Forme del terrore: le nuove frontiere della radicalizzazione in Italia

Uno sguardo sinottico sui terrorismi di diversa matrice e latitudine ideologica: è questo l’approccio trasversale del nuovo volume della Fondazione Icsa sulle minacce eversive che solcano il nostro Paese, scritto da Elettra Santori (consigliera scientifica della Fondazione ICSA e coordinatrice della ricerca) insieme al Prefetto Carlo De Stefano (già Direttore Centrale della Polizia di Prevenzione e del CASA – Comitato Analisi Strategica Antiterrorismo), Giancarlo Capaldo (già Procuratore Vicario e Responsabile del pool antiterrorismo della Procura di Roma) e Andrea Beccaro (Docente di Studi Strategici, Relazioni Internazionali e Studi sulla Sicurezza presso la Scuola Universitaria Interdipartimentale di Scienze Strategiche, Università di Torino).
Muovendo dall’analisi della persistente minaccia del jihadismo globale, la ricerca si addentra nelle recenti indagini sulla “jihad finanziaria” di Hamas sul suolo italiano e nell’incognita dei proxy iraniani in Europa, per poi affrontare i pattern del terrorismo anarco-insurrezionalista e i suoi nuovi fronti di lotta contro il “tecnofascismo” e la filiera dell’Intelligenza Artificiale. Passa poi in rassegna sia il terrorismo suprematista e accelerazionista, ancorato in sottoculture neonaziste, sia le forme inedite di radicalizzazione multi-ideologica e “cross-dominio”, come la cosiddetta “jihad bianca”.
Si sofferma sulla nuova, inquietante minaccia del nichilismo estremo violento (NVE) e infine approda a una innovativa analisi tecnica della consistenza di minacce asimmetriche emergenti (droni dual-use, armi stampate in 3D, minacce chimico-biologiche).

«Il volume si colloca in continuità con il patrimonio di studi della Fondazione Icsa dedicato al fenomeno del terrorismo e alla prevenzione della radicalizzazione violenta», afferma il Gen. S.A. (r) Leonardo Tricarico, Presidente Icsa, «Un approccio che storicamente integra l’accuratezza metodologica delle scienze sociali con il prezioso bagaglio empirico e le prassi operative consolidate degli attori preposti all’antiterrorismo».
«Anche da un rapido sguardo di insieme all’indice del volume, non si può non notare un preoccupante ampliamento dell’“offerta terroristica” ed eversiva, specchio di una deriva sociale caratterizzata dall’inasprimento della dialettica politica e, soprattutto, da una progressiva normalizzazione della violenza, che ha gioco facile nel catalizzare individui, spesso minori, saturi di rabbia e frustrazione», sostiene Elettra Santori, «E parallelamente all’abbassamento dell’età della radicalizzazione, sia jihadista che suprematista, si fanno largo altre minacce, come ad esempio gli estremismi post-ideologici a carattere nichilista e superomista che puntano alla trasgressione di ogni norma di convivenza civile. Il tutto amalgamato da risentimento, rabbia sociale e da una pulsione ad agire la violenza fine a sé stessa».
La recrudescenza operativa di Islamic State (IS) e di al-Qaeda dal Levante al Sahel
«Più che sulla questione dei returnee − fenomeno che, seppure rilevante, in Italia si circoscrive a un gruppo limitato di individui con legami a volte solo superficiali con il nostro Paese, per di più già sottoposti a monitoraggio preventivo − la valutazione dell’odierno potenziale di rischio posto da IS deve concentrarsi sulle dinamiche macroregionali», sostiene Andrea Beccaro. «L’interrogativo cruciale riguarda infatti il teatro mediorientale e la possibile sussistenza di condizioni favorevoli a una ristrutturazione dello Stato Islamico.
Come evidenziato dalle dinamiche storiche, la capacità di IS di colpire l’Occidente − condividendo know-how tattico-militare e mobilitando soggetti radicalizzati − si è rafforzata nel momento in cui il gruppo si è dato una dimensione territoriale e statuale, acquisendo con ciò una statura e una proiezione internazionale. I grandi attacchi in Europa si sono verificati proprio quando il gruppo era in grado di agire con molteplici modalità su vari teatri. Prevenire il consolidamento di Islamic State e di gruppi similari in quadranti nevralgici come il Medio Oriente e il Sahel risulta pertanto cruciale per scongiurare il ripetersi di analoghi scenari di infiltrazione nelle nostre società».
Sul suolo siriano, durante il 2024, il numero degli attacchi di IS è aumentato oltre il doppio rispetto all’anno precedente, toccando i 294 episodi. Passando al 2025, si nota un netto salto qualitativo nelle capacità di targeting del gruppo: le azioni si sono fatte più frequenti, mirate e complesse, andando a colpire obiettivi situati ben oltre le tradizionali zone operative di Islamic State. A giugno del 2025, per citare un caso, un attacco suicida ai danni di una chiesa greco-ortodossa a Damasco ha lasciato sul terreno 25 morti e 63 feriti. Soltanto ad agosto, poi, si sono contate più di due dozzine di attacchi nel nord-est della Siria, effettuati mediante una combinazione di tattiche di guerriglia, tra cui armi leggere, imboscate, omicidi e ordigni esplosivi improvvisati contro posti di blocco militari e veicoli governativi.

Islamic State si è inoltre riorganizzato strategicamente per prendere di mira i nuovi equilibri di potere della fase post-Assad inaugurando una chiara offensiva ibrida contro la neo-leadership di al-Shara. All’aperto scontro militare, l’organizzazione ha affiancato infatti un’intensa guerra cognitiva attuata mediante una martellante campagna propagandistica di diffamazione di al-Shara e volta a istigare alla diserzione i soldati dell’esercito siriano.
Le recenti dinamiche nel Sahel evidenziano una rinnovata proiezione offensiva di alcune formazioni jihadiste che avanzano dalle periferie rurali ed etniche fino ai centri urbani. Dapprima concentrate sulle scorrerie nelle zone rurali o di confine, ora le offensive jihadiste puntano sempre più spesso a bersagli cittadini. Un caso emblematico è l’assalto sferrato da IS all’aeroporto di Niamey, in Niger, nella notte fra il 28 e il 29 gennaio 2026.
Per quasi un’ora, un commando armato è riuscito a infiltrarsi nell’area aeroportuale sparando e colpendo anche alcuni velivoli. Questo attacco ha rappresentato la prima grande incursione di matrice jihadista all’interno della capitale nigerina, ed è stato particolarmente allarmante, considerando il peso strategico dello scalo, che accoglie truppe russe di Africa Corps, la struttura del contingente MISIN (Missione Bilaterale italo-nigerina di Supporto nella Repubblica del Niger) e l’unità antiterrorismo dell’Alleanza degli Stati Saheliani (AES), un blocco che raggruppa contingenti di Niger, Mali e Burkina Faso. All’attacco dello scorso gennaio ne è seguito un altro solo pochi giorni fa, il 19 giugno 2026, stavolta da parte della formazione qaedista JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani): durante l’aggressione sarebbero stati uccisi undici militari e due civili, ma nello scambio a fuoco sarebbero morti anche ventidue miliziani.
Questo nuovo attacco evidenzia la capacità offensiva di JNIM che, assieme ai separatisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), si sta rendendo protagonista anche in Mali di una serie senza precedenti di attacchi militari a città e strutture strategiche, in grado di mettere a dura prova la tenuta del governo della giunta militare (al potere dal colpo di stato del 2020).
Sostiene Giancarlo Capaldo: «Considerato il contesto dell’Africa sub-sahariana, dove l’instabilità politica ha ripercussioni migratorie e securitarie immediate sul nostro continente, è imprescindibile per l’Italia e l’Unione Europea mettere a fuoco i propri interessi geo-strategici in un’area che altri attori geopolitici, quali Russia, Cina, Turchia e monarchie del Golfo, hanno eletto da tempo a principale terreno di competizione».
La minaccia jihadista in Italia
Per quanto concerne direttamente il nostro Paese, da una lettura qualitativa dei dati diffusi dalla Polizia di Stato sugli arresti per reati connessi al terrorismo jihadista nel 2025, emerge che l’Italia è ancora terreno di coltura per soggetti, spesso minori, che si auto-radicalizzano online, anche sulla spinta delle crisi geopolitiche attuali, ma al contempo non cessa di essere, talvolta, terra di transito per terroristi internazionali e punto di arrivo per ex combattenti: si veda il caso di due trentacinquenni foreign fighter stranieri con un passato militare in teatri di guerra (Siraq e Caucaso settentrionale), arrestati a Bologna perché destinatari di red notice delle Autorità russe per pregressa militanza nello Stato Islamico e in Imarat Kavkaz.
Si è inoltre affacciata nel nostro Paese la sigla Islamic State-Khorasan Province (ISKP), costola afghana dello Stato Islamico, particolarmente attiva nella “guerra cognitiva” e nel proselitismo online: un’indagine svolta dalla Digos di Trieste ha condotto all’arresto di un uomo ritenuto responsabile del posizionamento, il 6 luglio 2024, di un trolley contenente una pistola semiautomatica presso la stazione ferroviaria di Trieste, il giorno antecedente la visita del Papa nel capoluogo friulano (l’arresto rientra nelle indagini su un presunto rischio di attentato di ISKP contro il Pontefice). Inoltre, il 7 marzo 2026, la Digos di
Brescia ha arrestato per terrorismo un giovane di origine egiziana, incardinato in ISKP. Il giovane era attivo all’interno di network e social su tematiche jihadiste attraverso i quali pubblicava contenuti inneggianti a Islamic State e al martirio. Gli approfondimenti investigativi hanno consentito di accertare la pianificazione di attentati terroristici che avrebbero colpito stadi e luoghi di culto (in particolare una chiesa al centro di Bergamo).
La strage di Gaza, acceleratore emotivo della propaganda jihadista
Le vittime palestinesi dell’intervento israeliano a Gaza sono un potente catalizzatore per la radicalizzazione e vengono parassitate dalla propaganda jihadista per invocare “vendette imminenti” in nome di Allah, in combinazione con contenuti apertamente antisemiti. All’indomani dell’intervento israeliano a Gaza, si sono registrati attacchi letali in Francia e Belgio ispirati da Islamic State, che usa la tragedia palestinese come pretesto ideologico per attivare soggetti presenti sul suolo europeo (attivazione endogena). In Italia, risale a pochi giorni fa l’arresto a Brindisi di un trentenne di origini palestinesi con l’accusa di istigazione a commettere delitti legati a una matrice jihadista. L’uomo pubblicava sui profili social foto, video e commenti sul conflitto israelo-palestinese, ed era scivolato da una posizione di generica solidarietà verso la causa palestinese ad espressioni di crescente adesione alla retorica jihadista, fino a legittimare teologicamente l’uso della violenza indiscriminata contro gli infedeli. Secondo i giudici, faceva parte di una “rete di coordinamento informale, ispirata all’ideologia jihadista”.
L’attività di fundraising e propaganda di Hamas in Italia: l’Operazione Domino
Tra il dicembre 2023 e il gennaio 2026, diverse operazioni antiterrorismo condotte in Germania, Danimarca, Olanda e Austria hanno portato all’arresto di sospetti agenti stranieri di Hamas coinvolti nell’approvvigionamento di armi da fuoco e munizioni per l’organizzazione: questi episodi pongono interrogativi sulla possibilità che Hamas sia indotta a modificare la propria agenda politica compiendo attentati contro obiettivi israeliani e statunitensi sul suolo europeo.
Hamas nasce ufficialmente durante la Prima Intifada, nel 1987, come movimento religioso di resistenza armata all’occupazione israeliana di territori palestinesi. A differenza di altri gruppi palestinesi che avevano compiuto attentati terroristici non solo in Medio Oriente ma anche sul suolo europeo, Italia compresa, Hamas ha adottato un’agenda interna, evitando di colpire al di fuori della Palestina storica. In ambito europeo e italiano, Hamas ha finora condotto attività di propaganda, lobbying e raccolta fondi il cui scopo è penetrare il tessuto sociale occidentale al fine di garantirsi il sostegno necessario al mantenimento della struttura operativa e militare in patria.
Dinamiche di questo tipo sono state messe in luce dalle indagini condotte nell’ambito della recente “Operazione Domino”, coordinata dalle autorità di Genova, che ha individuato soggetti e associazioni ritenute dagli inquirenti vere e proprie emanazioni dirette di Hamas sul territorio italiano.
Il paradosso della destra eversiva, tra arcaismi ideologici e attivismo online
Negli ultimi anni, il panorama dell’eversione di destra ha subito profonde mutazioni ideologiche e operative che ne hanno evidenziato la notevole capacità di adattamento a una realtà in continua trasformazione tecnologica. L’universo del terrorismo e dell’estremismo di destra ha sviluppato una marcata capacità di sfruttare il web, non come semplice strumento di comunicazione unidirezionale, bensì come una vera e propria piazza per radunare proseliti, fare propaganda e creare community identitarie.
Da un lato, l’ultradestra ha dimostrato una notevole vivacità online, sfruttando forum, chat crittografate e piattaforme social che funzionano come acceleratori della radicalizzazione e della creazione di network transnazionali. Dall’altro lato, questa versatilità digitale si è accompagnata a una tangibile presenza offline che si è talvolta tradotta in una militanza strutturata e in una pericolosità reale, come hanno dimostrato varie indagini sul territorio nazionale relative a formazioni neonaziste con struttura paramilitare (Ordine di Hagal e Werwolf Division).
Questa natura “anfibia” dell’ultradestra, capace di colonizzare le piattaforme social (sia quelle tradizionali che quelle “dark”, come Telegram) e contemporaneamente rendersi presente nella dimensione offline, va di pari passo con la sua capacità paradossale di coniugare la padronanza delle più moderne competenze digitali con un’ideologia arcaica incentrata su neonazismo, suprematismo, maschilismo, islamofobia, antisemitismo, misoginia, omofobia e transfobia.
In questo arsenale ideologico, nel corso degli anni recenti, l’ultradestra globale ha incorporato contenuti, come ad esempio il satanismo, che i neofascisti tradizionali avrebbero considerato quantomeno eretici, e che le hanno impartito una inedita virata verso una nichilistica rottura di tabù etici e sociali.
Sostiene Elettra Santori: «Se da un lato l’islamismo violento è riuscito a intercettare la frustrazione dei migranti offrendo una cornice ideologico-religiosa alla crisi identitaria e di senso delle seconde e terze generazioni, dall’altro l’estremismo di destra ha fornito simmetricamente un’analoga piattaforma in cui convogliare la rabbia sociale degli autoctoni, i quali, ugualmente colpiti dalla crisi economica e di prospettive dell’Occidente, vi hanno trovato uno sbocco per il proprio “risentimento bianco”».
Gli scritti di un ideologo neonazista come James Mason offrono agli esclusi la possibilità di diventare eroi compiendo azioni terroristiche solitarie, con un obiettivo chiaro: scatenare la guerra razziale e accelerare il collasso della società multiculturale. In questo consiste la dottrina dell’accelerazionismo che caratterizza certe derive suprematiste.
Una declinazione del suprematismo accelerazionista è la white jihad, la jihad bianca, che può prendere due direzioni:
- La jihad a parti invertite, o terrorismo antislamico: Brenton Tarrant, autore della strage di Christchurch, Nuova Zelanda (2021), in cui morirono 51 persone uccise presso 2 luoghi di culto islamici, rappresenta l’archetipo di questa dinamica.
- Una forma di estremismo che fonde contenuti neonazisti con tattiche, estetiche e terminologie del jihadismo, fino all’adozione, in certi casi, del concetto di “white sharia” per invocare la sottomissione della donna all’uomo.
Questa contaminazione tra neonazismo e violenza jihadista si basa su una comune piattaforma di odio antidemocratico e antioccidentale.
Anche in Italia cominciano a emergere casi di ibridazione nazi-jihadista, spesso a carico di soggetti molto giovani. Risale all’aprile scorso l’arresto di un dociannovenne, che, con la sua rete Telegram “Terza Posizione” incarnava perfettamente il fenomeno della jihad bianca. All’interno di questa comunità virtuale, neonazismo, antisemitismo e razzismo si fondevano con richiami al jihadismo, creando un ecosistema tossico in cui convivevano svastiche e bandiere dell’Isis, elogi ad Hamas, esaltazione di stragisti come Brenton Tarrant e derive sataniste legate all’Ordine dei Nove Angoli (ONA).
Questa miscela di odio assoluto eversivo era un potente strumento di fascinazione per altri giovanissimi frequentatori della chat, vera e propria incubatrice di “lupi solitari” radicalizzati, pronti a compiere il salto dalle violenze verbali ad azioni terroristiche e squadriste concrete.
È di pochi giorni fa la notizia di un altro caso di white jihad, con protagonista un minore arrestato dalla Digos di Verona per detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Sul suo smartphone, materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive, un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali, e anche il video integrale della strage di Christchurch.
Tra le conversazioni rilevate, sono emersi riferimenti ad azioni violente nei confronti di categorie come “magistrati e giornalisti influenti”. Tutto ciò a conferma di come le nuove generazioni siano predisposte ad assorbire e mescolare le multiformi estetiche del terrore online, passando poi all’azione nel mondo reale.
La nuova minaccia del nichilismo estremo violento (NVE)
Nel corso degli ultimi anni, l’estremismo nichilista violento si sta affermando come una delle principali minacce alla sicurezza sociale. Si espande attraverso un ecosistema fluido, fatto di gruppi e network tra loro indipendenti ma anche mutuamente ibridanti, che danno continuamente vita a nuove frammentazioni e filiazioni.
Comunità digitali come The Com, 764 e No Lives Matter sono solo alcune delle configurazioni online (ma tracimanti nella prassi offline) di un nichilismo assoluto caratterizzato da una fascinazione per la violenza fine a sé stessa. Gli analisti spesso etichettano queste nuove forme eversive come “violenza post-ideologica”, autoreferenziale e priva di vere e proprie finalità politiche, in quanto spesso il linguaggio e la simbologia nazi-satanista che le caratterizza vengono utilizzati dai membri (spesso giovanissimi) solo come pretesto per scalare le gerarchie della community digitale.
«Tuttavia, afferma Elettra Santori, è opportuno ribadire che queste formazioni, essendosi sviluppate all’interno di ecosistemi neonazisti e accelerazionisti, ne hanno raccolto l’ideologia intrinsecamente disegualitaria, razzista e suprematista; dunque, per quanto post-ideologiche, conservano pur sempre l’impronta originaria dell’estrema destra violenta».
Il caso della rete 764 risulta, in tal senso, paradigmatico. All’interno di questa comunità, infatti, l’armamentario estetico nazi-satanista viene utilizzato − in particolare dalle fasce più giovani − non tanto in virtù di una reale adesione ideologica, quanto per il suo intrinseco valore di shock. Il nazi-satanismo si configura infatti come l’incarnazione stessa dell’indicibile; l’anti-normatività radicale e il corredo simbolico perfetto per coloro che perseguono una distruttività fine a sé stessa.
Molto attiva su Telegram, Instagram, Discord, TikTok e altre piattaforme, la rete 764 recluta membri e futuri aguzzini da ambienti terroristici ed estremisti violenti oppure dalle comunità online interessate a materiale osceno, come quelle dedicate al gore e alla celebrazione di sparatorie di massa.
Adesca minori vulnerabili attraverso le piattaforme di gioco, inducendoli a compiere atti sessuali di fronte alle videocamere per poi ricattarli, oppure li induce all’uso di droghe, all’autolesionismo con lame, aghi, asfissia o ustione. Inoltre, i membri di 764 incoraggiano le persone che soffrono di problemi di salute mentale a suicidarsi davanti alle telecamere o a commettere sparatorie di massa. Il ricorso al live-streaming come mezzo di condivisione di atti di autolesionismo, abuso e violenza è un tratto ricorrente di 764 e di altri gruppi affini, ed è un fenomeno che rende estremamente difficili le indagini di polizia, perché avvenendo su canali crittografati in diretta, riduce il rischio di intercettazione da parte degli inquirenti.
Questa deriva anomica della violenza si è già manifestata più volte sul suolo europeo (affacciandosi anche in Italia), spesso coinvolgendo giovani disagiati, agganciati in rete nei loro spazi di comfort e indotti a compiere atti di terrorismo e violenze di vario genere (su sé stessi, su soggetti ritenuti a vario titolo indesiderabili, ecc.).
Di fronte all’espandersi di questo fenomeno, che trasforma la violenza estrema in un gioco competitivo e normalizzato, il Consiglio dell’Unione Europea ha emanato linee guida in cui si esortano i Paesi membri a intraprendere iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e ad implementare misure di contrasto utili ad affrontare il NVE in modo integrato.
Dentro la radicalizzazione violenta giovanile
«Negli ultimi anni, in Italia, similmente a quanto accade oltreconfine, l’incremento di casi di radicalizzazione violenta dei minori ha acquisito una tale evidenza da meritare una tematizzazione specifica e un’analisi dedicata, oltre a una seria attività di prevenzione che veda il coinvolgimento integrato delle scuole, delle istituzioni e dei media», afferma Carlo De Stefano.
Il recente arresto di un diciassettenne di Pescara appartenente al network neonazista Werwolf Division mentre stava maturando propositi stragisti pone seri interrogativi sul livello di minaccia che l’ultradestra online pone alla sicurezza del nostro Paese, ma soprattutto evidenzia la fascinazione per la violenza come fenomeno sempre più precocemente osservabile nelle fasce d’età giovanili.
Anche l’episodio, già menzionato, di un tredicenne di Bergamo che ha accoltellato la sua professoressa dopo aver pubblicato su Telegram un manifesto che usa il lessico e la grammatica dell’estremismo nichilista in rete, alza il livello di allarme su forme di disagio giovanile che sempre più confluiscono nella scelta della violenza cieca come illusoria soluzione al proprio malessere, trovando nelle community digitali del nichilismo estremo violento le parole d’odio con cui dare forma al rifiuto di sé stessi e del mondo circostante, ritenuto indifferente o inadeguato alle proprie aspettative.
Secondo quanto emerso dall’analisi delle attività di prevenzione e contrasto all’estremismo violento in Italia, si osserva la ricorrenza di alcuni pattern e tratti distintivi nei profili psicologici dei giovani estremisti, spesso minori e per lo più appartenenti alla generazione dei “nativi digitali”.
Tra le caratteristiche rilevate si segnalano:
- profili psicologici caratterizzati da difficoltà relazionali e vulnerabilità psicologica, spesso causate da esperienze personali negative a livello familiare, sociale e/o scolastico, che inducono sentimenti di rivalsa verso gli ambienti esterni;
- marginalizzazione sociale, rispetto a cui l’ambiente virtuale si presenta come un perfetto surrogato, funzionale alla costruzione di un’identità fittizia e al sentirsi parte di una comunità alternativa;
- un’età giovanissima, unita a una grande capacità di utilizzare contenuti digitali contemporanei (come ad esempio i meme);
- utilizzo della lingua inglese;
- fascinazione per la distruttività fine a sé stessa;
- attrazione verso determinate caratteristiche del jihadismo, come l’ultra-tradizionalismo, il concetto di “martirio” e la subordinazione della donna all’uomo (white jihad);
- propensione a reperire esplosivo e armi da fuoco, anche con ricerche sul web finalizzate alla produzione domestica di armi e con stampanti 3D;
- glorificazione di noti stragisti, considerati figure di riferimento e modelli da imitare;
- utilizzo di piattaforme di gioco in rete, talvolte usate come veicolo di retoriche estremiste violente e di incitamento a replicare nella realtà quanto sperimentato online.
Metodi, tattiche e obiettivi dell’eversione anarco-insurrezionalista
Il terrorismo anarco-insurrezionalista rappresenta da sempre − particolarmente in alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia − una sorta di basso continuo della minaccia eversiva, caratterizzandosi soprattutto per costanti danneggiamenti materiali alle infrastrutture critiche e alle sedi fisiche del potere costituito.
La morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due militanti anarco-insurrezionalisti rimasti uccisi il 20 marzo scorso da un ordigno esplosivo nel parco degli Acquedotti di Roma, mentre preparavano un attentato di portata ancora non chiara, ripropone un tema già rilanciato dai recenti sabotaggi delle infrastrutture ferroviarie italiane: qual è l’attuale livello di pericolosità degli anarco-insurrezionalisti?
Nel panorama attuale, l’anarco-insurrezionalismo rappresenta il rischio più rilevante nello scenario eversivo interno, trovando la sua principale espressione operativa nella Federazione Anarchica Informale (a cui appartiene Alfredo Cospito, oggi recluso in regime di 41 bis): una sigla da tenere ben distinta rispetto alla Federazione Anarchica Italiana (nonostante l’acronimo identico), che non ne condivide i metodi terroristici − l’uso di pacchi bomba e ordigni potenzialmente capaci di colpire indiscriminatamente − e nemmeno la configurazione destrutturata, decentrata, senza leader (definita leaderless resistance), fatta di soggetti o piccoli gruppi che si uniscono a seconda delle opportunità di azione.
Gli attentati possono essere di bassa, media o elevata lesività: si va dai danneggiamenti che provocano danni materiali senza ferire persone (una quota maggioritaria del totale), ai manufatti esplosivi che possono causare ferimenti, fino ad atti terroristici che puntano a causare danni permanenti o invalidanti attraverso ordigni progettati per esplodere all’apertura o l’uso di armi da fuoco.
Tra il 2011 e il 2012 la FAI si rende protagonista di un’escalation di azioni ad elevata lesività, tra cui la gambizzazione di Roberto Adinolfi, dirigente dell’Ansaldo Nucleare (attentato per cui Alfredo Cospito è stato condannato a nove anni e cinque mesi), che indurrà lo Stato a inasprire la risposta investigativa e giudiziaria.
«Sebbene le azioni dirette degli anarco-insurrezionalisti siano intrinsecamente caratterizzate da una componente distruttiva − afferma Carlo De Stefano −, l’intento deliberato di colpire l’incolumità fisica delle persone si riscontra soltanto in un numero circoscritto di episodi. La strategia prevalente rimane orientata al sabotaggio materiale e all’interruzione delle telecomunicazioni, del flusso energetico e delle infrastrutture ferroviarie, oppure a colpire i luoghi fisici e simbolici dello Stato».
L’intensificarsi delle iniziative più marcatamente violente (che hanno caratterizzato l’escalation del 2011-2012) è avvenuto in concomitanza con una situazione storica in cui il potere costituito era bersaglio di una mobilitazione su scala globale. Il “salto di qualità” degli anarchici in quegli anni, infatti, va di pari passo con l’aggravarsi delle tensioni globali del 2011, segnate da eventi drammatici quali la grave crisi economico-finanziaria, le proteste di massa su scala mondiale, il disastro di Fukushima e l’intervento militare internazionale in Libia.
In questo scenario, l’area insurrezionalista cerca di cavalcare le proteste degli Indignados e di Occupy Wall Street, ma al tempo stesso di smarcarsene, giudicandole vacue e inefficaci. Il paradigma tattico del sabotaggio materiale viene superato e l’azione terroristica si sposta contro la persona, manifestandosi con attacchi invalidanti.
Secondo diverse analisi, l’attuale obiettivo dell’anarco-insurrezionalismo risiede nella preservazione della continuità rivoluzionaria; pertanto, in questa fase storica priva di un reale fermento sociale, il movimento si impegna a mantenere vivo il nucleo ideologico e operativo della lotta, ponendosi come un presidio in attesa che maturino, nel lungo periodo, le premesse strutturali per una riemersione in superficie delle progettualità più distruttive.
Se osserviamo le principali operazioni antiterrorismo contro gli anarco-insurrezionalisti compiute dalle forze dell’ordine dal 2020 in poi (compresa quella dello scorso 16 giugno contro una cellula che usava un casolare di Vicovaro per organizzare workshop sugli esplosivi), si nota che l’età degli arrestati raramente scende sotto i 30 anni, coprendo per il resto una fascia d’età che va dagli ultratrentenni agli ultracinquantenni: sembra quasi che l’anarco-insurrezionalismo rappresenti una minaccia anagraficamente invecchiata, soprattutto se posta a confronto con la capacità di proselitismo che la destra eversiva e il nichilismo estremo violento riescono a esercitare sui giovanissimi.
A differenza dell’ultradestra, l’anarco-insurrezionalismo non riesce a penetrare l’immaginario dei minori, anche perché le azioni terroristiche sono rivolte soprattutto contro infrastrutture e non si esprimono con quella violenza estrema che tanto accende la fantasia dei giovanissimi. Inoltre, è molto più refrattaria dell’ultradestra a misurarsi con la conquista degli spazi web e con il proselitismo globale online.
Ciò non significa che l’anarco-insurrezionalismo non sia materialmente pericoloso: può essere ancora in grado di colpire − e il fatto che cammini sulle gambe di soggetti trentenni, quarantenni e
ultracinquantenni, quindi più strutturati, lo rende un rischio sempre attuale − ma non sembra al momento capace di colonizzare l’immaginario dei giovanissimi come invece stanno facendo l’eversione di destra e il NVE.
Analisi delle minacce emergenti
Il ricorrere di arresti per terrorismo di soggetti trovati in possesso di manuali per la costruzione di ordigni, armi artigianali e 3D, o di materiale su sostanze chimiche aggressive ha indotto la Fondazione Icsa a dedicare un capitolo della ricerca all’analisi di queste minacce emergenti, su cui da sempre si sofferma l’attenzione dei gruppi eversivi.
«Le formazioni terroristiche rincorrono costantemente un vantaggio asimmetrico nei confronti degli apparati statali e, non stupisce pertanto che esse si siano spesso dimostrate attente alle innovazioni tecnologiche, piegando a fini eversivi strumenti concepiti in origine per il mercato civile o commerciale», spiega Andrea Beccaro, «L’attuale scenario è segnato da una progressiva “democratizzazione” delle tecnologie dual-use, dovuta all’accessibilità a basso costo, alla condivisione in rete delle informazioni e alla facilità di approvvigionamento, che permette a singoli individui e a gruppi non statuali di sviluppare capacità offensive capaci di ridisegnare i confini della minaccia, costringendo le agenzie di sicurezza globali a elaborare nuovi protocolli di prevenzione.
È tuttavia opportuno puntualizzare che ricorrere a tali tecnologie, in particolare in ambito biochimico, richiede una catena di approvvigionamento e un bagaglio di competenze fuori dalla portata di molti gruppi terroristici: la valutazione del rischio dovrà quindi passare sempre attraverso l’analisi delle reali capacità offensive di un gruppo, dal grado di strutturazione interna al profilo della leadership, fino all’effettiva presenza di affiliati dotati di preparazione tecnica avanzata».
Vi sono poi alcuni requisiti fondamentali che una nuova tecnologia deve possedere per essere utilizzata da un gruppo terroristico: deve essere dual-use, semplice da assemblare e da utilizzare, maneggevole e capace di assicurare il raggiungimento degli obiettivi prioritari, ovvero un impatto distruttivo immediato e una fortissima cassa di risonanza mediatica e simbolica.
Tra le tecnologie oggi più rilevanti rientrano anzitutto i droni commerciali, la cui rilevanza pubblica e mediatica è stata amplificata dal conflitto in Ucraina, ma già lo Stato Islamico li aveva impiegati sistematicamente nei teatri siro-iracheni in funzione propagandistica e per la ricognizione prima o durante un’azione offensiva, dimostrando come strumenti commerciali accessibili al grande pubblico possano garantire capacità un tempo prerogativa esclusiva degli eserciti regolari avanzati; ciononostante, nei contesti urbani occidentali, la loro diffusione come strumento d’elezione per attentati resta limitata da vincoli strutturali, scarsa potenza di fuoco, vulnerabilità alle condizioni meteorologiche e facilità di neutralizzazione da parte delle apparecchiature anti-drone.
Dal canto loro, le armi in 3D e autocostruite garantiscono innegabili vantaggi a chi ha bisogno di operare nell’ombra, potendo essere autoprodotte, prive di matricola e talvolta meno rilevabili dai controlli tradizionali; tuttavia, la ridotta autonomia di fuoco ne riduce l’efficacia operativa, rendendole strumenti più adatti a colpire un singolo obiettivo specifico che a sostenere azioni prolungate.
Più complessa è la minaccia biochimica: le armi biologiche e chimiche possono essere considerate tecnologie emergenti, poiché la crescente facilità di accesso a materiali e strumentazioni dual-use, combinata con la diffusione di nozioni tecniche sul web, ha ridotto le tradizionali barriere di difesa contro la proliferazione; un attacco di questo tipo potrebbe avere un significativo impatto economico e psicologico, generando costi di decontaminazione, ansia sociale, panico e perdita di fiducia, ma la manipolazione di agenti biologici richiede infrastrutture, strumenti specialistici e competenze teoriche e pratiche precise, mentre l’uso di armi chimiche, per la minore complessità nella manipolazione, l’approvvigionamento più agevole, l’immediatezza degli effetti e l’elevato impatto mediatico, appare, almeno in linea teorica, più probabile e vantaggioso rispetto a quelle biologiche.
Ai rischi della diffusione incontrollata sul web di conoscenze in materia di armi biochimiche si aggiungono infine quelli derivanti dalla rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale: allo stato attuale, i principali Large Language Models pubblicamente disponibili non sembrano costituire un facilitatore diretto nella pianificazione di attacchi biochimici, grazie a meccanismi di sicurezza che riconoscono e bloccano richieste operative o procedurali, ma questa valutazione non è generalizzabile a tutti i sistemi né ai loro sviluppi futuri, sicché si richiede un monitoraggio continuo, anche alla luce dell’emergere di strumenti avanzati di supporto alla ricerca scientifica e delle questioni di sicurezza e dual-use che essi potrebbero sollevare.
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