La Turchia bombarda i curdi e concentra truppe al confine con Siria e Iraq

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(aggiornato alle ore 22,30)

Dal 20 novembre si susseguono i bombardamenti aerei e di artiglieria turchi e iraniani contro le milizie curde in Siria. Il Centro per le informazioni del Rojava (la regione curda siriana), ha riferito di almeno 11 morti in un doppio attacco condotto dall’Aeronautica Turca a Teqil Beqil, nei pressi di Derik, nell’estremo nord-est della Siria dove i missili turchi hanno colpito un veicolo in movimento con a bordo due persone, entrambe morte sul colpo.

Poco dopo i cacciabombardieri turchi avrebbero bombardato lo stesso sito, stavolta causando la morte di nove persone tra cui un giornalista. Sempre la notte scorsa l’esercito iraniano è invece stato accusato di aver attaccato le sedi di alcuni gruppi politici curdi nella città di Erbil (dove sono basate forze della Coalizione a guida statunitense inclusi molti militari italiani), capoluogo del Kurdistan iracheno. Un attacco condannato dagli Stati Uniti a differenza dio quello compiuto dalle forze turche.

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Per rappresaglia, un razzo lanciato la mattina del 21 novembre dal territorio siriano contro una città turca al confine ha causato tre morti mentre altri razzi sono stati lanciati contro la base militare turca alò valico di confine turco-siriano di Bab Salama-Oncupinar,

Il presidente Racep Tayyip Erdogan ha paventato la possibilità di “lanciare un’operazione di terra anti-terrorismo” nel Rojava, ipotesi che peraltro Ankara minaccia da tempo. “Presto li sradicheremo con i nostri carri armati, la nostra artiglieria e i nostri soldati” ha detto oggi Erdogan mentre le  forze armate turche hanno reso noto di aver eliminato 1.441 miliziani del PKK nel Nord Iraq nelle operazioni scatenate dal 2019,  “189 terroristi negli ultimi dure giorni”.

L’operazione turca “Spada ad artiglio”, si sviluppa in un’area della Siria nord-orientale in cui, oltre alle forze curde dell’YPG, sono dispiegati soldati statunitensi, russi, governativi siriani e miliziani Hezbollah filo-iraniani. Il governo siriano, sostenuto dalla Russia e dall’Iran, non ha risposto agli attacchi turchi.

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Mentre l’artiglieria di Ankara martellava le zone controllate dalle forze curde, elicotteri militari russi hanno sorvolato a più riprese tutto il confine mentre il migliaio di militari statunitensi presenti nella regione petrolifera di Qamishli, Malkiye, Hasake, vicino ai confini turco e iracheno, sono rimasti nelle loro basi.

Ankara ha definito gli attacchi una risposta a “bombardamenti del PKK” contro la cittadina frontaliera turca di Karkemish nella quale sono state uccise tre persone, secondo fonti di stampa governative turche. Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (con sede a Londra), in questi attacchi erano stati uccisi 16 militari governativi siriani, 18 miliziani curdi e un giornalista locale. Media controllati dal Pkk avevano invece riferito dell’uccisione di 11 civili e tre miliziani curdi nel nord est dell’Irak.

L’operazione militare, ha precisato il presidente Recep Tayyip Erdogan, è stata a lungo pianificata e che, con tutta probabilità sarebbe avvenuta anche senza l’attentato, attribuito allo YPG (forze di autodifesa del Rojava), che ha colpito il cuore di Istanbul e che ha causato sei morti.

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Nei mesi scorsi un’offensiva di terra fu stoppata dal presidente russo, Vladimir Putin e il veto del Cremlino potrebbe pesare anche nell’evoluzione dell’operazione turche. Sono trascorsi nove giorni dall’attacco terroristico all’inizio dell’operazione, che finora coinvolge solo velivoli e artiglieria.

L’offensiva di Ankara interessa un’area di oltre mille chilometri lungo il confine iracheno e siriano per una profondità massima di 100 chilometri (20 in Siria) coinvolgendo più di 50 aerei da combattimento F-16 e 20 UAV armati Bayraktar TB2. Un attacco terrestre costituirebbe il quarto intervento turco in Siria dal 2016, dopo l’attacco all’Isis (2016), l’offensiva tesa a strappare Afrin all’YPG nel 2018 e quella tra Kobane e Manbic nel 2019.

Gli obiettivi potrebbero prevedere nell’Iraq Settentrionale di cacciare il PKK dalle roccaforti di montagna per cederne il controllo ai peshmerga del governo regionale curdo che mantiene ottime relazioni con Ankara.

Nel nord della Siria invece le truppe turche già controllano una fascia di sicurezza di 30 chilometri che corre lungo il confine ma interrota in corrispondenza delle città di Kobane, Tal Rifat e Mabic (da cui secondo Ankara sarebbe partito l’esplosivo per l’attentato di Istanbul) in mano alle milizie curde dell’YPG e che furono già obiettivo dell’offensiva turca del 2019 interrotta dopo le reiterate pressioni di Russia e Starti Uniti che schierano proprie truppe in quel settore.

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La Russia ha auspicato oggi che la Turchia mostri “moderazione” e si astenga da “qualsiasi uso eccessivo della forza” in Siria. “Speriamo di convincere i nostri colleghi turchi ad astenersi dal ricorrere all’uso eccessivo della forza sul territorio siriano” per “evitare l’escalation delle tensioni”, ha detto alla stampa l’inviato speciale del presidente russo Vladimir Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev, ad Astana, capitale del Kazakistan, dove si tiene un incontro tra Russia, Turchia e Iran sulla crisi in Siria.

“Abbiamo opinioni differenti sulla situazione”, ha sottolineato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ma “grazie a Dio, le relazioni amichevoli e di partenariato con la Turchia rendono possibile discutere di queste differenze in modo aperto e costruttivo” mentre anche l’Iran aveva espresso già nella scorsa primavera contrarietà nei confronti di una grande operazione militare turca.

Probabilmente l’offensiva terrestre turca non ha ancora preso il via proprio a causa delle riserve espresse in proposito da Mosca che come l’Iran sostiene il regime siriano di Bashar Assad con cui Erdogan sta riallacciando i rapporti. Il destino del Rojava potrebbe quindi dipendere dalle valutazioni di Ankara che deve valutare se l’attacco ai curdi in Siria valga il rischio di compromettere le relazioni con Mosca, ma anche di esacerbare ulteriormente quelle con gli Stati Uniti e la NATO.

“Sappiamo bene chi arma i terroristi, chi li sostiene e li incoraggia”, ha ribadito il presidente turco con un chiaro riferimento a Stati Uniti, Svezia e Finlandia: alle due nazioni europee Ankara  chiede da tempo di cessare il sostegno ai curdi e l’estradizione in Turchia di sospetti “terroristi” in cambio del via libera alla loro adesione all’Alleanza Atlantica.

Foto: Anadolu e Rojava Information Center

 

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