Missioni all’estero: aumentano gli impegni per le Forze Armate italiane

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Per quanto non manchino eventuali giustificazioni in merito, è fuori di dubbio che il pesante ritardo con il quale anche quest’anno il Governo ha presentato al Parlamento (e quindi all’opinione pubblica) i documenti utili a ricostruire l’esatto quadro degli impegni internazionali delle nostre Forze Armate (e cioè, la «Deliberazione del Consiglio dei Ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali» e la «Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso…, riferita all’anno 2021, anche al fine della relativa proroga per l’anno 2022») rappresenta a tutti gli effetti una anomalia.

L’anno scorso, lo scenario fu sicuramente condizionato dalla pandemia da COVID-19, nel 2022 invece è stato altrettanto sicuramente condizionato dall’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina. Ma ricordato tutto ciò, alla fine appare comunque bizzarro il ripetersi di situazioni già viste nel 2021 con il Parlamento cioè chiamato a discutere di specifiche missioni che (in realtà) o stanno per concludersi o, addirittura, si sono già concluse.

L’anno scorso era toccato a “Operation Resolute Support” in Afghanistan, destinata a terminare da lì a poche settimane rispetto al dibattito parlamentare. Quest’anno tocca alla “Task Force Takuba”, per la quale il Governo chiede il rinnovo per tutto il 2022 pur essendo terminata già il 30 giugno scorso…

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Ancora una volta dunque, si ribadisce la critica a un processo che dovrebbe avere ben altre tempistiche al fine di garantire un più ampio, partecipato e soprattutto tempestivo dibattito di ampio respiro. E per garantire alle Forze Armate stesse una maggiore chiarezza rispetto ai loro impegni internazionali e alle risorse finanziarie disponibili.

Anche considerando che questi enormi ritardi generano problemi nei tempi del finanziamento e con il conseguente necessario utilizzo del fondo scorta e di anticipazioni di tesoreria per far fronte alle esigenze dei teatri operativi.

Tenuto conto che il dibattito stesso si è svolto quest’anno a Camere ormai sciolte, quindi con ancora meno attenzione e/o possibilità approfondimento.

Questo continuo riproporsi di elementi di opacità (si pensi anche all’attesa “interminabile” che accompagna sistematicamente l’arrivo del Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa) comunque la si pensi rappresenta un segnale non certo positivo.

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L’invasione russa dell’Ucraina rappresenta un momento di cesura per il nostro Paese, per l’Europa e per il mondo intero, tale da imporre un cambiamento mentale che abbia tra le sue conseguenze immediate un rafforzamento della postura di deterrenza e di difesa, soprattutto con riferimento all’Europa Orientale.

Il dato è inequivocabile; in un quadro internazionale già pesantemente deteriorato per la contemporanea presenza di diversi fattori di instabilità, quanto sta accadendo ha comunque riportato in primo piano la possibilità di conflitti di tipo tradizionale e, con essa, la consapevolezza che comunque il conflitto in corso produrrà effetti di medio/lungo termine non indifferenti.

In tale contesto si continua a ritenere il ventaglio di missioni/operazioni all’estero un elemento cardine della politica di sicurezza e di difesa dell’Italia, funzionale a conservare un’adeguata rilevanza strategica e alla difesa degli interessi prioritari nazionali.

Da qui la scelta di operare in via prioritaria nell’ambito delle iniziative intraprese dalle Organizzazioni internazionali di riferimento, non tralasciando la possibilità di cooperare all’interno di coalizioni ad hoc o di sviluppare iniziative di carattere esclusivamente nazionale.

Con la ormai classica area di riferimento rappresentata dalla regione Euro-Mediterranea che poi, di fatto, viene recepita a livello nazionale all’interno del concetto di Mediterraneo Allargato.

Questo è un punto fondamentale; a fronte di un’attenzione generale molto concentrata sull’Est Europa (soprattutto per quanto riguarda la NATO), è fondamentale per il nostro Paese riuscire a mantenere un adeguato focus anche su altre aree all’interno delle quali insistono importanti interessi nazionali.

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E all’interno dunque di questo quadro che si dipana l’insieme delle missioni e operazioni militari all’estero; inserite come detto negli ambiti NATO, UE, ONU e Nazionale. E sempre in questa ottica, appare interessante l’accenno al fatto che (sempre con l’obiettivo di consolidare i rapporti con diversi Paesi), anche lo strumento delle esercitazioni sarà utilizzato allo scopo.

La definizione di tale “framework concettuale” finisce poi con il legarsi col fattore geografico poiché lo sforzo in atto punterà a collegare le missioni a livello regionale, attraverso specifici piani e modalità di Comando e Controllo.

Le aree geografiche oggetto di tale sforzo saranno dunque:

  • il Mediterraneo; in particolare, rispetto ai suoi bacini centrali (con un più puntuale riferimento poi alla sua sponda Sud e cioè Libia e Tunisia) e orientale (cioè Vicino Oriente, soprattutto Libano).
  • L’Europa; intesa come Balcani e quadranti settentrionale e orientale della NATO.
  • L’Africa, che per l’Italia significa intervenire nell’arco che parte dal Golfo di Guinea, attraversa il Sahel e termina nel Corno d’Africa;
  • Il Medio Oriente, che per il nostro Paese significa essere presente in particolare in Iraq e nello Stretto di Hormuz ma che più in generale equivale a una forma di presenza in buona parte della regione del Golfo Persico.

 

I numeri dell’impegno per il 2022

L’analisi complessiva dell’impegno militare Italiano in missioni e operazioni all’estero nel 2022 è resa più complicata da un elemento di non poco conto.

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All’indomani dell’attacco di Mosca a Kiev, il Governo ha infatti varato il Decreto Legge 25 febbraio 2022, n. 14, poi convertito in Legge con annessa pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il 13 aprile scorso. L’aspetto di maggior interesse di tale provvedimento è costituito dalla proroga fino al 31 dicembre 2022 di alcune operazioni già in atto, tutte volte a rafforzare rapidamente i fianchi Est e Nord della NATO. Che nello specifico sono:

a) «dispositivo per la sorveglianza dello spazio aero dell’Alleanza»;

b) «dispositivo per la sorveglianza navale dell’area Sud dell’Alleanza»;

c) «presenza in Lettonia nell’ambito della Enhanced Forward Presence (EFP)»;

d) «Air Policing per la difesa dello spazio aereo dell’Alleanza».

Contestualmente, quello stesso DL autorizza fino al 31 settembre sempre di quest’anno la partecipazione di personale Militare alle iniziative della NATO per l’Impiego della «Very High Readiness Joint Task Force» (VJTF).

Il punto è che mentre le missioni a), b) e d) sono oggetto di una loro analisi anche nelle deliberazioni del Consiglio dei Ministri sempre per il 2022 in virtù del fatto che sono state ulteriormente rafforzate, la c) e la partecipazione alla VJTF non vengono menzionate, poiché lasciate inalterate. Insomma, un elemento in qualche modo di “confusione”, rispetto al quale è necessario compiere uno sforzo supplementare in quanto a ricostruzione del quadro preciso entro il quale si muovono le Forze Armate italiane.

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Tenendo dunque conto di quanto appena scritto e del fatto che quest’anno saranno avviate 3 nuove missioni militari, il totale sale a 44 dalle 40 dello scorso anno.

Ancora una volta, si sottolinea il loro numero elevato e di nuovo in crescita da qualche anno. Un dato che può essere letto positivamente quale testimonianza di un forte impegno del nostro Paese sulla scena Internazionale.

Ma, al tempo stesso, anche in modo negativo perché alla fine le missioni davvero significative da un punto di vista dei numeri sono poco più di una dozzina, con molte altre interessate da presenze pressoché “simboliche”. Insomma, quella sorta di “ansia da contribuzione” che sembra pervadere non da oggi la natura dell’impegno militare Italiano all’estero, oggi più che mai avrebbe bisogno di una ulteriore riflessione.

E questo nonostante il graduale spostamento dell’attenzione verso quelle aree ritenute di prioritario interesse strategico; un processo positivo ma che non deve essere interrotto. Perché pur nella difficoltà di tracciare dei confini tanto precisi quanto invalicabili al nostro stesso impegno all’estero, gli eventi in Ucraina dovranno evidentemente portare a una maggiore attenzione verso certi quadranti.

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Per restare poi in tema di numeri, in netta crescita anche quello dei militari impegnati tra vecchie e nuove missioni; il numero massimo di quelli autorizzati è di 12.055 unità mentre la consistenza media sarà di 7.600 militari circa.

L’anno scorso, tali numeri erano stati rispettivamente di 9.449 e 6.511.

Qui a pesare su questo aumento davvero significativo è soprattutto il rafforzamento dei vari dispositivi militari della NATO a protezione dei vari quadranti dell’Alleanza Atlantica stessa (quello Orientale in primo luogo ma anche quelli Nord e Sud).

Uno spostamento che diventa ancora più evidente quanto si va ad analizzare il dispiegamento geografico di questi stessi militari; in questo senso, non inganni il fatto che ben 21 missioni si svolgano in Africa, 10 in Asia e “solo” 13 in Europa, perché alla fine oltre la metà (circa il 55%) di quegli oltre 12.000 militari è schierata proprio nel “Vecchio Continente”.

Un balzo notevole rispetto al 2021 quando questi erano meno di un terzo. Significativo anche lo scostamento che riguarda la presenza in Asia (l’anno scorso valeva il 43% del totale mentre quest’anno scende al 29%) e per l’Africa (che passa dal 24 al 16% circa del totale), Nel primo caso è forte l’impatto legato alla fine della «Operation Resolute Support»; nel secondo, a parte qualche aggiustamento, la diminuzione in quanto a peso relativo è dovuta soprattutto al già ricordato potenziamento in Europa.

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Insomma, la conferma del costante riassetto/riposizionamento del nostro impegno militare all’estero attorno al bacino del Mediterraneo e zone limitrofe; ovvero, il “Mediterraneo Allargato”.

Sempre a livello di analisi complessiva dello sforzo militare Italiano all’estero, sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno la scomposizione per ambito di riferimento. Sono infatti 10 le missioni svolte in ambito NATO, 12 quelle in ambito Unione Europea e, infine, 7 in quello ONU.

A queste se ne aggiungono altre 4 che si svolgono in quello che potremmo definire un contesto di “coalition of the willing” mentre le rimanenti 9 (più Gibuti e Golfo Persico, missioni non vere e proprie ma basi/impegni in prevalenza logistici) sono esclusivamente nazionali. Un quadro dunque che conferma, da una parte la ricerca di una (relativa) maggiore “indipendenza” del nostro Paese sulla scena internazionale; e, dall’altra, il comunque sempre forte ancoraggio alle Organizzazioni internazionali di riferimento.

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A valle di tutto questo andrebbe inserita la variabile «Task Force Takuba». Come anticipato nell’introduzione, tale missione si è appena conclusa; di conseguenza, l’intero conteggio fin qui svolto andrebbe riformulato tenendo conto di questo elemento. Il fatto tuttavia che tale missione in Mali sia stata operativa per i primi 6 mesi dell’anno, fa ritenere opportuno conservarla comunque nell’analisi complessiva.

Il quadro degli stanziamenti infine non può fare e meno di fare prima affidamento su alcune precisazioni.

Anche quest’anno, infatti, accanto alla copertura finanziaria per le missioni vere e proprie, nella somma totale  direttamente riferibile al Ministero della Difesa  sono compresi anche gli stanziamenti legati alle «Esigenze comuni a più teatri operativi delle Forze Armate», a loro volta rappresentati dalle spese di «Assicurazione, trasporto, infrastrutture», con un totale di 78 milioni di € e dagli «Interventi disposti dai Comandanti dei contingenti militari delle missioni internazionali» per 2,1 milioni (scheda 40/2022).

Ne risulta che per il 2022, il totale del fabbisogno finanziario riferibile al Ministero della Difesa sarà pari a 1.397,4 milioni di euro; considerando le missioni prorogate, quelle varate con il DL 14/2022 e infine quelle nuove. Dato l’aumento (anche sensibile) dei militari impegnati, era quindi inevitabile che aumentasse anche lo sforzo economico; nel 2021 questo era stato infatti di 1.254,6 milioni di euro.

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Un aumento peraltro non particolarmente sensibile, alla luce del fatto che l’impegno in Afghanistan era alquanto oneroso e del fatto che il forte aumento di dispositivi NATO avviene in aree non lontane (quindi, più agevoli dal punto di vista logistico/di supporto).

Per quanto di competenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per completare il quadro appare logico aggiungere anche il «Supporto info-operativo delle Forze Armate» svolto dall’AISE (cioè l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), con uno stanziamento di 30 milioni (scheda 41/2022)

Quale informazione finale, si aggiunga che l’insieme dei provvedimenti inseriti nelle deliberazioni (comprese dunque anche le missioni civili, gli interventi del Ministero degli Esteri, eccetera) porta il totale dell’impegno finanziario per il 2022 a 1.855,8 milioni di euro.

 

Le nuove missioni (e quelle varate con il DL 14/2022)

Nel complesso appare più pratico partire proprio da queste ultime; cioè da quelle varate con il cosiddetto “Decreto Ucraina” e poi non modificate/non incluse dalle successive deliberazioni.

Nel dettaglio, si sta parlando della partecipazione al meccanismo di «Enhanced Forward Presence» (EFP) in Lettonia (scheda 38/2021); una missione che comporta il dispiegamento di 250 unità di personale quale numero massimo e 139 mezzi terrestri (con entrambi i numeri in leggerissima crescita rispetto al 2021). Lo stanziamento previsto fino al 31 dicembre di quest’anno è pari a 30,6 milioni di euro.

Oltre che del dispositivo assegnato alla «Very High Readiness Joint Task Force (VJTF)»; cioè la forza a più elevata prontezza operativa messa in campo dall’Alleanza Atlantica; in questo caso, il nostro Paese mette a disposizione 1.350 unità di Personale (1.278 facenti parte della VJTF e le restanti per il supporto logistico), 77 mezzi terrestri, 2 mezzi navali (ma solo nel secondo semestre) e 5 mezzi aerei. Da notare che il meccanismo in questione è finanziato fino al 30 settembre, per una spesa totale di 86,1 milioni di euro.

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Per quanto riguarda invece le nuove missioni vere e proprie, si comincia subito con una “sorpresa”.

Ovvero, la partecipazione alla Missione bilaterale di supporto alle Forze Armate del Qatar (scheda 14-bis/2022) in occasione dei mondiali di calcio del 2022, in programma tra il 21 novembre e il 18 dicembre di quest’anno. Come noto, i rapporti in campo militare tra il nostro Paese e lo stesso Qatar si sono molto intensificati in questi anni; con l’Emirato del Golfo Persico che (in particolare) è diventato uno sbocco importante per l’industria della Difesa in Italia.

A questo specifico aspetto poi si aggiungono quelli legati, più in generale, all’approvvigionamento di fonti energetiche. A fronte dunque della richiesta da parte di Doha di contribuire alla sicurezza della manifestazione, evidentemente a Roma non si sono lasciati sfuggire l’occasione.

Il dispositivo militare interforze che sarà inviato prevede una consistenza massima di 560 unità di Personale, 46 mezzi terrestri, una unità navale e 2 mezzi aerei; il costo è indicato in 10,8 milioni di euro per questo 2022.

La seconda missione che sarà avviata quest’anno è rappresentata dalla partecipazione alla missione EUTM (European Union Training Mission) Mozambico (scheda 28-bis/2022);, tipica missione Ue di addestramento delle Forze locali. Saranno 15 i militari impegnati (senza mezzi a supporto), per una spesa di 1,2 milioni di euro.

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La più significativa/rappresentativa delle nuove missioni è però quella legata al potenziamento della presenza della NATO nell’area Sud-Est dell’Alleanza (scheda 38-bis/2022).

Nello specifico, si tratta di contribuire alla costituzione dei 4 nuovi Battlegroup che saranno posizionati in Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia, quale risposta alla crisi innescata dall’invasione Russa dell’Ucraina. Nel dettaglio, i nostri 1.000 militari saranno schierati tra Bulgaria (750 unità) e Ungheria (250). Dato importante, per quanto riguarda il Battlegroup schierato in Bulgaria, l’Italia assumerà il ruolo di nazione quadro (o “framework nation”).

Oltre ai 1.000 uomini, la missione prevede anche lo schieramento di 380 mezzi terrestri. Ovviamente, non vi è termine di scadenza predeterminato e il costo per il 2022 è fissato in 39,6 milioni.

Prima poi di avviare la rassegna delle missioni prorogate, un paio di note introduttive.

La prima riguarda le operazioni che, invece, non sono state rinnovate per questo 2022; oltre alla più volte citata «Resolute Support» in Afghanistan, si registra anche la fine di EUBAM (European Union Border Asistance Mission) Rafah, in Palestina.

La seconda è che appare preferibile suddividere l’analisi del nostro impegno militare all’estero per aree geografica; anche se questo significa “mischiare le carte” con i numeri progressivi delle schede contenute nel documento in discussione in Parlamento che, per l’appunto, seguono invece un ordine diverso.

 

Le missioni prorogate: il teatro Europeo

La prima in assoluto (scheda 1/2022) è la partecipazione alla missione NATO Joint Enterprise, che comprende l’insieme degli sforzi in atto nella regione dei Balcani da parte dell’Alleanza Atlantica; in particolare, la Kosovo Force (KFOR). Qui si registra un vistoso aumento del personale assegnato, anche se va precisato che sulle 1.490 unità di personale autorizzate, circa 700 fanno parte del «Operational Reserve Forces Battalion» basato in Italia e pronto a intervenire in caso di necessità (fino a ora non incluso nel conteggio). Oltre ai quasi 1.500 militari autorizzati, tale partecipazione prevede lo schieramento di 367 mezzi terrestri e 2 aerei. Il fabbisogno finanziario è di 109,1 milioni.

Poi è la volta della partecipazione di personale militare alla missione UE denominata European Union Rule of Law Mission in Kosovo (EULEX KOSOVO); in tutto 28 unità (Carabinieri) e 8 mezzi terrestri, per una cifra di 0,7 milioni (scheda 2/2022).

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Quindi si passa alla proroga della partecipazione di personale militare alla missione UE denominata EUFOR ALTHEA; come la precedente, una missione svolta in ambito UE e con teatro di operazioni la Bosnia. Si tratta di 66 unità di personale, per un costo totale di 3,6 milioni.

In ambito ONU si svolge invece la missione United Nations Peacekeeping Force in Cyprus (UNFICYP) a Cipro (scheda 4/2022); 5 unità di personale per un fabbisogno di 0,3 milioni.

Di consistenza immutata rispetto allo scorso anno è poi la partecipazione all’operazione NATO denominata Sea Guardian, che concentra la propria attenzione verso il Mediteranno Orientale (scheda 5/2022). In tutto, 240 unità di personale. 2 mezzi navali e altrettanti aerei; l’impegno finanziario è pari a 17,2 milioni.

Chi subisce invece un calo di una certa importanza rispetto al 2021 è la partecipazione alla missione UE denominata European Union Military Operation in the Mediterranean – EUNAVFOR MED Irini. (scheda 6/2022).

Il contingente scende a 406 unità (-190), i mezzi navali passano da 2 a 1 e quelli aerei da 3 a 2; il tutto, per un fabbisogno di 40,3 milioni.

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A questo punto, il documento legato al rinnovo delle missioni cambia regione geografica; come anticipato invece, appare più logico proseguire comunque facendo riferimento proprio a questo specifico fattore.

Dunque, si passa al dispositivo aeronavale nazionale per la sorveglianza e la sicurezza nell’area del Mediterraneo Centrale, denominato Mare Sicuro (scheda 33/2022), comprensivo della missione in supporto alla Marina Libica. La consistenza complessiva rimane pressoché immutata in termini di personale impiegato, per quest’anno 774 unità, e identica in termini di assetti (8 mezzi aerei e 6 navali); l’impegno finanziario è di 95,4 milioni.

Da questo punto in poi ha inizio la sezione dedicata ai vari potenziamenti dei dispositivi NATO, che si aggiungono alle già descritte «EFP Estonia», «VJTF» e alla partecipazione ai nuovi battlegroup in Bulgaria e in Ungheria.

Tali potenziamenti sono trattati in questa sezione perché, come detto, dopo essere stati approvati con il DL 14/2022, sono nuovamente inseriti nel documento di proroga delle missioni per il 2022 a causa di ulteriori modifiche.

Al Dispositivo NATO per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza (scheda 37/2022) restano 5 le unità di personale e 2 i mezzi aerei autorizzati con il DL 14/2022 ma con un incremento del numero di ore di volo per un importo di 13,6 milioni.

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Decisamente in crescita invece la partecipazione Italiana al Dispositivo NATO per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza (scheda 38/2022). Dai 225 militari autorizzati sempre con il c.d. “Decreto Ucraina” si passa a 638, i mezzi navali diventano 5+1 (“on call)” da 2+1 e il mezzo aereo resta uno. L’impegno finanziario è così ora di 50,2 milioni.

Evoluzione simile anche per il potenziamento dell’Air Policing della NATO (scheda 39/2022); se da una parte restano 12 gli aerei assegnati, le unità di Personale passano da 130 a 300 rispetto a quanto deciso a febbraio. Nel complesso, i fondi richiesti sono a pari a 78,8 milioni di €.

Si è accennato alla riduzione operata per EUNAVFORMED Irini; ebbene, si può anticipare che anche i dispositivi navali per l’Operazione Atalanta e nel Golfo di Guinea subiscono la stessa sorte. Tutto ciò a fronte dell’irrobustimento dell’analogo dispositivo NATO appena descritto. Trattasi forse del classico caso di coperta corta?

 

Il teatro Asiatico

Come già anticipato, la regione Asiatica (riferimento in realtà molto ampio, perché comprensivo di quel Vicino e Medio Oriente a noi comunque prossimi) è quella che subisce il ridimensionamento più importante. Non solo per la fine delle 2 missioni poco sopra evidenziata ma anche perché il nostro stesso impegno nel Libano subisce un discreto calo.

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Il Paese dei Cedri è infatti interessato sia dalla partecipazione di personale militare alla missione ONU denominata United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), che dalla Missione bilaterale di addestramento delle Forze Armate Libanesi (MIBIL); rispettivamente, schede 7 e 8/2022.

Per la prima, il contingente massimo autorizzato per il 2022 è di 1.169 unità (-130 militari), mentre i mezzi terrestri, navali e aerei restano gli stessi (e cioè: 368, 1 e 7); il tutto per un impegno finanziario di 163,6 milioni. Ancora più importante il calo sulla seconda missione; 160 militari autorizzati (-155), nessun mezzo terrestre (ma un mezzo navale e uno aereo), con il costo che scende a 10,5 milioni.

Detto rapidamente della Missione bilaterale di addestramento delle Forze di sicurezza Palestinesi (scheda 9/2022); per un totale di 33 unità di personale schierate e 1,8 milioni d costi, è tempo di passare all’impegno in Iraq.

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Anche in questo caso declinato attraverso 2 diverse missioni principali, rispetto alle quali si registra un sostanziale travaso tra la prima e la seconda.

Nello specifico si tratta della partecipazione di personale militare alla Coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh (scheda 10/2022) e alla missione NATO denominata NATO Mission in Iraq (NM-I) che si trova alla scheda 11/2022.

Per la prima è autorizzata la presenza di 650 militari (-250 rispetto al 2021), un centinaio di mezzi terrestri e 11 mezzi aerei. L’impegno finanziario è pari 217,3 milioni. Allo stesso tempo, la NM-I sale fino a 610 unità (+330), un centinaio di mezzi terrestri e 8 aerei con costi pari a 77,8 milioni.

Il capitolo Iraq si conclude con la European Union Advisory Mission in support of Security Sector Reform in Iraq (EUAM Iraq), scheda 12/2022 con appena 2 militari impegnati per un costo di quasi 400mila euro.

Un cenno veloce anche alla United Nations Military Observer Group in India and Pakistan (UNMOGIP, descritta alla scheda 13/2022; con le sue 2 unità di personale e 200 mila euro di fabbisogno finanziario.

E’ quindi la volta dell’impiego di personale militare negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait, in Bahrain, in Qatar e a Tampa per le esigenze connesse con le Missioni internazionali in Medio Oriente e Asia (scheda 14/2022). Dunque, una sorta di “ampio contenitore” composto da 145 unità e 2 mezzi aerei, il cui fabbisogno per il 2022 è di 23,4 milioni.

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Infine, la scheda 35/2022 affronta la proroga dell’impiego di un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nello Stretto di Hormuz, nell’ambito dell’iniziativa multinazionale europea denominata European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz (EMASOH). Tale dispositivo rimane sostanzialmente immutato rispetto a quello del 2021; 200 militari, un mezzo navale e 2 aerei per un impegno finanziario di 9,6 milioni.

 

L’Africa

Il dispiegamento di militari Italiani in questo continente comincia dalla Libia, dove è schierato un solo nostro militare nella missione ONU denominata United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL), alla scheda 15/2022, per un costo complessivo di 119mila euro.

La Missione bilaterale di assistenza e supporto alla Libia (scheda 16/2022) impegna 400 militari, una settantina di mezzi terrestri, un paio di mezzi aerei mentre per quelli navali si può fare affidamento su quelli tratti dall’Operazione Mare Sicuro per costo complessivo di 40,2 milioni.

La Missione bilaterale di cooperazione in Tunisia (scheda 17/2022) impegna solo 15 militari per un fabbisogno di poco meno di 400mila euro.

In Mali le missioni sono (erano…) ben 4 prima della ben nota fine anticipata della Task Force Takuba (scheda 23/2022) che prevedeva l’impiego di 250 militari, 44 mezzi terrestri e 6 aerei per un impegno finanziario di 35,7 milioni.

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Oggi rimangono attive la partecipazione alla missione ONU denominata United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali (MINUSMA), alla missione Europea denominata EUTM Mali, e alla missione sempre UE European Union Capacity Building Mission-EUCAP Sahel Mali, rispettivamente alle schede 18, 19 e 20/2022.

Tutte missioni prive di prospettive perché da tempo la giunta golpista al potere sta letteralmente facendo terra bruciata intorno alle missioni interazionali, dopo aver ottenuto l’allontanamento dei contingenti francesi ed europei dell’Operazione Barkhane/Takuba.

Peraltro, va aggiunto che a oggi il nostro stesso impegno in tali missioni è ridotto ai minimi termini: MINUMSA prevede 8 militari (per 0,6 milioni di costi), EUTM Mali 12 militari e 0,7 milioni mentre EUCAP Sahel Mali arriva a 17 unità e 0,4 milioni.

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Impegno Italiano in crescita invece in Niger, che sta diventando sempre più l’hub della nostra presenza nella regione del Sahel. Oltre infatti alla partecipazione alla missione UE denominata EUCAP Sahel Niger (scheda 21/2022) che prevede lo schieramento di 15 unità di personale per un costo di 750mila euro, appare significativo il leggero rafforzamento della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (scheda 22/2022). I

l contingente ora dispiegato è pari a 350 militari (+55 rispetto al 2021), dispone di 100 mezzi terrestri e 6 aerei e il fabbisogno finanziario previsto è di 64,2 milioni. In funzione della riorganizzazione della presenza militare internazionale nella regione, non è escluso che in futuro ci possono essere ulteriori evoluzioni sulla presenza italiana in Niger.

La rassegna prosegue poi con la missione ONU United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara (MINURSO) alla scheda 24/2022: appena un paio di militari per un costo di 300 mila euro.

La partecipazione alla forza militari multinazionale Multinational Force and Observers (MFO) schierata nel Sinai e descritta nella scheda 25/2022; con 78 militari e 3 mezzi navali per un fabbisogno di 6,8 milioni.

Si torna in un ambito Unione Europea con la European Union Training Mission Repubblica Centrafricana (EUTM RCA), individuata dalla scheda 26; con appena 3 militari impegnati, per un costo di circa 170mila euro.

Anche questa con qualche rischio per la solita presenza “maligna” della Russia, attraverso il Wagner Group schierato anche in Libia e in Mali.

Piuttosto articolato come accade orma da anni il nostro impegno nel Corno d’Africa (e dintorni).  La missione antipirateria sempre dell’Unione Europea dominata Atalanta (scheda 27/2022), come anticipato, è interessata dal dimezzamento dell’impegno rispetto al 2021, con 199 militari autorizzati, un mezzo navale e 2 aerei a fronte di un impegno finanziario in lieve aumento fino a 26,8 milioni.

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In Somalia, sono tre le missioni operative: EUTM-Somalia, EUCAP Somalia e United Nations Assistance Mission in Somalia (UNSOM), rispettivamente riferite alle schede 28, 29 e 30/2022.

Per quanto riguarda la prima, si assiste a un ulteriore leggero aumento del contingente che ora raggiunge le 167 unità, più 33 mezzi terrestri con un costo per il 2022 che sale a 15,5 milioni. Sempre in ambito UE, EUCAP Somalia rimane ferma a 15 militari schierati, per in costo di 0,5 milioni.

Infine UNSOM conserva il suo formato di un solo militare schierato, per un costo di 154mila euro.

 

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Leggero incremento per la Missione bilaterale di addestramento delle forze di polizia Somale e Gibutine, dei funzionari Yemeniti e delle Forze Armate Gibutiane (scheda 31/2022), con 75 unità di personale schierate e un impegno di 4,5 milioni.

La nostra presenza nell’area non può oramai fare a meno poi della Base militare nazionale (interforze) nella Repubblica di Gibuti (scheda 32/2022) che prevede la presenza di 147 militari e 9 mezzi terrestri, per un costo di 12,7 milioni.

Come anticipato in precedenza, pure il Dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea, nota anche come Operazione Gabinia (scheda 34/2022) subisce un dimezzamento. Le unità di personale ora schierate sono 190, con un solo mezzo navale e 2 aerei, per un fabbisogno di 20,5 milioni.

Infine, l’ultima missione prevede la partecipazione di personale militare all’iniziativa di assistenza della NATO, denominata Implementation of the Enhancement of the Framework for the South (scheda 36/2022), destinata a diversi Paesi africani e del Golfo Persico con l’impiego di 7 militari a un costo di poco meno di 700mila euro.

 

Foto: Difesa.it e EUTM Mali

 

 

 

Giovanni MartinelliVedi tutti gli articoli

Giovanni Martinelli è nato a Milano nel 1968 ma risiede a Viareggio dove si diplomato presso l’Istituto Tecnico Nautico per poi lavorare in un cantiere navale. Collabora con Analisi Difesa dal 2002 occupandosi di temi navali in generale e delle politiche di Difesa del nostro Paese in particolare. Fino al 2009 ha collaborato con la webzine Pagine di Difesa.

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