Afghanistan: i ricordi (e le amarezze) di un comandante

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Domenica 15 agosto 2021, Ferragosto, doveva essere – come da consuetudine – una giornata serena e spensierata da trascorrere in famiglia e con gli amici più cari.

Per molti di noi, invece, soldati italiani che siamo stati in Afghanistan, è stato un momento d’immensa tristezza per le notizie che provenivano da quel Paese: i Talebani erano entrati in Kabul senza incontrare la minima resistenza e avrebbero assunto nuovamente il controllo del Paese.

Vedere gli studenti islamici percorrere con le bandiere al vento le strade della Capitale e contemporaneamente migliaia di persone che si accalcavano alle recinzioni dell’aeroporto nell’impossibile tentativo di salire sugli aerei occidentali ha provocato in me, e in tanti miei colleghi “Afghani”, una angoscia indescrivibile che mi (ci) accompagna da quel terribile 15 agosto.

Non avrei mai pensato, neppure nelle valutazioni più negative, che il nostro impegno – iniziato nel dicembre 2001 – si potesse concludere in quel caotico (e poco onorevole) modo.

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Sono passati ventun anni da quando arrivai come primo italiano a Kabul e primo comandante del contingente nazionale (ITALFOR) della missione ISAF (International Security Assistance Force) in Afghanistan.

La mia esperienza è iniziata improvvisamente il 15 dicembre 2001, mentre ero in fase di trasferimento per Torino dove avrei dovuto assumere l’incarico di Vice Comandante (e poi di Comandante) della Brigata Alpina Taurinense, con una telefonata da Roma che mi avrebbe portato nel giro di 24 ore in quel lontano Paese.

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Si trattava di effettuare una ricognizione di alcuni giorni (16 – 18 dicembre) con colleghi delle Forze Armate straniere che avrebbero partecipato alla missione, per verificare “sul terreno” con i capi dell’Alleanza del Nord (che avevano sconfitto i Talebani con il supporto aereo e delle forze speciali USA e britanniche e avevano il controllo della Capitale) le possibilità di schierare una forza multinazionale (a guida iniziale britannica) nell’area di Kabul, secondo quanto previsto dalla Conferenza internazionale di Bonn (27 novembre-5 dicembre 2001).

La Conferenza, indetta dalle Nazioni Unite per definire lo status istituzionale post-bellico del Paese (Il governo talebano si era dissolto nel novembre precedente) prevedeva l’insediamento di un’amministrazione ad interim che avrebbe dovuto, in un periodo di due anni, indire elezioni democratiche (svoltesi nel 2004) e costituire le basi per il nuovo Afghanistan.

Alla Conferenza furono invitati anche i leader delle formazioni afghane che si erano opposti ai Talebani (Alleanza del Nord, Gruppi di Cipro, di Roma e di Peshawar) ma vennero esclusi i Talebani – grave errore che influenzò l’intero processo di pace – non essendo considerati una parte legittima.

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Arrivai cosi a Bagram (base aerea costruita dai russi negli anni ‘60 e ora occupata da unità USA e britanniche) di notte con un velivolo C-130 della RAF inglese unitamente a un collega. Il pilota, alla partenza dalla base aerea in Oman, precisò che nell’ultima ora di volo (il viaggio era di quattro) il velivolo avrebbe volato senza luci, cambiando spesso rotta per il pericolo di essere bersaglio di armi contraeree delle residue formazioni talebane (i combattimenti su larga scala erano finiti da circa un mese, ma operavano ancora gruppi di terroristi in varie parti del Paese).

L’accoglienza dell’Alleanza del Nord non fu delle più “calorose”: eravamo visti con estrema diffidenza che rasentava talvolta l’aperta ostilità. Mohammed Fahim Khan, che aveva assunto la leadership della formazione dopo l’uccisione di Massoud, non gradiva assolutamente una presenza straniera nella gestione post-talebana. Solo dopo sfibranti colloqui si raggiunse un compromesso nelle dimensioni e compiti della missione che diede il via libera all’intervento.

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A seguito di ciò, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottò la risoluzione 1386 (20 dicembre 2001), decretando il dispiegamento di una limitata forza di peacekeeping nella sola area della Capitale, denominata ISAF, che doveva supportare l’autorità ad interim nella transizione del Paese.

A guida del governo venne scelto Hamid Karzai, un leader pashtun vicino ai Paesi occidentali (anche per i suoi trascorsi negli Stati Uniti) e benvoluto da Washington (almeno inizialmente).

Sono ritornato pochi giorni dopo (28 dicembre) con il nucleo iniziale del contingente per organizzare l’arrivo del grosso delle forze italiane ai primi di gennaio 2002.

Il Paese era ancora impaurito dagli anni di regime talebano che aveva rinchiuso la società in una “gabbia virtuale” fatta di assurdi divieti, terribili punizioni e sanguinose repressioni. Gli aiuti umanitari non avevano ancora iniziato ad affluire e la popolazione versava in condizioni di estrema povertà. A Kabul nelle ore notturne non si vedeva una luce: l’intera vasta area Capitale era al buio.

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L’unica cosa che funzionava bene in città era la guest house delle Nazioni Unite: un’isola felice in un mare di miseria e privazioni!

Con noi viaggiavano l’Ambasciatore designato Domenico Giorgi, con la sua scorta, il Sottosegretario di Stato per i Beni e le Attività Culturali Vittorio Sgarbi con il suo numeroso seguito. Il volo avvenne di giorno e provocò in tutti noi un’emozione particolare. Visto dall’alto, l’Afghanistan è uno Paese dai grandi spazi, dove montagne innevate si alternavano ad ampie vallate punteggiate di villaggi di argilla.

L’atterraggio all’aeroporto di Kabul e/o di Bagram era sempre un momento indimenticabile: oltre all’attivazione del sistema difensivo automatico dei flares per proteggersi da eventuali armi contraeree, l’improvviso vuoto allo stomaco faceva intuire la manovra che l’aereo forzava con una stretta spirale per poter atterrare il più rapidamente possibile. La manovra era solo di qualche minuto, come se i piloti, ignorando il ronzio degli strumenti sul pannello di controllo, facessero una corsa contro il tempo per fuggire da quei momenti di potenziale pericolo.

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Come sistemazione iniziale utilizzammo la canonica della Cappella Cattolica, presente nell’Ambasciata italiana dal 1930. in virtù del trattato d’amicizia italo-afghano del 1921.

Arrivati a Kabul, il problema più importante era trovare alloggio ai 350 soldati che sarebbero arrivati pochi giorni dopo in un periodo stagionale caratterizzato da intenso freddo (con temperature notturne anche di -25°) e per la totale assenza di infrastrutture idonee all’accantonamento (tutto era distrutto nell’area della Capitale per i combattimenti tra le varie fazioni dei Mujahidin dopo la caduta nel 1992 del governo comunista di Mohammad Najibullah).

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È iniziata cosi una corsa contro il tempo e contro gli altri contingenti della missione perché tutti erano alla ricerca di sistemazioni, anche precarie, per alloggiare i reparti in afflusso. Il nuovo governo afghano (appena insediato), che avrebbe dovuto indicare al costituendo comando di ISAF le installazioni disponibili, collaborava con lentezza e di controvoglia.

L’unica area resa disponibile era un ampio complesso militare, in stato di abbandono, di origine sovietica sito alla periferia orientale di Kabul sulla Jalalabad Road.

Per evitare che gli edifici in migliori condizioni fossero destinati ad altri contingenti, e in assenza di indicazioni, occupammo d’iniziativa una vasta caserma gialla, chiamata (in ossequio alla tradizione sovietica di numerare le proprie basi) “Caserma 57”, esponendo sulla facciata che dava verso l’esterno una grande bandiera tricolore, in modo che tutti i militari stranieri non avessero tentazione di occuparla.

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I durissimi combattimenti avvenuti negli anni precedenti avevano portato alla distruzione di buona parte dell’infrastruttura, adibita all’origine quale centro di addestramento per truppe corazzate dell’Esercito Nazionale Afgano (comunista).

Diverse scritte su alcuni muri delle palazzine della caserma, che riportavano tradizionali versetti del Corano e nomi di noti personaggi appartenenti alle formazioni fondamentaliste, testimoniavano il recente transito in quel luogo di militanti appartenenti ad organizzazioni terroristiche della rete internazionale di al-Qaida.

Il campo, che sarebbe divenuto la sede del contingente italiano sino al 2009, si presentava in condizioni disastrose, anche per la sua ultima destinazione che era stata di luogo di prigionia di centinaia di combattenti talebani arresisi all’Alleanza del Nord.

Una volta insediatici, fu necessario elaborare un piano di recupero dell’installazione, attribuendo priorità immediata alla sicurezza (realizzazione fossato perimetrale, rafforzamento difese perimetrali, sminamento terreno, ecc.) e alla ristrutturazione sommaria di una palazzina (per affrontare il rigido inverno dei 1.800 metri di quota della Capitale afghana) oltre allo scavo di un pozzo per le basiche necessità di acqua al contingente.

A giugno 2002 l’incessante opera aveva risolto le principali problematiche relative ai bisogni immediati di alloggiamento e di sicurezza del personale.

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La Caserma 57, ribattezzata dapprima “Camp Invictia” e, successivamente, “Camp Invicta”, venne sempre più potenziata dai contingenti susseguitesi negli anni provvedendo sia al miglioramento delle condizioni infrastrutturali sia della sicurezza per garantire decorose condizioni di vita agli uomini e donne di ITALFOR.

Sono ritornato altre volte in Afghanistan: nel 2003 come comandante della missione Nibbio 1 nell’ambito dell’Operazione statunitense Enduring Freedom, nel 2007 nell’HQ ISAF, e nel 2013-2014, come Capo di Stato Maggiore dell’HQ ISAF, oltre ad altri brevi periodi per esigenze di carattere nazionale.

Ma non posso fare a meno di ricordare soprattutto la prima volta, che mi ha fatto conoscere un affascinante Paese e un popolo prodotto di una storia millenaria – scritta sui volti dei suoi abitanti – tra i più ospitali al mondo ma ostili agli stranieri in armi per gli innumerevoli tentativi d’invasione succedutisi nei secoli, che ho imparato, come tanti miei colleghi ad amare e a rispettare.

Un’esperienza che mi ha completato professionalmente ma che mi ha anche segnato profondamente come uomo e come padre.

 

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Giorgio BattistiVedi tutti gli articoli

Generale di Corpo d'Armata (Aus.), Ufficiale di Artiglieria da Montagna, ha espletato incarichi di comando nelle Brigate Alpine Taurinense, Tridentina e Julia ed ha ricoperto diversi incarichi allo Stato Maggiore dell'Esercito. Ha comandato il Corpo d'Armata Italiano di Reazione Rapida della NATO (NRDC-ITA), l'Ispettorato delle Infrastrutture e il Comando per la Formazione, Specializzazione e Dottrina dell'Esercito. Ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993), in Bosnia (1997) e in Afghanistan per quattro turni. Ha terminato il servizio attivo nell'ottobre 2016.

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