L’Etiopia di nuovo in guerra

 

 

A quattro anni dal trattato di Pretoria del novembre 2022, che aveva posto fine alla biennale guerra civile iniziata nel novembre 2020 fra il governo federale etiopico e le milizie tigrine del fronte TPLF, si sono riaccesi nelle ultime settimane estesi combattimenti che vedono di nuovo spaccata la popolosissima e multietnica Etiopia. Col rischio di aumentare sensibilmente l’instabilità nella cruciale area del Mar Rosso e della rotta del canale di Suez.

Fra rovesciamenti di alleanze e la riaccesa rivalità di Egitto, Sudan ed Eritrea nei confronti di Addis Abeba, l’appena riconfermato primo ministro etiope Abiy Ahmed Alì, che persegue il suo progetto di centralizzazione del potere eliminando il federalismo regionale e istituendo una “presidenza esecutiva” monocratica, si trova ad affrontare una coalizione di sette milizie d’opposizione, probabilmente supportate dagli avversari esterni del paese.

 

 

Vittoria di Pirro

Doveva essere una celebrazione trionfale, la cerimonia d’insediamento del nuovo Parlamento di Addis Abeba, il 5 ottobre 2026, quando il primo ministro etiope Abiy Ahmed Alì è stato riconfermato in carica a suggello delle elezioni tenutesi nel paese il 1° giugno scorso e con risultati dichiarati il 6 giugno.

Ma il rinnovo del duraturo potere di Abiy, in sella dal 2018 dopo aver stravolto precedenti equilibri politici che vedevano il TPLF forza egemone nella stessa capitale, è avvenuto mentre da giorni echeggiavano spari ed esplosioni di una nuova nascente guerra civile, l’ennesima, nell’immensa Etiopia.

Ahmed Shide, ministro delle Finanze uscente e nuovo presidente della Camera Bassa del Parlamento, ha declamato: “Abiy Ahmed è nominato primo ministro della Repubblica Federale Democratica di Etiopia”.

Le elezioni sembrano avere una validità dubbia, almeno in alcune regioni, poiché si sono svolte in condizioni critiche per la sicurezza in vaste aree del paese e fra l’altro non si è nemmeno votato in molti distretti della regione Ahmara e dell’Oromia, e soprattutto non si è votato nel Tigrè, o Tigray, la regione ribelle del popolo tigrino il cui fronte di liberazione TPLF, dall’inglese Tigray People’s Liberation Front, mentre il nome originale in lingua tigrina è Həzbawi Wäyyanä Ḥarənnät Təgray, aveva animato da novembre 2020 a novembre 2022 una devastante guerra contro le forze governative e le milizie che le fiancheggiavano, una carneficina da 600.000 morti e 1 milione di sfollati.

Proprio quel conflitto si è di fatto riacceso nel settembre 2026 dopo mesi di tensione, anche con isolati episodi armati, seguiti al mancato impegno di entrambe le parti di assolvere alle condizioni del trattato di Pretoria che aveva posto fine ai combattimenti e che prevedeva da un lato il disarmo del TPLF, dall’altro il reinserimento economico e sociale degli ex-miliziani.

Ciò mentre dietro le quinte serpeggiava il perenne attrito dell’Etiopia con, rispettivamente l’Egitto, per il contenzioso della diga GERD sul Nilo Azzurro, e col Sudan per il controllo di aree contese sulla frontiera.

E’ in questo quadro che Abiy Ahmed ha proceduto a elezioni politiche che gli hanno assicurato un nuovo mandato di 5 anni, basato in sostanza su percentuali “bulgare”.

Il partito del premier, infatti, o Partito della Prosperità, ha conquistato esso solo ben 438 seggi su 486 assegnati, sebbene l’aula conti in totale 547 seggi, di cui 61 sono rimasti vacanti.

In pratica il partito del premier Abiy, unico candidato alla carica, ha avuto il 90%. Poco spazio hanno avuto i ben 42 partiti, di cui solo 16 entrati in Parlamento, per un totale di 10.438 candidati deputati, che hanno gareggiato in un panorama di frammentazione politica ed etnica su cui in sostanza gioca lo stesso Abiy per giustificare la sua leadership forte e accentratrice, presentata come l’unica ricetta per evitare la disgregazione di quel vasto territorio da 130 milioni di abitanti che un tempo fu l’impero dei Negus Neghesti.

Tre giorni dopo la riconferma del premier, l’8 ottobre il Parlamento di Addis Abeba ha anche approvato il nuovo esecutivo di 22 ministeri. Fra i nomi spiccano quello del vicepremier Temesgen Tiruneh, riconfermato dal gabinetto precedente, e del nuovo ministro della Difesa Mohammed Edris, mentre al Ministero dell’Innovazione e della Tecnologia è assurta Frehiwot Tamiru, già amministratrice delegata della compagnia telefonica statale Ethio Telecom.

Il presidente della repubblica federale etiopica resta sempre, in carica dal 2024, Taye Atske Selassiè, uomo vicino al primo ministro le cui mansioni sono soprattutto rappresentative.

Nonostante in Etiopia il vero potere sia nelle mani del premier e non del presidente, Abiy Ahmed non si accontenta e nel suo progetto di centralizzazione del potere mira a creare un’unica carica monocratica.

La tendenza del premier a rafforzare il potere centrale, già delineatasi negli scorsi anni e che aveva causato la sollevazione armata dei tigrini fra 2020 e 2022, innestatasi sulle perenni rivolte di altre etnie, è stata riproposta e perfezionata alcune settimane dopo il voto, i cui risultati hanno spinto il primo ministro a premere sull’acceleratore. Infatti fra il 15 agosto e il 1° settembre 2026 s’è tenuto ad Addis Abeba un grande congresso denominato Dialogo Nazionale a cui hanno partecipato 4.000 delegati provenienti dai 12 stati federati del paese e dalle due aree autonome di Addis Abeba e Dire Dawa. Erano assenti però i movimenti, armati e non, di opposizione, il che ha alimentato sospetti relativi a un congresso di fatto “addomesticato” dall’esecutivo.

Infatti, quando il 1° settembre si sono chiusi i lavori, fra le “raccomandazioni” espresse dalle delegazioni, la più importante chiedeva una riforma costituzionale per riunire le mansioni di presidente della repubblica e capo del governo in un’unica figura, definita di “presidenza esecutiva”. Abiy intende far sì che il nuovo Parlamento avvii tale riforma, proponendosi automaticamente come il “presidente esecutivo” che, secondo questa idea, verrebbe scelto direttamente dai parlamentari, dei quali, lo ricordiamo, circa il 90% appartiene al partito del premier!

 

L’escalation

 Da mesi la tensione cresceva e scaramucce fra tigrini e governativi erano ricominciate fin dal gennaio 2026, tanto che dall’inizio dell’anno fino allo scorso 8 settembre, risultavano almeno 14 attacchi di droni, attribuiti ai governativi, nella regione del Tigrè, di cui la metà solo nel mese di agosto.

Nel frattempo si intensificava la guerriglia delle milizie Fano nella regione Ahmara e di quelle OLA in Oromia, i cui capi iniziavano a pensare a una stabile alleanza di tutti i ribelli anti-Abiy, al che già in agosto il capo del Fano, Zemene Kassie invocava “la creazione di un comando unificato e di alleanze con altre organizzazioni contrarie al governo, comprese le forze del Tigrè”. Era quindi già in clima di guerra civile strisciante che si sono svolte le elezioni di questa estate.

Le consultazioni e il successivo insediamento di un Parlamento compiacente sembrano dunque aver preparato la strada ad Abiy Ahmed affinché forzi la mano a un’Etiopia di per sé frammentata costringendola con pugno di ferro a un’unità che però molte etnie, non solo i tigrini, vedono come un tallone della capitale sui loro territori.

Perciò si può dire che, al momento, il consolidamento del potere del premier sia stata, almeno in parte, una vittoria di Pirro, avendo causato lo scoppio di una nuova guerra civile.

Non solo! Il 20 settembre scorso, alla vigilia della ripresa dei combattimenti in grande stile, tenuto conto che scaramucce e azioni isolate non erano mai davvero cessate, sono stati ben sette i gruppi armati a dichiarare una lega contro il potere centrale, passando poi all’azione a partire dal 23 settembre, in quella che appare ormai una campagna coordinata contro il governo di Addis Abeba.

 

Il ruolo dell’Eritrea

 Per giunta, sta entrando nella lotta anche l’Eritrea, segnando un rovesciamento di alleanza rispetto al conflitto del 2020-2022, quando le truppe di Asmara furono di fatto alleate di Addis Abeba nel premere sui tigrini dal Nord.

Stavolta, tuttavia, il regime eritreo di Isaias Afwerki teme che Abiy abbia in mente una futura offensiva contro il paese per far riacquistare ad Addis Abeba lo sbocco sul Mar Rosso, perduto da oltre trent’anni.

Si tratterebbe quindi, per gli eritrei, di una guerra preventiva contro gli etiopi, da disinnescare eventualmente favorendo i ribelli nel loro progetto di rovesciare Abiy. Il conflitto in corso da alcune settimane fa sospettare inoltre che Egitto e Sudan aiutino con rifornimenti la lega dei sette movimenti armati, offrendo al Cairo un notevole mezzo di pressione contro Abiy in relazione al maggior contenzioso fra i due paesi, ovvero la diga etiope GERD sul Nilo Azzurro, che toglie portata idrica a valle per l’Egitto. Numerosi interessi convergenti, quindi, hanno portato a una estesa coalizione, palese o tacita, rivolta contro il governo centrale etiopico.

 

 Lega per la sopravvivenza

L’hanno chiamata “Coalizione per la sopravvivenza”, l’alleanza rivelata il 20 settembre 2026 in diretta su Tigrai Tv, la televisione locale della regione del Tigrè, o Tigray, fra i sette movimenti decisi in tutti i modi a contrastare i rinnovati tentativi di centralizzazione del governo di Addis Abeba.

La dichiarazione è stata letta in televisione da Zemene Kassie, presidente del Movimento nazionale amhara Fano e nominato coordinatore della nuova alleanza. Obbiettivo dichiarato, sconfiggere militarmente le forze federali e costringere Abiy a lasciare il potere per poi redigere insieme una nuova Costituzione. I movimenti in questione erano il TPLF, il Movimento nazionale amhara Fano, l’Esercito di liberazione oromo (Ola), il Fronte di liberazione del popolo dell’Ogaden e le milizie delle regioni Afar, Benishangul-Gumuz e Gumuz.

E’ significativo che siano passate dalla parte di tigrini e oromo milizie come quella ahmara e quella dell’Afar che nella guerra del 2020-2022 erano invece dalla parte delle forze governative, ulteriori rovesciamenti d’alleanza, dopo quella Etiopia-Eritrea, che dimostra il crescente malcontento di vaste regioni del paese nei confronti del centro.

La lega dei ribelli, in particolare, accusa il governo di Abiy di aver, con la sua condotta, causato “guerre, genocidi, distruzioni di massa e povertà assoluta”, proponendo la propria alternativa come rimedio per salvare l’Etiopia dalla frantumazione.

Dietro le quinte ci sarebbe anche, da un lato la volontà del presidente eritreo Isaias Afwerki di sfruttare la situazione, dall’altro la convenienza per l’asse Egitto-Sudan di creare difficoltà all’Etiopia. L’intesa del TPLF con le altre forze d’opposizione armata era stata preannunciata, e definita “irreversibile” dal capo del fronte tigrino, Debretsion Gebremichael, già il 10 settembre in un’intervista alla televisione tigrina Weyin Media: “Ci sono altre forze che dovrebbero aderire. I componenti dell’alleanza hanno interessi differenti, ma sono uniti dalla necessità di affrontare una comune minaccia esistenziale”.

Ciò dopo crescenti attacchi militari condotti dai governativi con droni in territorio tigrino. Già a maggio c’era stato un incontro a Porto Sudan fra gli oppositori etiopi e delegati eritrei e sudanesi, tale da far sospettare il ruolo di Asmara e Khartoum.

Il giorno successivo al proclama dell’alleanza dei vari gruppi ribelli, 21 settembre, l’Autorità governativa etiope per i mass media ha dichiarato Tigray TV “un’entità illegale” affermando che promuoveva l’insurrezione contro il governo centrale. Ha così deciso di oscurarla “a tempo indeterminato”, minacciando gli altri media di prendere “le necessarie misure legali e amministrative” se ne riprenderanno e diffonderanno i contenuti.

L’Autorità ha accusato Tigray Tv di diffondere messaggi che “mettono in pericolo la sicurezza del Paese e della popolazione” e gli interessi nazionali e che “incitano al conflitto” e “incoraggiano l’estremismo”.

L’indomani, 22 settembre, l’esercito etiopico ha utilizzato 5 droni per effettuare, secondo il TPLF, “21 attacchi aerei sul Tigrè”, fra cui due che hanno colpito delle scuole ad Alamata, causando un totale di 14 morti e 22 feriti.

Le incursioni di droni delle forze di Addis Abeba non erano una novità essendosi verificate anche nei mesi precedenti a livello saltuario, ma avendo ormai dato vita a una coalizione in grado di combattere, almeno nelle intenzioni, il governo centrale con azioni coordinate su più fronti, cercando in tal modo di sopperire all’inferiorità tecnologica rispetto al nemico, il fronte tigrino ha evidentemente deciso che era giunto il momento di dichiarare una “guerra difensiva” contro il governo centrale.

La prima azione militare è stata, fin dall’alba del 23 settembre 2026, l’occupazione dei tre principali aeroporti del Tigrè da parte del braccio armato del TPLF, le Tigray Defence Forces, o TDF.

Dapprima è stato preso l’aeroporto Alula Aba Nega della capitale regionale Macallè, o Mekelle, con un’azione fulminea che ha permesso ai tigrini di disarmare, senza scontri apparenti, la piccola guarnigione di truppe federali che vigilava sullo scalo.

I dipendenti dell’aeroporto e della compagnia aerea Ethiopian Airlines, appena arrivati di primo mattino sono stati subito rimandati a casa dai miliziani tigrini, come hanno raccontato alcuni di essi all’Agenzia France Presse: “Mentre ci stavamo recando all’aeroporto per lavoro, il nostro supervisore ha chiamato l’autista e gli ha detto che l’aeroporto era stato occupato dalle forze del Tigray. Dato che non c’erano voli, ci ha detto di tornare a casa”.

Poco dopo, il fronte tigrino ha preso il controllo anche degli aeroporti di Axum e Scirè, di fatto interrompendo i contatti per via aerea fra il Tigrè e l’esterno.

In quelle convulse ore, la Ethiopian Airlines ha annunciato la cancellazione di tutti i voli previsti da e verso Macallè, Axum e Scirè “a causa dell’attuale situazione nella regione del Tigré”.

Il proclama con cui il TPLF dichiarava l’inizio delle operazioni recitava: “Oggi, supportata dalla fanteria, è stata lanciata contro di noi un’invasione e un attacco aperti, di conseguenza, il nostro esercito, pilastro della sopravvivenza e della sicurezza della popolazione, ha ricevuto l’ordine di contrastare l’attacco e l’invasione genocida lanciati contro di noi e ha avviato operazioni di difesa armata”.

Quello stesso giorno le forze TDF e quelle dell’esercito etiope iniziavano a combattersi anche nella regione dell’Afar, al confine con Gibuti ed Eritrea, stando a testimonianze di fonti umanitarie raccolte da Afp. Una ong, che chiedeva di restare anonima, riferiva: “Dalla scorsa notte sono in corso scontri ad Abala ed Erebti tra il TPLF e le forze federali. Prevediamo che il conflitto si estenda. Abbiamo appena inviato un camion di viveri per aiutare gli sfollati”.

Se gli scontri erano iniziati già nella notte è possibile che i tigrini si riferissero a queste sparatorie nell’Afar vedendovi l’inizio di un approccio terrestre dei governativi in aggiunta alle incursioni di droni. Quel giorno, Jawar Mohammed, analista politico etiope ed ex alleato di Abiy, ha detto alla Reuters che secondo lui il fronte tigrino non intenderebbe davvero scatenare un conflitto su vasta scala: “Potrebbe trattarsi di una dimostrazione di forza volta a sollecitare la comunità internazionale a intervenire e ad applicare con maggiore determinazione l’Accordo di Pretoria”.

Più preoccupata, l’Unione Europea, che nelle prime ore del nuovo conflitto diramava un comunicato che, riconoscendo che gli scontri erano frutto di una graduale escalation nei mesi precedenti, chiedeva alle parti di tornare al dialogo: “Nelle scorse settimane, l’UE ha seguito con preoccupazione i numerosi attacchi con droni condotti dalle Forze di difesa nazionali etiopi. È necessaria un’immediata de-escalation. Non è ancora troppo tardi per ribadire con decisione il nostro impegno a favore dell’accordo per la cessazione permanente delle ostilità”.

Concludeva il dispaccio da Bruxelles: “L’UE resta impegnata a sostenere gli sforzi volti alla de-escalation, il processo di mediazione guidato dall’Unione Africana e un dialogo costruttivo”. Poco dopo è seguito un comunicato del governo britannico, diffuso da una portavoce di Londra, che condannava gli attacchi sferrati dalle milizie tigrine e invitava “tutte le parti ad astenersi da un’ulteriore escalation”, che avrebbe conseguenze devastanti per la popolazione del Tigray e di tutta la regione, in particolare per le donne e le ragazze”. Il conflitto era però ormai partito.

 

La lotta si estende

Il 24 settembre i combattimenti erano già estesi alla regione Ahmara, dove un’aliquota delle forze TPLF stava già affrontando unità dell’esercito regolare affiancando il fronte Fano. I governativi, senza dichiarare proprie perdite, hanno affermato quel giorno di aver avviato “una controffensiva nell’Ahmara”, specialmente nell’area di Lalibela, uccidendo 272 miliziani tigrini e ferendone 260, oltre a “causare al TPLF gravi perdite in termini di personale ed equipaggiamento”.

Il 25 settembre, mentre a Macallè, la popolazione iniziava ad accumulare viveri, denaro contante e schede telefoniche nel timore di un assedio, Addis Abeba elevava a 700 la stima dei nemici uccisi fino a quel momento.

A puntare il dito contro i numerosi appoggi esterni della coalizione ribelle, già il giorno 26, ci pensava il capo di Stato Maggiore delle forze armate etiopiche, alias le Ethiopian National Defence Forces, o ENDF, in lingua ahmarica Ye’īfēdērī Mekelakeya Serawīt, feldmaresciallo Birhanu Jula, secondo cui l’Eritrea sarebbe un intermediario, quasi una cinghia di trasmissione, fra attori esterni e milizie etiopiche antigovernative.

Ha detto alla stampa nazionale: “Né la leadership eritrea né il TPLF possono ottenere nulla da soli. Ricevono sostegno e rifornimenti anche da Sudan, Egitto e altre potenze. Il TPLF è troppo debole per mettere in difficoltà l’Etiopia senza aiuti esterni e ha bisogno di appoggiarsi ad altri, nascondersi dietro i propri sostenitori o agire come loro forza per procura”.

Sulla carta, in effetti, l’esercito governativo ENDF appare in vantaggio numericamente, contando circa 500.000 effettivi a cui si aggiunge un bacino di 368.000 riservisti, oltre a un arsenale di armi pesanti e in particolare di droni di varia origine, dai turchi Bayraktar TB2 e Akinci ai cinesi Wing Loong II, dai russi Kronstadt Orion agli iraniani Mohajer 6. Tutti velivoli che possono pattugliare per ore vaste aree e colpire ogni possibile obbiettivo riconducibile ai ribelli, o presunto, tale, specialmente in terreni aridi e aperti.

Ai droni di dimensioni maggiori si aggiungono i piccoli ed economici droni tattici in modalità FPV, First Person View, sfornati da due fabbriche di velivoli senza pilota inaugurate lo scorso anno da Abiy, ovvero la SkyWin Aeronautics Industry, aperta nel marzo 2025, e la Aero Abay, aperta dal dicembre 2025. Non si hanno dati precisi sulla flotta droni etiopica, ma si ritiene che sia nell’ordine di grandezza delle migliaia, contando sia i velivoli pesanti, sia quelli leggeri.

Meno attrezzati, sebbene dotati di piccoli droni FPV, oltre che una cospicua artiglieria, sono i ribelli. Ma il TPLF da solo, essendo accreditato di forse 270.000 uomini può equivalere a una metà dell’esercito regolare di prima linea. Fra gli altri gruppi, il fronte Ahmara Fano conterebbe fra 15.000 e 20.000 effettivi, mentre l’OLA, o Oromo Liberation Army era stimato nel 2023 a soli 3.000 combattenti, ma potrebbe averli incrementati.

Certamente, se anche la forza complessiva dell’alleanza ribelle è pari a una frazione di quella governativa, l’estensione dei fronti e le difficoltà di spostamento logistico possono offrire margine per acquisire la superiorità locale, senza contare l’appoggio sempre più palese dell’Eritrea.

Il 27 settembre un drone dell’ENDF ha bombardato l’edifico di Macallè in cui ha sede la televisione pubblica della regione del Tigrè, stando a quanto alcuni giornalisti dell’emittente hanno riferito all’agenzia AFP.

Una mossa studiata per diffondere fra la popolazione tigrina un oblio di informazione e che preludeva alla successiva controffensiva per riprendere la città.

Frattanto, lo stesso giorno, Al Jazeera riportava che le milizie del Tigrè e i loro alleati avevano conquistato “tre città della regione dell’Afar”, come il leader politico locale, Mohamed Hussein, ha riferito alla rete araba.

L’Afar è una zona insinuata fra Gibuti e l’Eritrea. E poiché l’Etiopia non ha più alcuno sbocco al mare fin dall’indipendenza eritrea del 1993, rappresenta uno snodo fondamentale per accedere dal punto di vista commerciale all’amichevole litorale di Gibuti.

Per ironia, l’estendersi del conflitto vicino a Gibuti avveniva poco dopo che, il 25 settembre, il premier etiope Abiy Ahmed e il presidente gibutino Ismail Omar Guelleh, insieme all’industriale nigeriano Aliko Dangote, si erano accordati per realizzare un nuovo oleodotto transfrontaliero per idrocarburi raffinati tra il porto gibutino di Damerjog e la località etiopica di Dewele, con cisterne e impianti ai due capi della tubazione.

Verrebbe realizzato in collaborazione dal fondo sovrano etiope Ethiopian Investment Holdings e dal gruppo industriale Dangote. Alla partenza da Damerjog sorgerà un deposito strategico da 150.000 metri cubi di idrocarburi su una superficie di 10 ettari.

E’ un’iniziativa che rafforzerebbe il corridoio commerciale Etiopia-Gibuti, su cui conta Addis Abeba per oltre il 90% del suo commercio estero, ma la guerriglia può minacciare questa vulnerabile direttrice economica.

Sempre nell’area dell’Afar, secondo fonti umanitarie citate da Afp, i ribelli avrebbero preso il 27 settembre la città di Erebti, vicino al confine tigrino, dopo essere stata bombardata con l’artiglieria pesante. L’indomani, le milizie del TPLF venivano date in avanzata verso Afdeera, un centinaio di chilometri a Est e il numero dei civili sfollati da quella sola regione toccava già le 150.000 persone.

Forse gli inattesi successi dei tigrini nell’Afar, che costituiscono anche un modo di distogliere dal Tigrè vero e proprio parte dell’attenzione delle forze governative, può essere stata alla base della sostanziale destituzione del capo di Stato Maggiore dell’ENDF da parte del premier Abiy.

Il 28 settembre, infatti, mentre la nazione celebrava la festa cristiano-copta del Meskel, il governo di Addis Abeba comunicava: “Il primo ministro Abiy Ahmed Ali ha formalmente accettato le dimissioni del feldmaresciallo Birhanu Jula dalla carica di Capo di Stato Maggiore Generale delle Forze di Difesa Nazionale Etiopiche. Mentre gli etiopi celebrano il Meskel, il nostro stimato maresciallo di campo ha deciso che è arrivato il momento giusto per il suo meritato pensionamento e per ritirarsi dai suoi numerosi incarichi”.

Una formula quantomeno sospetta, che cela probabilmente una misura di punizione per non aver saputo prevedere, e controbattere, l’effetto domino cumulatosi in pochi giorni che va dalla formazione del fronte unito di sette movimenti ribelli alle azioni di combattimento nelle relative regioni.

Non si spiegherebbe altrimenti il “pensionamento” così anticipato di un ufficiale che ricopriva la carica di capo di Stato Maggiore fin dal novembre 2020, ovvero dall’inizio della precedente guerra del Tigrè, senza contare che non è cosa da poco azzardare un cambio ai massimi vertici militari proprio all’inizio di un nuovo confronto sul campo. Al momento non è ancora ben chiaro chi rimpiazzerà il feldmaresciallo Jula.

Frattanto, alle accuse di Jula di sostenere i ribelli antigovernativi, da Khartum ha risposto nelle stesse ore il portavoce dell’esercito sudanese, generale Asim Awad, negando un ruolo del Sudan nel sostenere tigrini e soci.

Da un lato, l’ufficiale sudanese ha detto: “Il nostro esercito non si immischia negli affari interni di altri paesi e non accetta alcuna violazione della propria sovranità. Invitiamo l’Etiopia a verificare con accuratezza e responsabilità le informazioni”.

Dall’altro, Awad, rammentando che dal 2023 l’esercito governativo sudanese è a sua volta impegnato in una sua guerra civile contro le milizie speciali RSF, che Khartum ritiene sostenute da Addis Abeba, ha aggiunto: “Al contrario, l’esercito sudanese dispone di informazioni sul continuo sostegno alla milizia RSF proveniente dal territorio etiope”.

A tal proposito, le accuse di sostegno etiope alla guerriglia anti-governativa sudanese non sono certo nuove e, anzi, parrebbero confermate da un rapporto presentato il 1° settembre scorso in sede ONU, presso il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, e basato da una missione internazionale ONU che ha indagato nel paese africano redigendo poi il documento intitolato “Fuelling Sudan’s conflict: weapons, fighters and external support networks”.

Da esso si evince che, stando a molte testimonianze locali, nelle milizie RSF combatterebbero svariati stranieri, fra cui anche donne soldato, provenienti da Etiopia, Sud Sudan e Ciad.

Questi mercenari, o agenti, stranieri, sono stati segnalati soprattutto a El Fasher, in Darfur, oltre che in altre regioni del Sudan, e identificati etnicamente dalla lingua, dall’accento, talvolta dalle uniformi. Molti di essi sarebbero specialisti di vari settori tecnici, come droni, missili, artiglieria, nell’ambito di una “rete transnazionale” che ha foraggiato i ribelli sudanesi con armi, addestramento e logistica.

L’ONU non accusa apertamente il governo di Addis Abeba per aver inviato combattenti etiopi, ma sottolinea che esso non ha mai risposto, finora, a una richiesta di informazioni inviatagli fin dallo scorso 11 giugno. Al che l’Etiopia è stata inserita, insieme a Libia, Sud Sudan e Somalia, in una lista di paesi “non collaborativi”.

Del resto, mentre scoppiava la nuova guerra gli scontri nelle aree del Sudan al confine con l’Etiopia conoscevano una nuova recrudescenza.

Dall’Unione Europea, quel giorno venivano assicurati 61 milioni di euro in aiuti umanitari per la popolazione etiopica. La commissaria europea per la Gestione delle crisi, Hadja Lahbib, ha dichiarato: “La popolazione etiope ha già pagato un prezzo troppo alto a causa di conflitti, sfollamenti e fame. Con la nuova crescita delle tensioni nel nord, non si può permettere che i civili paghino ancora una volta questo prezzo”.

 

Contrattacchi e raid

Il 28 settembre una prima battuta d’arresto per il TPLF s’è avuta nella città di Alamata, importante crocevia stradale situato 15 km entro i confini della regione tigrina e che facilita l’accesso a Macallè, 120 km più a Nord provenendo dal Sud.

Alamata è stata conquistata dalle forze governative a quanto pare utilizzando come ariete una milizia tigrina dissidente, schierata a fianco di Addis Abeba, la cosiddetta Tigray Peace Force. Immagini filmate mostravano soldati sfilare per le vie della città sventolando bandiere dell’Etiopia.

L’Egitto, parimenti accusato di aiutare i ribelli, ha smentito il 30 settembre le accuse di Addis Abeba, per bocca del portavoce del ministero degli Esteri egiziano, Nader Zaki: “La politica estera egiziana si fonda su principi saldi e imprescindibili: in primo luogo il rispetto della sovranità, dell’unità e dell’integrità territoriale degli Stati, oltre a un impegno totale alla non ingerenza negli affari interni di qualsiasi paese”.

Ma il dubbio è certamente d’obbligo, nel calderone dell’Africa Orientale. Intanto Medici senza Frontiere annunciava che nei primi giorni del conflitto ammontavano già a 700 i feriti nei combattimenti ricoverati negli ospedali tigrini, certamente solo una frazione del totale. Parallelamente, l’ONU lamentava “sequestri e ostacoli agli aiuti umanitari”.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), ha diramato il 30 settembre una dichiarazione di Ozonnia Ojielo, coordinatore umanitario dell’Onu in Etiopia: “Gli operatori umanitari hanno subito rapimenti, estorsioni e intimidazioni. Edifici pubblici e infrastrutture essenziali sono stati occupati, danneggiati o vandalizzati”.

Col nuovo mese, il governo etiopico dava corpo ai suoi sospetti contro i probabili alleati dei ribelli. Il 1° ottobre, infatti, nell’arco di poche ore, un membro del personale diplomatico egiziano, Ahmed Moharam Ahmed Soliman, veniva dichiarato “persona non grata” e gli veniva ordinato di lasciare l’Etiopia entro 48 ore, mentre, come recitato dal Ministero degli Esteri etiope, “in risposta ad atti di ostilità e belligeranza, diretti e indiretti, dell’Eritrea contro l’Etiopia” veniva chiusa l’ambasciata etiope ad Asmara e si espellevano da Addis Abeba “dieci diplomatici eritrei” per “coinvolgimento in attività che rappresentano una minaccia diretta per la sicurezza nazionale dell’Etiopia”.

La nota del governo di Abiy proseguiva: “L’Etiopia invita il governo eritreo a mettere fine a tutti questi atti”. E rammentava i “forti legami storici, culturali e interpersonali con l’Eritrea”.

Al governo di Afwerki non restava che riconoscere il crescere dell’ostilità, rompendo le relazioni diplomatiche con l’Etiopia: “L’Eritrea non ha altra scelta che rispondere allo stesso modo e interrompere ogni rapporto diplomatico con l’Etiopia, con tutte le conseguenze negative che ciò comporta”.

La preparazione di un intervento eritreo in appoggio al fronte dei ribelli s’è intensificata man mano che l’ENDF si riorganizzava reagendo all’insurrezione in modo non dissimile da quanto accaduto nel 2020.

Frattanto i ribelli hanno cercato di portare in profondità nei territori nemici un abbozzo di offensiva aerea, limitatissima, con piccoli droni, più che altro a livello di azioni di disturbo. Così, il 27 settembre, ordigni senza pilota hanno colpito la base aerea Harar Meda di Biscioftù, in Oromia, a circa 56 km a Sudest della capitale etiopica, sembra mentre il premier Abiy la stava visitando, causando la morte di due soldati.

Lo stesso giorno altri droni hanno attaccato l’aeroporto di Kombolcha, vicino Dessiè, e una base militare vicino all’aeroporto di Bahir Dar. Poi, il 1° ottobre, si sono udite nella capitale Addis Abeba varie esplosioni che una fonte diplomatica sentita da Afp ha ritenuto “probabilmente dovute a un’incursione di droni”. Secondo “Critical Threats”, espressione del think tank statunitense d’analisi bellica AEI, la capitale etiope è stata effettivamente colpita da droni. L’alleanza dei sette gruppi armati antigovernativi ha in effetti dichiarato “una campagna di attacchi con droni in tutta l’Etiopia, inclusa Addis Abeba”.

E secondo la fonte di Afp sono stati usati “piccoli droni commerciali FPV Fpv militarizzati, cioè dotati di una carica esplosiva aggiuntiva”. Poco dopo, l’incursione è stata confermata da fonti della sicurezza etiope che hanno dichiarato al giornale Mada Masr: “Alle 6 del mattino i sistemi difensivi hanno rilevato un tentato attacco terroristico con droni suicidi che miravano a infrastrutture vitali nella capitale.

L’attacco ha bersagliato i quartier generali militari nell’area di Tor Hailoch, così come le vicinanze del quartier generale della 24° Divisione di Fanteria nel distretto di Kirkos, nel centro di Addis Abeba”. Il comunicato dell’ENDF concludeva:

“Le nostre squadre tecniche stanno conducendo precise e complete indagini sui danni materiali causati dai proiettili shrapnel e stanno tracciando i punti di lancio di questi droni, mentre le forze di sicurezza hanno stabilito un perimetro di stretta sorveglianza e sono in allerta attorno ai siti colpiti per garantire una sicurezza operativa”.

Il raid su Addis Abeba è stato chiaramente dimostrativo e psicologico, data la risibile potenza distruttiva di questi ordigni, ma è servito sotto l’aspetto politico, se non altro, a dimostrare che i ribelli possono almeno rendere insicura la capitale, entro certi limiti.

Il 2 ottobre fonti come Acled, una Ong specializzata nell’analisi dei conflitti, hanno riferito che i ribelli tigrini, dopo essere avanzati per circa 100 km lungo la strada diretta a Gibuti, minacciando quindi di tagliare i rifornimenti via mare per il paese, sono stati infine respinti “fuori della regione dell’Afar” dall’esercito governativo e da una milizia alleata.

Evidentemente la pericolosità estrema di una puntata nemica proprio a interrompere la direttrice verso i preziosi porti della nazione vicina ha spinto l’ENDF a concentrare nel settore forze sufficienti a sventare il piano tigrino, lasciando per il momento altri fronti sguarniti.

I ribelli si sono visti incalzare dall’avanzata su Macallè della milizia filogovernativa Tigray Peace Forces, che il giorno 2 prendeva Milazat, appena 20 km a Sudest di Macallè. Fonti diplomatiche parlavano già di un’evacuazione della capitale regionale da parte dei vertici del TPLF, fra cui il presidente Debretsion Gebremichael, mentre, secondo l’agenzia Reuters, la città, con banche e negozi chiusi temeva il caos imminente.

Intanto l’Alleanza per la Sopravvivenza, in un comunicato diffuso su X, rigettava i sospetti di aiuti esterni, rivendicando la totale paternità locale della lotta contro il governo del premier Abiy Ahmed: “L’Alleanza è nata in risposta alla guerra lanciata contro i popoli dell’Etiopia, alle ripetute violazioni degli accordi e alla chiusura di percorsi pacifici di risoluzione. I conflitti nelle regioni Tigrè, Amhara, Oromia, Afar, Somali e Benishangul-Gumuz hanno creato gravi crisi politiche, umanitarie e di sicurezza. L’alleanza non riceve ordini da nessun paese straniero e prendere da sola le proprie decisioni”. I problemi dell’Etiopia non sono stati creati da forze esterne, la crisi è nata dall’interno, e la soluzione deve essere trovata attraverso il dialogo nazionale tra gli etiopi”.

Fra il 2 e il 3 ottobre, stando ai resoconti, pur frammentari, di fonti locali umanitarie e delle agenzie come Afp, l’esercito etiope è avanzato verso Macallè su tre colonne distinte, assistito dalla milizia tigrina filo-governativa che, per prima, avrebbe strappato al TPLF l’aeroporto della città. Poche ore dopo, i soldati governativi sono stati visti filtrare in diversi punti del centro urbano, segnando di fatto la riscossa, almeno per il momento, delle forze federali.

Mentre il TPLF si preparava a evacuare i suoi quadri e le sue forze da Macallè, veniva diffuso in rete un videomessaggio del presidente tigrino Debretsion che spiegava: “Operiamo secondo una strategia che prevede di colpire il nemico ovunque lo riteniamo opportuno. La guerra è regionale ed è una guerra per il controllo del Mar Rosso”. Allusione a uno dei nodi del contendere, ovvero il sospetto che Addis Abeba puntasse, col tempo, a sottrarre territorio all’Eritrea per riprendersi uno sbocco al mare.

Il capo del fronte tigrino lasciava intendere che, anche se Macallè è andata al momento persa, la guerriglia poteva applicare la tattica “maoista” già adottata nella precedente guerra, quando, pure, Macallè era stata espugnata dalle truppe etiopiche nella prima controffensiva, ma la riorganizzazione delle milizie nei territori più impervi, cedendo terreno per guadagnare tempo, aveva permesso la riconquista della città nel 2021.

La conferma che i governativi avevano la capitale tigrina sotto il loro controllo è arrivata il 5 ottobre, quando un comunicato del TPLF asseriva che “il governo regionale sarà temporaneamente trasferito da Mekelle (Macallè, n.d.r.) e opererà da un’altra sede”, ovviamente tenuta segreta.

Intensi scambi di artiglieria tra l’esercito e le milizie tigrine si sono avuti fra il 5 e il 6 ottobre presso Mai Tsebri, nel bacino del fiume Tacazzè, a testimonianza che le milizie TDF, braccio armato del fronte di liberazione tigrino, rimanevano agguerrite e ben armate.

Intanto un bollettino del 6 ottobre emesso dalle truppe governative sosteneva che attacchi aerei sulle posizioni tigrine a Sheraro e ad Adua (nome, questo, tristemente famoso nella storia italiana per la cocente sconfitta inflitta al contingente coloniale del generale Oreste Baratieri dall’armata abissina del Negus Menelik II) hanno provocato un totale di “17 morti”, senza ulteriori specificazioni. La frammentarietà delle informazioni e il relativo isolamento mediatico di quelle zone dell’Etiopia non rendono facile delineare l’andamento di un conflitto del resto appena iniziato e dagli esiti incerti.

La Commissione nazionale etiope per la riabilitazione, creata dopo l’accordo di Pretoria del 2022 che aveva arrestato la guerra precedente, ha chiesto il 7 ottobre ai miliziani tigrini di deporre le armi, consegnandole alle truppe federali penetrate nel Tigrè e di osservare “i programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione”.

Così è stato diramato dal vicecommissario della commissione, il generale etiopico Derbie Mekuriaw: “Da domani (8 ottobre, n.d.r.) sarà possibile entrare nel centro di smobilitazione predisposto nell’area di Macallè. I combattenti potranno presentarsi alle unità federali individualmente oppure in gruppi organizzati”. Ha ricordato che altri centri per il disarmo sono stati allestiti nella regione di Macallè. Ma, per quanto si sa al momento, il TPLF sembra deciso a proseguire la lotta partendo dai suoi santuari nelle vallate lontane dalle grandi città, tantopiù che sta scendendo in campo un alleato da Nord.

 

Si muove Asmara

Evidentemente non a caso, il 4 ottobre 2026, mentre il conflitto era già iniziato da una decina di giorni, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha convocato ad El Alamein un vertice quadrilaterale fra i leader di paesi percepiti dal governo di Addis Abeba come avversari, diretti o indiretti, ovvero Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia.

Al Sisi, di fatto ostile ad Abiy per la già citata diga GERD sul Nilo Azzurro, ha dichiarato in tale sede: “Le sfide transfrontaliere richiedono cooperazione piuttosto che rivalità, e dialogo piuttosto che confronto, soprattutto per quanto riguarda la gestione e l’utilizzo delle risorse naturali e delle vie navigabili transfrontaliere, in conformità con il diritto internazionale”.

La dichiarazione finale del summit conteneva generali appelli a lavorare per la “stabilità regionale” dell’Africa Orientale, specialmente in termini di mantenimento dell’unità della Somalia e di libertà di navigazione nel Mar Rosso. Non era citata esplicitamente l’Etiopia. Ma la presenza del presidente eritreo Isaias Afwerki alla “corte” di Al Sisi potrebbe aver propiziato colloqui riservati incentrati sull’approccio con l’Etiopia.

Ebbene, pochi giorni dopo, veniva confermato l’ingresso di truppe eritree nell’Etiopia settentrionale, segnando di fatto un intervento di Asmara nel conflitto, stavolta in appoggio ai tigrini, che invece erano stati combattuti nel 2020-2022.

E’ chiaro che l’ingresso delle truppe di Afwerki in Etiopia potrebbe essere avvenuto con il beneplacito dell’Egitto, sebbene non vi sia nulla di apertamente ammesso. Certo è che il 7 ottobre un funzionario locale e vari testimoni civili hanno riferito alla France Presse che “truppe eritree sono entrate in Etiopia e si trovano ad Adigrat”, situata 40 km a Sud del confine con l’Eritrea e circa 40 km a Nord di Macallè.

Non solo, alcuni contingenti eritrei erano dati “in movimento su camion e veicoli di pattuglia” verso Idaga Hamus, 20 chilometri a Sud di Adigrat “trasportando armi pesanti”.

Anche fonti della Deutsche Welle parlavano di “armi pesanti” mobilitate dagli eritrei, ben forniti di lanciarazzi campali e obici. L’organizzazione di monitoraggio Acled ha reso noto quel giorno che l’esercito federale ha conquistato Agula, 35 km a Nordest di Macallè, dopo scontri con le milizie del Tigré con artiglieria e droni.

Sempre Acled ha riferito nuovi pesanti combattimenti fra tigrini ed esercito regolare a Tslimoy, sul fiume Tacazzè. Nelle aree del Tigrè da cui il TPLF s’è ritirato si sono avuti saccheggi a depositi dell’ONU e di varie ong che contenevano alimenti, sementi, fertilizzanti e pompe idriche, come denunciato da Farhan Haq, vice portavoce del segretario generale dell’Onu António Guterres.

La reazione degli etiopi all’incursione delle truppe eritree, negata da Asmara, s’è concretizzata in attacchi con droni che, secondo quanto riferito l’8 ottobre da Acled, hanno mirato a “truppe e munizioni eritree nell’area di Adigrat”, al che “alcuni camion eritrei sono stati distrutti; non si vedono più per strada”. Testimoni hanno riportato all’ong: “I soldati eritrei non sono più nelle strade di Adigrat. Si dice che si siano rifugiati sulle colline a Nord della città”.

La situazione è confusa e non si sa fino a che punto le avanguardie eritree si possano essere davvero ritirate di vari chilometri, anche se va considerato che potrebbe essersi trattato solo di distaccamenti in ricognizione lungo le principali strade della regione tigrina per poi riferire alle maggiori unità.

Il 9 ottobre i rispettivi governi si sono formalmente accusati a vicenda. Per primo, il ministro degli Esteri etiope Gedion Timothewos ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui ha parlato esplicitamente di una invasione eritrea: “La presenza di truppe eritree sul nostro territorio è un palese atto di aggressione che viola il diritto intrinseco dell’Etiopia all’autodifesa. Portando la sua belligeranza e intransigenza a un livello completamente nuovo, il governo eritreo ha schierato le sue truppe, comprese unità meccanizzate, in profondità nel territorio etiope. L’invasione su vasta scala di parti dell’Etiopia settentrionale da parte dell’Eritrea è di dominio pubblico”. Ribadendo che “ciò non lascia all’Etiopia altra scelta che difendersi”, chiede il ritiro dei soldati di Asmara.

Ma l’Eritrea ha risposto a sua volta per bocca del suo ministro dell’Informazione Yemane Gebremeskel, secondo cui “Addis Abeba sta conducendo di fatto una guerra di aggressione non provocata contro l’Eritrea da oltre tre anni”.

Ha ripreso una dichiarazione rilasciata dal premier etiope Abiy Ahmed fin dal 13 ottobre 2023, in cui pareva profetizzare: “Acquisiremo un accesso sovrano al mare, attraverso negoziati se possibile e con la forza se necessario”.

E ha rammentato anche una dichiarazione del 27 settembre scorso del vicecapo di Stato Maggiore dell’esercito etiope, generale Abebaw Tadesse, secondo cui “l’offensiva lanciata nel Tigrè non si fermerà lì“, e che “Macallè è solo una tappa intermedia, la nostra destinazione finale è Assab; il nostro obiettivo principale è piantare la nostra bandiera nel Mar Rosso”.

Ha concluso Yemane: “L’ossessione isterica per il Mar Rosso va letta anche alla luce delle precedenti intenzioni di muovere una guerra d’invasione contro l’Eritrea. Hanno citato l’annessione delle Alture del Golan da parte di Israele come precedente utile per Assab”.

Il 10 ottobre l’Eritrea ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di “condannare fermamente la deplorevole dichiarazione di guerra dell’Etiopia” verso di essa, ammonendo che “provocherà enormi devastazioni per le popolazioni di entrambi i paesi e destabilizzerà l’intera regione”.

La sfida fra il governo centrale dell’Etiopia e quella che ormai appare un’alleanza fra l’Eritrea e la coalizione dei sette gruppi guerriglieri, capeggiati dal movimento TPLF dei tigrini, è solo all’inizio e potrebbe riservare ulteriori colpi di scena, considerato che, dietro l’Eritrea si cela anche l’interesse dell’Egitto a ridimensionare le ambizioni di un attore che rischia di detenere gran parte delle chiavi idriche del Nilo.

 

 

Le ultime notizie

Il 13 ottobre le forze federali etiopi hanno ripreso il controllo delle città di Sciré e di Adigrat, nella regione del Tigrè mentre i combattenti del TPLF continuano la loro ritirata verso il confine eritreo. Lo hanno riferito fonti locali citate dall’agenzia di stampa “Apa”.

I combattenti tigrini si stavano ritirando verso Sheraro, una città situata vicino al confine con l’Eritrea. In questo contesto, la compagnia Ethiopian Airlines ha annunciato la ripresa dei voli per Macallè, conquistata dalle forze federali lo scorso 4 ottobre.

Secondo quanto riferito da alcuni testimoni a “Deutsche Welle” in lingua amarica, le truppe eritree si stavano ritirando dal territorio etiope che occupavano nel Tigrè orientale e occidentale, in particolare tra cui Zaghir, Zban Gedena, Shmelba, Adihagerai e Adi Awala.

I testimoni, che hanno chiesto di rimanere anonimi, hanno affermato che il ritiro delle truppe eritree è avvenuto dopo che le truppe etiopi e la Forza di pace del Tigrè, alleata delle truppe federali, hanno preso il controllo delle aree circostanti, tra cui la città di Aselas, e hanno condotto attacchi con droni su larga scala. Tuttavia, secondo altri testimoni, le truppe eritree erano ancora presenti nell’area di Gual Badmena Sheraro.

Il 14 ottobre le truppe etiopi sono avanzate fino alla città di Zalambessa, al confine con l’Eritrea, precedentemente controllata dai ribelli del Tigrè. Non e’ chiaro se le forze eritree e i ribelli fossero ancora presenti nella località al momento dell’avanzata. L’arrivo dell’esercito a Zalambessa, città di circa 15.000 abitanti aumenta il rischio di scontri con le truppe eritree.

Addis Abeba sostiene che le truppe eritree siano penetrate fino a 60 chilometri nel territorio etiope per sostenere i ribelli, mentre Asmara respinge le accuse. Il 16 ottobre il primo ministro etiope, Abiy Ahmed (nella foto sopra), ha annunciato l’istituzione di un governo provvisorio di sei mesi nel Tigrè con l’incarico di gestire nuove elezioni.

Questo nuovo governo, incaricato di “creare un ambiente politico stabile per elezioni libere ed eque”, gestirà questa regione settentrionale dell’Etiopia “per i prossimi sei mesi”, ha annunciato l’ufficio di Abiy su Facebook, a seguito di una decisione presa durante una riunione di gabinetto.

Foto: Forze Armate Federali Etiopiche, TV Etiopica e Aeronautica Etiopica

 

 

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “La Verità” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password