Il gasolio di Putin salva Trump e umilia quel che resta dell’Europa

 

 

 

Le sanzioni dovrebbero comprimere le risorse dell’avversario. Con l’accordo annunciato il 9 ottobre, Trump riapre invece una strada commerciale al gasolio russo mentre cerca di abbassare i prezzi americani. La contraddizione è politica: la pressione su Mosca viene allentata quando il suo costo diventa scomodo per Washington. Agli alleati resta il compito di adattarsi.

Trump ha annunciato oltre 300 mila tonnellate disponibili subito, altre 500 mila in novembre e un milione successivamente. Ha prospettato ulteriori consegne subordinate alle condizioni delle raffinerie russe. Sono volumi promessi, da verificare attraverso produzione, carichi e destinazioni effettive. Trasformarli già oggi nella soluzione della crisi energetica sarebbe propaganda.

Il rincaro del gasolio raggiunge agricoltura, trasporti e prezzi alimentari. Prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, l’amministrazione cerca un risultato riconoscibile agli elettori.

Secondo Reuters, i prezzi americani sono aumentati del 70% dall’inizio della guerra contro l’Iran, il 28 febbraio. La Casa Bianca cerca ora sollievo anche attraverso forniture del Paese che le sanzioni avrebbero dovuto mettere sotto pressione. Le conseguenze delle guerre impongono correzioni alla politica americana.

La tutela dei consumatori è un obiettivo legittimo. La pretesa di guidare una coalizione richiede però di concordare priorità e costi. Quando Washington modifica unilateralmente la propria linea, l’interesse nazionale americano diventa il criterio al quale gli altri devono adeguare strategie e sacrifici.

Il pragmatismo di Trump contiene una debolezza: scambia un annuncio diplomatico per una garanzia economica. Un calo duraturo richiede consegne aggiuntive e continuità produttiva. Spostare carburante fra compratori aumenta l’offerta per alcuni, senza necessariamente aumentarla per il mercato complessivo.

La licenza generale numero 135 del Tesoro americano autorizza fino al 7 aprile 2027 determinate transazioni relative a vendita, consegna, scarico e importazione del gasolio russo, compresa l’importazione negli Stati Uniti. Mantiene un’esclusione per gli addebiti sui conti americani della banca centrale russa, del fondo sovrano e del ministero delle Finanze. È una deroga ampia, con un oggetto preciso; le sanzioni europee restano un ordinamento distinto.

Per Putin, il vantaggio potenziale comprende ricavi e riconoscimento politico: la Russia torna a essere presentata come un fornitore utile alla stabilità dei prezzi. L’effettivo beneficio economico dipenderà da quantità esportate, margini e capacità delle raffinerie. La deroga, da sola, non ripara gli impianti.

Qui emerge il problema militare ucraino. Gli attacchi alle raffinerie mirano a ridurre disponibilità di carburante e capacità economica russe. L’intesa può attenuarne alcuni effetti finanziari aprendo sbocchi commerciali, ma non dimostra che i danni industriali siano trascurabili. Anzi, subordinare nuove consegne allo stato degli impianti conferma quanto la produzione conti.

Per Kiev, la divergenza strategica è pesante: l’alleato cerca carburante più economico anche dal Paese contro cui l’Ucraina combatte. Washington cerca sollievo alla pompa; Kiev deve ridurre le risorse della macchina bellica russa.

L’Unione europea ha stabilito il completamento del divieto delle importazioni di gas naturale liquefatto russo dall’inizio del 2027, mentre l’uscita dal gas via condotta segue un calendario diverso. Gasolio e gas sono mercati distinti: l’accordo lascia aperte le esigenze energetiche europee.

La fragilità europea va misurata con precisione. L’8 ottobre la Commissione ha riferito che gli stoccaggi sono inferiori ai livelli storici, ma che le infrastrutture possono soddisfare la domanda invernale grazie alla flessibilità delle importazioni. Ciò lascia aperta la questione dei prezzi: poter acquistare energia non garantisce condizioni sostenibili per famiglie e imprese.

Già il 13 luglio la Commissione quantificava in circa 53 miliardi di euro la spesa aggiuntiva europea per importazioni fossili dall’inizio del conflitto mediorientale. È una misura concreta dell’esposizione economica alle crisi esterne. La sicurezza degli approvvigionamenti ha un costo che può erodere competitività, investimenti e capacità di protezione sociale.

Il difetto politico dell’Unione è lo scarto fra ambizioni comuni e strumenti ancora insufficienti. Un grande mercato dovrebbe negoziare condizioni migliori. Se gli interessi nazionali prevalgono sul coordinamento, i fornitori conservano maggiore libertà e gli Stati europei affrontano separatamente una vulnerabilità condivisa.

Un inverno mite e consegne regolari potrebbero contenere i costi. Freddo prolungato e nuove interruzioni aumenterebbero invece la concorrenza per i carichi disponibili. Per l’Europa, questi scenari rendono essenziali contratti diversificati, collegamenti fra reti, riserve coordinate e investimenti nella produzione interna e nell’efficienza.

La lezione dell’accordo è severa. Gli Stati Uniti conservano la libertà di rivedere le proprie misure quando il costo interno cresce; l’Europa rischia di sostenere impegni onerosi con un potere negoziale più debole. Una strategia credibile deve reggere anche quando l’alleato cambia priorità.

Trump offre a Putin spazio commerciale per cercare sollievo elettorale. Bruxelles dovrebbe rispondere rafforzando la capacità di decidere, procurarsi energia e sostenerne il costo. Finché questi strumenti resteranno incompleti, l’autonomia europea sarà una promessa esposta alle decisioni altrui.

Foto: TASS e Presidenza Russa

 

 

Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

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