Se gli Stati Uniti diventano una super potenza inaffidabile

 

 

L’Amministrazione Trump continua a mischiare le carte in tavola e a rendere instabile ciò che fino a poche ore prima appariva una tendenza ormai consolidata. Il mondo e i media non hanno fatto in tempo ad attribuire finalmente una concreta credibilità al processo negoziale con l’Iran (vedere l’articolo pubblicato la sera del 23 maggio e l’editoriale del 25 maggio) che Domald Truimpèè riuscito a modificare radicalmente i presupposti dell’accordo con Teheran e a riaprire brevemente le ostilità con attacchi “per autodifesa” contro postazioni missilistiche e navi iraniane.

Sul piano politico, proprio mentre sembrava imminente la convergenza su un’intesa di massima da affinare nel corso del cessate il fuoco esteso per altri 60 giorni, Trump ha rilanciato affermando che dopo i colloqui con i leader di Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Giordania Egitto e Bahrein e soprattutto “dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo”.

A parte il fatto che “il puzzle molto complesso” è stato determinato dall’attacco di USA e Israele all’Iran del 28 febbraio scorso e a parte il fatto che Emirati Sarabi Uniti e Bahrein hanno già sottoscritto gli accordi di Abramo che normalizzano i rapporti con Israele, quanto scritto da Trump su Truth aveva evidentemente l’obiettivo di mischiare nuovamente le carte e rendere più arduo il raggiungimento di un’intesa con l’Iran.

Trump ammette che “è possibile che uno o due di essi abbiano una ragione per non aderire, e ciò sarà accettato, ma la maggior parte dovrebbe essere pronta, disposta e in grado di rendere questo accordo con l’Iran un evento di portata ben maggiore rispetto a quanto sarebbe altrimenti. Gli Accordi di Abramo si sono dimostrati, per i Paesi coinvolti (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakistan), un vero e proprio boom finanziario, economico e sociale, persino in questo periodo di conflitto e guerra, con gli attuali membri che non hanno mai nemmeno ipotizzato di ritirarsi o di prendersi una pausa.  

Il motivo è che gli Accordi di Abramo sono stati un grande successo per loro e lo saranno ancora di più per tutti, portando vera forza, potere e pace in Medio Oriente per la prima volta in 5.000 anni. Sarà un documento rispettato come nessun altro mai firmato in tutto il mondo. Il suo livello di importanza e prestigio sarà senza precedenti! Dovrebbe iniziare con la firma immediata da parte dell’Arabia Saudita e del Qatar, e tutti gli altri dovrebbero seguire l’esempio. Se non lo faranno, non dovrebbero far parte di questo accordo, poiché ciò dimostrerebbe cattive intenzioni“.

Oltre a dettare l’agenda ai leader di Turchia e mondo arabo, Trump arriva ad estendere all’Iran l’invito a siglare gli Accordi di Abramo.

 “Parlando con molti dei Grandi Leader menzionati sopra, essi sarebbero onorati, non appena il nostro documento sarà firmato, di avere la Repubblica Islamica dell’Iran come parte degli Accordi di Abramo. Wow, sarebbe davvero qualcosa di speciale! Questo sarà l’accordo più importante che questi Grandi Paesi, sempre in conflitto tra loro, abbiano mai firmato. Nulla, né in passato né in futuro, lo supererà. Pertanto, richiedo con urgenza che tutti i Paesi firmino immediatamente gli Accordi di Abramo e che, se l’Iran firmerà il suo accordo con me, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, sarebbe un onore averlo come parte di questa Coalizione Mondiale senza precedenti.  Il Medio Oriente sarebbe unito, potente ed economicamente forte, forse come nessun’altra regione al mondo!”

Trump ha affermato che ci sarà “un grande accordo o niente” e il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, ha attribuito agli Stati Uniti la responsabilità del ritardo nel raggiungimento di un accordo, affermando che Washington stava cambiando posizione, il che “naturalmente ostacola qualsiasi negoziato” pur riconoscendo che le due parti “hanno raggiunto delle conclusioni su molte questioni“.

Quando Trump ha dichiarato che l’accordo “non è ancora stato completamente negoziato” si riferuiva forse all’adesione del mob do arabo, di Iran e Turchia agli Accordi di Abramo? Questo tema (o condizione) non era mai emerso nei lunghi e difficili colloqui tra USA e Iran mediati dal Pakistan.

Sul piano militare, a conferma della pretesa statunitense di alzare i toni, il 26 maggio le forze statunitensi hanno attaccato siti missilistici nel sud dell’Iran e imbarcazioni dei pasdaran che, secondo il Pentagono, tentavano di posare mine nello Stretto di Hormuz.

Gli attacchi sono stati compiuti “per autodifesa”, ha dichiarato il Comando Centrale degli Stati Uniti, (CENTCOM), termine che può indicare la risposta a un attacco subito dui cui però non vi è traccia ma anche l’attacco preventivo contro assetti militari iraniani che avrebbero potuto costituire una minaccia ma no9n avevamo aperto il fuoco contro le forze statunitensi.

Le forze statunitensi hanno condotto oggi attacchi di autodifesa nel sud dell’Iran per proteggere le nostre truppe dalle minacce poste dalle forze iraniane”, scrive Tim Hawkins, portavoce del Comando Centrale, in un comunicato che non fornisce dettagli sugli attacchi, limitandosi a dire che gli obiettivi includevano “siti di lancio missilistici e imbarcazioni che tentavano di “posare mine” , né denuncia che ad aprire il fuoco per primi siano stati gli iraniani.

Secondo l’emittente statale iraniana Irib diverse forti esplosioni sono state udite nei pressi di Bandar Abbas mente un alto funzionario militare statunitense ha affermato che i missili terra-aria iraniani hanno minacciato la flotta schierata nel Golfo dell’Oman e nel Mar Arabico per imporre il blocco navale alle imbarcazioni che tentano di entrare o uscire dai porti iraniani.

La fonte, citata dal New York Times, ha aggiunto che gli attacchi statunitensi hanno colpito proprio nei pressi di Bandar Abbas le batterie missilistiche che avevano preso di mira le navi statunitensi. Considerato che non sono stati segnalati lanci di missili contro navi o aerei statunitensi, probabilmente sono state attaccate postazioni missilistiche i cui radar avevano “illuminato” bersagli statunitensi nel Golfo o nei pressi dello Stretto di Hormuz.

Un ulter4iore elemem6to che induca la volontà di Trump di alterare il contesto negoziale nella sua fase decisiva sembra essere la pretesa che l’uranio arricchito iraniano debba essere consegnato agli Stati Uniti o distrutto sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, quando nelle trattative e era emersa la proposta di consegnarlo o porlo sotto la supervisione russa.

“L’uranio arricchito (polvere nucleare!) verrà immediatamente consegnato agli Stati Uniti per essere distrutto oppure, preferibilmente, in collaborazione e coordinamento con la Repubblica islamica dell’Iran, distrutto sul posto o in un altro luogo accettabile, con la Commissione per l’energia atomica, o il suo equivalente, come testimone di questo processo”, ha scritto Trump il 26 maggio.

L’opzione russa avrebbe potuto tranquillizzare Washington e Tel Aviv circa eventuali programmi atomici militari di Teheran che a sua volta avrebbe così evitato di accettare imposizioni che mal si adattano al successo conseguito dagli iraniani nella “Guerra dei 40 giorni”.

Un successo che analisti e media statunitensi continuano a sbattere in faccia a Trump scatenando dure reazioni che vedono il presidente attaccare i media per la copertura della guerra contro l’Iran.

“Anche se si arrendesse direbbero che ha riportato una vittoria schiacciante. Sono pazzi“, ha scritto il presidente sul suo social Truth puntando il dito contro il New York Times, il Wall Street Journal e CNN.

“Se l’Iran si arrendesse, ammettesse che la sua Marina è perduta e giace sul fondo del mare, e se l’intero esercito uscisse da Teheran, con le armi a terra e le mani alzate, gridando all’unisono ‘mi arrendo, mi arrendo’, mentre sventola freneticamente la simbolica Bandiera Bianca, allora – afferma Trump – il “Failing New York Times”, il “China Street Journal” (Wsj), la corrotta e irrilevante CNN e tutte le altre fake news titolerebbero che l’Iran ha riportato una vittoria magistrale e brillante sugli Stati Uniti d’America, e che non c’è stata nemmeno partita. I democratici e i media hanno perso completamente la bussola. Sono diventati assolutamente pazzi”.

 

Le reazioni

Ai continui rilanci di Trump l’Iran ha risposto con minacce di rappresaglie militari e richieste economiche. Teheran considera gli attacchi statunitensi contro proprie imbarcazioni nel Golfo una violazione delle intese in corso e una minaccia agli sforzi di mediazione regionale. L’analista iraniano Mokhtar Haddad ha detto all’emittente televisiva qatariota Al Jazeera (ripreso in Italia da Agenzia Nova) che l’Iran “risponderà inevitabilmente” all’escalation in Medio Oriente, accusando l’amministrazione statunitense di “non rispettare gli impegni internazionali né gli sforzi dei mediatori” e di ricorrere a “pretesti deboli” per giustificare la propria presenza militare nella regione.

Secondo quanto riportato da Al Arabiya, che cita una fonte diplomatica, Teheran chiede agli Usa di sbloccare metà dei fondi iraniani congelati per siglare il memorandum d’intesa con Washington. Una volta firmato il documento, la Repubblica Islamica vorrebbe accesso libero alla seconda parte degli asset bloccati entro 60 giorni dal raggiungimento dell’accordo. Secondo Al Arabiya, la visita del presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf in Qatar aveva lo scopo di discutere i meccanismi per lo sblocco dei beni congelati, stimati complessivamente in 24 miliardi di dollari.

La pretesa di adesioni di massa del mondo islamico agli Accordi di Abramo appare a molti come una forzatura dettata forse da Israele, forse dai falchi repubblicani come i senatori Ted Cruz e Lindsay Graham che avevano duramente contestato la bozza di accordo di Teheran, o forse da entrambi.

Non a caso Graham ha definito “brillante” l’iniziativa del presidente. “Sarebbe il cambio più significativo in Medio Oriente i migliaia di anni”.  Non a caso Israele ha subito ripreso i bombardamenti e l’offensiva in Libano dopo il cessate il fuoco di cui Trump si era vantato di essere stato l’artefice.

Di certo questo rilancio sembra poter far fallire ogni negoziato dal momento che Ankara è oggi il maggior avversario politico del governo israeliano, l’Egitto non si fa dettare l’agenda di politica estera da Washington mentre sauditi e pakistani hanno già risposte picche.

La posizione dell’Arabia Saudita sulla questione palestinese “rimane invariata” ha dichiarato una fonte saudita all’emittente panaraba Al Arabiya, aggiungendo che “è necessario un percorso irreversibile verso uno Stato palestinese. Riad non normalizzerà le relazioni con Israele senza la nascita di uno Stato palestinese”.

Il ministro della Difesa pachistano, Khawaja Asif, si è detto contrario all’adesione del Pakistan agli Accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti con Israele. “Personalmente, non credo che dovremmo aderire a un accordo che contrasta con i nostri principi fondamentali“, ha detto in un’intervista a Samaa TV. “Abbiamo una posizione molto chiara: questo non è accettabile per noi“, ha rimarcato il ministro, aggiungendo: “Come ci si può sedere al tavolo con persone di cui non ci si può fidare nemmeno per un solo giorno?”.

E in realtà il macro-problema che emerge da questa vicenda è proprio quello evidenziato dal ministro pakistano: l’immaturità mostrata dall’Amministrazione Trump in questi negoziati, motivata da debolezza interna o da condizionamenti esterni (Israele), evidenzia l’inaffidabilità degli Stati Uniti come potenza politica e diplomatica e il crollo di ogni credibilità di Washington agli occhi di alleati e rivali.

Un aspetto che in prospettiva rischia di avere su scala globale un impatto ben più ampio del pur grave rischio di stop alle trattative con l’Iran e alla ripresa della corsa al rialzo delle quotazioni del petrolio.

Foto:  Casa Bianca, Tasnim e FARS

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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