Nassirya e la condanna del generale. Addio alle armi?

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Dopo il commento di Antonio Li Gobbi, Analisi Difesa torna sul tema della condanna del generale Bruno Stano con un intervento di Marco Bertolini

 

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha condannato definitivamente ai fini civili il Generale Bruno Stano a rifondere le famiglie dei Caduti di Nassiriya. La sentenza pare paradossale se si tiene conto che segue un processo penale nel quale Stano era stato assolto ma non c’è dubbio che si basa su leggi in vigore, ancorché evidentemente tali da favorire cortocircuiti analoghi a quelli che condannano i patres familiarum che rispondono con la violenza alla violenza di chi irrompe nottetempo nelle abitazioni dei loro cari. Ma questo è un altro discorso… o forse no.

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Ciò premesso, torniamo comunque al punto ponendoci una domanda: al di là della verità “giudiziaria” della sentenza e sulla quale non si può discutere, chi è il vero colpevole della strage di Nassirya?

Prima di tutto sarebbe bene osservare che, anche per una mentalità accuratamente de-militarizzata come quella italiana, il concetto di “colpevolezza” per i morti in combattimento andrebbe approfondito.

Perché, sia chiaro, è di combattimento che si tratta, visto che l’Irak del 2003 non era un paese pacificato, nel quale le varie fazioni avevano concordato una pace sulla quale vigilare con piglio di notarile interposizione; al contrario, era un paese nel quale ancora operava un’opposizione armata all’occupazione statunitense e della coalizione occidentale, e nel quale ogni giorno venivano condotte operazioni di taglio eminentemente militare, da entrambe le parti.

Insomma, nonostante il termine utilizzato giornalisticamente, l’attentato di Nassiria è stato in realtà un attaccoa, condotto contro un obiettivo militare, con tecniche militari e probabilmente da chi si considerava, se non lo era formalmente, militare a sua volta.

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Per questo, il termine “colpevole” sul quale mi soffermerò oltre, va usato con molto giudizio. In guerra, infatti, di norma non ci sono colpevoli da punire, ma nemici da eliminare, magari uccidendoli, senza ipocriti moralismi e contraddicendo la logica dell’operazione di “Polizia Internazionale”, spesso usata come cortina fumogena per giustificare interventi impopolari.

Insomma, in guerra non si opera quasi mai per la giustizia, neppure per quella internazionale anche se poi sarà la stessa che stringerà il cappio al collo degli sconfitti, ma per gli interessi nazionali o della coalizione internazionale, giusto o sbagliato che sia. E se la controparte ne prende atto e reagisce, è normale. Non c’è da sorprendersi. Detto questo, quindi, siamo certi che il Generale Stano meriti il discredito che la sentenza suggerirebbe?

Se proprio di colpevolezza si deve parlare, infatti, il primo colpevole è l’irakeno che ha guidato il camion dentro il compound italiano. Non era certamente Stano alla guida del mezzo e non stava neppure mangiando lingue di pappagallo mentre i suoi uomini operavano pericolosamente sul territorio.

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Con loro condivideva i rischi e le scomodità di un impegno che si preannunciava lungo (era in “teatro” da pochissimo tempo), rischioso e difficile, nel quale doveva corrispondere alle disposizioni del Contingente internazionale, anch’esso colpito da perdite tutti i santi giorni.

Era certamente impegnato ogni giorno in attività di pianificazione e di gestione di migliaia di uomini, facendo capo ad attivazioni a giro d’orizzonte.

Doveva inoltre svolgere un’intensa attività “diplomatica” con le autorità militari, politiche e amministrative locali, nonché ricevere le frequenti visite di delegazioni dello Stato Maggiore della Difesa italiano, degli Stati Maggiori di Forza Armata e del Comando Generale dell’Arma stesso che aveva espresso il contingente Carabinieri vittima della tragedia. Non un’attività di poco conto, quindi, come noto almeno a chi si è trovato ad affrontarla.

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Per tutto questo, faceva affidamento su un suo Comando che sviluppava le pianificazioni operative e logistiche e coordinava le operazioni in corso; ricorreva inoltre ad un regime di delega nel quale ogni comandante di corpo alle sue dipendenze aveva attività e responsabilità da affrontare al suo livello.

Il tutto, in un contesto di instabilità generale, provocato anche dal rincorrersi di molti warnings giornalieri su minacce possibili, probabili, credibili, improbabili e fake (rispettivamente “allarmi” e “bufale”, per i residui italofoni nazionali).

Ma un altro colpevole, quello principale, è rappresentato dal nostro provincialismo. Si tratta del provincialismo di chi non vuole accettare che nel mondo reale esiste ancora la guerra che alcuni si illudono di aver abolito (?) con l’articolo 11 della costituzione e per la quale bisogna attrezzarsi di soldati, di carri e di armi, e non di articoli del codice e verbali di polizia.

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Il provincialismo, insomma, di chi non vuole ammettere che ci sono situazioni nelle quali è la logica del soldato e non quella del poliziotto che deve essere adottata.

Per le ragioni del primo, la base dei Carabinieri avrebbe dovuto essere inclusa nel più ampio accampamento del contingente dell’Esercito italiano, ben difeso all’interno della base aerea della città, e il personale non sarebbe stato tratto dall’Arma territoriale, ma esclusivamente dalle unità operative della stessa.

Per il secondo, invece, era necessario stare “in mezzo alla gente”, magari adottando comportamenti che se sono idonei a combattere la criminalità organizzata o la mafia, non si prestano ad operazioni contro un nemico che usa – tutti i giorni – armi pesanti, tonnellate di esplosivo e persone determinate a farsi esplodere pur di colpirti, sulla base di pianificazioni operative elaborate con cura professionale.

E questa, purtroppo, è la stessa logica che ha intaccato le nostre Forze Armate da anni, con i comandanti in operazioni investiti delle paradossali funzioni di “datore di lavoro” come normali capicantiere in Patria, con tutto il rispetto per questi ultimi, responsabili dell’applicazione delle norme HACCP in mensa e dell’altezza dei gradini delle scale, mentre nel tempo libero dovrebbero pensare a come rastrellare l’abitato di Khasàm Hicìol’ o come mettere il sale sulla coda al pastore errante nell’Asia che sta preparando un “attentato”.

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Che da una visione del genere nei confronti delle Forze Armate sia sbocciata la pianta della sindacalizzazione, come se si trattasse di un’istituzione come le altre, non può quindi sorprendere!

Insomma, non si può certamente criticare una sentenza della Corte di Cassazione, ma c’è comunque da chiedersi, da un punto di vista tecnico, come dovranno comportarsi da oggi in avanti i nostri comandanti impiegati nei teatri operativi del nostro spicchio di mondo.

Con quale serenità sceglieranno una linea d’azione anziché un’altra per far fronte ad un compito assegnato, sapendo che ci sarà poi chi, sulla base di una logica avulsa dall’impiego reale per quanto perfettamente legale in condizioni di normalità, li assolverà o li giudicherà colpevoli sulla base del senno del poi.

Potranno fare affidamento sui propri comandanti subordinati senza controllare di persona gli apprestamenti di ogni base e l’addestramento di ogni singolo soldato?

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Quali ordini darà il comandante che riceve il compito di occupare una posizione o di spostare più avanti il limite della propria area di responsabilità, sapendo che probabilmente alcuni suoi uomini potrebbero rischiare la vita?

Come potrà, quel comandante, mettere a rischio il futuro della propria incolpevole famiglia sapendo che potrebbe pagare in solido eventuali conseguenze negative delle sue disposizioni, per quanto prese attenendosi agli ordini, alle procedure e alla dottrina in vigore?

Il supporto concreto al generale Stano da parte dell’Istituzione che l’ha a suo tempo inviato in operazioni, per metterlo in condizioni di far fronte alle richieste delle parti civili, non si limiterebbe quindi a essere un gesto di solidarietà giusto e necessario, ma avrebbe il senso di un provvedimento “operativo” fondamentale per assicurare all’Esercito, e alle Forze Armate in generale, le condizioni morali indispensabili per continuare ad esistere come tali.

Altrimenti, è finita.

 

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Marco BertoliniVedi tutti gli articoli

Generale di corpo d'armata, attualmente Presidente dell'Associazione Nazionale Paracadutisti d'Italia, è stato alla testa del Comando Operativo di Vertice Interforze e in precedenza del Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, della Brigata Paracadutisti Folgore e del 9° reggimento incursori Col Moschin. Ha ricoperto numerosi incarichi in molti teatri operativi tra i quali Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan.

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