America, la superpotenza che ha smarrito il centro

Il titolo scelto da Andrea Muratore potrebbe far pensare al necrologio di un impero. Non lo è. “C’era una volta l’America” non racconta la scomparsa degli Stati Uniti, né si abbandona alla profezia dell’inevitabile sorpasso cinese. Affronta una questione più sottile: come può la maggiore potenza militare, finanziaria, tecnologica e culturale del pianeta essersi trasformata in una nazione che si sente assediata, impoverita e minacciata?
Washington conserva alleanze, primato finanziario e una capacità militare senza paragoni. Eppure, da un quarto di secolo, agisce come una fortezza sotto assedio. Muratore ricostruisce questa contraddizione, mostrando come il declino americano sia prima di tutto una crisi di orientamento, fiducia e misura.
Il punto di partenza è l’11 settembre 2001. Non soltanto l’attentato più devastante subito dagli Stati Uniti sul proprio territorio, ma il trauma fondativo del nuovo secolo. Il crollo delle Torri Gemelle distrugge l’illusione dell’invulnerabilità e chiude bruscamente il decennio dell’ottimismo seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Negli anni Novanta Washington si era convinta che la vittoria nella guerra fredda costituisse anche il trionfo definitivo della propria concezione del mondo. Mercato, democrazia liberale e supremazia statunitense sembravano parti inseparabili dello stesso ordine.

L’11 settembre dimostra che l’iperpotenza può essere colpita da un nemico militarmente minuscolo. La risposta trasforma però la ferita in un criterio permanente di governo. L’America invade l’Afghanistan, occupa l’Iraq, proclama la guerra globale al terrorismo, introduce la dottrina dell’attacco preventivo e amplia gli apparati di sorveglianza. Il problema non è la decisione iniziale di colpire al-Qaeda, quasi inevitabile dopo gli attentati, quanto l’incapacità di stabilire un limite politico all’azione militare.
Qui il libro offre una valutazione strategica efficace. Gli Stati Uniti hanno continuato a vincere sul piano tattico, ma hanno progressivamente perduto su quello politico. Hanno abbattuto governi, eliminato comandanti e occupato capitali; non sono però riusciti a costruire ordini stabili. In Afghanistan hanno confuso la punizione del terrorismo con la trasformazione di una società. In Iraq hanno combattuto una guerra fondata su presupposti falsi, demolendo lo Stato e aprendo spazi all’Iran e al radicalismo jihadista. La superiorità militare è diventata una tentazione: poiché Washington poteva intervenire, ha finito per credere che intervenire fosse sempre utile.
La caduta di Kabul nell’agosto 2021 supera il significato della sconfitta afghana. I talebani ritornano al potere e l’America scopre che vent’anni di guerra non hanno prodotto l’esito promesso. È l’immagine di una strategia priva di una definizione della vittoria. Un esercito può occupare un territorio; non può fabbricare istituzioni legittime o consenso politico.
Uno dei passaggi più riusciti del libro è l’accostamento fra due date. L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti entrano nella guerra globale al terrorismo; l’11 dicembre la Cina entra nell’Organizzazione mondiale del commercio. Mentre Washington concentra risorse e attenzione politica sul Medio Oriente, Pechino si integra nelle catene produttive, attira investimenti, amplia la base industriale e accumula le capacità necessarie per diventare il principale concorrente americano.
Il volume evita una spiegazione semplicistica della deindustrializzazione: la trasformazione era già cominciata, tecnologia e automazione hanno avuto un ruolo e l’apertura commerciale ha ridotto i prezzi. Ma mette in evidenza il costo territoriale e sociale dell’urto cinese: fabbriche chiuse, comunità impoverite, occupazioni industriali scomparse e ricchezza concentrata nelle città costiere e nei settori finanziari e tecnologici.
La globalizzazione ha arricchito l’America nel suo insieme, ma non tutte le Americhe. Una parte della popolazione vede crescere gli indici di borsa, mentre sperimenta salari stagnanti, precarietà, dipendenze e perdita di riconoscimento sociale. La crisi del 2008 aggrava la frattura: lo Stato salva il sistema finanziario, ma milioni di cittadini credono di essere stati lasciati soli a pagare il conto. Prosperità statistica e sentimento collettivo prendono strade diverse.
Donald Trump entra in questa crepa. Muratore insiste giustamente su un punto: Trump non è la causa della crisi, ma la sua conseguenza. Il suo successo nasce dalla capacità di trasformare l’abbandono economico in racconto politico. Il miliardario che si presenta come difensore degli esclusi è una contraddizione solo sociale, non simbolica. Promette vendetta contro Washington, gli accordi commerciali, gli alleati accusati di vivere a spese degli Stati Uniti e gli immigrati trasformati nell’immagine dell’insicurezza.
Il protezionismo trumpiano non è tuttavia una parentesi. Dietro le differenze di linguaggio emerge una continuità fra Obama, Trump e Biden. La sicurezza economica entra stabilmente nella sicurezza nazionale. Dazi, sanzioni, incentivi alla produzione interna e controllo delle esportazioni tecnologiche diventano strumenti condivisi. Il libero mercato, celebrato come legge universale quando garantiva il primato americano, viene corretto quando comincia a favorire gli avversari.
La contesa riguarda semiconduttori, intelligenza artificiale, comunicazioni, spazio, energia e materie prime. I grandi gruppi tecnologici entrano in un complesso industriale, militare e digitale: controllano dati e infrastrutture e forniscono capacità essenziali alla difesa. La competizione non si svolge più soltanto con eserciti e flotte, ma attraverso filiere produttive, norme, brevetti, sanzioni, sistemi di pagamento e potenza di calcolo.
A rendere più fragile questa strategia interviene il debito. Dopo la crisi finanziaria, la pandemia, le guerre e i tagli fiscali, l’indebitamento federale diventa un vincolo. Il dollaro conserva un privilegio straordinario, ma l’uso crescente delle sanzioni spinge rivali e potenze intermedie a cercare alternative e ad accumulare oro. Non siamo alla fine del dominio monetario statunitense, bensì davanti alla possibile erosione della fiducia che finanzia la proiezione mondiale di Washington.
La crisi esterna si intreccia con quella interna. Stati costieri e regioni centrali, grandi città e campagne, popolazione istruita e lavoratori declassati, minoranze e maggioranze impaurite vivono in universi differenti. Muratore non idealizza il passato: la storia statunitense è attraversata dalla guerra civile, dal razzismo, dagli assassinii politici e dalle lotte sociali. La novità non è la divisione, ma la scomparsa di un progetto capace di ricomporla.
L’unità seguita all’11 settembre dura pochissimo. Guerre, recessione, disuguaglianze, sorveglianza e conflitti culturali trasformano l’avversario politico in un nemico interno. Conservatori e progressisti non concordano quasi su nulla, ma entrambi ritengono che le istituzioni siano controllate dalla parte avversa. Crescono le teorie cospirative, la delegittimazione elettorale e il timore di una nuova guerra civile. La pluralità che aveva alimentato la potenza americana rischia di diventare frammentazione.
Sul piano geopolitico, la tesi di Muratore è chiara: l’America ha perso il baricentro prima ancora del primato. Non ha subito una sconfitta decisiva contro un’altra grande potenza e non è stata espulsa dalle regioni fondamentali del pianeta. Resta il principale attore internazionale, ma agisce in modo reattivo, passando da una crisi all’altra senza definire quale ordine voglia costruire.
La scelta di contenere contemporaneamente Russia e Cina appare il rischio strategico maggiore. La pressione su entrambe favorisce proprio la convergenza che Washington avrebbe interesse a impedire. Mosca porta risorse energetiche, profondità territoriale e capacità militare; Pechino offre industria, finanza e massa economica. Non esiste ancora un’alleanza organica, ma l’azione americana rende la loro cooperazione più conveniente.
Anche il rapporto con gli alleati diventa ambiguo. Gli Stati Uniti chiedono disciplina e maggiori spese militari, ma rendono meno prevedibile la propria protezione. L’Europa deve sostenere il confronto con la Russia e prepararsi a un minore impegno americano. In Asia, le intese con India, Giappone e Australia servono a contenere la Cina, ma rivelano la difficoltà di Washington a reggere da sola il peso della strategia.
Il risultato non è ancora un mondo postamericano. È un mondo più disordinato, nel quale nessuno può sostituire gli Stati Uniti, ma molti possono impedirgli di agire indisturbati. Muratore coglie un dato essenziale: il declino è relativo, non assoluto. L’America continua a crescere, innovare e armarsi, mentre gli altri attori conquistano maggiori spazi di autonomia. Il sistema non ha trovato un nuovo centro; ha semplicemente smesso di averne uno indiscusso.
C’era una volta l’America è un saggio ambizioso, documentato e capace di rendere accessibili questioni complesse. Il pregio maggiore consiste nel collegare fenomeni spesso studiati separatamente: guerre, commercio, debito, innovazione, disuguaglianze e polarizzazione. La crisi americana emerge non come una linea discendente, ma come una rete di contraddizioni che si alimentano a vicenda.
L’ampiezza è anche il principale limite. Alcuni passaggi dedicati agli eventi recenti risultano compressi. Inoltre, l’11 settembre rischia talvolta di diventare una chiave troppo potente: deindustrializzazione, finanziarizzazione, polarizzazione e ascesa cinese avevano radici anteriori. Muratore evita però la causa unica: l’attentato non crea tutte le fragilità, ma le accelera e offre alla classe dirigente il linguaggio della sicurezza con cui affrontarle.
Il titolo non celebra la scomparsa dell’America, ma la fine dell’America che credeva di poter organizzare il mondo senza comprenderlo. L’autore propone l’immagine di una potenza che, da impero romano sicuro della propria universalità, deve imparare la prudenza di un impero bizantino: ancora ricco, armato e influente, ma costretto a conoscere i limiti, scegliere i fronti e distinguere gli interessi vitali dalle tentazioni.
La conclusione è tutt’altro che antiamericana. Un mondo privo di un’America razionale e capace di autocontrollo sarebbe più pericoloso. Ma per restare indispensabile Washington dovrà accettare che il declino relativo non equivale alla morte, sanare le fratture e trasformare la potenza in strategia. È questa la lezione del libro: gli imperi non tramontano quando perdono tutte le risorse, ma quando non distinguono più tra ciò che possono fare e ciò che conviene fare.
C’era una volta l’America- Dall’11 settembre a Trump, la crisi di una superpotenza fragile
Autore: Andrea Muratore
Editore: Newton Compton
ISBN: 9791224207344
Pagine: 224
Prezzo € 14,90
Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli
Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.








