Da Strasburgo lezioni già note sulla minaccia terroristica islamica

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La caccia a Cherif Chekatt, il 29 enne marocchino nato in Francia responsabile dell’attacco a colpi di pistola al mercatino di Natale di Strasburgo, si è conclusa ieri sera quando la polizia lo ha ucciso dopo averlo raggiunto mentre camminava per strada: il ricercato avrebbe reagito sparando ed è stato abbattuto dagli agenti.

La dinamica della morte di Chekatt lascia aperto qualche interrogativo. Perché il latitante super ricercato si è avventurato sulle strade dove tutti lo cercavano invece di restarsene nel rifugio dove presumibilmente aveva trascorso le 48 ore precedenti? Ancora una volta la polizia francese ha ucciso un terrorista islamico ormai in trappola ma che, da vivo, avrebbe potuto raccontare molti dettagli circa eventuali cellule di supporto e fiancheggiatori.

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Meno di un’ora dopo la sua morte Amaq, l’agenzia di stampa dello Stato Islamico, ha rivendicato l’attacco; “Chekatt era un nostro soldato” ed ha “portato avanti l’operazione per vendicare i civili uccisi dalla coalizione internazionale”.

I fatti di Strasburgo non sembrano però aggiungere nulla di nuovo a quello che già sappiamo del terrorismo islamico in Europa.

Anzi, costituiscono l’ennesima conferma che la Francia e gran parte d’Europa non sono riuscite negli ultimi quattro anni di violenta e massiccia esplosione degli attacchi jihadisti ad arginare i fattori che favoriscono radicalizzazione e terrorismo nelle frange islamiche della popolazione.

Chekatt è un po’ lo stereotipo di questa situazione di impasse che attanaglia il Nord Europa nella lotta al terrorismo. Era un criminale comune arrestato  e condannato oltre 20 volte per reati minori per i quali ha scontato pene troppo lievi per costituire un deterrente alla vita criminale.

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Come tanti balordi si è radicalizzato in carcere. Un fenomeno noto da anni che pure non ha portato a cambiamenti concreti dell’assetto delle carceri, in Francia come in altri Stati europei.

Non sono stati reclusi in prigioni a loro riservate tutti gli estremisti islamici che si trovano dietro le sbarre. In questo modo essi continuano a “educare” al jihad nuove generazioni di giovani immigrati di seconda o terza generazione già cresciuti nelle periferie degradate odiando la Francia e le sue leggi.

Come molti altri autori di atti terroristici anche Chekatt era noto come soggetto pericoloso per la sicurezza dello Stato, come almeno altri 20 mila musulmani che vivono in Francia (spesso cittadini francesi) dei quali 4 mila tenuti sotto stretta sorveglianza costante.

Facile mettere sotto accusa le forze di sicurezza che hanno però almeno due attenuanti: con un numero così elevato (e in continua crescita grazie anche alla radicalizzazione dei giovanissimi) di sospetti da controllare la prevenzione è e sarà quasi impossibile. Specie se si tiene conto che a questi si aggiungono altri 50 mila Salafiti, uomini che condividono l’ideologia del jihad pur senza aver compiuto finora atti violenti.

Inoltre i 250 mila poliziotti e gendarmi (più i 10 mila militari dell’Operation Sentinelle) sono in queste settimane sovraccarichi di lavoro tra controlli anti terrorismo ingigantiti nell’imminenza delle feste natalizie, rivolte popolari dei “gilet gialli” e “zones urbaine sensibles” in mano a bande armate islamiche.

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Eppure nulla si è fatto di quanto era stato annunciato per arginare il terrorismo. La legge promessa da Francois Hollande all’indomani della strage al Bataclan che avrebbe ritirato la cittadinanza a chi avesse compiuto reati di matrice jihadista non è mai nemmeno stata discussa in parlamento.

Nonostante gli allarmi dei vertici delle forze di sicurezza sono ben 450 i jihadisti catturati prima che compissero attentati e condannati a pene che stanno finendo di scontare.

Benchè tra essi vi siano almeno 50 terroristi acclarati, torneranno tutti in libertà entro il 2019, così come liberi sono la gran parte degli almeno 3mila “foreign fighters” (dei 5 mila che lasciarono l’Europa negli anni scorsi, almeno 1.700 dalla Francia), veterani della guerra in Siria e Iraq dove militavano sotto le bandiere di Isis e al-Qaeda già tornati “a casa”.

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Non solo in tutta Europa non vengono quasi mai arrestati ma la stessa Ue ne raccomanda il “reinserimento sociale” con appositi programmi di welfare.

Impossibile non notare che gli unici Stati europei finora immuni dalla minaccia terroristica siano quelli dell’Est, dice le comunità islamiche sono quasi o del tutto assenti.

La Francia, come gran parte dei Paesi del Nord Europa, paga anche il fallimento delle politiche d’integrazione. Gerard Collomb, il ministro degli interni dimessisi nell’ottobre scorso, lamentò anche lo scarso sostegno del governo al suo piano per riprendere il controllo di 30 aeree urbane amministrate di fatto dalla sharia e in cui la polizia e neppure i vigili del fuoco riescono ad entrare.

Lo aveva chiamato “Riconquista Repubblicana” e il nome tradisce la consapevolezza di aver perso il controllo di parti rilevanti del territorio nazionale.

@GianandreaGaian

Foto AFP e Getty Imsges

 

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Bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Attualmente collabora con i quotidiani Il Mattino, Il Messaggero, Libero e Il Corriere del Ticino, con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti TV e radiofoniche RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”.

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