USA-Iran: l’accordo (forse) c’è

 

 

Lo Stretto di Hormuz resta per ora chiuso e l’attesa firma dell’accordo fra Iran e Stati Uniti è slittata con possibili nuovi colloqui in Pakistan il 5 giugno. Ciò nonostante l’intesa sembra essere questa volta concreta al netto dei tanti dettagli non ancora resi noti e oggetto delle ultime “limature”.

“Un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha dichiarato che l’accordo con l’Iran non dovrebbe essere firmato oggi” ha rivelato ieri il giornale on line statunitense Axios proprio a causa dei dettagli in via di definizione. “Alcune formulazioni sono importanti per noi e altre lo sono per loro”, ha detto il funzionario, precisando che il sistema iraniano, nella sua configurazione attuale, non si muove rapidamente. Ha poi aggiunto che ci vorranno diversi giorni affinché l’accordo superi tutte le approvazioni mentre l’implementazione piena dell’accordo potrebbe richiedere fino a due mesi. Un termine che coincide con i 60 giorni di proroga del cessate il fuoco ipotizzati sabato da Trump.

L’intesa però appare fondata soprattutto perché tutte le parti in causa esprimono soddisfazione e ottimismo come non era mai successo prima da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco al termine di 40 giorni di guerra.

“A quanto ci risulta, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha approvato il quadro generale dell’accordo, ma resta ancora da vedere se questo si tradurrà in un accordo definitivo”, ha dichiarato il funzionario statunitense ad Axios.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha affermato che Teheran è pronta a garantire al mondo di non perseguire l’armamento nucleare. “Non cerchiamo disordini nella regione”, ha dichiarato all’agenzia di stampa Irna, sostenendo invece che “chi cerca di destabilizzare la regione” è Israele. Pezeshkian ha affermato inoltre che la squadra negoziale di Teheran “non comprometterà in alcun modo l’onore e l’orgoglio del Paese“.

Anche Donald Trump ha espresso grande ottimismo insieme al segretario di Stato Marco Rubio.

L’accordo con l’Iran “è in gran parte negoziato” ha affermato il presidente americano Donald Trump dopo aver avuto una conversazione con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Un accordo che coinvolge Stati Uniti, Iran e diversi paesi del Medio Oriente, e che prevede l’estensione del cessate il fuoco per 60 giorni, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di un nuovo negoziato sul programma nucleare iraniano.

Gli Stati Uniti hanno compiuto “progressi significativi, anche se non definitivi” nei negoziati con l’Iran, e il presidente Donald Trump potrebbe annunciare novità positive “tra qualche ora”, ha dichiarato ieri Rubio in visita a Nuova Delhi. Il capo della diplomazia di Washington ha precisato che nelle prossime ore potrebbero diventare pubblici ulteriori dettagli sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e su un “processo” relativo ad altre questioni fondamentali, tra cui il programma nucleare iraniano. Rubio ha ribadito che Trump garantirà che l’Iran “non possiederà armi atomiche”.

“Vorrei ringraziare ad oggi tutti i Paesi del Medio Oriente per il loro sostegno e la loro cooperazione, che saranno ulteriormente rafforzati dalla loro adesione alle Nazioni degli storici Accordi di Abramo“, ha scritto ieri su Truth il presidente USA spiegando di aver dato indicazioni ai suoi negoziatori di non affrettare una conclusione dell’accordo-

“Il nostro rapporto con l’Iran sta diventando sempre più professionale e produttivo. Devono però capire che non possono sviluppare o procurarsi un’arma nucleare o una bomba atomica“.

 

Teheran senza bomba

L’impegno dell’Iran alla rinuncia alle armi nucleari, confermata ormai anche da fonti di Teheran, rappresenta un prezzo facile da pagare per il governo della repubblica islamica che aveva sempre negato di perseguire programmi nucleari militari. Programmi di cui non avevano trovato traccia neppur gli ispettori dell’ONU e che proprio Trump aveva annunciato di aver “azzerato” con i recenti bombardamenti e persino con quelli del giugno 2025.

“La palla è nel campo degli americani e devono accettare le condizioni dell’Iran, tra cui la fine della guerra, il pagamento delle riparazioni e la revoca delle sanzioni” ha detto ieri sera Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, ad Al Jazeera. “Non abbiamo negoziato con l’America riguardo alle nostre scorte di uranio arricchito. Stiamo negoziando per il riconoscimento del diritto dell’Iran ad avere un programma nucleare per scopi pacifici. Non intendiamo possedere armi nucleari e l’America è la più grande perdente in questa guerra. Un cessate il fuoco su tutti i fronti è’ tra le condizioni a cui l’Iran aderisce“.

L’Iran però possiede 440,9 chilogrammi di uranio arricchito, una parte fino al 60 per cento e quindi a un livello tale da essere a un passo dalla produzione di armi nucleari (che richiede l’arricchimento al 90 per cento) e che, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) non ha alcun utilizzo civile. Funzionari israeliani affermano che l’uranio, se ulteriormente arricchito, sarebbe sufficiente per costruire 11 bombe atomiche.

Per l’Iran, uscito vincitore o quanto meno non sconfitto dalla guerra contro Stati Uniti e Israele, la questione nucleare è soprattutto legata all’esigenza di non piegarsi ai diktat dei suoi nemici, tenendo conto che Israele preme da sempre su Washington affinché raggiunga un accordo che neghi all’Iran la possibilità di disporre di armi atomiche.

Un possibile compromesso era già stato discusso da Stati Uniti e Russia con Mosca che aveva proposto di farsi garante dell’utilizzo iraniano dell’energia atomica solo a scopo civile. Come Analisi Difesa aveva già da tempo ipotizzato, la Russia è l’unica nazione in grado di offrire simili garanzie, non solo per il trattato di amicizia con l’Iran e per le buone relazioni instaurate con l’Amministrazione Trump ma anche perché schiera centinaia di tecnici nella centrale atomica iraniana di Busheir e ha una visuale completa dei programmi nucleari iraniani.

Se in base all’accordo, che viene messo a punto in queste ore, Teheran accettasse di rinunciare alle sue scorte di uranio altamente arricchito è molto probabile che una parte delle scorte venga diluita, mentre il resto sarà trasferito in Russia.

 

Riaprire Hormuz

Secondo diverse fonti l’accordo prevede che lo Stretto di Hormuz verrà gradualmente riaperto parallelamente alla fine del blocco statunitense dei porti iraniani. Inoltre gli Stati Uniti consentiranno all’Iran di vendere il proprio petrolio attraverso deroghe alle sanzioni che potrebbero venire rimosse una volta ultimato il processo negoziale: l’allentamento delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati saranno negoziati durante il periodo di 60 giorni.

Per il New York Times, gli Stati Uniti sbloccherebbero circa 25 miliardi di dollari oltre ad alleggerire progressivamente le sanzioni sull’export di petrolio.

Che si respiri un moderato ottimismo lo confermano anche le 33 navi (petroliere, portacontainer e mercantili vari) che hanno attraversato lo Stretto di Hormuz ieri con il permesso della Marina delle Guardie Rivoluzionarie, secondo quanto riportato da Teheran.

Il comando militare iraniano ha affermato che le forze armate assumeranno la responsabilità della sicurezza del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz nell’ambito di un “nuovo ordine regionale e mondiale” e “senza presenza straniera”.

Dichiarazione che sembra costituire un robusto stop alle speranze europee di avviare una missione navale “difensiva” per presidiare e sminare lo Stretto: missione del resto del tutto inutile in caso di accordo per la fine delle ostilità.

Ieri Oman e Iran hanno avviato nuovi colloqui sulla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz che il ministero degli Esteri omanita ha definito “consultazioni continue sulla cooperazione positiva” tra i due Paesi che si affacciano sullo Stretto per il ripristino della libertà di navigazione “in modo sicuro e sostenibile”.

Le indiscrezioni circolate nelle ultime ore su media statunitensi, iraniani e arabi riferiscono che Hormuz verrebbe riaperto senza restrizioni e Teheran si impegnerebbe a rimuovere eventuali mine navali collocate nell’area ma è interessante notare che sembrerebbe apparentemente accantonata la pretesa iraniana di imporre un pedaggio alle navi in transito per recuperare il denaro necessario a riparare i danni di guerra.

E’ difficile credere che Teheran rinunci a tali compensazioni, che potrebbe però ottenere con la rimozione delle sanzioni statunitensi e delle limitazioni all’export petrolifero, condizioni circa le quali Washington potrebbe pretendere che almeno una parte delle vendite attuate dall’Iran vengano gestite utilizzando dollari e non altre valute. Uno degli obiettivi nascosti ma non secondari della strategia di Trump, come ha dimostrato anche l’operazione in Venezuela.

 

Dubbi e perplessità

Circa le prospettive dell’accordo tra USA e Iran vi sarebbero perplessità da parte dei “falchi” repubblicani statunitensi, preoccupati dal possibile rafforzamento dell’Iran.

I senatori conservatori Lindsey Graham e Ted Cruz hanno già manifestato il loro malumore. “Se il risultato è un regime iraniano guidato che chi grida ‘morte all’America’, che riceve miliardi di dollari e che esercita un controllo effettivo sullo Stretto di Hormuz, allora è disastroso”, ha detto Ted Cruz. “Se l’accordo è firmato perché si ritiene che lo Stretto di Hormuz non possa essere protetto dal terrorismo iraniano e che Teheran possegga ancora le capacità di distruggere le infrastrutture nel Golfo, allora l’Iran sarà percepito come una forza e nel tempo sarà un problema per Israele“, ha osservato invece Graham precisando che se “queste percezioni sono vere allora mi chiedo perché la guerra è iniziata“.

Forse perché Stati Uniti e Israele ritenevano di chiudere i conti con Teheran facendone cadere il governo con poche settimane di raid aerei? Del resto Cruz e Graham sembrano ignorare che il negoziato non penalizza Teheran perché gli iraniani hanno vinto la guerra combattuta.

Anzi, un altro “falco” di primo livello come il neoconservatore Robert Kagan (marito di Victoria Nuland e principale ideologo di tutte le guerre statunitensi dall’Amministrazione di George W. Bush a quella di Joe Biden), ha parlato recentemente della “Guerra dei 40 giorni” contro Teheran come di una disfatta epocale per gli Stati Uniti.

Per Kagan, a differenza dei precedenti rovesci subiti dagli Stati Uniti, “la sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà una natura completamente diversa. Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà un ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che annulli o superi il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto, come lo era un tempo”.

Grazie al controllo dello Stretto di Hormuz, “l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno dei principali attori a livello mondiale. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleate dell’Iran, si rafforza; quello degli Stati Uniti, invece, si riduce drasticamente. Lungi dal dimostrare la superiorità americana, come i sostenitori della guerra hanno ripetutamente affermato, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato”, ha scritto Kagan su The Atlantic.

“Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento americano”.

L’amarezza del bellicoso Kagan appare forse esagerata ma l’insuccesso militare di Trump e la cronica carenza di munizioni pregiate del Pentagono quali missili da crociera e antimissile determinata dai recenti ingenti consumi (guerra all’Iran e prima le operazioni contro gli Houthi nello Yemen e le continue forniture a Ucraina e Israele) potrebbe dare vita a una pace stabile, garantita da una politica statunitense necessariamente meno autoreferenziale e da un’intesa nel Golfo Persico condivisa con Russia e Cina e tutte le nazioni della regione.

 

L’incognita Israele

Sembra che la bozza dell’accordo preveda anche la fine della guerra fra Israele e Hezbollah in Libano, nonché un impegno a non interferire negli affari interni dei Paesi della regione.

Difficile capire se queste condizioni siano accettabili (e per quanto tempo) da Israele e soprattutto dal primo ministro Netanyahu che potrebbe però puntare a terminare ostilità costose sotto ogni punto di vista per lo Stato ebraico, anche per incassare i “dividendi della pace” in vista delle prossime elezioni.

Netanyahu ha avuto un lungo colloquio telefonico con Trump dei cui contenuti ha informato il gabinetto di sicurezza israeliano. Secondo Haaretz il premier ha illustrato i dettagli dell’accordo e le possibili limitazioni che l’intesa USA-Iran potrebbero imporre alle attività israeliane contro Hezbollah.

Trump ha rassicurato il primo ministro israeliano sul fatto che l’accordo finale con l’Iran smantellerà completamente il programma nucleare di Teheran, secondo quanto affermato da una fonte governativa israeliana citata dal Times of Israel. Trump “ha chiarito che manterrà una posizione ferma nei negoziati sulla sua richiesta di lunga data di smantellamento del programma nucleare iraniano e di rimozione di tutto l’uranio arricchito dal territorio iraniano, e che non firmerà un accordo finale senza che queste condizioni siano soddisfatte”, ha dichiarato la fonte.

Netanyahu ha confermato le assicurazioni ricevute da Trump, incluso “il diritto di Israele a difendersi contro le minacce su ogni fronte, incluso il Libano“.

Un aspetto critico (certo uno di quelli oggetto delle trattative sui dettagli dell’accordo) è quindi rappresentato da un’intesa tra USA e Iran che preveda la fine delle operazioni israeliane in Libano, garantendo però la libertà di Israele di difendersi da attacchi provenienti dal territorio libanese.

Israele ed Hezbollah potrebbero quindi costituire il “punto debole” dell’intesa, il primo per gli USA e il secondo per l’Iran. Ieri la difesa area iraniana ha reso noto di aver abbattuto un drone israeliano di sorveglianza Orbiter nella provincia di Hormozgan, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana Mehr. Il comando delle Forze di difesa israeliane (IDF) ha negato ogni coinvolgimento.

 

Valutazioni economiche

Se la possibile intesa fa tirare un sospiro di sollievo all’economia mondiale e in particolare alle nazioni asiatiche ed europee, dalla riapertura dello stretto di Hormuz ci vorranno diverse settimane prima di tornare alla normalità dei flussi di energia e merci.

Gregorio De Felice, chief economist & head of research di Intesa Sanpaolo, ha illustrato ieri all’ANSA lo scenario che verrà a determinarsi con la fine della guerra e la riapertura dello stretto di Hormuz. Al Festival dell’Economia di Trento, ha sottolineato che ci vorrà “tempo per tornare ad una normalizzazione dei flussi al 100%. Stimiamo un mese per i flussi petroliferi e 3-6 mesi per i prodotti raffinati, chimici e alluminio”.

Ma l’effetto sui prezzi di questi beni potrebbe manifestarsi già “prima sul mercato dei future se l’accordo sarà convincente. D’altronde i mercati non hanno mai seriamente creduto ad una escalation militare giudicando il conflitto temporaneo. Lo abbiamo anche visto sui mercati azionari le cui quotazioni sono generalmente superiori a quelle precedenti l’inizio dei bombardamenti“.

Lo stretto di Hormuz, secondo un recente report realizzato da Assoporti e da Srm – Centro studi che fa capo al gruppo Intesa Sanpaolo, movimenta il 37% del petrolio mondiale via mare e il 28% del Gpl globale. Le tensioni nell’area hanno provocato un calo dell’89% dei transiti giornalieri in pochi mesi. Inoltre quasi 1.000 navi risultano ferme nel Golfo, per un valore stimato di 23,7 miliardi di dollari di merci trasportate, con impatti sulle catene globali di approvvigionamento.

Dal report emerge inoltre che le deviazioni delle rotte comportano un aumento fino a 20 giorni di navigazione aggiuntivi e rincari significativi dei costi logistici e del bunkeraggio. La fine della guerra in Medio Oriente e il ritorno alla liberta circolazione dello stretto di Hormuz avrà effetti anche sul fronte della crescita economica globale.

La fine delle ostilità “limiterà anche gli effetti negativi sulla crescita dell’eurozona allo 0,3% per il 2026 (da +1.2 a + 0,9), e allo 0,4% per l’Italia (dallo 0,8 allo 0,4%)”, evidenzia De Felice che evidenzia come la crisi energetica colpisca l’Italia “meno della crisi legata all’invasione Ucraina quando il prezzo del gas naturale registrò un balzo a 250-300 euro per megawattora. Ora siamo intorno ai 40 euro“.

L’ipotesi di un accordo ha determinato quotazioni del petrolio in calo: il Brent perde il 5,1% a 98,12 dollari al barile.

 

Foto: Tasnim, FARS, Casa Bianca e  DepositPhotos.com

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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