L’Italia rischia di farsi coinvolgere nella guerra in Medio Oriente

L’Italia sembra essere in cerca di un ruolo militare nel conflitto in atto nel Golfo Persico e che minaccia di allargarsi al Mar Rosso.
Dopo i raids sauditi sulle milizie yemenite Houthi di Ansar Allah e i bombardamenti congiunti sauditi-statunitensi contro le milizie sciite filo iraniane in Iraq, sospettate di aver lanciato droni contro il territorio saudita, due nuove missioni italiana nella regione del Golfo Persico, emerse nei giorni scorsi, si sviluppano di fatto in zona di guerra.
Il ministero della Difesa ha confermato a fine luglio l’esistenza di due task force schierate in diverse nazioni arabe del Golfo, fornendo anche dettagli dopo che un articolo di Fausto Biloslavo il 30 luglio su il Giornale ne aveva rivelato la presenza e delineato precisamente i contorni.
“Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica Militare a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein” ha reso noto il sito Internet della Difesa.
“Il contingente nazionale è costituito da circa 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”, secondo quanto spiega il ministero della Difesa e “la Task Force Air-Arabia è comandata dal colonnello Michele Schiavi. La Task Force Air-Arabia concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.

La Task Force Air in Arabia Saudita sembra ereditare almeno in parte gli assetti della Task Force Air – Kuwait per anni schierata presso la base kuwaitiana di Ali Al Salem nell’ambito dell’Operazione a guida statunitense Inherent Resolve contro lo Stato Islamico: base da cui gli italiani si ritirarono in seguito agli attacchi iraniani che puntavano a colpire le forze americane schierate nella stessa base.
Nei bombardamenti su Ali Salem durante la “Guerra de 40 giorni” l’Aeronautica Italiana ha perduto un drone MQ9 Reaper mentre due caccia Eurofighter Typhoon sarebbero stati danneggiati, tutti colpiti al suolo.
Per comprendere meglio la dinamica che ha portato alla luce il nuovo impegno militare italiano riproduciamo qui sotto l’articolo di Fausto Biloslavo apparso il 30 luglio su Il Giornale.
L’Arabia Saudita entra in guerra bombardando, assieme agli americani, le milizie sciite filo iraniane in Iraq, che da giorni avrebbero lanciato droni contro il regno. E la missione italiana, composta da Task Force Land-Arabia e Task force air-Arabia, in difesa dei Paesi del Golfo, si trova in zona di guerra. «Dalla seconda metà di marzo 2026 la Difesa ha schierato un dispositivo dell’aeronautica a supporto delle forze armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein». Quattrocento militari schierati nei tre Paesi, al comando di un colonnello. Però c’è pure un’importante componente dell’esercito con circa 300 uomini, la metà in Arabia Saudita. Una batteria anti missile Samp T, come quelle utilizzate in Ucraina, un sistema radar Kronos nel regno saudita e un altro nel Bahrein. Oltre a una batteria Skynex, negli Emirati, arma d’eccellenza anti droni.
«Il dispositivo integra capacità di allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio», i droni che negli ultimi giorni stanno colpendo l’Arabia Saudita. «L’impiego di tali assetti consente di rafforzare il quadro di sicurezza regionale, contribuendo alla protezione delle infrastrutture strategiche e alla tutela degli interessi nazionali nell’area» si legge sul sito del ministero della Difesa.
I sauditi dall’inizio del conflitto con l’Iran, il 28 febbraio, avevano già compiuto attacchi di rappresaglia contro milizie filo pasdaran e obiettivi iraniani mantenendo uno stretto riserbo. Nella notte fra martedì e mercoledì, assieme ad assetti americani, i raid sono stati pubblicamente rivendicati da Centcom il comando strategico degli Stati Uniti. Riad aveva messo in guardia l’Iran e i suoi proxy dopo i ripetuti attacchi con droni e missili degli ultimi giorni.
Una fonte del Giornale sul campo spiega che i militari sauditi «non hanno fatto cenno alle Forze di mobilitazione popolare, le milizie sciite irachene, ma sono focalizzati sugli Houthi dello Yemen». Minaccia di lunga data e giannizzeri dei pasdaran, che hanno colpito infrastrutture energetiche e petroliere saudite minacciando il blocco dello stretto di Bab el-Mandeb. Non a caso la nostra Task force air-Arabia è concentrata in una base lontana dal fronte Iraq-Iran, ma più vicina allo Yemen e al Mar Rosso.
«La missione è contribuire, con assetti specialistici dal potere aerospaziale, alla difesa aerea e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo» comunica la Difesa. La componente aeronautica è composta in Arabia Saudita dal Task group Argo, che schiera un E-550A CAEW, velivolo avanzato di sorveglianza, comando e controllo in grado di «identificare e tracciare potenziali minacce aeree».
Nella stessa base saudita è schierato il Task group Typhoon con quattro caccia bombardieri Eurofighter F-2000 A, «impiegati per concorrere alla difesa dello spazio aereo». Sempre in Arabia abbiamo un velivolo C 130J per missioni di trasporto tattico, collegamento con le basi in Medioriente, come quella di Gibuti sul Mar Rosso e con funzioni di evacuazione sanitaria (Medevac). Da Kuwait e Bahrein stanno tornando indietro un radar per la difesa aerea e un sistema anti drone C-UAS, ma il grosso dello schieramento italiano nel Golfo è concentrato in Arabia Saudita.
Task Force Land
La base aerea saudita citata nell’articolo di Biloslavo sembra essere la King Fahd Air Base di al-Taif, già sede di molti reparti della Reale Aeronautica Saudita impiegati anche in passato nelle operazioni contro le milizie Houthi yemenite.

Ma c’è di più. Biloslavo riferisce che in quel teatro operativo è schierata anche la Task Force Land dell’Esercito, di cui finora non si era avuta notizia, con 260 uomini e assetti per la difesa aerea dislocati in Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti tra cui una batteria missilistica SAMP-T, due radar Kronos (in Arabia Saudita e Bahrein) oltre a una batteria di cannoni a tiro rapido Skynex con munizioni a frammentazione AHEAD anti-drone e anti-missile, sistemi d’arma già distintisi nel conflitto in Ucraina da pochi mesi consegnati da Rheinmetall Italia all’Esercito Italiano e dislocati negli Emirati Arabi Uniti.
Assetti che sono stati chiesti all’Italia dalle monarchie arabe durante la guerra tra USA/Israele e Iran della scorsa primavera che ha visto i vettori di Teheran colpire basi americane e obiettivi ne paesi arabi del Golfo.

La Difesa ha quindi dovuto confermare anche il dispiegamento del reparto dell’Esercito con una nuova scheda inserita nella lista delle mission: 260 militati appartenenti alla Task Force Land – Cerbero, guidata dal colonnello Andrea Paoluzzi.
Il sito Internet della Difesa riporta il seguente testo:
“Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato, con un bassissimo tempo di preavviso, un dispositivo di difesa aerea su base Task Group SAMP/T a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita.
In esito alla fornitura del medesimo supporto anche ad altri Paesi del quadrante medio-orientale – Emirati Arabi Uniti e Bahrein – dove sono stati rispettivamente schierati un Task Group su sistema d’arma Skynex e una Task Unit su Radar Kronos Grand Mobile High Power, è stata costituita la Task Force Land – Cerbero.
La Task Force Land – Cerbero concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo contro le minacce potenziali da parte dei paesi ostili, nonché alla protezione delle forze e degli interessi strategici nazionali presenti nell’area”.
Le spiegazioni di Difesa ed Esteri
Sul piano politico e normativo le recenti disposizioni consentono al governo di spostare assetti militari assegnati a missioni approvate dal Parlamento nella regione interessata dal dispiegamento, senza chiedere un ulteriore passaggio parlamentare. Quindi il trasferimento della Task Force Air dal Kuwait all’Arabia Saudita e l’invio della Task Force Land negli Emirati rientrerebbero in questa fattispecie da quanto si evince dalle dichiarazioni ufficiali.
Alle proteste e richieste di chiarimenti da parte delle opposizioni il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto:
“Colpisce che chi grida oggi allo scandalo ed insulta con arroganza, piuttosto che accettare il confronto sereno offerto, solo poche settimane fa ha ricevuto ogni informazione, preso parte alle audizioni e votato le autorizzazioni. Il 5 marzo scorso il Parlamento ha approvato le risoluzioni che autorizzavano il dispiegamento e il rischieramento dei sistemi di difesa aerea e antimissile nella Regione del Golfo.

Il 14 luglio, le Commissioni Esteri e Difesa del Senato e il 28 luglio la Commissione della Camera, hanno prorogato le missioni, che confermano e comprendono un’area, che include l’Arabia Saudita. Non una missione nuova, dunque, ma il riposizionamento all’interno di un’area già prevista e autorizzata di capacità esistenti e non più in grado di operare dal Kuwait.
Nel frattempo il Governo ha riferito più volte alle Camere: il 2 marzo, il 5 marzo e il 13 maggio. I Ministri degli Affari Esteri e della Difesa sono stati auditi il 9 giugno, il Capo di Stato Maggiore della Difesa il 17 giugno e il Comandante del COVI il 1° luglio, davanti alle Commissioni competenti.
Di fronte a questo percorso istituzionale, sostenere che il Parlamento fosse all’oscuro non è una critica al Governo ma o la confessione di non aver seguito le audizioni e non aver letto gli atti o non aver compreso ciò che si è votato.”
Per Edmondo Cirielli, vice ministro degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale, “l’operazione Inherent Resolve, deliberata e votata dal Parlamento Italiano nell’ambito delle missioni internazionali, rimane del tutto invariata. Per ragioni esclusivamente legate alla sicurezza del personale, una parte dei militari precedentemente dislocati in Kuwait è stata riposizionata, sempre nell’area del Medio Oriente e del Golfo, in Arabia Saudita. Si tratta di una rimodulazione logistica e operativa che non modifica in alcun modo natura, finalita’ e mandato della missione”, ha dichiarato Cirielli.
“A meno che, improvvidamente, non si voglia sostenere che sarebbe stato preferibile mantenere i nostri militari in una sede ritenuta meno sicura, è evidente che la scelta adottata risponde unicamente all’esigenza di garantire la loro protezione e la piena efficacia operativa. Ancora una volta assistiamo a una polemica pretestuosa anti italiana del tanto peggio tanto meglio: pur di attaccare il governo, c’è chi finisce per tentare di delegittimare decisioni assunte esclusivamente nell’interesse nazionale e della sicurezza dei nostri militari impegnati all’estero. E’ un atteggiamento che non giova all’Italia ne’ al prestigio delle sue istituzioni”, ha concluso Cirielli.
Il 1ç agosto il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, parlando a un vento a Viareggio ha dichiarato che “in Medio Oriente abbiamo un ruolo importante da giocare, abbiamo un presenza militare in tanti Paesi, anche nei Paesi del Golfo. Avete letto tante storie sui militari italiani in Arabia Saudita. Sono i militari che stavano in Kuwait e visto che stanno attaccando il Kuwait abbiamo spostato i nostri militari in Arabia Saudita. E’ stato detto in Parlamento, lo sapevano tutti. In Italia poi ogni tanto si scopre l’acqua calda”.
Considerazioni
Innanzitutto appare evidente che evacuare in Arabia Saudita il contingente italiano schierato in una base kuwaitiana e una irachena utilizzate anche da forze statunitensi e per questo colpite dagli iraniani è cosa ben diversa dal predisporre un dispositivo da combattimento aereo e antiaereo nazionale da schierare al fianco dei sauditi contro gli Houthi yemeniti e degli emiratini per difendersi da droni e missili iraniani..
Inoltre, appare evidente che il ministero della Difesa ha ammesso l’esistenza delle due task force schierate nel Golfo solo dopo l’articolo di Fausto Biloslavo su Il Giornale: in precedenza neppure nella presentazione delle missioni all’estero da rinnovare in Parlamento, a inizio luglio, la Difesa aveva parlato delle due task force e dei loro compiti.
Peraltro, se le forze aeree e la batteria missilistica SAMP/T sembrano tesi ad aiutare le difese aeree saudite contro la minaccia portata dagli Houthi nello Yemen, i radar schierati in Bahrein e la batteria di cannoni Skynex negli Emirati Arabi Uniti fronteggiano direttamente la minaccia dei droni e dei missili iraniani nel Golfo Persico.
Quindi vi sono sistemi d’arma e militari italiani che individuano e abbattono sistemi d’arma impiegati da Houthi e iraniani non contro l’Italia o obiettivi italiani ma contro nazioni confinanti o avversari regionali alleati degli Stati Uniti che hanno aggredito l’Iran (aspetto che non dovrebbe sfuggire ai cultori della netta distinzione tra aggressore e aggredito).
Il testo del Ministero della Difesa relativo alla Task Force Land – Cerbero spiega che la missione “concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo contro le minacce potenziali da parte dei paesi ostili” ma non spiega quali e quanti “paesi ostili” abbiano portato minacce concrete o potenziali all’Italia.
Il riferimento che appare evidente è all’Iran che però ha subito attacchi (decisamente molto ostili) da Israele e USA e gli statunitensi hanno utilizzato anche le basi e il territorio delle monarchie arabe del Golfo per colpire il territorio iraniano. Se invece la mobilitazione d forze aeree italiane riguarda la minaccia degli Houthi yemeniti va sottolineato che tale minaccia è rivolta oggi all’Araba Saudita e alle sue navi nell’ambito della rivitalizzazione di uno scontro che oppone Riad al movimento Ansar Allah fin dal 2015.
Non si registrano minacce della milza yemenita all’Italia: a inizio agosto un mercantile italiano scortato dalla fregata Bergamini della Marna Militare ha attraversato senza ostacoli lo Stretto d Bab el-Mandeb. Siamo certi che tali transiti resteranno sicuri ora che aerei da combattimento Typhoon e missili antiaerei SAMP/T italiani integrano le difese aeree saudite che abbattono missili e droni degli Houthi?
Le forze italiane schierate nel Golfo sono oggi a tutti gli effetti a rischio di venire coinvolte nelle operazioni militari dal momento che le forze aeree emiratine bombardano l’Iran mentre i sauditi colpiscono non solo l’Iran ma anche i suoi alleati Houthi nello Yemen e le milizie popolari scite (MUP) in Iraq.
E’ vero che gran parte delle forze dell’Aeronautica (Task Force Air) erano già in quel teatro operativo, cioè in Kuwait, mentre unità dell’Esercito erano dislocate in Iraq presso la base di Erbil ma avevano compiti diversi nell’ambito della Coalizione anti ISIS a guida statunitense.
Le forze aeree pattugliavano i celi del nord Iraq e quelle terrestri addestravano le forze curdo-irachene, da alcuni mesi invece hanno l compito di abbattere droni e missili iraniani 1.600 chilometri più a sud. L’obiettivo di quei contingenti era aiutare il governo di Baghdad contro lo Stato Islamico, non difendere Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti contro l’Iran o gli Houthi.
Del resto l’Italia ha formalmente aderito fin dal 2014 alla coalizione contro lo Stato islamico ma non risulta faccia parte di nessuna coalizione contro l’Iran e i suoi alleati.
A inizio luglio, nella presentazione in Parlamento delle missioni militari all’Estero da parte del Comando Operativo di Vertice interforze (COVI) non vennero citate le due task force nel Golfo ma vennero indicate due nuove missioni bilaterali in Iraq e Somalia, una nuova iniziativa di cooperazione in Tunisia e l’invio di due cacciamine già pre-posizionati a Gibuti per poter intervenire per sminare lo Stretto di Hormuz.
Una missione che per prendere vita dovrà incontrare il benestare di tutte le nazioni della regione ma è difficile ritenere che l’Iran possa approvare l’impiego di cacciamine italiani per sminare Hormuz se le nostre armi e i nostri militari contribuiscono ad abbattere i loro missili e droni.
Circa il teatro operativo mediorientale, nell’audizione del comandante del COVI, generale Giovanni Iannucci, è stato precisato che in Iraq e Kuwait la Difesa ha rimodulato il dispositivo dopo il peggioramento del quadro securitario. Nell’ambito dell’Operation Inherent Resolve era previsto un massimo di circa 950 unità, ma diverse componenti sono state ridislocate in Arabia Saudita, Giordania e Italia. Anche la NATO Mission Iraq si è temporaneamente rischierata a Napoli.

Peraltro il generale Iannucci ha ricordato come l’Operazione Inherent Resolve in Iraq sia in esaurimento e chiuderà i battenti in settembre dopo che il governo iracheno aveva trovato un’intesa lo scorso anno con gli Stati Uniti per il ritiro delle forze a guida americana.
L’Italia sta mettendo a punto una missione bilaterale di supporto e cooperazione con le autorità irachene che potrà prendere il via quando vi saranno le condizioni di sicurezza. Sempre che Baghdad, ai ferri corti con Riad per i recenti bombardamenti sauditi sulle milizie scite (che fanno da anni ufficialmente parte integrante delle Forze Armate irachene), non consideri poco amichevole il supporto militare italiano alle forze aeree saudite.
Difficile infatti far passare l’impegno delle forze aeree italiane schierate fino a ieri in Kuwait come consequenziale con quello del dispositivo basato in Arabia Saudita, dove è arrivato anche un aereo da allarme precoce E-550A CAEW con funzioni di sorveglianza aerea, comando, controllo e comunicazioni e capacità ELINT (ELectronic-signals INTelligence, cioè spionaggio dei segnali elettronici), a conferma della maggiore complessità della nuova missione.
Il velivolo non era infatti stato assegnato precedentemente alla Task Force Air-Kuwait, a ulteriori riprova che la natura della missione in Arabia Saudita è ben diversa da quella in Kuwait, calibrata su un avversario ben più strutturato e su una minaccia ben più insidiosa (droni e missili) rispetto alle residue milizie dell’ISIS presenti n Iraq.
Del resto, come hanno riferito in più occasioni i siti che tracciano le rotte degli aerei, gli E550A CAEW italiani volano spesso in ambito NATO al limite dello spazio aereo ucraino e alleato, dal Mar Baltico al Mar Nero, per “catturare” le emissioni elettroniche dei sistemi di comando, controllo e comunicazione, dei radar e dei sistemi di difesa aerea russi.
I rischi
Se da un lato i velivoli presenti in Arabia Saudita sono in buona parte (ma non tutti) delle tipologie già presenti in Kuwait, l’attuale missione appare però del tutto nuova e comporta una buona dose di rischi che i militari italiani si trovino coinvolti nel conflitto contro l’Iran e i suoi alleati regionali.
La presenza degli assetti aerei italiani ad al-Taif, base utilizzata per le operazioni di Riad sullo Yemen, anche se con scopi difensivi a favore dei sauditi, pone infatti l’Italia a rischio di venire considerata belligerante dagli Houthi mentre i sistemi di difesa aerea che con i nostri militari dell’Esercito contrastano droni e missili iraniani negli Emirati Arabi Uniti (Task Force Land) consentono all’Iran di rafforzare la convinzione che l’Italia sia belligerante e ostile.

Convinzione peraltro già emersa dopo che in giugno il segretario generale della NATO Mark Rutte, annunciò in maniera confusa ed errata in una intervista a Fox News che 500 velivoli statunitensi erano decollati dalle basi USA in Italia per le operazioni nel Golfo Persico.
Appare del resto evidente che gli attuali compiti delle due Task Force italiane non hanno nulla a che fare con l’Operazione Inherent Resolve/Prima Parthica della Coalizione anti-ISIS ma hanno piuttosto qualcosa a che fare con l’Operazione statunitense Epic Fury contro l’Iran, guidata dal Central Command statunitense con le cui strutture di comando e controllo dei reparti italiani schierati in Bahrein, Emirati Arabi Unti e Arabia Saudita devono necessariamente interfacciarsi.
Legittimo che il governo possa aver deciso (su pressione di arabi e americani?) di assumere un ruolo più marcato nel conflitto contro l’Iran, in cui finora Roma però non si è fatta saggiamente coinvolgere, ma sarebbe stato più indicato dibatterlo pubblicamente, discuterlo in ambito governativo e farlo approvare dal Parlamento.
Anche per una questione di mero interesse politico dal momento che le possibilità dii mantenere segreto nel tempo un simile dispositivo militare schierato in zona di guerra con quasi 700 militari erano praticamente nulle.

Tra i rischi facilmente ipotizzabili possiamo considerare che collaborare con i sauditi nelle operazioni sullo Yemen potrebbe compromettere i nostri buoni rapport con l’Iraq o indurre le milizie Houthi a lanciare droni e missili contro i mercantili italiani in transito nello Stretto di Bab el-Mandeb, con grave danno per i nostri armatori e per la nostra economia.
L’Iran e i suoi alleati potrebbero attuare rappresaglie contro i mercantili italiani in transito a Hormuz o colpire volutamente le basi che ospitano i nostri assetti militari con droni e missili da crociera e balistici.
Ipoteticamente anche i pochi militari rimasti schierati a Erbil (Kurdistan iracheno) potrebbero diventare bersaglio delle milizie scite specie ora che l’ira di Baghdad per gli attacchi aerei subiti ha portato alla cancellazione dell’incontro tra il premier iracheno e il principe ereditario saudita, segnale di tensioni crescenti tra Riad e Baghdad
Qualche preoccupazione destano anche i caschi blu italiani in Libano, già esposti all’offensiva israeliana in quella regione e che potrebbero venire considerati nemici dalle milizie Hezbollah, guidate anche da pasdaran iraniani come consiglieri militari.
Sviluppi che non aiuterebbero l’Italia a garantirsi un posto di rilievo nella futura missione (forse a guida UE) che s sta ipotizzando in Libano considerando che è ormai certo che la missione UNFIL dell’ONU non verrà rinnovata il prossimo dicembre.
Prospettive di Coalizione a guida saudita
L’Arabia Saudita del resto sembra disposta a farsi risucchiare in una nuova guerra contro gli Houthi (che attaccano installazioni petrolifere e petroliere saudite) oltre che in un confronto militare con l’Iran. E punta a coinvolgere in questi conflitti altre 40 nazioni.

Riad ha convocato rappresentanti militari di 43 Paesi, proponendo una coalizione marittima per proteggere Mar Rosso, Bab el-Mandeb e Golfo di Aden, con l’Arabia Saudita al comando che ne ospiterà il quartier generale.
Quattordici Paesi hanno aderito formalmente: Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Pakistan, Turchia, Giordania, Yemen, Bangladesh, Nigeria, Sudan, Gibuti e Somalia.
L’Egitto non ha ancora deciso se parteciperà o meno mentre Emirati Arabi Uniti e Oman non hanno aderito: il primo perché rivale regionale diretto dei sauditi, il secondo per non inimicarsi l’Iran con cui condivide le coste dello Stretto di Hormuz.
Nessun impegno militare concreto è stato ancora formalizzato ma l’Italia è tra le nazioni invitate ad aderire alla Coalizione, con Francia e Germania, in un’area dove già opera la missione navale europea Aspides che scorta i mercantili.
Prima di valutare escalation nelle operazioni contro le milizie di Ansar Allah, meglio ricordare che sauditi ed emiratini non sono riusciti a sconfiggerle nella lunga guerra civile yemenita e che lo scorso anno anche gli Stati Uniti dovettero scendere a patti con gli Houthi dopo pesanti quanto vani bombardamenti sullo Yemen e dopo che il Pentagono aveva lanciato l’allarme per l’esaurimento delle scorte di missili Standard da difesa aerea e antimissile imbarcati sulle navi della Quinta Flotta contro gli ordigni lanciati dallo Yemen.
Quali interessi nazionali?
Resta da chiedersi quali interessi intenda perseguire il governo con lo schieramento delle due task force nel teatro di una guerra da cui finora l’Italia si è tenuta alla larga al punto da respingere le pretese dell’irascibile Donald Trump di coinvolgere Roma nella sua fallimentare guerra contro Teheran.
Quali motivi ha oggi l’Italia per apparire cobelligerante al di là della promozione e dei test sul campo dei validi sistemi d’arma da difesa aerea prodotti dalla nostra industria? Del resto appare evidente che non saranno le nostre armi a sconfiggere Houthi e Iran ma potrebbero essere sufficienti a farci considerare ostili con i rischi sopra evidenziati.
Difficile quindi cogliere quali vantaggi persegua questa iniziativa di cui però sono evidenti i rischi e gli svantaggi. Persino nel supporto all’Ucraina l’Italia non ha mai inviato i suoi militari in zona di guerra pur fornendo armi e munizioni gestite però da personale ucraino addestrato all’estero e nella stessa Italia .
Nella guerra nel Golfo gli USA hanno sofferto finora 18 caduti e 653 feriti. Il governo Meloni può oggi permettersi di rischiare di dover giustificare perdite tra i militari italiani a causa delle armi iraniane, degli Houthi o delle milizie scite irachene in una guerra scatenata da USA e Israele e nell’ambito di una missione che non sembra neppure essere stata discussa dalla maggioranza e che non è stata dibattuta e approvata dal Parlamento?

Il 1° agosto il ministro Crosetto, in un’intervista al Corriere della Sera, ha precisato che “già mesi fa era stato annunciato lo spostamento dei nostri militari dal Kuwait all’Arabia Saudita. I nostri contingenti sono in servizio in Medio Oriente, in missioni già esistenti e autorizzate, a difesa dei nostri cittadini e dei nostri interessi, e anche per supportare i Paesi amici del Golfo, ancora oggi sotto attacco, con compiti puramente difensivi: Bahrein, Emirati Arabi, Arabia Saudita, lo stesso Kuwait, ci hanno chiesto aiuto.
È noto che le nostre forze aeree, e le relative capacità militari, sono state spostate dal Kuwait, perché non più in grado di assolvere la loro missione in sicurezza in quel Paese. Bastava ascoltare ciò che più volte è stato detto e riferito in Parlamento“, ha spiegato il ministro sottolineando che “l’Arabia Saudita non è un Paese in guerra, è un Paese che si difende dalla guerra”, aggiungendo che “se occorre torneremo a spiegare tutto in Parlamento, sin nei minimi dettagli”.
Quanto ad una partecipazione italiane a eventuali operazioni per la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz o del Mar Rosso, Crosetto ha dichiarato: “potremo intervenire quando ce ne saranno le condizioni, ci sarà almeno una tregua e avrà inizio il processo di pace, ma solo dopo che saranno stati fatti tutti i passaggi istituzionali e il Parlamento avrà votato”.
Foto: Difesa.it, Esercito Italiano, Eurosam, G. Gaiani e Fox News
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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








