Le missioni militari e gli “armchair generals”

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Nel mondo anglosassone coloro che si atteggiano a esperti militari pur non avendo conoscenza diretta delle operazioni, o avendone limitata, vengono definiti con il termine armchair generals.

L’appellativo è attribuito sia a militari sia a civili che rivendicano una grande capacità di analizzare e esprimere valutazioni sulle operazioni militari senza mai, o quasi, aver messo piede fuori dai propri uffici.

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Questo termine si adatta perfettamente al consueto elevato numero di nostrani esperti “da salotto” (o da Bar Sport) intervenuti per commentare Il recente attacco subito dagli incursori della TF 44 in Iraq; opinionisti che parlano di RoE come fossero le regole del “fuori gioco” calcistico e di IED come fossero i botti di fine anno.

L’evento, che non ha mancato di riaprire il consueto scenario di polemiche, ha confermato la scarsa attenzione e conoscenza, sincera e bonaria oppure perfida e strumentale, a livello politico e mediatico sull’operato dei contingenti nazionali all’estero, frutto anche dell’esasperata “promozione” dell’impiego dual use delle Forze Armate, concetto tanto caro agli ultimi governi.

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Del resto, le statistiche del recente Rapporto CENSIS rilevano che le notizie di politica estera interessano solo il 10,5% degli Italiani sebbene il Bel Paese, volente o nolente, sia inserito in un contesto globale o quantomeno regionale, i cui effetti rischiano di ripercuotersi quotidianamente sulla nostra società.

E così, stupore e meraviglia (e per taluni sdegno!) per la presenza di soldati italiani in quella regione, per le modalità di condotta delle attività in supporto alle formazioni curde e irachene, per la minaccia IED (ordigni esplosivi artigianali – Improvised Explosive Device) e così via ….

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Tutto ciò si presta a diverse considerazioni, su differenti profili, nell’intento di fare chiarezza e rendere giustizia a chi ha operato delle scelte o – meglio ancora – porta sulla pelle i segni di queste scelte.

Lo stupore è presto svanito ove semplicemente si consideri – appena dato uno sguardo al sito internet dello Stato Maggiore Difesa – che il contingente italiano è in Iraq dal 2014 (5 anni!) nell’ambito della Coalizione Multinazionale (79 Paesi e 5 Organizzazioni internazionali partecipanti) contro i terroristi del Daesh operanti in Iraq e Siria.

Per i cittadini che hanno a cuore l’Italia la considerano, da sempre, una forma di “difesa avanzata” finalizzata ad evitare attentati terroristici in Patria, soprattutto ora con il rientro dei cosiddetti foreign fighter.

Altrettanto dicasi per la “meraviglia” di essere in quei luoghi, pur considerando che la missione italiana, a differenza di quella della maggior parte degli altri Paesi presenti, non è combat, ovvero si limita all’addestramento dei militari locali, a fornire consulenza militare, intelligence e ricognizione/sorveglianza aerea.

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I termini utilizzati per definire la missione addestrativa, quali Train, Advise and Assist (addestrare, consigliare e assistere), non nascondono nessun recondito scopo, come qualche “esperto” ha proditoriamente sospettato, ma rientrano nella terminologia NATO dello Security Force Assistance (SFA), quale insieme coordinato di attività condotte per sviluppare o incrementare le capacità delle Forze di Sicurezza locali e le Istituzioni a esse collegate (es., Ministero Difesa, Interno, Educazione, Sanità, ecc.).

Queste attività prevedono anche l’accompagnamento delle unità locali in operazioni, senza peraltro prenderne parte direttamente (accompany per la dottrina statunitense).

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La pubblica enunciazione non combat della missione, tuttavia, non esclude la possibilità di essere coinvolti in azioni cosiddette “cinetiche”, come si è verificato più volte per i nostri addestratori in Somalia (ultimo caso il 30 settembre 2019). Ciò conferma per l’ennesima volta il fatto che, affinché una missione possa definirsi non combat, da un lato non basta che si faccia mera affermazione di tale caratteristica, dall’altro che si sia in due a volerlo: i “buoni” (ovvero noi) e i “cattivi” (ovvero gli avversari). È una considerazione di natura squisitamente logica, prima ancora che tattica o strategica!

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Sul piano prettamente operativo, inoltre, dopo la sconfitta militare e la perdita della quasi totalità del proprio territorio, il Califfato è ritornato a operare nella clandestinità e a colpire, mediante attacchi hit and run, rapimenti, assassini mirati e uso di IED, i rappresentanti delle istituzioni e i membri delle Forze Armate e di Polizia.

Il ricorso agli IED non un è elemento di novità (il primo attacco è avvenuto nel giugno 2003 in Afghanistan). Il loro utilizzo si è diffuso in tutte le aree interessate dalla presenza jihadista, dal Pakistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia e al Sahel, arrivando di recente persino in Colombia (2 dicembre 2019), a conferma della comune base del terrorismo islamico worldwide.

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Le modalità d’azione poi, movimenti appiedati, a bordo dei mezzi, in elicottero e, come nel caso in argomento, sui pick-up dei peshmerga, dipendono dalla natura della missione: non sempre è possibile scegliere il modo di operare prescindendo dal tipo di avversario da combattere!

Come già messo ben in evidenza dai pochi competenti analisti, il movimento dei nostri incursori a bordo dei Lince, separato da quello dei Curdi, avrebbe attirato maggiormente l’attenzione dei terroristi quale obiettivo prioritario da colpire. Il movimento separato, inoltre, può ingenerare la compromissione dell’imprescindibile rapporto fiducia tra le forze locali e i loro addestratori, con effetti che a volte possono sfociare in episodi di green on blu, ovvero azioni di fuoco degli stessi militari locali nei confronti delle forze internazionali.

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Uno studio condotto nel 2012 in Afghanistan su questo fenomeno (i cosiddetti insider attacks) ha evidenziato che uno dei motivi era dovuto alla percezione di sfiducia dei militari di ISAF verso quelli Afghani.

A prescindere dalle considerazioni di carattere puramente tecnico-militare, seppur nell’era ipertecnologica caratterizzata dai guerrieri da tastiera, il mestiere delle armi conferma la sua atipicità, che non può essere paragonata minimamente a nessun’altra attività lavorativa, ragion per cui – spiace dirlo, ma pare necessario – non si può concordare con chi, su alcuni siti, parlano della scarsa fiducia riposta nei generali, rei di non aver detto con chiarezza quali siano i compiti e i ruoli dei militari in siffatte missioni.

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Appare quanto mai discutibile il fatto che queste colpe, a detta di taluni, risiedano nella condotta dei generali, né tantomeno che la colpa si concretizzi nell’omettere alcune informazioni, almeno nei confronti dell’opinione pubblica. Premettendo, infatti, che in questi casi è la politica che deve parlare all’opinione pubblica, i militari hanno il compito di far bene il loro mestiere, ovverosia l’addestramento e le operazioni, secondo la migliore dottrina condivisa e vigente, senza comunicare alcunché ad alcuno: ne va della sicurezza dei militari stessi (appunto!) e del successo della missione (combat o mentoring che essa sia).

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Si può tranquillamente sostenere che sia giunta l’ora di smettere di immolare sull’altare della trasparenza e della pubblica informazione a tutti i costi quei dettagli tecnici che impattano direttamente e spesso in modo devastante (come è stato nel caso dei cinque operatori delle forze speciali) sull’incolumità degli uomini e delle donne con le stellette.

Si, perché si parla di una professione (quella militare) in cui il “tavolo di concertazione” è rappresentato dalle valli e dalle montagne afghane, dalle pianure e rilievi mediorientali, dai deserti africani e dalle aree urbane contese, dove la controparte è costituta da individui determinati, crudeli e senza regole e le “rivendicazioni” non sono certo quelle dei buoni pasto o del diritto di essere avvicinati alla mamma o, in un domani che si spera non arrivi mai, dello sciopero!

Foto Truppe italiane in Iraq – Op. Prima Parthica (Difesa.it)

 

Giorgio BattistiVedi tutti gli articoli

Generale di Corpo d'Armata (Aus.), Ufficiale di Artiglieria da Montagna, ha espletato incarichi di comando nelle Brigate Alpine Taurinense, Tridentina e Julia ed ha ricoperto diversi incarichi allo Stato Maggiore dell'Esercito. Ha comandato il Corpo d'Armata Italiano di Reazione Rapida della NATO (NRDC-ITA), l'Ispettorato delle Infrastrutture e il Comando per la Formazione, Specializzazione e Dottrina dell'Esercito. Ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993), in Bosnia (1997) e in Afghanistan per quattro turni. Ha terminato il servizio attivo nell'ottobre 2016.

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