Ong vs Italia?

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Il salvataggio dei migranti continua ad essere per l’Italia fonte di problemi ed amarezze.   Non è ancora stata scritta la storia del come le Ong siano giunte a ricoprire un ruolo umanitario di primo piano, accettato ed apprezzato, nel sistema pubblico del SAR (Ricerca e Soccorso) italiano. Fanno tuttavia ancora riflettere le parole chiare e coraggiose  del  Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania, Carmelo Zuccaro,  pronunciate alla Camera nel corso dell’audizione della Commissione  Schengen del 22 marzo 2017,  secondo cui le Ong sono arrivate a «sostituirsi agli Stati» nel realizzare corridoi marittimi di passaggio dalla Libia all’Italia.

I numeri sono espliciti nell’indicare l’evolversi del fenomeno. Lo strappo rispetto al passato è avvenuto nel 2013 con Mare Nostrum, missione “militare e umanitaria” della Marina, durante la quale la Guardia Costiera iniziò ad impiegare sistematicamente navi mercantili per l’assistenza ai migranti. Al tempo, la nostra Autorità SAR si era assunta la responsabilità di coordinare i soccorsi nelle zone SAR libica e maltese, ben oltre la SAR italiana, in un’area di 1.200.000 chilometri quadrati.

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Di fronte alle riserve delle associazioni internazionali degli armatori sull’uso sistematico dei propri mercantili nel SAR, nel 2014 iniziarono a diffondersi gli interventi in mare delle Ong: circa 40.000 furono le persone salvate dai mercantili nel 2014, e circa 40.000 quelle soccorse dalle Ong nel 2016 a fronte di un calo notevole degli interventi delle navi commerciali.

D’altronde, proprio in quel periodo, la nostra Autorità SAR istituzionalizzò nel 2016 il coordinamento delle attività SAR delle Ong nell’ambito dell’iniziativa “UNA VIS” .

Il dilagare senza regole degli interventi SAR spontanei, costrinse poi il ministro dell’Interno Marco Minniti ad emanare nel 2017 un Codice di condotta  delle Ong i cui contenuti sono ancora attuali: oggi Italia e Germania si confrontano infatti per un ennesimo caso di  nave soccorritrice non collaborativa, come era già avvenuto nel 2006 con il mercantile tedesco “Cap Anamur”.

Potremmo ricordare a questo punto i tanti episodi della travagliata vicenda italiana del SAR dei migranti, a cominciare dal caso della nave “Aquarius” non fatta entrare in Italia e da noi scortata in Spagna nel 2018 alla cosiddetta “chiusura” dei porti italiani nello stesso periodo; dall’assunzione di responsabilità libiche nella propria zona SAR cui seguì la delegittimazione di Tripoli dopo che la Libia non fu compresa,  con decreto degli Esteri, tra i “Paesi di origine sicura” ai fini della concessione della protezione internazionale.

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L’Italia ha svolto sinora un ruolo titanico nel salvare ed accogliere centinaia di migliaia di persone. Quali le soluzioni, oltre quelle già sperimentate senza successo, per evitare che la politica migratoria verso l’Italia sia in appalto di organizzazioni criminali?

In attesa che si stabiliscano corridoi sicuri di espatrio dall’Africa, la via di responsabilizzare Ong e Paesi di bandiera già tentata senza fortuna dal Codice Minniti è sicuramente valida.

D’altronde, forme di controllo dell’operato delle Ong sono state previste nella passata legislatura dal DL 130-2020, come precondizione della non punibilità per favoreggiamento delle navi entrate nelle acque territoriali italiane al termine di un evento SAR.

Questa normativa (Art. 1, 2) ha una sua voluta genericità che dovrebbe essere emendata per stabilire limiti più precisi all’attività delle Ong. Anche se, proprio in forza di essa, gli Interni hanno disposto che la “Humanity 1” entri sì in porto, ma che successivamente, fatte sbarcare le persone fragili, lasci le acque territoriali italiane.

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Da non dimenticare che occorrerebbe anche rimediare, sul piano normativo, al   vulnus alla nostra sovranità causato dall’azione di forza della “Sea Watch 3” verso il mezzo della Guardia di finanza incaricato di fermarla che la Cassazione ha dichiarato non perseguibile.

Vista la complessità dei problemi relativi al soccorso migranti che coinvolgono più ministeri, sarebbe in definitiva auspicabile un loro accentramento presso un’unità di coordinamento della Presidenza del Consiglio in una prospettiva unitaria di perseguimento dell’interesse nazionale.

Circa le iniziative internazionali da adottare, non sembrerebbe per noi possibile – al momento attuale – seguire la linea di Malta che consente alle motovedette libiche di accedere alla sua zona SAR per soccorrere i migranti e riportarli indietro. Potremmo farlo con la Tunisia che è invece considerata “luogo di origine sicuro” dal citato decreto Maeci del 2019.

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Quanto all’Unione, è purtroppo un dato di fatto che essa non intenda occuparsi del salvataggio dei migranti e del loro sbarco se non in modo generico ed  indiretto. L’Italia ha tuttavia il diritto di richiedere un’azione comune che disciplini in forma organica i comportamenti da tenere nei confronti delle navi Ong ed un meccanismo di scelta del luogo di sbarco dei migranti salvati attraverso la cosiddetta “regionalizzazione del SAR”. Egualmente necessario sarebbe armonizzare la legislazione degli Stati membri sulla criminalizzazione delle condotte degli scafisti (sinora lasciata alla buona volontà italiana).

Una volta risolti i problemi interni della Libia, si potrebbe anche realizzare, col consenso di Tripoli, la fase di interdizione delle partenze irregolari prevista dalla vecchia operazione “Sophia” della Ue come auspicato dal premier Giorgia Meloni. Sul piano bilaterale, non pare più rinviabile la stipula di accordi di collaborazione SAR con Malta, Tunisia e Francia le cui zone di responsabilità confinano con le nostre.

Foto: Marina Militare, Sea Watch, Humanity 1 e SOS Mediterranèe

 

 

 

E' Ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo. Membro del CeSMar, è autore di vari scritti in materia, tra cui "Glossario del Diritto del Mare" (Rivista Marittima, V ed., 2020) disponibile in http://www.marina.difesa.it/media-cultura/.

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