La neutralizzazione del contesto in cui si sviluppano le cause del fenomeno, non rientra più nelle competenze dell’Intelligence, che ha già fatto la sua parte – attraverso l’impiego delle moderne tecnologie guidate dall’intelligenza culturale – con l’indicazione delle cause e il censimento dei radicalizzati, non tutti controllabili dato il loro numero notevolmente elevato.

Ora occorrono decisioni ed azioni politiche incisive – sia per contrastare il “lavaggio del cervello” che le giovani generazioni subiscono soprattutto attraverso il web, sia rimuovendo le cause all’origine del fenomeno – eliminando il degrado in cui si sviluppa la radicalizzazione, cioè “l’acqua che consente ai pesci di sopravvivere”: banlieue, bidonville, sovraffollamento delle carceri, immigrazione clandestina, ecc.

L’eradicazione dell’ISIS non inaridirà le banlieue e non cancellerà i suoi proclami ideologici diffusi nel Web, né inaridirà la strategia dell’espansionismo islamico perché ai proclami di Bin Laden si sono sostituiti quelli di Al Zawahiri, perfezionati ulteriormente da Adnani. Ed un altro futuro leader, con la sponsorizzazione di Servizi Intelligence interessati, ne raccoglierà l’eredità.

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Occorre una corretta gestione politica, diretta ad anemizzare le situazioni di degrado sociale ed economico, a rafforzare la democrazia ed a ristabilire su un piano di parità, i rapporti politico-diplomatici ora sbilanciati a favore di Paesi arabi che coltivano l’estremismo islamico. La democrazia, non è storicamente separabile dalla sua dimensione sociale, né dal rispetto delle regole su cui si fonda, né dall’assunzione di responsabilità dei suoi rappresentanti eletti dal popolo.

Occorre difendere la nostra identità culturale ed esigerne il rispetto perché patrimonio di valori, di norme di comportamento, di regole con cui abbiamo faticosamente organizzato la nostra società adottando modelli validi per dare la migliore risposta ai nostri bisogni. Dobbiamo intraprendere una battaglia culturale oltre che militare, contro l’estremismo e il fanatismo, contro chi fomenta divisioni, odio e radicalismo, tra le generazioni dei giovani e negli ambienti più emarginati. L’integrazione è l’indispensabile fattore di sicurezza su cui puntare per dare efficacia al contrasto del fenomeno terroristico. Per evitare o quantomeno ridurre il confronto occorre favorire l’integrazione, compito primario che solo la scuola può svolgere, valorizzando il legame tra pensiero, cultura e lingua, unitamente alla conoscenza delle differenze culturali, delle distanze e delle somiglianze.

È necessario conseguire il rispetto, la comprensione di culture e lingue diverse e la capacità di interagire efficacemente nelle relazioni internazionali e interculturali. È un processo di sviluppo già enunciato da Cicerone che intendeva la cultura come modello da proporre all’esterno per conquistare la cittadinanza romana. Processo riscoperto ed impiegato anche da Mohammed Khatami, presidente dell’Iran dal 1997 al 2005, come risposta alla teoria di Samuel Huntington, formulata nel 2000, dello “Scontro di civiltà”, contrapposizione dettata dalle differenze culturali incentrate sulla religione.

In risposta a questa teoria Khatami formulò quella del «Dialogo fra le culture», sostenendo che era giunto il momento di creare un nuovo mondo dove l’Islam fosse praticato in maniera compatibile con la libertà, il progresso e la democrazia. Per garantire l’unità naturale e l’armonia globale, evitando l’anarchia e il caos, tutte le parti interessate avrebbero dovuto impegnarsi in un dialogo per scambiare, su di un piano paritario, esperienze e conoscenza nelle diverse discipline culturali.

Egli affermava che “Il mondo di oggi, completamente controllato da politici, militari ed operatori economici, genera inevitabilmente la devastazione finale dell’ambiente e l’eradicazione di tutte le spiritualità, artistiche ed intuitive, dei cieli …. Le classi dirigenti invece di lottare per il potere politico ed economico dovrebbero sostenere l’empatia e la compassione per creare una cultura globale comprensibile a tutti e vivere in pace”. Auspicava, inoltre, una fusione tra Occidente e Oriente, per creare unità ed armonia globale, mettendo insieme l’Occidente che possiede l’«Intelletto del genere umano» e l’Oriente che detiene l‘«Anima degli uomini», ritenendo che il mondo musulmano fosse capace di rinunciare alla violenza e all’estremismo e di abbracciare libertà, progresso e democrazia per creare un mondo tranquillo e sicuro per tutti.

In seguito alla diffusione di queste idee, le Nazioni Unite proclamarono l’anno 2001 come anno del “Dialogo fra le culture”, patrocinando la moralizzazione della vita politica per ottenere il condizionamento della politica con cultura, moralità e arte.

Purtroppo, la reciproca sfiducia e sospetto tra Iran e USA, nonché le teorie avanguardiste del leader iraniano e la sua politica riformista lo portarono a continui scontri con la linea dura iraniana, rappresentata dal clero conservatore e l’attentato alle Torri Gemelle -11 settembre 2001 – dissolse i sogni di una convivenza pacifica fra Nord e Sud, Est ed Ovest.

Da allora il dialogo interculturale è stato sostituito da un terrorismo ferocemente pervaso da credenze religiose islamiche tali da causare numerosi attentati e migliaia di morti in gran parte del globo, con particolare enfasi nel Medio-Oriente ed in Europa, facendo riversare nell’area mediterranea ed in quella occidentale una gran massa di migranti per ragioni varie.

Per superare le irrazionalità fideistiche si ritiene che occorra:

  • individuare e consolidare i nostri “interessi vitali nazionali” che, pur se condizionati dalle mutevoli evoluzioni strategiche internazionali e dai nostri circoscritti fattori di potenza – sia geografici sia economici – rimangono pur sempre inscritti in un ben chiaro triangolo in cui sono stati inseriti per secoli. Triangolo i cui vertici sono rappresentati da: Danimarca, Marocco e Giordania, area che in sostanza delineava la massima estensione dell’Impero Romano ed i suoi rispettivi interessi vitali.

Questi, anche se non ancora chiaramente definiti in linea politica, sono stati ben individuati da personaggi più autorevoli di noi e indicati in:

  • integrità territoriale (cfr. Art. 5 della Costituzione);
  • sicurezza cittadini (identità culturale, integrità ordinamentale e pieno godimento dei diritti civili – cfr. Artt.13-34 della Costituzione);
  • benessere economico-sociale (cfr. Artt. 1, 35-47 della Costituzione)
  • protezione infrastrutture critiche;

tutti valori non negoziabili in quanto vitali;

  • rafforzare e garantire la democrazia con una corretta ed onesta politica perché dove si costruisce la Democrazia non c’è spazio per gli estremismi e da essa consegue l’elevazione sociale di tutti, anche di coloro che hanno scelto il nostro paese per migliorare le loro condizioni di vita. Essi stessi hanno scelto di vivere nella nostra cultura perché l’hanno riconosciuta migliore, perché ha saputo dare risposte per il superamento dei loro bisogni primari e pertanto hanno l’obbligo di rispettarla.

La democrazia non si esporta con le armi – come è stato dimostrato – e per affermarsi deve affidarsi alla forza della persuasione e degli esempi e cioè:

  • educare i cittadini al rispetto delle regole e del prossimo superare tirannie, disonestà, corruzione, favoritismi, ecc.;
  • affermare lo Stato di diritto che tutela legalmente ogni essere umano, anche se colpevole dei delitti più orrendi;
  • addestrare le forze dell’ordine a difendere e non ad offendere in assenza di pericoli;
  • favorire la “collaborazione informativa partecipata” di tutti i cittadini.

Ciò non vuol dire trasformare la popolazione in 007 pronti a compiere “mission impossible”, ma far assumere a ciascuno la consapevolezza che la nostra sicurezza non può basarsi unicamente sulle Forze dell’Ordine e/o sui Reparti di Forze Speciali.

Il primo approccio da prendere in considerazione è che i terroristi non sono dei “Superman”, né sono imbattibili, né tantomeno infallibili. La loro sopravvivenza è condizionata notevolmente dalle loro capacità logistiche, specie per il procacciamento di finanziamenti, armi e documenti. È solo il consenso della popolazione – “l’acqua in cui nuotano i pesci, che è indispensabile per la loro sopravvivenza” – che permette il loro occultamento e la loro mimetizzazione, confusi nella miriade di cittadini normali che vivono la loro vita quotidiana.

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Il secondo approccio è costituito dal controllo del territorio: fattore fondamentale per l’operato delle forze di polizia che consente una conoscenza minuziosa ed approfondita delle varie realtà locali. Non per nulla le organizzazioni criminali impiegano i cosiddetti “picciotti di giornata” con il compito di costante e diuturna vigilanza del territorio con l’obbligo di immediata segnalazione di ogni evento di interesse o insorgenza anomala, al loro capo.

Occorre, dunque, da parte di ciascuno di noi operare un’attenta osservazione dell’ambiente in cui viviamo e dei soggetti che ci circondano nel corso dello svolgimento della normale attività quotidiana. La meticolosa osservazione deve consentirci di rilevare e segnalare alle Forze di Polizia tutte le situazioni non usuali o fuori della normalità, nonché la presenza di sconosciuti in atteggiamenti guardinghi e/o di cauta osservazione.

In definitiva occorre assumere, nello svolgimento dell’attività quotidiana, un atteggiamento consapevole ed attento, imparando a percepire i segnali premonitori, di presenze o di derive jihadiste, annotando opportunamente data, ora, luogo, e dettagli che saranno poi segnalati alle forze dell’ordine per aiutarli nel loro diuturno ed infaticabile lavoro di prevenzione, magari anche tramite apposito numero telefonico che garantisca l’anonimato;

  • sostenere l’integrazione europea per giungere alla costituzione di un’Europa confederale poiché i nostri limitati fattori di potenza necessitano di essere inseriti in un contesto di “difesa integrata” più ampio e compatto che solo l’Europa, per la quale costituiamo un naturale ponte nel Mediterraneo, può darci. Oggi l’evoluzione dell’interesse nazionale si sta incentrando sempre sulla competitività in ogni settore, specie quello economico, nonché sull’influenza culturale e regionale. Di conseguenza l’interpretazione della difesa di tale interesse deve essere compatibile, senza velleità, con il livello dei propri fattori di potenza, materiali e immateriali.

Il nostro principale fattore di potenza è la “potenza culturale”: unica, perché formatasi attraverso l’inventiva, la storia, l’arte, la bellezza, la creatività, il gusto, l’innovazione e lo stile di vita italiano. Il cosiddetto “Made in Italy” ha grandi capacità strategiche – oltre che economiche – e, come soft-power, è l’unico strumento in grado di affrontare e superare i conflitti asimmetrici. Dobbiamo farlo valere negoziandolo con la UE e con tutti gli altri alleati, per la tutela dei nostri “interessi vitali nazionali”.

Questi sono i pilastri che i jihadisti vogliono abbattere ed educano i propri figli ad uccidere il prossimo, addestrano i loro “soldati” a suicidarsi per fare stragi e per disprezzare regole e leggi non compatibili con la loro ideologia di morte.

È uno scontro di valori che non possiamo permettere perché la nostra democrazia l’abbiamo conquistata con il sangue e non è consentito neppure dalla nostra memoria storica, indelebilmente trascritta nella seconda parte del nostro inno nazionale: Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica Bandiera, una speme; di fonderci insieme già l’ora suonò”.

Foto: AP, Reuters e AFP

Vignetta: Gunman

Luciano PiacentiniVedi tutti gli articoli

Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell'Esercito, ha in seguito comandato il 9. Battaglione d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin" e successivamente ricoperto l'incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti "Folgore". Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico.

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