Le (scarse) prospettive di un embargo alle forniture militari all’ Arabia Saudita

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Crescono le pressioni sull’Unione Europea e i suoi Stati Membri per metter fine alle vendite di armi all’Arabia Saudita a seguito dell’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, avvenuta il 2 ottobre presso il consolato saudita a Istanbul, a detta di Riyadh a seguito di un «interrogatorio finito male».

La prospettiva di un embargo sulle armi è sostenuta da una nuova risoluzione del Parlamento europeo, ultimo tentativo di una serie di azioni di politica estera dell’Unione Europea che mirano a prendere posizione nei confronti del paese mediorientale.

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Diversi membri del Parlamento chiedono di porre fine al business con Riyadh e spingono per l’embargo. “Tutte le vendite di armi dovrebbe essere proibite al momento” dice un membro senior del comitato di difesa e sicurezza interno al Parlamento.

Mentre alcune nazioni hanno già fermato o ridotto le esportazioni, solo un embargo europeo tout court colpirebbe in maniera significativa il business redditizio tra i sauditi e alcuni stati europei, tra cui in primis la Gran Bretagna.

La Spagna sembrava stesse bloccando gli affari con l’Arabia Saudita quando il mese scorso il governo aveva cancellato una vendita di 400 bombe laser che stava per essere ultimata. Riyadh avrebbe già versato 11 milioni di dollari che le sarebbero stati restituiti.

Una tale decisione equivale alla rinuncia di un business molto profittevole, dato che Madrid ha venduto ai sauditi armamenti per 352 milioni di dollari tra il 2014 e il 2017. Nonostante le dichiarazioni in tal senso la Spagna non sembra aver poi interrotto davvero l’export militare con Riyadh.

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In gennaio, la Germania aveva affermato che non avrebbe più venduto armi alle parti in lotta nel conflitto dello Yemen, anche se Berlino sembra poi aver annacquato tale presa di posizione nel corso dell’anno. In ogni caso sembra ci sia effettivamente stato un decremento delle vendite della Germania verso il Medio Oriente negli ultimi mesi.  Il 21 ottobre Angela Merkel ha dichiarato ufficialmente che la Germania sospenderà le esportazioni di armi all’Arabia Saudita.

Occorre ricordare che la Germania è il quarto Paese per volume di esportazioni di armi all’Arabia Saudita e ancora a settembre, Berlino aveva approvato una serie di esportazioni d’armi per un valore di 416 milioni di euro a Riyadh per l’anno 2018. Le vendite sono quindi interrotte; o meglio, sospese «per il momento».

Vienna ha seguito Berlino, e ha interrotto l’export di armi affermando che il caso Khashoggi è l’ultimo «di una serie di abusi che include la crisi del Qatar e la terribile guerra in Yemen». C’è da dire che l’Austria tiene al momento la presidenza dell’Unione Europea e anche per questioni di immagine, nonchè di allineamento con la Germania in materia di politica estera, dichiarazioni diverse suonerebbero forse stonate.

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A livello internazionale, recente è la notizia per cui il Canada potrebbe cancellare un contratto di vendita di armi stipulato con l’Arabia Saudita dal valore complessivo di 15 miliardi di dollari canadesi, come ha dichiarato il primo ministro canadese, Justin Trudeau.

In realtà parte del problema sta nel fatto che l’accordo includeva la vendita di un certo numero di veicoli da combattimento blindati per “l’assalto pesante” e la normativa canadese prevede che i contratti di vendita di equipaggiamenti militari contengano restrizioni in caso di violazioni dei diritti umani da parte del Paese acquirente.

Segnali contrastanti sono arrivati invece dalla Casa Bianca: Donald Trump ha accennato a un invito a interrompere la vendita di armi all’Arabia Saudita ma ha poi affermato che gli USA si “auto-punirebbero” se smettessero di venderle a Riyadh, poichè favorirebbero l’export militare di Russia e Cina, pronte a spartirsi la torta.

Dopo aver minacciato una “punizione severa” nei confronti dell’Arabia Saudita il 14 ottobre, nel corso di un’intervista Trump aveva poi informato che l’episodio in questione non avrebbe avuto alcun impatto sulle relazioni tra Washington e Riyadh.

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Altri paesi, come Inghilterra e Francia, mostrano invece poco interesse ad arrestare le forniture militari a Riyadh. In particolare, la Gran Bretagna ha parecchio da perdere visto che quasi il 50 per cento delle vendite di armi totali va al regno saudita.

Anche la posizione francese è critica. Lo scorso aprile, Parigi e Riyadh avevano concluso un nuovo accordo quadro che aveva la vendita di armi al centro. Anche se una buona metà dei paesi UE potrebbe essere pronta a rinunciare alle vendite in nome dei diritti umani, il fatto che cinque Stati europei figurino nella lista dei 10 maggiori esportatori rende l’evenienza poco probabile.

Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia rappresentano insieme il 25 per cento delle esportazioni globali di armi convenzionali, eguagliando quasi Stati Uniti e Russia, mentre il Medio Oriente rappresenta sicuramente il mercato preferito e l’Arabia Saudita una delle destinazioni principali.

Gran Bretagna, Francia nonché Germania avevano già esercitato pressioni contrarie quando un embargo UE per la vendita delle armi all’Arabia Saudita si era prospettato. Il 25 febbraio 2016 il Parlamento europeo aveva chiesto di imporre un embargo sulla vendita di armi a causa delle operazioni saudite in Yemen ma la richiesta non aveva avuto seguito.

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Nel settembre 2017, il Parlamento Europeo aveva rinnovato il suo invito nei confronti dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, a imporre un embargo sulla vendita di armi ai sauditi dopo che l’Assemblea di Strasburgo lo aveva approvato.

All’inizio di dicembre dello stesso anno, il Parlamento aveva nuovamente chiesto l’embargo sulle armi ricordando la “risoluzione del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen, nella quale chiede di avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto internazionale umanitario perpetrate Riyadh nello Yemen e del fatto che continuare a rilasciare licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita costituirebbe quindi una violazione della posizione comune 2008/944/PESC”.

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A seguito del caso Khashoggi, cambia il focus ma non la sostanza: sempre di diritti umani e di embargo sulle armi si parla.

Mentre il 4 ottobre il Parlamento europeo esortava per l’ennesima volta i paesi membri a raggiungere una posizione comune per imporre un embargo al regno saudita per il suo ruolo nella guerra civile yemenita, il 25 ottobre viene adottata una nuova risoluzione relativa alla necessità di imporre un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, questa volta in risposta al caso Khashoggi. Quello che si chiede è un embargo sull’esportazione di sistemi di sorveglianza e di altri prodotti a duplice uso suscettibili di essere utilizzati nel regno saudita a fini repressivi.

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E’ stato fatto anche appello agli Stati membri in modo che siano pronti a imporre sanzioni mirate, compresi i divieti dei visti e il congelamento dei beni dei cittadini dell’Arabia Saudita “quando tutti i fatti saranno acclarati”. Di fatto, circa la metà dei paesi dell’Unione europea stanno vendendo armi o equipaggiamenti per le forze militari o di polizia in Arabia Saudita, compresi diversi paesi dell’est Europa.

In precedenza la Francia aveva annunciato la possibilità di imporre sanzioni contro l’Arabia Saudita. Ma la frase di Macron per cui un embargo sull’esportazione di armi da parte degli Stati membri all’Arabia Saudita «sarebbe pura demagogia”, pronunciata il 27 ottobre, taglia la testa al toro. La reazione francese è stata finora più prudente di quella tedesca al fine di proteggere i numerosi rapporti commerciali con il regno, non solo in materia di armi ma anche energia e finanza. Il ministro degli esteri francese ora però non esclude sanzioni economiche affermando che «verranno prese le misure necessarie contro i responsabili» della morte di Kashoggi.

Molti paesi europei non hanno ancora preso una posizione chiara. Molti di questi non hanno il potere di far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra, a meno di non adottare una posizione comune e netta. Alcuni però hanno un certo potere negli equilibri e tra questi c’è l’Italia.

FILE - In this Jan. 29, 2011, file photo, Saudi Arabian journalist Jamal Khashoggi speaks on his cellphone at the World Economic Forum in Davos, Switzerland. The Washington Post said Wednesday, Oct. 3, 2018, it was concerned for the safety of Khashoggi, a columnist for the newspaper, after he apparently went missing after going to the Saudi Consulate in Istanbul. (AP Photo/Virginia Mayo, File)

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha recentemente sottolineato che il nostro Paese «sta valutando» la possibilità di bloccare l’esportazione di armi dopo la morte di Khashoggi (nella foto a lato), precisando però di non essere “a conoscenza di situazioni specifiche riguardo a forniture in corso”.

Per tale motivo si renderebbe necessario un «confronto con gli altri paesi del G7» (si badi bene, non della Ue). Le posizioni di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti sono piuttosto chiare in tema, e difficilmente la linea punitiva di Germania e Canada convincerà l’Italia a bloccare le sue esportazioni mentre anche le possibili decisioni giapponesi in merito sono poco suscettibili di far cambiare gli equilibri europei.

Le divisioni interne sono all’ordine del giorno anche su questo tema: c’è chi sottolinea le difficili conseguenze economiche di uno stop alle vendite e chi tira in ballo possibili violazioni alla legge 185 del 1990 che disciplina l’esportazione e importazione di materiali da armamento.

Saudi soldiers stand at attention in front of tanks during a visit by Deputy Defence Minister Prince Khaled bin Sultan (unseen) at Al-Khoba in the southern Jizan province near the border with Yemen on January 27, 2010. Sultan said that Yemeni Shiite rebels were chased out of the kingdom and did not pull out on their accord as they claim. The leader of Shiite rebels, known also as Huthis, had announced on January 25 the voluntary withdrawal of his fighters from positions occupied within Saudi Arabia. AFP PHOTO/STR (Photo credit should read -/AFP/Getty Images)

Secondo Beretta, analista per l’Opal, intervistato da Cimminella per Business Insider, le vendite di munizionamento pesante, e in particolare di bombe aeree, all’Arabia Saudita rimangono alte: “Come mostrano i dati Istat, nel 2016 le esportazioni superavano i 40 milioni di euro; nel 2017 hanno sfiorato i 46 milioni; e nel 2018 (primo semestre) hanno oltrepassato la soglie dei 36 milioni”.

L’Arabia Saudita non è ai primi posti tra i destinatari dell’export della Difesa italiano (dati 2017) ma il business con il Medio Oriente resta fiorente ed Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti figurano nella lista dei primi 25 destinatari.

A dicembre dell’anno scorso, un’inchiesta del quotidiano americano New York Times sulle forniture di bombe d’aereo dalla Sardegna a Jeddah aveva sollevato un polverone. I resti degli ordigni sarebbero stati ritrovati anche su obiettivi civili distrutti dai bombardamenti sauditi nella guerra contro i ribelli Houthi, anche se la Farnesina ha risposto in più occasioni che le forniture a Riyadh rispettano in modo scrupoloso le leggi nazionali e il diritto internazionale.

Foto:  AP, Xairforce,  Ray Abela/Airforce picture, e AFP

 

Classe 1983, Master in Relazioni Internazionali e Dottorato di Ricerca in Transborder Policies IUIES, ha maturato una rilevante esperienza presso varie organizzazioni occupandosi di protezione internazionale delle minoranze, politica estera della UE e sicurezza internazionale. Assistente alla cattedra di Storia delle Relazioni Internazionali e Politica Internazionale presso l'Università di Trieste, ricercatrice post-dottorato presso il Centro di Studi Europei presso l'Università Svizzera di Friburgo, e junior member presso la Divisione Politica Europea di Vicinato al Servizio Europeo per l'Azione Esterna. Lavora attualmente presso Small Arms Survey a Ginevra come Ricercatrice Associata.

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