il piano di costruzioni della US Navy 2022-2051

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Più volte rimandato e a lungo atteso, alla fine il nuovo “Annual Long-Range Plan for Construction of Naval Vessels” ha fatto la sua comparsa con numerose novità, spunti di interesse e qualche perplessità.

Quello in questione è stato uno dei piani più attesi di tutti i tempi anche se va evidenziato che la US Navy sarebbe obbligata a fornire al Congresso tale piano ogni anno, contestualmente alla presentazione del bilancio della Difesa.

Il problema è che per 2 anni consecutivi ciò non è avvenuto e, soprattutto negli ultimi mesi, si sono registrati diversi “colpi di scena”.

Intorno a febbraio 2020 giunge infatti notizia della bocciatura da parte dell’allora Segretario alla Difesa Esper della “Integrated Naval Force Structure Assessment” (INFSA), cioè la valutazione portata avanti congiuntamente dalla stessa US Navy insieme allo US Marine Corps. Uno sforzo in corso da tempo e per l’appunto destinato a disegnare la consistenza numerica e la composizione della futura flotta Americana.

Un respingimento quello di Esper mai spiegato ufficialmente (salvo indiscrezioni sul fatto che l’INFSA conteneva presupposti non validi e si avvicinava troppo agli schemi di una flotta tradizionale) e dai contorni alla fine un po’ confusi; al punto che, in seguito, si apprenderà che tale lavoro in realtà non differiva poi molto da quanto deciso in seguito…

 

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Dunque, si ricomincia da zero; o quasi. Con lo stesso ex-Segretario alla Difesa che decide di avviare una serie di studi volti a definire il nuovo volto della Marina Americana, affidandoli a 3 diversi gruppi di lavoro.

Il primo costituito dal “Cost Assessment and Program Evaluation” (CAPE), un ufficio interno al Pentagono ma deputato a fornire analisi/valutazioni comunque indipendenti su molteplici aspetti, legate soprattutto al “procurement”. Il secondo è invece rappresentato “think-tank” Hudson Institute (l’unico peraltro che renderà pubblici i risultati del proprio lavoro).

Infine, il terzo gruppo di lavoro è costituito dalla US Navy (così come logica vuole), affiancata però dall’Office of Secretary of Defence (OSD) nella persona del vice di Esper, cioè Thomas Norquist, e dal Joint Staff (lo Stato Maggiore delle Forze Armate Americane). Complice così il continuo ricambio alla carica di Secretary of Navy, di fatto la Marina Americana viene messa in un angolo.

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Nel frattempo, la frustrazione da parte del Congresso continua a crescere e questo anche perché aumentava  la consapevolezza che lo stesso obiettivo annunciato dall’Amministrazione Trump al momento dell’insediamento, e cioè una US Navy di “355 ships”, in realtà non stava dando i risultati sperati.

E così, dopo un quasi interminabile periodo di attesa (e di indiscrezioni), verso la fine del mese di settembre è lo stesso Esper a svelare i primi, ma ancora vaghi, dettagli.

Il quadro però non è ancora completo perché, di fatto, per tutte le categorie di naviglio non esistono ancora numeri precisi, quanto (piuttosto) delle “forchette” all’interno delle quali i numeri variano tra un minimo e un massimo di unità previste.

Emergono però subito alcuni dati ormai certi, peraltro anticipati da tempo:

  • L’aumento (davvero considerevole) della consistenza della flotta (di superficie e subacquea) della US Navy; da ottenere sia attraverso l’incremento delle tradizionali piattaforme “manned”, sia dalla comparsa e successiva rapida espansione di quelle “unmanned”.
  • Una riflessione sul ruolo delle portaerei nucleari (CVN), in vista di una loro possibile riduzione e contemporanea comparsa di nuove portaerei leggere (CVL).
  • Un ridimensionamento della linea di Large Surface Combatant (LSC), costituita da incrociatori (CG) e cacciatorpediniere (DDG).
  • Una contemporanea espansione della linea di Small Surface Combatant (SSC), imperniata soprattutto sull’arrivo delle nuove fregate (FFG) classe Constellation che si aggiungeranno e poi sostituiranno le Littoral Combat Ships (LCS).
  • Un aumento del numero di unità anfibie, determinato da marginali movimenti sulla tipologia di unità in servizio (LHA/LHD come unità “tuttoponte”, più le LPD/LSD), alle quali però si aggiungerà una nuova classe di piattaforme più piccole e cioè le Light Amphibious Warship (LAW).
  • Uno schema simile viene proposto anche per le unità “Combat Logistic” (da rifornimento), con la differenza che l’aumento complessivo delle unità non sarebbe determinata solo dalla comparsa di una nuova piattaforma di dimensioni ridotte (la Next-Generation Logistics Ship o NGLS) rispetto a quelle attuali ma, anche, da numeri in aumento pure sulle altre tipologie navi già in servizio.
  • Per la componente subacquea, l’ovvia conferma dei numeri dei sottomarini lanciamissili balistici (SSBN); perno insostituibile del deterrente nucleare strategico Americano.
  • E, al tempo stesso, un’ulteriore forte espansione del numero di sottomarini nucleari d’attacco (SSN).
  • Infine, la comparsa di gran numero di piattaforme “unmanned”; sia di superficie (Medium e Large Unmanned Surface Vessels, ovvero MUSV e LUSV), sia subacquee (Extra Large Unmanned Undersea Vehicles o XLUUV).

 

Il Piano e l’FNFS

L’attesa si conclude così, finalmente, il 9 dicembre, in un contesto per certi versi paradossale, visto che il vero “motore” di queste novità (e cioè il Segretario Esper) nel frattempo è stato “terminated” dal Presidente Trump e con la stessa Amministrazione Trump ormai prossima all’uscita di scena.

Ciò premesso, restano i numeri e le considerazioni, che non possono non partire da quelli che sono i risultati proprio dell’FNSF. Nel dettaglio, con riferimento al Fiscal Year 2045 (FY45), la US Navy sarà (o dovrebbe essere…) composta dal numerò di unità navali illustrate nella tabella.

 

Flotta attuale Flotta FY45 FNFS FFA
Portaerei (CVN) 11 11 8 ÷ 11
Portaerei Leggere (CVL) 0 0 0 ÷ 6
LHA/LHD 10 9 9 ÷ 10
Navi anfibie (LPD/LSD/LAW) 23 57 52 ÷ 57
Large Surface Combatant (LSC) 91 74 73 ÷ 88
Small Surface Combatant (SSC) 30 66 60 ÷ 67
Sottomarini d’attacco (SSN/Large Payolad) 54 72 72 ÷ 78
Sottomarini lanciamissili balistici (SSBN) 14 12 12
Navi Logistiche (Combat Logistic Force) 29 69 69 ÷ 87
Navi di Supporto (Support Vessel) 34 33 27 ÷ 30
Forza complessiva 296 403 382 ÷ 446
Piattaforme “unmanned” di superficie (LUSV e MUSV) 0 119 119 ÷ 166
Piattaforme “unmanned” subacquee (XLUUV) 0 24 24 ÷ 76
Forza complessiva (con piattaforme “unmanned”) 296 546 525 ÷ 688

 

Un numero finale quello di 546 piattaforme che però non può dirsi definitivo, al pari dell’esatta composizione; visto che le “forchette” indicate dallo stesso FNFS sono suscettibili di ulteriori adattamenti. Anche se appare verosimilmente, comunque minimi.

Non occorre certo essere quindi dei “maghi” in matematica per capire che il “build up” della Marina Americana è (o, ancora una volta, potrebbe essere…) davvero importante. Qualche altro numero per capire meglio il tutto.

Tra il FY22 e il FY45 dovrebbero essere costruite e consegnate (rispettivamente) 404 e 409 nuove navi e intorno al FY38 ci sarebbe il sostanziale raggiungimento della quota “400 ships” come consistenza complessiva della flotta.

Il tutto, sempre escludendo le piattaforme “unmanned” perché da conteggiare separatamente. Scendendo ancor più nel dettaglio, si nota subito che la teorica riduzione delle CVN (fino a 8) teorizzata nei vari studi, nei piani della US Navy non si è invece ancora materializzata; al pari quindi della possibile comparsa di CVL (fino a 6).

Per quest’ultima, non si tratta di una bocciatura definitiva, visto che il documento in oggetto precisa che saranno condotti ulteriori studi per meglio definirne le loro eventuali caratteristiche (per le quali si può ipotizzare il ricorso a una piattaforma derivata dalle prime 2 LHA della classe America) e l’altrettanto eventuale mix tra CVN e CVL.

È però evidente che senza una qualche riduzione delle prime, non ci sarà spazio per le seconde. Intanto, si proseguirà con la costruzione di nuove CVN classe Ford; mettendo però a disposizione i primi fondi per avviare gli studi sulle portaerei del futuro.

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Uno dei passaggi più significativi è poi costituito dalla conferma della scelta di ridurre il numero di grandi navi di superficie LSC. Un passo del tutto logico, alla luce della considerazione che la Marina Americana finiva con l’impiegare simili piattaforme in ogni tipo di contesto o quasi, anche quelli più “banali”.

Dunque, si torna a una composizione più corretta, con queste piattaforme che saranno riservate solo ai contesti più impegnativi. Tenendo conto che se da una parte il presente e il futuro prossimo sono contrassegnati dalla graduale uscita dal servizio degli incrociatori lanciamissili (CG) classe Ticonderoga nonché dalla prosecuzione della produzione dei DDG-51 nella loro ultima versione Flight III, il futuro più remoto è ancora nebuloso.

Intorno al FY28 dovrebbe infatti partire il programma sulla “Future LSC”, cioè la piattaforma molto probabilmente unica e destinata a rimpiazzare sia i Ticonderoga, sia gli Arleigh Burke. A questo proposito, si ipotizza una sorta di “ibrido”, che farebbe leva su tecnologie sviluppate per i DDG classe Zumwalt (scafo, sistemi di propulsione e altro ancora) con gli ultimi sistemi (in particolare, di combattimento e a livello di sensori) gradualmente inseriti sulle più recenti versioni dei DDG-51.

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Queste scelte si legano perfettamente a quanto deciso sul fronte delle unità più piccole di superficie SSC destinate ad assumere un ruolo più importante. Lasciando da parte il “fallimento” rappresentato dalle Littoral Combat Ship (LCS), il futuro è chiaramente rappresentato dalle fregate lanciamissili (FFG) della classe Constellation, (nella foto sopra), come noto costruite in USA dai cantieri Marinette di Fincantieri e basate sulle FREMM.

Per queste unità è previsto un drastico aumento dei ritmi di costruzione al punto che si prevede il coinvolgimento di un secondo cantiere. Mentre in futuro più remoto, è ragionevole pensare che si svilupperà una nuova generazione di fregate. In maniera piuttosto “spiccia” infine, si può affermare che la riduzione delle LSC servirà proprio a finanziarie l’espansione delle SSC.

Considerando l’intera componente anfibia, il punto di partenza è rappresentato dalla riduzione (marginale) delle grandi unità “tuttoponte” LHA/LHD. Una riduzione che però dovrebbe essere comunque compensata dall’aumento delle altre piattaforme.

Nel dettaglio, considerando che dovrebbero essere 28÷30 le LAW previste, ciò fa immaginare che ci sia anche margine per un incremento delle LPD-17 Flight I e II (o altre unità simili del futuro). Qui la “scommessa” è per l’appunto rappresentato dalle LAW, unità anfibie il cui concetto è ancora in fase elaborazione ma del quale già si conoscono i tratti caratteristici: dimensioni (e costi) ridotti per sostenere la creazione delle EABO previste dai Marines.

Scarni invece i dettagli invece sull’evoluzione della “Combat Logistic Force” e sulle “Support Vessels”. Come anticipato, sulla prima delle 2 componenti avrà un certo peso l’arrivo delle 18÷30 NGLS, una sorta di complemento per le LAW in ambito EABO; i numeri, per l’appunto, non sono definiti tra le varie tipologie di navi da rifornimento ma è chiaro che la crescita della “Combat Logistic Force” stessa nel suo complesso sarà assolutamente inevitabile a fronte dell’aumento di piattaforme in servizio.

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Per quanto riguarda la componente subacquea, esaurita velocemente la “pratica” degli SSBN della classe Columbia (perché proprio la loro straordinaria importanza è come se li mettesse al riparo da ogni eventuale contrattempo o sorpresa), la vera sfida è rappresentata dal notevole incremento degli SSN nonché dall’arrivo dei cosiddetti “Large Payload Submarines”, cioè i Virginia Block V dotati di uno specifico modulo che aumenta il numero di lanciatori per missili (noto come Virginia Payolad Module, VPM). Questo mentre già si pongono le basi per la futura classe SSN(X), per i quali si avanzano importanti miglioramenti complessivi. Evidentemente, l’ambiente operativo sottomarino riveste una grande importanza per la US Navy…

Un discorso a parte lo merita il settore delle unità “unmanned”; ovviamente, ancora tutto da scoprire e ricco di incognite. Come anticipato, la US Navy prevede 3 tipi di piattaforme cosiddette “pier side”, cioè in grado di dispiegarsi autonomamente.

Quelle di superficie saranno rappresentate dalle LUSV, destinate a compiti offensivi in qualità di veri e propri “magazzini” aggiuntivi di missili, operando insieme alle grandi unità “manned”, e dalle MUSV, concepite per operare come sensori avanzati e nodi per le comunicazioni. In campo sottomarino, vi sarà una sola piattaforma di dimensioni/capacità più importanti: l’XLUUV, un progetto modulare che potrà quindi variare la sua configurazione ed essere impiegato con differenti “payloads” (armi, sensori, sistemi di comunicazione).

Questa rassegna non può però dirsi conclusa prima di aver affrontato un’altra (ampia) categoria di navi, rappresentata dalle “Auxiliary and Sealift Vessel”.

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In essa si ritrovano per l’appunto unità Ausiliarie dedicate a missioni specifiche, in forza alla US Navy ma anche “operate” da altre Agenzie, così come le importanti piattaforme dedicate al cosiddetto “Strategic Sealift”, cioè al trasporto (spesso anche attraverso il meccanismo del pre-posizionamento) di mezzi, rifornimenti e molto altro ancora in caso di conflitto, a favore di tutte le Forze Armate USA. Per dare un’idea della sua importanza, si stima che il 90% di quanto necessario allo US Army e allo US Marine Corps in caso di operazioni di combattimento su vasta scala sarebbe assicurato proprio da queste navi.

Ciò comporta che a questo settore, al pari di quello comprendente le “Auxiliary Vessel” con le loro capacità di nicchia, sia dedicata la massima attenzione. A tale scopo, l’“Annual Long-Range Plan for Construction of Naval Vessels  prevede un’apposita sezione dedicata, elencando (anche in questo caso su un orizzonte temporale di 30 anni) il piano di ricapitalizzazione che si svilupperà sia attraverso la costruzione di nuove unità, sia attraverso l’acquisto di navi usate da convertire per gli scopi previsti (in particolare, nello “Strategic Sealift”). Operazione che sarà dunque a carico della US Navy (indipendentemente dalle Agenzie/Servizi che operano le navi) e che prevede un passaggio dalle circa 90 navi attualmente disponibili per i vari compiti a circa 100 nel FY51. Un incremento solo all’apparenza poco significativo, laddove in realtà esso sarà (o sarebbe) comunque importante per il notevole “ringiovanimento” di questa flotta.

 

Considerazioni

Il piano di potenziamento dell’US Navy è davvero “memorabile” e per certi versi, paragonabile alle “600 ships” dell’era Reagan, concepite per dare un messaggio più forte possibile all’Unione Sovietica nell’ottica peraltro di un processo di riarmo generalizzato per gli USA.

Oggi il “nemico” è solo in parte la Russia), mentre il vero rivale è la Cina e la sua PLA Navy che sta crescendo a ritmi vertiginosi. Da una parte, dunque, il ritorno a scenari di “peer/near-peer confrontation”, inteso come confronto tra grandi potenze.

Dall’altra, lo sviluppo da parte del CNO (Chief of Naval Office) e del Commandant of the Marine Corps (CMC) di nuovi concetti operativi quali le “Distributed Maritime Operations” (DMO) e le “Expeditionary Air Base Operations” (EABO).

Con il primo che mette in primo piano l’esigenza di disporre di flotte numerose per condurre operazioni “distribuite” nella vastità dei Mari e degli Oceani, al fine di esaltarne le capacità di sopravvivenza ma anche di letalità (simboleggiato dall’espansione della linea di SSC e cioè le FFG classe Constellation, nonché dall’arrivo di piattaforme “unmanned”).

Mentre il secondo punta a esaltare le capacità di mobilità tattico/strategica dei Marines, chiamati a condurre rapide operazioni “decisive” soprattutto nel teatro Indo-Pacifico.

Di fronte a questo contesto gli USA hanno quindi deciso di assegnare nuovamente alla US Navy un ruolo di primo piano; riservandole così molte attenzioni.

Il problema però è che non sarà facile. Le sfide da affrontare saranno numerose e tutte impegnative. La prima, e di gran lunga più importante, sarà quella delle risorse finanziarie.

E per capire meglio ciò di cui si sta parlando, è sufficiente incrociare le cifre indicate nell’“Annual Long-Range Plan for Construction of Naval Vessels” stesso e nel “Fiscal Planning Framework for FY22” (FPF) che accompagna la proposta di bilancio della Difesa per il FY22 e che con riferimento al cosiddetto “Future Years Defense Program” (FYDP), cioè il quinquennio 2022-2026, fornisce le informazioni dettagliate sull’intero budget previsto (per la costruzione di nuove navi e per la conversione di quelle acquistate). Ebbene, questo stanziamento dovrebbe essere pari a 167,1 miliardi di dollari; a fronte dei 128,4 previsti dalla precedente pianificazione. Quasi 39 miliardi in più in soli 5 anni!

Una somma con la quale si dovrebbe finanziare la costruzione di 82 unità “manned” di vario tipo (contro le 45 prima previste) e 21 piattaforme “unmanned” (contro le 20 prima previste).

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Tra le prime, da evidenziare i 2 SSBN, i 12 SSN e i 10 DDG (in lieve crescita rispetto alle previsioni precedenti), le ben 15 FFG (queste sì in netta crescita!); la comparsa di LAW e NGLS (rispettivamente, 10 e 6 unità) così come il finanziamento (in precedenza non previsto) per 6 Expeditionary Fast Transport (T-EPF).

Tra quelle “unmanned”, 12 LUSV e 8 XLUUV.

Oltre, ovviamente, a diverse altre unità di vario tipo (in particolare, Logistiche/di Supporto); nuove o da convertire.

Una richiesta di fondi supplementari dunque a dir poco importante alla alla quale lo stesso FPF prova a dare una risposta in termini di loro reperimento, illustrando quindi i passi necessari per sostenere questo piano di costruzioni per la US Navy (così come altre priorità non meglio precisate in fatto di sicurezza nazionale).

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Sarebbero ben 45 infatti i miliardi di dollari che il Department of Defense (DoD) sarebbe in grado di risparmiare nel periodo del FYDP; 35 dei quali proverebbero dalla diminuzione della presenza militare USA all’estero, con il ritiro dai principali teatri di operazioni (Medio Oriente, Afghanistan, Africa), circa 2,6 miliardi dalla riduzione degli effettivi dello US Army, 6,6 miliardi dal disinvestimento su alcuni programmi considerati “legacy” (di fatto, superati)  e il resto da riforme, risparmi ed efficientamenti all’interno dello stesso DoD.

Peraltro, sull’intero sviluppo del piano nei 30 anni previsti, il quadro non cambierebbe molto; premessa l’assoluta imprevedibilità soprattutto sul lungo termine, dopo l’impennata di fondi prevista fino al FY26, si registrerebbe una graduale discesa per qualche anno ma già dal FY30 si assisterebbe a una nuova crescita di stanziamenti destinata a proseguire per oltre 10 anni. Nell’ultimo decennio del piano infine, sarebbe un susseguirsi di picchi di spesa e rapide discese.

Fin qui, la “teoria” perché la “realtà” potrebbe essere un po’ diversa a fronte delle tante incognite e criticità. Su quello del bilancio della Difesa USA, perché tutto si basa sull’assunto che esso continuerà a crescere nei prossimi a un ritmo almeno pari a quello dell’inflazione; in termini reali, un bilancio piatto. Ma già il raggiungimento di questo obiettivo non appare così scontato.

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Poi c’è la questione degli interventi annunciati dal FPF; anche in questo caso, il risparmio di oltre 45 miliardi dollari da reinvestire in vari settori (primo fra tutti, proprio il “procurement” in ambito navale) non sembra proprio così a portata di mano.

Infine, il tema dei costi previsti dalla stessa US Navy su quasi tutti i propri programmi. Quelli cioè attuali o prossimi all’avvio: le CVN della classe Ford (e quella successiva?), le FFG classe Constellation, gli SSBN classe Columbia, gli SSN classe Virginia con VPM e, almeno in parte, le LAW e le NGLS. Ma anche quelli più remoti: le “Future LSC”, gli SSN(X) e (forse) le CVL. Solo per limitarci a quelli di maggior “peso”; laddove comunque saranno davvero numerose le navi da costruire.

Sennonché, viste le esperienze passate, esprimere nuovi dubbi sul rispetto di certe stime appare più che legittimo. Anche perché lo stesso autorevole CBO (Congressional Budget Office), quando si è occupato di analizzare proprio i piani di costruzione della US Navy, ha sempre rilevato scostamenti importanti (e soprattutto verificati!) tra le proprie stime e quelle della Marina Americana.

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Nel quadro complessivo spicca poi l’elemento critico “per eccellenza”, rappresentato dalla enorme crescita della linea di SSN (e Large Payolad) e lo fa perché essa finirà con l’assorbire (da sola) larga parte delle risorse previste per l’intero piano nel suo complesso. E come se questo non bastasse, il finanziamento e la costruzione di 3 SSN l’anno, si andrebbe a sommare alla contemporanea costruzione dei 12 SSBN classe Columbia; mettendo sotto un’enorme pressione gli unici 2 cantieri Americani in grado di realizzare tutte queste piattaforme subacquee.

Ma le (possibili) difficoltà non si esauriscono certo qui perché sul piatto della bilancia arrivano i problemi legati alle esigenze di arruolamento di più personale; sia per formare gli equipaggi delle navi, sia per potenziare le strutture di supporto.

E infatti, l’aumento delle navi e quello dei militari in servizio comporterà una “esplosione” dei costi di cosiddetto “Sustainment” (per l‘appunto: personale più manutenzione/supporto, più alcune attività operative); non a caso, la stessa US Navy prevede che al termine del processo di espansione tali costi saranno quadruplicati. E anche in questo caso, un recente rapporto del Government Accountability Office (GAO) ha evidenziato come proprio i costi legati a questo aspetto siano sempre stati sistematicamente sottovalutati dalla Marina Americana.

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Cosicché, nonostante siano infatti previsti specifici stanziamenti sia per allargare la base industriale del Paese (in quanto destinata a sostenere tale sforzo costruttivo), sia per potenziare le strutture di supporto logistico (al fine di garantire comunque elevati livelli disponibilità operativa), i dubbi restano comunque.

Anche il capitolo delle piattaforme “unmanned”, quello cioè con minori rischi sul fronte dei costi complessivi, inevitabilmente ne porta altri con sé rappresentati dalla maturità delle tecnologie necessarie e dallo sviluppo di nuovi concetti operativi (tutti poi da verificare).

Dunque, i buoni propositi ci sono, al pari delle innovazioni dottrinali e tecnologiche, così come della rispondenza alla stessa Tri-Service Maritime Strategy elaborata congiuntamente da US Navy, US Marine Corps e US Coast Guard. Ma restano i dubbi e le criticità illustrate, tanto che il giudizio pressoché unanime di analisti e osservatori sulla riuscita del piano è stato all’insegna del forte scetticismo, almeno alle condizioni attuali e quelle future prevedibili.

Foto: US Navy

 

Giovanni MartinelliVedi tutti gli articoli

Giovanni Martinelli è nato a Milano nel 1968 ma risiede a Viareggio dove si diplomato presso l’Istituto Tecnico Nautico per poi lavorare in un cantiere navale. Collabora con Analisi Difesa dal 2002 occupandosi di temi navali in generale e delle politiche di Difesa del nostro Paese in particolare. Fino al 2009 ha collaborato con la webzine Pagine di Difesa.

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