All’Europa non basta il riarmo per avere una strategia

L’Europa rischia di affrontare la trasformazione dell’ordine mondiale contando le risorse destinate alla difesa prima di aver chiarito gli obiettivi della propria politica. La distinzione è decisiva. Un continente può acquistare più armamenti e rimanere dipendente dai fornitori, aumentare la spesa pubblica senza rafforzare la propria industria, sostenere una guerra senza definire le condizioni politiche necessarie per concluderla. La potenza si misura anche nella capacità di scegliere, di stabilire priorità e di trasformare le risorse disponibili in risultati duraturi.
È su questo terreno che l’intervento di Jeffrey Sachs (a questo link il testo completo), tenuto a Bruxelles il 14 ottobre 2026 in un incontro organizzato da alcuni eurodeputati, merita attenzione. L’economista propone una critica radicale del primato americano e invita l’Europa a dotarsi di una politica autonoma. La sua prospettiva arriva al superamento della Nato, accompagnato dalla costruzione di una capacità europea di difesa. Una proposta impegnativa, che obbliga a discutere le condizioni concrete di un cambiamento tanto profondo.
Il valore di questa discussione dipende dalla possibilità di sottrarla alla contrapposizione fra adesione e scomunica. Le tesi di Sachs contengono interpretazioni controverse e indicazioni che richiedono verifiche sulla loro praticabilità. Ma il problema sollevato è reale: quale ordine internazionale corrisponde agli interessi europei? La risposta non può esaurirsi nella conservazione delle abitudini strategiche del passato, né nella convinzione che ogni aumento della capacità militare produca automaticamente un aumento della sicurezza.

La prima trasformazione da comprendere riguarda la distribuzione della ricchezza e delle capacità produttive. L’ascesa asiatica ha modificato le condizioni nelle quali si esercita il potere occidentale. Una ricerca della Banca mondiale pubblicata nel 2022 ha stimato che, nell’arco di quattro decenni, quasi ottocento milioni di persone in Cina siano uscite dalla povertà estrema, misurata secondo la soglia allora utilizzata di 1,90 dollari al giorno. È una trasformazione sociale enorme, che va riconosciuta insieme alle contraddizioni del modello cinese, alle disuguaglianze e ai problemi delle libertà politiche.
Per l’Europa, la crescita economica di altri paesi può rappresentare contemporaneamente concorrenza, opportunità commerciale e fonte di nuove dipendenze. La qualità della politica consiste nel distinguere questi aspetti. Una vulnerabilità nelle forniture richiede diversificazione; un ritardo industriale richiede investimenti; una pratica commerciale sleale richiede strumenti di tutela. Trasformare ogni problema economico in una questione militare restringe le possibilità di intervento e può aggravare proprio le fragilità che si vorrebbero correggere.
Anche il declino relativo va interpretato con precisione. La riduzione della quota occidentale sull’economia mondiale non implica necessariamente un peggioramento delle condizioni di vita in Europa. Può riflettere il progresso di altre società. Diventa invece un problema politico quando la difesa di una posizione gerarchica assorbe risorse e attenzione a scapito della prosperità interna. Il benessere dei cittadini e la conservazione del primato internazionale non sono obiettivi automaticamente coincidenti.
Questa difficoltà attraversa anche la storia europea successiva alla Guerra fredda. Fra il 1989 e il 1991 si aprì uno spazio nel quale sarebbe stato possibile ripensare il sistema di sicurezza continentale. Per valutare ciò che avvenne occorre distinguere le rassicurazioni diplomatiche, gli obblighi giuridici e le aspettative politiche. Sono elementi collegati, ma non equivalenti. Confonderli conduce tanto alla negazione di impegni effettivamente discussi quanto all’attribuzione ai trattati di divieti che non contenevano.

I documenti declassificati raccolti dal National Security Archive mostrano che nel 1990 dirigenti occidentali formularono rassicurazioni sulla sicurezza sovietica e sull’estensione verso est della Nato. Fra i passaggi documentati figurano le dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher e il colloquio del 9 febbraio fra James Baker e Michail Gorbaciov. Alcune discussioni riguardavano prospettive più ampie del solo territorio della Germania orientale. La questione delle rassicurazioni ha dunque un fondamento documentale.
Il trattato conclusivo sulla Germania del settembre 1990 stabilì disposizioni precise sul territorio dell’ex Repubblica democratica tedesca, sulla presenza delle forze straniere e sulle armi nucleari. Non introdusse un divieto generale e permanente di adesione alla Nato per tutti gli Stati dell’Europa orientale. Salvaguardò inoltre il diritto della Germania unificata di appartenere ad alleanze. Il contenuto giuridico dell’accordo rimase quindi più circoscritto delle aspettative suscitate da alcune fasi del negoziato.
La distinzione lascia aperto un problema politico. Le relazioni internazionali dipendono anche dalla fiducia e dall’interpretazione delle intenzioni altrui. Una scelta può essere compatibile con un trattato e produrre comunque una grave frattura diplomatica. D’altra parte, una rassicurazione ricevuta da una grande potenza non può trasformarsi nel diritto perpetuo di decidere l’orientamento dei paesi vicini. L’ordine europeo avrebbe dovuto trovare un equilibrio fra queste esigenze.
In tale ricostruzione devono avere spazio anche le società dell’Europa centro-orientale. Considerarle semplici strumenti di Washington significa privarle della capacità di scelta che si rivendica per il continente nel suo insieme. Il ricordo della subordinazione all’Unione Sovietica contribuiva alle loro preoccupazioni. Un sistema di sicurezza condiviso avrebbe dovuto prendere sul serio queste paure insieme a quelle russe, impedendo che la protezione degli uni venisse percepita come preparazione dell’offensiva contro gli altri.

Un confronto televisivo del 5 dicembre 1994 fra Henry Kissinger e Jack Matlock, già ambasciatore americano a Mosca, rende visibili le alternative allora discusse. Matlock riteneva la Russia troppo debole e disorganizzata per giustificare un allargamento urgente della Nato e sosteneva che sarebbe rimasto tempo per reagire a un’eventuale minaccia futura. Kissinger vedeva invece nell’allargamento un’assicurazione preventiva: procedere sarebbe diventato più difficile con una Russia nuovamente forte. Prospettava però anche accordi con Mosca e limiti allo schieramento di truppe e armi nucleari nei nuovi membri.
Erano due concezioni della prudenza. Una puntava a consolidare immediatamente una garanzia; l’altra temeva che quella stessa garanzia contribuisse a produrre l’antagonismo contro il quale era concepita. Il confronto non dimostra l’esistenza di un progetto per provocare una guerra futura. Documenta però una scelta di fondo: organizzare la sicurezza prevalentemente attraverso l’estensione di un’alleanza oppure cercare un equilibrio nel quale anche la Russia potesse riconoscere un interesse durevole alla cooperazione.
La dichiarazione del vertice di Bucarest del 2008 rese particolarmente evidente la tensione fra promessa politica e protezione effettiva. La Nato affermò che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri, senza fissare una data di ingresso. La prospettiva dell’adesione veniva riconosciuta, ma le garanzie proprie dell’appartenenza all’Alleanza non erano immediatamente estese ai due paesi.
Quel compromesso può essere letto come una scelta strategicamente fragile. Annunciava un cambiamento dell’equilibrio regionale senza risolvere il problema della sicurezza durante il periodo di attesa. Una promessa modifica aspettative e comportamenti prima ancora di tradursi in una protezione concreta. La responsabilità della politica consiste anche nel valutare questa distanza e nel predisporre strumenti capaci di governarla.

Un quadro di principi comuni era già disponibile. La Carta per la sicurezza europea adottata dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa a Istanbul nel 1999 riconosceva il diritto degli Stati a scegliere le proprie alleanze e il diritto alla neutralità. Affermava contemporaneamente che nessuno avrebbe dovuto rafforzare la propria sicurezza a spese degli altri e respingeva le sfere di influenza. Erano principi destinati a convivere, non formule da selezionare secondo la convenienza del momento.
Per renderli operativi servivano accordi su schieramenti, esercitazioni, controllo degli armamenti e procedure di verifica. La sicurezza indivisibile non autorizza una potenza a imporre il destino dei vicini. La libertà di scelta delle alleanze non elimina la necessità di negoziare le conseguenze militari di quelle scelte. In questa tensione si colloca il lavoro della diplomazia: trasformare diritti e interessi potenzialmente conflittuali in regole praticabili.
La ricostruzione delle premesse non cancella la responsabilità dell’invasione. Il 2 marzo 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò l’aggressione russa e chiese il ritiro delle forze della Federazione Russa dal territorio ucraino entro i confini internazionalmente riconosciuti. Gli errori occidentali, qualunque giudizio se ne dia, non trasferiscono ad altri la responsabilità della decisione presa a Mosca e non annullano i diritti dell’Ucraina.
Una politica europea credibile deve sostenere insieme l’indipendenza ucraina e la ricerca delle condizioni necessarie a fermare la guerra. La prima esigenza impedisce di accettare la forza come criterio di legittimità. La seconda impone di valutare gli strumenti disponibili, i rapporti militari e gli esiti concretamente raggiungibili. La solidarietà acquista efficacia quando viene collegata a una strategia capace di proteggere la popolazione nel tempo.

Il precedente tedesco del 1952, richiamato nel dibattito, introduce il tema delle possibilità diplomatiche rimaste inesplorate. La nota sovietica del 10 marzo proponeva un trattato di pace, la formazione di uno Stato tedesco unitario e il ritiro delle truppe di occupazione. Prevedeva che la Germania non aderisse a coalizioni militari dirette contro le potenze vincitrici e consentiva l’esistenza di forze armate nazionali. L’offerta di una riunificazione accompagnata da vincoli di neutralità aveva dunque un contenuto preciso.
Restano controversi gli intenti effettivi della proposta e le possibilità di attuarla. Adenauer la considerava una manovra per ostacolare l’integrazione occidentale della Repubblica federale. Le potenze occidentali temevano uno spostamento dell’equilibrio europeo a favore dell’Unione Sovietica; le condizioni delle elezioni e le modalità del loro controllo divennero parte del contrasto. La natura dell’occasione rimane oggetto di discussione storiografica.
Affermare che la sua accettazione avrebbe eliminato la Guerra fredda significherebbe trasformare un’ipotesi in una certezza. Il confronto fra i blocchi era già in corso e coinvolgeva questioni più ampie della Germania. La domanda utile riguarda piuttosto il metodo: in che modo mettere alla prova un’offerta proveniente dall’avversario? Una trattativa rigorosa può verificare intenzioni, chiarire condizioni e perfino dimostrare che una proposta non è seria. La disponibilità a negoziare richiede capacità di controllo, non fiducia preventiva.
La stessa esigenza emerge dagli accordi di Minsk del 2015. Il pacchetto approvato dal Consiglio di sicurezza con la risoluzione 2202 comprendeva cessate il fuoco, ritiro delle armi pesanti, monitoraggio internazionale, scambi di prigionieri e disposizioni politiche per le aree di Donetsk e Luhansk. Conteneva inoltre impegni sul ritiro delle formazioni armate straniere e sul ripristino del controllo ucraino del confine secondo una sequenza concordata. Era un insieme articolato di obblighi militari e politici.

La difficoltà di accordi simili consiste nell’attuazione. Occorre stabilire chi compie il primo passo, chi lo verifica, quali garanzie riceve chi adempie e quali conseguenze seguono a una violazione. Se ogni parte considera la tregua un’occasione concessa all’altra per riorganizzarsi, il compromesso rimane vulnerabile. Una pace sostenibile richiede meccanismi che rendano conveniente rispettare gli impegni e costoso infrangerli.
Anche l’eventuale neutralità ucraina va valutata su questo terreno. La collocazione internazionale del paese è soltanto uno dei problemi da risolvere. Restano la sicurezza dei cittadini, le questioni territoriali, il ritorno degli sfollati e la prevenzione di nuove aggressioni. Qualunque accordo dovrebbe essere accettabile per l’Ucraina e accompagnato da garanzie credibili, capacità di difesa e controlli reciproci. Una neutralità imposta senza protezioni potrebbe accrescere la vulnerabilità invece di ridurla.
Un processo negoziale potrebbe distinguere la cessazione dei combattimenti dalla soluzione definitiva delle controversie. Fermare il fuoco non richiede necessariamente un riconoscimento immediato e condiviso della sovranità su ogni territorio conteso. Richiede però regole sufficientemente solide da proteggere la tregua e un percorso politico successivo. Confondere tutti i problemi può impedire il primo passo; separarli senza collegarli a una prospettiva di soluzione può consolidare una precarietà permanente.

La dimensione nucleare aggiunge un vincolo decisivo. Nel discorso all’American University del giugno 1963, John Kennedy invitava le potenze nucleari a evitare confronti che lasciassero all’avversario soltanto la scelta fra una ritirata umiliante e la guerra atomica. Nello stesso intervento riaffermava gli interessi vitali americani e gli impegni verso gli alleati. La prudenza faceva parte della difesa di quegli interessi. (ruhr-uni-bochum.de)
Questo principio non attribuisce alle potenze nucleari un diritto alla conquista. Impone però di valutare gli obiettivi politici insieme ai rischi necessari per perseguirli. Difendere un territorio, imporre costi a un aggressore e perseguire il collasso generale dell’avversario comportano conseguenze differenti. La pianificazione militare deve comprendere la gestione dell’escalation, le comunicazioni di emergenza e la possibilità di interrompere una sequenza di azioni che nessuno riesca più a controllare.
Anche la capacità convenzionale richiede valutazioni concrete. La consistenza degli arsenali dice poco senza considerare addestramento, disponibilità delle munizioni, manutenzione, difesa aerea, informazioni e trasporti. Un bilancio può aumentare rapidamente; una forza efficiente richiede tempo, organizzazione e continuità industriale. L’Europa dovrebbe misurare i risultati ottenuti attraverso queste capacità, evitando che la percentuale di spesa diventi il principale criterio di successo.
Il problema industriale emerge dai dati del SIPRI pubblicati nel marzo 2026. Le importazioni di grandi sistemi d’arma dei ventinove membri europei della Nato sono aumentate del 143 per cento fra il quinquennio 2016–2020 e quello 2021–2025. Nel secondo periodo gli Stati Uniti ne hanno fornito il 58 per cento. L’indicatore misura il volume dei trasferimenti di armamenti e non la quota americana sull’intera spesa europea per la difesa. (sipri.org)
La conseguenza strategica va oltre il momento dell’acquisto. Un sistema militare genera rapporti duraturi di manutenzione, addestramento, approvvigionamento e aggiornamento. L’autonomia dipende dalla possibilità di sostenerlo e impiegarlo nel tempo secondo decisioni proprie. Per questo una politica industriale europea della difesa dovrebbe individuare le capacità indispensabili, coordinare gli investimenti e valutare quali dipendenze esterne possano essere accettate senza compromettere la libertà di scelta.

Gli interessi economici legati al riarmo meritano un esame rigoroso. Il fatto che determinati produttori beneficino di un conflitto non dimostra, da solo, che lo abbiano provocato o che la guerra sia stata pianificata per favorirli. Benefici, incentivi e cause vanno distinti. Seguire i contratti, le decisioni e i rapporti di dipendenza consente una critica più solida delle spiegazioni che riconducono ogni evento a un unico interesse nascosto.
L’energia rappresenta un altro elemento della sovranità economica. Una comunicazione della Commissione europea del 2024 riportava prezzi industriali dell’elettricità nell’Unione da due a tre volte quelli statunitensi nel periodo 2021–2023 e un divario ancora maggiore per il gas. Lo svantaggio è documentato, ma le sue cause comprendono disponibilità delle fonti, infrastrutture, funzionamento dei mercati e scelte industriali. Attribuirlo interamente a un solo fattore impedirebbe di affrontarlo con strumenti adeguati. (commission.europa.eu)
La sicurezza energetica richiede di valutare tutte le dipendenze, comprese quelle nei confronti degli alleati. La diversificazione ha un costo, ma può ridurre l’esposizione a interruzioni e pressioni politiche. Anche l’efficacia delle sanzioni deve essere misurata rispetto agli obiettivi dichiarati, considerando gli effetti sul paese colpito e sulle economie che le applicano. Un aumento del prodotto interno lordo, da solo, non risolve il giudizio: la produzione militare può crescere senza un miglioramento equivalente del benessere.

Da queste condizioni discendono scenari differenti. Una contrapposizione prolungata potrebbe consolidare un livello elevato di spesa militare e vincolare risorse pubbliche per molti anni. Gli effetti industriali dipenderebbero dalla destinazione degli acquisti, dalla capacità produttiva europea e dalla sostenibilità finanziaria degli investimenti. Una parte della spesa potrebbe rafforzare competenze e occupazione; un’altra potrebbe tradursi soprattutto in importazioni e dipendenze durature. Il risultato non sarebbe uguale per tutti gli Stati.
Un cessate il fuoco credibile potrebbe invece ridurre alcune incertezze e aprire spazi per la ricostruzione. Non produrrebbe automaticamente un ritorno ai precedenti rapporti economici, né cancellerebbe la necessità di difesa. Consentirebbe però di collegare gli investimenti a una prospettiva politica meno esposta all’emergenza permanente. La ripresa di eventuali relazioni commerciali dovrebbe accompagnarsi a diversificazione e reciprocità, evitando di ricostituire vulnerabilità già sperimentate.
Lo scenario più sfavorevole sarebbe una frammentazione europea nella quale ogni governo cercasse separatamente protezione, forniture e accordi con le grandi potenze. Gli Stati maggiori conserverebbero margini di trattativa più ampi; quelli minori rischierebbero di subire le decisioni altrui. La somma di iniziative nazionali non garantisce una strategia comune e può ridurre il potere contrattuale complessivo del continente.
L’autonomia europea richiede quindi istituzioni capaci di collegare diplomazia, industria, energia e difesa. Il passaggio da una protezione prevalentemente esterna a una maggiore responsabilità europea avrebbe costi, tempi e rischi di transizione. Affrontarli significa definire priorità verificabili e spiegare ai cittadini quali risultati si vogliano ottenere. La sovranità comprende anche questa responsabilità democratica.
La credibilità internazionale dipende infine dalla coerenza dei criteri. Il rispetto della sovranità, la tutela dei civili e il rifiuto delle acquisizioni territoriali mediante la forza devono valere anche quando coinvolgono alleati o partner importanti. L’applicazione selettiva dei principi indebolisce la possibilità di costruire accordi con paesi che non condividono tutte le preferenze politiche europee, ma possono avere interesse a regole prevedibili.
La sfida sollevata da Sachs riguarda dunque la capacità di tornare a esercitare una scelta politica. Accogliere questa domanda non comporta l’accettazione di ogni sua ricostruzione. Comporta il dovere di discutere quali strumenti proteggano davvero il continente e quali risultati possano rendere sostenibili i sacrifici richiesti alle società europee.

Una difesa efficace deve avere uno scopo riconoscibile; una pace durevole deve poter essere protetta. Collegare queste due esigenze significa mantenere la capacità di negoziare, verificare gli impegni, correggere gli errori e riconoscere i cambiamenti del mondo. L’Europa potrà misurare la propria autonomia dalla possibilità di proporre accordi che altri abbiano interesse a rispettare, oltre che dalla disponibilità delle proprie forze. È in questa capacità di iniziativa che le risorse militari ed economiche diventano potere politico.
Foto: Casa Bianca, Presidenza Ucraina, Commissione UE, NATO e Presidenza Russa
Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli
Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.






