Se a bloccare Hormuz ora sono gli Stati Uniti

 

 

Non mancano certo i colpi di scena nella guerra un atto nel Golfo Persico dalla fine di febbraio. Dopo il fallimento dei colloqui tra Iran e Stati Uniti in Pakistan e l’annuncio che  Washington ha ordinato alla US Navy di sminare lo Stretto di Hormuz, il presidente Trump ha varato per oggi pomeriggio (ora italiana) l’avvio di un’operazione di blocco navale dello Stretto.

Fino a ieri Washington pretendeva di liberare la navigazione a Hormuz (che era libera prima dell’attacco di USA e Israele all’Iran) e oggi si pone l’obiettivo di bloccarla alle navi che trasportano gas e greggio iraniano o che hanno pagato un pedaggio a Teheran per il transito.

Meglio ricostruire le tappe che stanno portando la crisi in Medio Oriente all’ennesimo corto circuito.

Dopo 21 ore di discussioni a Islamabad si sono interrotti i colloqui tra USA e Iran. Il vicepresidente americano JD Vance ha lasciato il Pakistan affermando che “abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia.

La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo. Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno”, ha sottolineato Vance precisando che “il punto fondamentale è che dobbiamo vedere un impegno esplicito da parte loro a non cercare un’arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero di ottenerla rapidamente. Questo è l’obiettivo centrale degli attuali Stati Uniti, ed è ciò che abbiamo cercato di ottenere attraverso questi negoziati”.

Se quindi è il programma nucleare militare iraniano il nocciolo della questione, resta difficile comprendere perché Washington abbia così tanti timori quando è sato il presidente Donald Trump ad affermare nel giugno 2025 e più recentemente fino alla scorsa settimana che con i raids effettuati contro 13.000 obiettivi in territorio iraniano era stato azzerato il programma atomico di Teheran.

Esmaeil Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha replicato a Vance che “il successo del processo diplomatico dipende seriamente dalla buona volontà dell’altra parte, dall’astensione da ogni eccesso e da ogni pretesa illegale, nonché il riconoscimento dei diritti e degli interessi legittimi dell’Iran” che è “determinato a ricorrere a tutti i mezzi, compresa la diplomazia, per tutelare e salvaguardare gli interessi nazionali“, ha aggiunto accusando degli Stati Uniti di aver presentato “richieste irragionevoli”.

Fonti vicine alla delegazione iraniana, citate dall’agenzia di stampa Fars, hanno infatti sostenuto che gli Stati Uniti cercassero “un pretesto” per abbandonare il tavolo delle trattative, e abbiano posto “richieste eccessive”.

Dal confronto tra diverse fonti appare che le priorità di Teheran sono lo stop degli attacchi israeliani al Libano e la revoca delle sanzioni e il controllo dello Stretto di Hormuz mentre gli Stati Uniti pretendono dall’Iran la rinuncia ai programmi atomici, la consegna dell’uranio arricchito e la rinuncia a disporre di missili balistici a medio raggio.

Posizioni che sembravano del resto inconciliabili fin da quando è stato annunciato il cessate il fuoco. I negoziati non sono falliti e ufficialmente restano aperti a nuovi colloqui ipotizzati dall’Iran e da fonti pakistane.

Baghaei ha affermato che “la diplomazia non finisce mai” e che “le consultazioni tra Iran, Pakistan e paesi amici e confinanti continueranno”.

Una fonte governativa citata dall’agenzia Fars ha affermato che “la palla è nel campo americano” e Teheran non ha urgenza di raggiungere un accordo.  Teheran ha “avanzato iniziative e proposte ragionevoli nei colloqui“. Washington deve “esaminare le questioni con un approccio realistico”, ha aggiunto, accusando gli Stati Uniti di aver frainteso la situazione, sbagliando “i loro calcoli sui negoziati, così come in quelli militari“. Secondo la fonte, l’Iran “non ha urgenza” e “finché gli Usa non accetteranno un accordo ragionevole, non ci sarà alcun cambiamento nella situazione nello Stretto di Hormuz”.

Una fonte dei Guardiani della Rivoluzione citata dall’agenzia Tasnim ha aggiunto che “lo Stretto di Hormuz è chiuso e rimarrà tale finché Washington non accetterà un accordo ragionevole”.

 

Sminamento o controllo di Hormuz?

A quanto pare sono proprio gli sviluppi a Hormuz che non aiutano a concretizzare nuovi round di negoziati dopo che Trump ha annunciato che gli Stati Uniti prenderanno il controllo dello Stretto di Hormuz con effetto immediato.

“L’incontro è andato bene, è stato raggiunto un accordo sulla maggior parte dei punti, ma il punto veramente importante, le armi nucleari, non è stato approvato. Con effetto immediato, la Marina degli Stati Uniti, la migliore al mondo, inizierà a bloccare tutte le navi che tenteranno di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz”, ha scritto su Truth Social.

Trump ha anche annunciato di aver ordinato alla Marina di intercettare tutte le navi in acque internazionali che hanno pagato un pedaggio all’Iran per attraversare lo stretto, affermando che tale pedaggio è illegale. “Il blocco inizierà a breve. Altri Paesi parteciperanno a questo blocco. Non sarà permesso all’Iran di trarre profitto da questo atto illegale di estorsione. Vogliono soldi e, soprattutto, vogliono armi nucleari“, ha scritto.

Trump si è detto fiducioso che “prima o poi” si raggiungerà un accordo per il libero passaggio attraverso lo stretto, ma ha accusato l’Iran di impedirlo con la posa di mine e l’imposizione di un pedaggio. “Questa è un’estorsione internazionale e i leader dei Paesi, soprattutto degli Stati Uniti, non si lasceranno mai estorcere“, ha insistito Trump.

Il Central Command (CENTCOM) statunitense ha reso noto che due cacciatorpediniere, USS Frank E. Peterson e USS Michael Murphy, hanno avviato operazioni di bonifica delle mine navali collocate dall’Iran nello Stretto di Hormuz. Nella regione è presente almeno una fregata del tipo Littoral Combat Ship (nella foto sotto) con qualche capacità di sminamento navale.

In realtà le due unità della US Navy hanno attraversato lo stretto e operano nel Golfo Arabico “nell’ambito di una missione più ampia per eliminare gli ordigni posizionati dai Pasdaran iraniani” ha riferito il CENTCOM.

“Abbiamo iniziato il processo per creare una nuova rotta sicura e la condivideremo presto con l’industria marittima per favorire il libero flusso del commercio“, ha dichiarato l’ammiraglio Brad Cooper, capo del CENTCOM ma lo stesso Trump ha detto che “disponiamo di dragamine subacquei altamente sofisticati, i più avanzati e moderni, ma stiamo anche portando dragamine più tradizionali”, aggiungendo che, “a quanto mi risulta, il Regno Unito e un paio di altri Paesi stanno inviando cacciamine”.

Trump quindi conferma la volontà di sminare lo Stretto con veicoli senza equipaggio sottomarini (UUV) ma rivela che Gran Bretagna e altri due alleati invieranno navi cacciamine specifiche di cui la US Navy è sprovvista dopo la recente radiazione delle ultime unità classe Avenger dislocate in Barhein proprio per far fronte a queste necessità a Hormuz.

L’invio di navi militari nello Stretto di Hormuz o nelle sue vicinanze in assenza di un accordo completo con l’Iran comporta gravi rischi poiché dalle vicine coste gli iraniani potrebbero saturare le difese delle navi impiegando droni aerei, navali di superficie e subacquei, missili da crociera, diversi tipi di razzi e missili antinave e artiglieria, oltre ovviamente alle mine.

Trump ha affermato che Washington sta “iniziando il processo di bonifica dello Stretto di Hormuz come favore ai Paesi di tutto il mondo” dopo che dall’inizio del cessate il fuoco sono transitate nello stretto solo una trentina di navi. “Ogni iraniano che apra il fuoco contro di noi o contro navi civili verrà annientato”.

 

Verso il blocco dei porti iraniani?

“Gli Stati Uniti bloccheranno le navi in entrata o in uscita dai porti iraniani il 13 aprile alle ore 10 (ora della costa orientale)”, ha annunciato Trump in un post sul social Truth riferendosi di fatto all’imposizione di un blocco navale che impedisca all’Iran di utilizzare i suoi porti e permetta di controllare le navi in transito.

Il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha reso noto che la Marina Usa darà inizio al blocco dello stretto di Hormuz stamattina alle 10:00, ora di Washington (le 16 in Italia), dando seguito agli ordini del presidente Donald Trump di “ripulire” lo stretto. L’obiettivo di Washington è impedire il transito delle navi che pagano pedaggi all’Iran.

A tal proposito, Trump ha accusato la Repubblica islamica di praticare una “estorsione globale” e ha ordinato di intercettare e bloccare ogni imbarcazione che paghi pedaggi a Teheran. Il CENTCOM ha precisato che il blocco sarà applicato in modo “imparziale” a tutte le navi, consentendo però il passaggio tra porti non iraniani, e che ulteriori dettagli saranno comunicati agli operatori marittimi. Lo Stretto di Hormuz, via cruciale da cui transita circa il 20 per cento del commercio mondiale di petrolio, è di fatto bloccato dall’inizio delle tensioni militari tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Trump ha detto che “altre nazioni stanno lavorando affinché l’Iran non possa vendere petrolio”.  Il “blocco navale” (termine di cui talvolta si abusa utilizzandolo fuori contesto) è in realtà a tutti gli effetti un atto di guerra che coinvolgerebbe non solo il confronto tra USA e Iran ma anche le nazioni di bandiera delle navi di passaggio a cui gli Stati Uniti vieterebbero il transito a Hormuz, almeno a quelle che avessero pagato un pedaggio a Teheran.

Operazione militare che scatenerebbe scintille tra gli Stati Uniti e gran parte delle potenze europee e asiatiche che sono arrivate a stringere accodi con l’Iran per consentire il transito di greggio, GNL, carburante e altre merci.

Secondo quanto appreso dalla Bbc, il Regno Unito non sarà coinvolto nell’applicazione del blocco militare statunitense contro l’Iran. Le navi e i soldati della marina britannica non saranno impiegati per bloccare i porti iraniani, mentre i dragamine e le capacità anti-drone del Regno Unito continueranno a operare nella regione.

Un portavoce del governo britannico ha affermato: “Continuiamo a sostenere la libertà di navigazione e l’apertura dello Stretto di Hormuz, che è urgentemente necessaria per sostenere l’economia globale e il costo della vita nel nostro Paese“.

Se Londra invia i suoi cacciamine a sminare lo Stretto di Hormuz potrà sottrarsi ai combattimenti che potrebbero verificarsi tra l’Iran e le navi statunitensi che attueranno il blocco navale?

In altre parole, lo sminamento navale attuato in tempo di pace è cosa ben diversa da quello effettuabile in tempo di guerra, con rischi ben più alti.

Il comandante della marina iraniana Shahram Irani ha liquidato – definendola ‘ridicola’ – la minaccia di Donald Trump di bloccare le navi in entrata o in uscita dai porti iraniani a partire dalle 10 (ora di Washington) di oggi, secondo quanto riportato dall’emittente statale iraniana Press TV.

Shahram Irani ha assicurato che la marina sta “tracciando e monitorando tutti i movimenti delle forze armate dell’aggressore statunitense nella regione. Le minacce del presidente degli Stati Uniti, a seguito dell’umiliante sconfitta del suo esercito nella terza guerra imposta, sono davvero ridicole e risibili“, ha aggiunto.

L’Iran considera “illegale e un atto di pirateria” il blocco annunciato dal presidente statunitense Donald Trump nello Stretto di Hormuz.

 

Gestire l’insuccesso

L’impressione è che Trump stia cercando in modo caotico di alzare l’asticella dell’escalation nel tentativo di portare a casa un successo in una guerra mal pianificata in cui il nemico è stato quanto meno sottovalutato.

La percezione delle goffe difficoltà della Casa Bianca emerge anche dal sondaggio CbsNews-Yougov diffuso ieri (realizzato dall’8 al 10 aprile su un campione di 2.387 adulti negli Stati uniti, con un margine di errore di più o meno 2,4 punti percentuali) in cui il 59% degli americani dice di avere “poca” o “nessuna” fiducia nella capacità del presidente di prendere le decisioni giuste sul conflitto, mentre il 62% ritiene che Trump non abbia un piano chiaro e il 66% pensa che l’amministrazione non abbia ancora spiegato con chiarezza quali siano gli obiettivi americani dell’azione militare.

Fra coloro che giudicano poco chiara la linea della Casa Bianca, il 64% ritiene soprattutto che gli obiettivi siano cambiati nel tempo, mentre il 36% pensa che non siano mai stati spiegati affatto.

Il sondaggio fotografa così uno scarto netto tra la narrazione della Casa Bianca e la percezione dell’opinione pubblica. Il 64% disapprova il modo in cui Trump sta gestendo la situazione con l’Iran, contro un 36% che lo approva. E più in generale, il 60% disapprova la scelta degli Stati uniti di intraprendere un’azione militare contro l’Iran, mentre il 40% la approva.

Per il 59% degli intervistati il conflitto sta andando “abbastanza male” o “molto male”, contro il 41% risponde “abbastanza bene” o “molto bene”. Sulle operazioni militari il giudizio è diviso, con il 36% che le considera finora un successo, il 33% che le giudica un fallimento e il 31% che ritiene sia troppo presto per dirlo. Per gli interessi strategici degli USA il 42% ritiene che il conflitto sia un insuccesso contro il 25% che lo ritiene un successo.

Sul giudizio complessivo pesa anche il contraccolpo economico. L’81% degli americani afferma che i prezzi della benzina nella propria area sono aumentati nelle ultime settimane. E quando si chiede quali indicatori personali vengano usati per valutare lo stato dell’economia, l’88% cita i prezzi dei beni e dei servizi acquistati e il 78% cita proprio il costo della benzina: un segnale del fatto che il conflitto iraniano viene letto anche attraverso il suo impatto diretto sulla vita quotidiana.

 

Guerra totale e impatto economico

Trump del resto, ha alzato ulteriormente la posta in gioco dichiarando ieri che “abbiamo distrutto il loro intero Paese”, pur ammettendo che in Iran “qualche altra fabbrica per la produzione di missili ma conosciamo la posizione di tutte. Essenzialmente: l’unica cosa rimasta è l’acqua, e per loro sarebbe devastante se la colpissimo“. Il presidente degli USA ha ribadito inoltre la minaccia di distruggere le infrastrutture energetiche dell’Iran in mancanza di un accordo in un’intervista a Fox News.

Il rischio però, oltre a scontri a fuoco tra le armi dei pasdaran e la flotta della US Navy, è che l’intervento americano teso a costituire in blocco navale che impedisca l’uso dei porti e l’export di petrolio all’Iran renda lo Stretto di Hormuz e l’intero Golfo Persico zona di guerra per un periodo molto prolungato, compromettendo ancora a lungo il transito di petroliere, gasiere ed altri mercantili con effetti pesantissimi sull’economia mondiale.

La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha valutato che dalla guerra all’Iran arriverà “uno choc di vasta portata” e “cicatrici permanenti per l’economia”.

L’impatto è pesante soprattutto per le economie asiatiche ed europee che si approvvigionano più di altre di energia da Hormuz.

Ad esempio, Bloomberg valuta che le vendite di petrolio greggio dell’Arabia Saudita alla Cina si dimezzeranno a maggio a causa delle interruzioni dei flussi e dell’aumento dei prezzi provocati dalla guerra in Medio Oriente. I sauditi dovrebbero fornire in maggio 20 milioni di barili di greggio a Pechino a fronte dei circa 40 milioni di barili previsti per ad aprile. Gli operatori hanno affermato che i volumi inferiori riflettono le perturbazioni del mercato legate al conflitto regionale, che ha influenzato le rotte di approvvigionamento e fatto aumentare i prezzi del greggio.

I prezzi del gas e del petrolio sono infatti in risalta oggi, dopo che Trump, ha annunciato un blocco dello stretto di Hormuz in seguito al fallimento dei negoziati con l’Iran. Al mercato Ttf di Amsterdam, il prezzo del gas è sopra i 47 euro al megawattora, in rialzo dell’8 per cento. Il prezzo del petrolio invece, torna sopra i 100 dollari al barile, con gli indici Wti e Brent che si attestano rispettivamente a circa 103 e 101 dollari al barile.

“Godetevi gli attuali prezzi alla pompa. Con il cosiddetto ‘blocco’, presto rimpiangerete i 4-5 dollari al gallone”, ha scritto oggi su X il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf.

Foto: CENTCOM/US Dept of War, Casa Bianca e Anadolu

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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