A Hormuz l’Europa cerca una vetrina ma deve fare i conti con la realtà

Parigi e Londra hanno deciso di mettersi alla testa di una missione multinazionale per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Sulla carta, l’iniziativa ha un profilo rassicurante: missione pacifica, difensiva, neutrale, finalizzata a proteggere il traffico commerciale e a sostenere la bonifica delle mine.
È il linguaggio tipico delle operazioni che cercano di presentarsi come puramente tecniche, quasi amministrative, in un contesto che invece è tutto fuorché tecnico. Perché Hormuz non è un corridoio marittimo qualsiasi: è uno dei punti in cui la geopolitica mondiale si concentra fino a diventare materia incandescente. Chi entra lì dentro, anche con le migliori intenzioni dichiarate, entra in un equilibrio di forze nel quale la neutralità proclamata vale assai meno della percezione che ne hanno gli attori coinvolti.
La distanza tra ambizione politica e mezzi reali
Il punto decisivo è proprio questo: la distanza tra l’ambizione politica dell’annuncio e la realtà operativa dei mezzi disponibili. Gli stessi esperti citati con prudenza dai governi europei ricordano che scortare davvero il traffico commerciale nello Stretto richiederebbe quantità di navi enormi, oggi semplicemente indisponibili. La bonifica delle mine, la sorveglianza marittima, i sistemi di allerta: tutto questo è plausibile, persino utile.

Ma la protezione capillare delle petroliere e delle navi mercantili è un’altra cosa. Richiede massa navale, continuità logistica, copertura aerea, capacità di comando integrate e soprattutto la volontà politica di sostenere un’operazione lunga, costosa e potenzialmente esposta a incidenti gravi. In altre parole, servirebbe una macchina strategica che oggi l’Europa non possiede in forma autonoma.

Ecco allora la verità politica dell’iniziativa. Francia e Regno Unito cercano di riempire un vuoto, o almeno di mostrare che esiste ancora una capacità europea di agire nei grandi dossier di sicurezza internazionale senza essere soltanto il riflesso delle decisioni americane. È un messaggio rivolto a Washington, a Teheran, ai mercati e anche all’opinione pubblica interna: l’Europa non resta immobile mentre il 20 per cento del petrolio mondiale passa da uno stretto diventato detonatore di crisi energetica e finanziaria.
Ma proprio questo sforzo di visibilità contiene una fragilità evidente. Perché l’Europa prova a contare senza esporsi troppo, vuole influire senza assumere fino in fondo i rischi dell’influenza, e tenta di costruire una presenza militare neutrale dentro uno spazio in cui la neutralità è sempre contestata da qualcuno.
L’Italia tra prudenza diplomatica e riflesso atlantico
Dentro questo quadro, la posizione italiana merita una lettura particolare. Giorgia Meloni afferma che occorre attendere una cessazione delle ostilità prima del dispiegamento, ma nello stesso tempo dichiara che l’Italia è pronta a partecipare e a mettere a disposizione unità navali. È la formula classica del coinvolgimento condizionato: prudenza nelle parole, disponibilità nei fatti. Roma cerca di non apparire né assente né avventata.
Tuttavia il rischio è che l’Italia, come spesso accade, finisca per essere presente politicamente in misura superiore alla sua capacità di incidere strategicamente. Si offre la bandiera, si promette il contributo, si occupa il posto al tavolo, ma resta irrisolta la questione essenziale: quale interesse nazionale concreto verrebbe tutelato da una partecipazione italiana a una missione che nasce sotto guida franco-britannica, con obiettivi ancora fluidi e con una base giuridica che persino Berlino considera indispensabile chiarire?

Qui emerge una componente velleitaria che non riguarda soltanto l’Italia, ma che in Italia assume un colore particolare. La politica estera italiana ama spesso presentarsi come responsabile, equilibrata, indispensabile nei tavoli multilaterali. Però quando il quadro si fa duro, la differenza tra presenza simbolica e funzione strategica reale torna a galla. E allora il rischio è quello di partecipare più per non restare fuori dalla fotografia che per un calcolo rigoroso di costi, benefici e conseguenze.
La missione neutrale che neutrale non può essere
Macron insiste sulla neutralità della missione. Ma proprio questo è il nodo più debole dell’intera costruzione. Una missione occidentale, guidata da due potenze storicamente coinvolte nella sicurezza del Golfo, non sarà mai letta da Teheran come un semplice dispositivo tecnico. Anche se separata formalmente dai belligeranti, essa incide sul rapporto di forze, consolida una certa cornice di sicurezza marittima e manda un segnale politico preciso: l’Europa intende impedire che la leva di Hormuz resti nelle mani di chi può usarla come strumento di pressione strategica.
Dunque non siamo davanti a una neutralità sostanziale, ma a una neutralità dichiarata per rendere politicamente digeribile un’operazione che ha implicazioni chiaramente geopolitiche.

L’assenza americana dal vertice non deve ingannare. Gli Stati Uniti restano il convitato di pietra dell’intera vicenda. Anzi, proprio il fatto che Washington non sia formalmente al centro dell’iniziativa consente agli europei di provare a ritagliarsi uno spazio, ma non modifica il dato essenziale: senza l’ombrello strategico americano, la capacità europea di sostenere a lungo un dispositivo navale credibile nel Golfo resta limitata.
Trump deride la NATO e prende le distanze con il consueto linguaggio sprezzante, ma sa benissimo che ogni architettura di sicurezza occidentale continua, in ultima istanza, a misurarsi con la potenza statunitense, anche quando pretende di emanciparsene.
Energia, mercati e fragilità del sistema globale
Il vero motore di tutta questa accelerazione non è soltanto militare. È geoeconomico. La chiusura di Hormuz ha colpito il cuore del sistema energetico mondiale, facendo impennare i prezzi e trasmettendo instabilità ai mercati internazionali. La missione annunciata da Francia e Regno Unito nasce anche da qui: non solo dalla volontà di garantire la libertà dei mari, ma dal bisogno di rassicurare gli operatori, contenere il premio di rischio energetico e impedire che la crisi si trasformi in un fattore di recessione globale. In questo senso, il mare diventa la superficie visibile di una guerra economica più ampia, dove il controllo delle rotte vale quanto il controllo delle narrative diplomatiche.

Alla fine, la questione è semplice. L’iniziativa franco-britannica ha una sua logica politica, perfino una sua utilità diplomatica. Ma resta sospesa tra la necessità di mostrare capacità d’azione e l’insufficienza dei mezzi per trasformare quell’azione in una presenza davvero determinante. È una missione che nasce già segnata da un limite: vuole stabilizzare senza dominare, proteggere senza combattere, influire senza appartenere fino in fondo al conflitto. E spesso, in geopolitica, queste formule intermedie funzionano soltanto finché nessuno decide di metterle alla prova.
L’Italia, dal canto suo, dovrebbe evitare la tentazione di confondere la partecipazione con la centralità. Essere presenti non basta. Occorre capire per chi, per che cosa e a quale prezzo si entra in uno dei nodi più esplosivi del pianeta. Tutto il resto è scenografia diplomatica. E la scenografia, quando si entra a Hormuz, dura sempre molto meno della realtà.
Foto: Marina Militare Italiana, Tasnim, Anadolu e Royal Navy
Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli
Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.






