Strade Sicure e l’orchestra dei campanelli

Roma

L’annuncio di qualche mese fa della decisione del Presidente del Consiglio di trasformare la somma destinata all’acquisto di qualche fuciletto in borse di studio per la pace non è figlio di sè stesso.

Al contrario, affonda le sue radici in una matassa di pregiudizi inaccettabili per chi ha l’onore di governare e nel quale maturò, una decina d’anni fa, la “battuta” sciocca di un suo predecessore che paragonò il personale delle Forze Armate a quello del noto romanzo di Buzzati, in eterna attesa di un nemico che non arriva mai: insomma, i soldati come un branco di perditempo abbrutiti dalla noia in attesa disperata di qualcosa da fare.

Milano

Era un’affermazione ingiuriosa, che umiliò profondamente le migliaia di coloro che in quegli anni erano impegnati in operazioni, nonché quanti, negli anni precedenti, avevano trascorso mesi e anni in attività per nulla “di comodo” in varie parti del nostro spicchio di mondo; per decisione dei governi della Repubblica e non per dare sfogo alla passione per l’esotismo di qualche grasso generale.

Era inoltre un’affermazione che denunciava da parte delle ultime classi dirigenti una profonda ignoranza di quella che è la funzione militare; ignoranza che evidentemente è ben distribuita nei palazzi del potere anche oggi, come si vede dall’accondiscendenza – nella migliore delle ipotesi dall’inerzia – con la quale più o meno tutti reagiscono a quello scandaloso provvedimento militaricida che è rappresentato dalla sindacalizzazione in salsa istituzional-grillesca delle Forze Armate.

Pescara

Per questi, esperti tutt’al più delle corveè in qualche Distretto dove avevano trascorso gli scarsi mesetti del “fastidio” militare a due passi da casa, per ragioni di studio ovviamente, e sfibrati da una noia che probabilmente in molti reparti operativi non avrebbero conosciuto, era inconcepibile che una tale massa di giovani non venisse utilizzata “meglio”, visto l’incombere del solo nemico accettabile dalla nostra opinione pubblica: la criminalità organizzata.

Un nemico fantomatico, oggetto di suicide fiction di successo nelle quali si coltiva con amorevole cura il mito del nostro inimitabile malaffare e della nostra irraggiungibile corruzione, che sembrano fatte apposta per alimentare tutti i nostri complessi di colpa nei confronti dei virtuosi paesi che ci circondano e che per questo hanno più agio a darci lezioni da quattro soldi di civiltà e di “umanità”. Loro a noi!

Insomma, pare proprio che non ci siano più gli strumenti intellettuali per afferrare una realtà che in altri paesi non ci sono grandi difficoltà a comprendere, vale a dire che i militari hanno funzioni, ed esigenze, completamente diverse dalle Forze di Polizia, con tutto il rispetto per queste ultime.

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Compito delle Forze Armate, se vogliamo arrivare al nocciolo, è infatti prima di tutto quello di “essere pronti”. Essere pronti al peggio, quel peggio che non può essere fronteggiato semplicemente con l’apertura di un polveroso fascicolo in qualche Procura, con qualche arresto più o meno eccellente, con qualche leggina approvata in Parlamento, con un’operazione commerciale più o meno spregiudicata.

Essere pronti quando è la sopravvivenza fisica del popolo in quanto comunità organizzata a libera (“sovrana” sarebbe il termine corretto) ad essere a rischio, e quando gli interessi vitali del paese vengono minacciati o intaccati da altri. Leciti o illeciti che siano.

Ma per essere pronti bisogna addestrarsi, con un’attività continua e giornaliera, che non si può esaurire in un buon iter formativo da aggiornare di tanto in tanto, come per le Guardie Giurate; deve, al contrario, consistere in una costante opera di condizionamento a quelle che sono le complesse procedure e la dottrina imposte dal mutevole contesto internazionale reale.

Militari dell'Esercito davanti alla stazione ferroviaria di Napoli Centrale

Senza questa continua preparazione, non c’è leggenda che tenga e anche le unità più notoriamente operative tra quelle di cui disponiamo non saranno in grado di reggere il confronto con le paritetiche unità degli altri paesi né, soprattutto, di esprimere l’efficienza operativa che ci si aspetta. Inutile illudersi al riguardo; già se ne vedono i segni.

La responsabilità di questa situazione è dovuta a molte ragioni, tra cui la negazione alle Forze Armate delle risorse materiali e finanziarie necessarie per l’addestramento e la preparazione agli impegni operativi.

Ma oltre a questo fattore, dovuto alla miopia culturale prima che strategica delle classi politiche degli ultimi tre decenni, incide in misura drastica anche l’operazione “Strade Sicure” – sorella gemella di “Strade Pulite” che una dozzina d’anni fa ha ammassato 100mila tonnellate di rifiuti urbani nell’area militare di Persano (sono ancora lì).

Con la prima si voleva mostrare la presenza dello Stato in alcune aree del Paese, risparmiando le Forze dell’Ordine nell’assunto che le Forze Armate fossero meno onerose e meno “impegnate”, senza però considerare che queste ultime sono composte da militari in ferma prolungata o in servizio permanente con caratteristiche decisamente diverse da quelle dei militari di leva di una ventina d’anni fa.

Militari durante il pattugliamento alla stazione ferroviaria di Napoli Centrale

E con specializzazioni professionali spesso molto più complesse di quelle degli operatori di Polizia. Resta il fatto che nessuno sente ragioni e Strade Sicure ha continuato progressivamente a crescere, fino a diventare paradossalmente l’impegno principale per l’Esercito, implicandone la distrazione dal suo compito principale: l’addestramento all’impiego operativo “bellico”.

Una distrazione quantificabile, tra impiego “sul campo” di sei mesi mediamente, attività preparatorie e successivo “recupero” degli straordinari per i quali non viene assicurata la copertura finanziaria, in circa 11 mesi di “inattività” militare complessivi per gli interessati. Si tratta, per di più, di un’operazione di trascurabile intensità ma di indubbi disagi per i soldati, costretti spesso ad alloggiare in strutture fatiscenti per consentire al sindaco di turno di esibire il suo Status Symbol armato.

Inoltre, alle unità militari non è richiesta alcuna attività concettuale ed organizzativa se si esclude quella connessa alla turnazione della truppa in attività elementari e avvilenti, anche se con l’esibizione di armi da guerra difficilmente impiegabili in mezzo alla folla.

Milano

E questo innesca un progressivo decadimento delle professionalità di primissimo livello dei quadri, ridotti a succedanei dei Vigili Urbani (con tutto il rispetto) ma senza i loro poteri. Ufficiali spesso esperti nei processi di pianificazione Nato, incentrati sulle più attuali dottrine operative dell’alleanza – dal Comprehensive approach, alla Counter Insurgency  –  e trafilati attraverso percorsi formativi difficili e onerosi, devono così limitarsi a prendere ordini da qualche Questura che indicherà dove posizionare i loro soldati per esprimere una deterrenza che può forse impensierire qualche ladro di biciclette, o poco più.

Dopo mesi o anni, in molti casi, passati a prendersi a fucilate coi Talebani, verranno così gratificati da qualche trafiletto su un giornale locale per l’efficienza con la quale hanno bloccato il borseggiatore di turno, beninteso sotto il controllo e la tutela di un poliziotto vero, unico autorizzato a esercitare autonomamente le funzioni di Ufficiale di Polizia Giudiziaria.

Ma, quel che è peggio, molti giovani soldati vedono frustrate le proprie aspettative di un’attività stimolante, provocando una demotivazione che è alla base del drastico calo di domande di arruolamento al quale stiamo assistendo.

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Gli stessi che negli anni più “cinetici” delle operazioni in Afghanistan o Irak chiedevano in massa di essere arruolati nell’Esercito – segno consolante che non è vero che tutti i nostri ragazzi sono cialtroncelli – preferiscono ora l’attesa casalinga di prospettive più allettanti di una vita in uniforme nella quale il carrista non ha tempo per usare il carro e l’alpino deve sostituire la piccozza col manganello; ed entrambi piantonano qualche stazione della Metro A.

Insomma, le unità militari sono realtà complesse, nelle quali il risultato operativo dipende dall’impiego coordinato di strumenti diversi da parte di operatori specializzati e di combattenti addestrati a svolgere funzioni molto diversificate tra di loro.

Trattandoli tutti, indistintamente, quali piantoni a guardia del classico bidone di benzina vuoto si commette l’errore di appiattirli su compiti elementari dai quali non possono trarre alcun ammaestramento. E’ un po’ come se in un’orchestra in cui ognuno ha sempre suonato uno strumento diverso per creare, tutti insieme, una stessa melodia, un direttore impazzito dotasse tutti di un semplice campanello!  E’ ora di finirla prima che sia troppo tardi!

Foto Esercito Italiano

 

Marco BertoliniVedi tutti gli articoli

Generale di corpo d'armata, attualmente Presidente dell'Associazione Nazionale Paracadutisti d'Italia, è stato alla testa del Comando Operativo di Vertice Interforze e in precedenza del Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, della Brigata Paracadutisti Folgore e del 9° reggimento incursori Col Moschin. Ha ricoperto numerosi incarichi in molti teatri operativi tra i quali Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan.

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