Tra ripristino della leva e Servizio di Difesa Nazionale. Le valutazioni del generale Battisti

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Il tema è tornato prepotentemente d’attualità forse anche a causa delle crescenti minacce interne per l’Italia e l’Europa e di un forte dibattito politico sul ripristino o meno della leva militare. Analisi Difesa ha intervistato in proposito il generale Giorgio Battisti (nella foto sotto in Afghanistan).

 Da più parti, e non solo in ambito politico, si parla di reintrodurre il servizio militare obbligatorio. Secondo lei, che nel corso della sua carriera ha avuto modo di avere alle dipendenze sia militari di leva sia volontari, quali possibilità può avere il ritorno al servizio militare obbligatorio?

Il “servizio militare di leva”, nato dalla Rivoluzione Francese per la difesa dei confini nazionali, ha avuto un ruolo fondamentale per la nostra società, sia in tempo di pace sia in guerra, dall’Unità d’Italia (1861) alla fine della Guerra Fredda (1991).ù

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Non ritengo, tuttavia, che oggi possa trovare più realizzazione, in quanto non sarebbe in grado di soddisfare le aspettative di Forze Armate moderne capaci di confrontarsi alla pari con gli altri Eserciti occidentali.

Le mutate esigenze di sicurezza in ambito internazionale, che impongono in modo sempre più complesso interventi per la stabilizzazione di regioni caratterizzate da profonde crisi interne, hanno richiesto un radicale cambiamento nella preparazione e nell’addestramento delle Forze Armate, chiamate ad agire in collaborazione con altri eserciti in aree geografiche difficili e contraddistinte da rischi elevati.

Questo ha reso necessario il passaggio a una organizzazione di soli militari volontari che hanno scelto consapevolmente e liberamente il mestiere delle armi.

L’ambito d’intervento, infatti, si estende geograficamente sino a comprendere le aree d’interesse nazionale e, quindi, ben oltre le frontiere politiche dello Stato.

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Per poter garantire questo requisito servono reparti costituiti da professionisti, addestrati ad agire nei più disparati scenari, utilizzando equipaggiamenti sempre più sofisticati.

La formazione prevista dall’anno di leva (ridotto poi ad alcuni mesi) non avrebbe più garantito di fronteggiare le esigenze di una realtà in continua evoluzione umana, tecnologica e operativa.

In secondo luogo, pur in presenza di una volontà politica condivisa, la Difesa non dispone più dell’organizzazione e delle risorse per reintrodurre un modello simile a quello in atto sino al 1995 con il servizio militare obbligatorio, per carenza sia di infrastrutture (caserme), di equipaggiamenti, di personale d’inquadramento, sia di capacità sanitarie.

 

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e della Francia, Emmanuel Macron, hanno più volte espresso analogo intendimento. Il Presidente francese, in particolare, è andato ben oltre una semplice dichiarazione d’intenti e  – mantenendo fede a quanto promesso in campagna elettorale – ha creato un gruppo di lavoro (a livello Eliseo) per definire i termini di un futuro Servizio Nazionale Universale” (SNU) con una durata variabile da 3 a 6 mesi (in Francia il servizio militare obbligatorio è stato abolito nel 1997).

Limitandosi alla sola Europa, sono diversi i Paesi che hanno ancora in vigore il servizio obbligatorio: Austria, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Grecia, Lituania, Norvegia e Svizzera. Lo scorso anno, a causa della complessa situazione geopolitica in Europa nord-orientale, è stato reintrodotto in Svezia (abolito nel 2010).

Tuttavia, a meno della Svizzera, questi Paesi mantengono la coscrizione obbligatoria per un impegno internazionale limitato e di basso profilo (puro peacekeeping) o per una situazione ai propri confini simile a quella della Guerra Fredda. Quando si tratta di scenari di alta intensità operativa anch’essi fanno ricorso a professionisti, prevalentemente con elementi negli staff multinazionali o come osservatori dell’ONU.

 

Come valuta una soluzione tipo quella francese?

Il progetto “Macron” del “Servizio Nazionale Universale” si propone di creare una amalgama sociale tra i giovani e favorire una condivisione dei valori della Repubblica prima di entrare nel mondo del lavoro.

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Analogamente in Italia, l’iniziativa potrebbe riguardare la creazione di un Servizio di Difesa Nazionale (SDN) della durata di alcuni mesi, a inquadramento militare, per tutti i cittadini italiani a partire dai 16 anni che risultino idonei sotto il profilo psico-fisico.

Il SDN dovrebbe assorbire il “Servizio Civile Nazionale”, istituito con L. 64/2001 su base volontaria, ed essere rivolto esclusivamente ad attività di pubblica utilità (assistenza, tutela ambientale ambiente, educazione e promozione culturale, patrimonio artistico e culturale, ecc.) ed a interventi di protezione civile a favore della popolazione in caso di calamità naturali o disastri provocati dall’uomo.

Lo scopo del servizio sarebbe quello di rafforzare il senso di appartenenza al Paese, ma anche di imparare il  rispetto delle regole della società e della vita di gruppo, e contribuire cosi alla formazione civica, sociale e   culturale dei giovani.

Tutto questo consentirebbe di riportare a galla importanti valori per le giovani generazioni, primo fra tutti quello di porsi al servizio di una società della quale sono parte integrante. I giovani d’oggi sono bravi ragazzi: curiosi, aperti agli insegnamenti e agli esempi positivi. Hanno bisogno di una guida onesta e sincera e di persone che sappiano trasmettere loro i giusti valori, soprattutto con la forza dell’esempio morale, intellettuale e pratico.

Secondo il “30° Rapporto Italia”, pubblicato a gennaio 2018 dall’Istituto Eurispes, il 67,8% degli Italiani (quasi 7 su 10!) è favorevole al ritorno dell’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole.

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Lo stesso sondaggio evidenzia che nella graduatoria della fiducia degli Italiani verso le istituzioni svettano le Forze Armate, con un consenso che si attesta sul 70%, a testimonianza della fiducia che i cittadini ripongono verso i Militari e i loro valori fondanti, come modello cui ispirarsi.

Ovviamente, è imprescindibile la piena condivisione del progetto a livello interministeriale (Difesa, Interno, Economia, Lavoro, Educazione, Sport, Sanità, ecc.) al fine di evitare resistenze più o meno esplicite capaci, come spesso accade, di bloccare iniziative parimenti meritevoli e fondate.

Tale condivisione interministeriale consentirebbe d’individuare le risorse finanziarie necessarie, di usufruire del Servizio Sanitario Nazionale (visite mediche) e di avvalersi delle strutture didattiche pubbliche per le attività propedeutiche.

 

Questo progetto come si collocherebbe rispetto alle attuali Forze Armate?

L’eventuale SDN non potrebbe essere assolutamente assimilato al precedente servizio militare obbligatorio: deve piuttosto essere visto (e conseguentemente veicolato) come un’occasione di avviamento professionale che, attraverso specifici incentivi e agevolazioni, favorisca l’inserimento nel mondo del lavoro, pubblico e privato, e in tutto il vasto settore della difesa e della sicurezza, mediante l’attribuzione di un titolo di preferenza (es. un punteggio incrementale in un concorso pubblico).

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Il Servizio nazionale non dovrebbe, inoltre, essere posto in contrapposizione/sostituzione alle Forze Armate basate su personale professionista, che continuerà ad assolvere i compiti istituzionali attualmente previsti:  i nostri soldati volontari sono, infatti, la risorsa più importante!

Sono uomini e donne preparati, motivati e dotati delle più moderne tecnologie: essi sanno essere determinati quando serve, sempre disponibili ad aiutare i più deboli, ma pronti all’uso delle armi quando la situazione lo richiede (non sono soldati di pace!).

Nei Paesi e nelle missioni dove ho operato ho sempre constatato una grande dimostrazione di rispetto verso le nostre Forze Armate. Questo è un fatto che mi ha fatto sempre sentire orgoglioso di essere Italiano all’estero: ai nostri militari sono riconosciute competenza e capacità.

I militari professionisti potranno invece essere sostituti nelle attività in Patria meno professionali e specialistiche, come quelle di concorso in occasione di eventi naturali (rimozione macerie, riempimento sacchetti a terra, ecc.) o problemi urbani (rimozione immondizie, vigilanza nella “terra dei fuochi”, ecc.), e dedicarsi esclusivamente ai compiti tipici di una qualsiasi Forza Armata: prepararsi per difendere il proprio Paese e per tutelare gli interessi nazionali con le armi!

 

Come organizzerebbe questo SDN?

L’addestramento dovrebbe essere svolto in ambito regionale/provinciale, sotto direzione militare, con il concorso delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, articolato su tre momenti: un primo periodo di 15 giorni, senza vincoli di alloggio in strutture specifiche, per l’indottrinamento iniziale; un secondo di 15 giorni, con l’obbligo di alloggio, per favorire la coesione dei ragazzi; un terzo periodo, di alcuni mesi, per l’impiego a seconda delle esigenze.

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I primi due periodi dovrebbero essere previsti al termine del 3° e 4° anno di scuola media superiore all’inizio delle vacanze estive, nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro (200 ore), obbligatoria per tutti gli studenti e le studentesse degli ultimi tre anni delle superiori (legge n. 107 del 2015), mentre l’impiego vero e proprio dovrebbe avvenire dopo il 5° anno.

La formazione, inoltre, potrebbe essere implementata attraverso richiami brevi e scaglionati nel tempo (anche nei fine settimana) per non incidere sulla vita dei giovani.

L’addestramento dovrebbe essere concentrato prioritariamente su funzioni di soccorso, protezione civile, procedure di sicurezza e uso basilare delle armi, garantendo comunque la preparazione di base nel caso (assai improbabile ma teoricamente non impossibile) di una mobilitazione generale causata da una grave crisi internazionale che imponga il ripristino del servizio di leva.

Per soddisfare le varie esigenze, e tener conto dello spirito antimilitarista di una parte dell’opinione pubblica, i giovani potrebbero essere indirizzati, dopo i due periodi iniziali comuni, al servizio civile o militare, a seconda delle proprie aspirazioni e condizioni psico-fisiche (e per evitare sospetti di eccessiva militarizzazione della società).

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Posto in questi termini, il Servizio di Difesa Nazionale assumerebbe i contorni di un servizio ausiliario allo stesso tempo moderno e in continuità con le tradizioni. Un provvedimento in grado di rispondere a una necessità educativa ben avvertita dalla società, avvicinare i giovani alle istituzioni e fornire loro quelle capacità basilari per la gestione delle emergenze e degli interventi di pubblica utilità.

Da non dimenticare, infine, la possibilità di effettuare lo screening sanitario della popolazione giovanile, come avveniva in passato, che fornirebbe un quadro medico generale utile ai fini della prevenzione, diagnosi precoce e cura di varie malattie, perseguendo gli obiettivi di miglioramento delle condizioni di vita e creazione di risparmi per la sanità pubblica negli anni a venire.

Rimane da definire prioritariamente lo status giuridico di questi ragazzi e individuare le infrastrutture per il loro alloggiamento.

 

Quale soluzione si potrebbe adottare per incrementare il bacino operativo delle nostre F.A..

Senza voler prendere come riferimento la Guardia Nazionale degli Stati Uniti, che rispecchia una realtà militare profondamente diversa da quella di noi europei per dimensioni, velleità e risorse, potrebbe essere seguito il modello francese o britannico con la creazione di un bacino di riservisti (da non confondere con la riserva selezionata) prontamente disponibile.

La Francia dispone di una “Riserva Operativa” di circa 20.000 militari impiegati regolarmente sul territorio nazionale e nelle unità oltremare. Il Regno Unito di un Army Reserve (il già Territorial Army) di circa 8.000 uomini e donne impiegabile senza limitazioni.

Foto Isaf ed Esercito Italiano

 

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Generale di Corpo d'Armata (Aus.), Ufficiale di Artiglieria da Montagna, ha espletato incarichi di comando nelle Brigate Alpine Taurinense, Tridentina e Julia ed ha ricoperto diversi incarichi allo Stato Maggiore dell'Esercito. Ha comandato il Corpo d'Armata Italiano di Reazione Rapida della NATO (NRDC-ITA), l'Ispettorato delle Infrastrutture e il Comando per la Formazione, Specializzazione e Dottrina dell'Esercito. Ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993), in Bosnia (1997) e in Afghanistan per quattro turni. Ha terminato il servizio attivo nell'ottobre 2016.

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