Non male il discorso di Trump in Arabia Saudita

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di Daniel Pipes da National Review Online del 21 maggio 2017

Pezzo in lingua originale inglese: Trump’s Saudi Speech: Pretty Good

 

A Riad, in occasione della prima tappa del suo viaggio sulle tracce delle tre grandi religioni monoteistiche che lo porterà a Gerusalemme e a Roma (scusate, ma la Mecca non era disponibile), Donald Trump ha pronunciato un discorso importante su una serie di argomenti – il Medio Oriente, la violenza jihadista, l’Iran, una “NATO araba” e l’Islam. Una performance variegata, ma nel complesso positiva.

Innanzitutto, vediamo cosa c’è di sbagliato in questo discorso di 34 minuti. È incoerente, salta da un argomento all’altro per poi riprenderli. Non è né eloquente né arguto (come ad esempio: “I terroristi non venerano Dio, ma la morte”). In alcuni punti, contiene eufemismi simili a quelli utilizzati da Obama, come l’affermazione che le grandi sfide della storia sono davanti a noi, un obiettivo che trascende ogni altra considerazione: “per sconfiggere l’estremismo e vincere le forze del terrorismo”.

E non parliamo del lato grottesco, con l’annuncio dell’apertura a Riad, quartier generale del wahhabismo, di un “Centro globale per la lotta contro l’ideologia estremista”. Mi sono irritato quando ho sentito Trump chiamare l’Arabia Saudita “terra santa”. È stato stomachevole quando Trump ha avuto parole di elogio per Re Salman, qualcuno che negli anni Novanta ha contribuito a finanziare con decine di milioni di dollari la violenza jihadista in Bosnia e in Pakistan.

Il contesto del discorso è profondamente preoccupante: gli accordi siglati tra Washington e Riad per un totale di 380 miliardi di dollari conferiscono a un regime tirannico più influenza sugli americani. L’acquisto di armi americane da parte dei sauditi per un valore di 110 miliardi di dollari mette a disposizione un vasto arsenale a un governo i cui obiettivi sono radicalmente differenti da quelli di gran parte degli americani.

A parte queste riserve che non sono affatto irrilevanti, si tratta di un buon discorso che annuncia un cambiamento importante nella giusta direzione, in particolar modo per quanto concerne l’Iran e l’Islam. L’elemento più rilevante è la volontà di Trump di considerare l’ideologia dell’islamismo come il nemico. Questo è molto importante perché proprio come un medico deve innanzitutto identificare il problema di salute prima di trattarlo, così lo stratega deve identificare il nemico prima di sconfiggerlo. Parlando di “malvagi”, “terroristi” ed “estremisti violenti” si ignora il carattere islamico del nemico.

A questo riguardo, il passaggio chiave del discorso (22:25) è il seguente: “C’è ancora molto lavoro da fare. Questo implica affrontare onestamente la crisi dell’estremismo islamico, degli islamisti e del terrorismo islamico di ogni tipo”. (nel testo si parlava di “estremismo islamista e gruppi terroristici islamisti”, ma nel pronunciare il discorso Trump ha apportato questi cambiamenti. Anche se l’aggettivo islamista è più preciso di islamico, a livello politico, i due termini hanno la stessa valenza.)

È un evento eccezionale e senza precedenti che un leader americano dichiari questo non solo nella capitale del Regno dell’Arabia Saudita ma anche al “Summit arabo islamico-americano” organizzato dai sauditi e in presenza dei capi di una cinquantina di paesi a maggioranza musulmana. “Ho i vostri numeri”, ha detto in sostanza Donald Trump. “Quindi, niente giochetti con me”.

Trump ha confermato più volte questo punto nel discorso: “I paesi a maggioranza musulmana devono assumere un ruolo guida nella lotta contro la radicalizzazione”; “Le nazioni musulmane devono essere pronte a farsi carico di questo sforzo, se vogliamo sconfiggere il terrorismo e consegnare all’oblio la sua ideologia malvagia”; una menzione del tributo di sangue pagato “all’Isis, ad al-Qaeda, Hezbollah, Hamas e tanti altri”; e il suo appello a unirsi nella condanna “contro l’uccisione di innocenti musulmani, l’oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro dei cristiani”. E qui non c’è alcuna vaghezza riguardo alla natura del problema.

Ma un discorso non fa politica. George W. Bush e Barack Obama hanno parlato rispettivamente di “islamofascismo” e “islamisti“. Obama ha anche parlato di “jihadisti“. Tuttavia, questi termini espliciti non hanno avuto alcun peso reale sulle loro politiche. E allo stesso modo, i premier britannici Tony Blair e David Cameron hanno pronunciato dei bei discorsi sull’islamismo, che però hanno avuto ancor meno impatto sulle azioni dei loro governi.

Ma per poter fare la differenza, il discorso di Trump deve segnare l’inizio di un approccio coerente volto a riconoscere che l’ideologia islamista è all’origine del conflitto – e che la violenza è soltanto una delle sue manifestazioni e forse non la più pericolosa.

Un buon modo per cominciare sarebbe quello di ricordare il discorso pronunciato dal candidato Trump ad agosto 2016, quando ha promesso che “uno dei miei primi atti da presidente sarà quello di stabilire una commissione sull’Islam radicale (…) per identificare e spiegare al pubblico americano le convinzioni principali e il credo dell’Islam radicale, per identificare i segnali di radicalizzazione e mettere a nudo i network nella nostra società che sostengono la radicalizzazione”. La commissione “svilupperà nuovi protocolli per gli ufficiali della polizia locale, gli investigatori federali e gli ispettori dell’immigrazione”.

Coraggio, Mr. President! È arrivato il momento di nominare una Commissione della Casa Bianca sull’Islam radicale.

Traduzione di Angelita La Spada

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