Dalla Ue più soldi ai russi che agli ucraini: i numeri che rottamano politica e leader europei

 

 

Il prezzo del gas in Europa continua la corsa al rialzo e sulla piazza di Amsterdam ha sfondato ieri la soglia dei 100 euro a megawattora salendo del 4,46% a 100,54 euro per scendere in serata sotto i 99 euro.

Molti analisti valutano che la crisi energetica rischia di venire aggravata dai possibili nuovi sviluppi bellici della guerra contro l’Iran, che potrebbe limitare ulteriormente le forniture di gas, insieme ai bassi livelli delle scorte europee e alla crescente domanda prevista nella stagione invernale.

Il prezzo del petrolio resta sopra i 100 dollari al barile ma pare oggi in lieve calo: il Brent è quotato 114 dollari al barile (-1,08%) mentre il Wti è sceso a 101,31 dollari.

Il ministro irlandese dell’Ambiente, Darragh O’Brien, della presidenza di turno Ue, ha espresso preoccupazione per iu costi in crescita dell’energia. “Assistiamo a fluttuazioni dei costi letteralmente ogni giorno, ma i prezzi all’ingrosso ci inducono ora a prevedere ulteriori aumenti significativi”, ha affermato al suo arrivo al Consiglio Energia a Lussemburgo.

La ministra svedese dell’Energia, Ebba Busch, ha rilevato che “siamo alla seconda crisi energetica in quattro anni. E mi preoccupa molto che, a questo punto, dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, ci limitiamo ancora a spostare la nostra dipendenza. Stiamo cioe’ mancando l’obiettivo di rendere l’Unione europea indipendente sul piano energetico, e stiamo passando dalla dipendenza dal gas russo a quella dal gas americano”.

Dopo l’invito di Trump all’Europa a tornare ad acquisire energia dalla Russia, la portavoce della Commissione europea, Paula Pinhori, ha ricordato che “esiste una normativa che ci impedisce di riprendere le importazioni di combustibili fossili, e di gas in particolare, dalla Russia” rispondendo a una domanda sulle indiscrezioni di stampa secondo cui Mosca e Washington starebbero discutendo la riapertura del gasdotto Nord Stream e la ripresa dei flussi di gas russo verso l’Europa una volta terminata la guerra in Ucraina.

“Per quanto riguarda le sanzioni attualmente in vigore a causa della guerra, la Presidente von der Leyen ha dichiarato molto chiaramente che le sanzioni in ambito energetico rimarranno finché la Russia non porrà fine a questo conflitto – ha spiegato – La posizione è dunque assolutamente chiara; è stata ribadita in occasione della sessione plenaria del Parlamento la scorsa settimana, nonché nel contesto del Consiglio europeo”.

Assolutamente chiara? L’affermazione di Pinhori è curiosa non solo perché negli ultimi mesi, quindi con le sanzioni alla Russia in vigore, molte nazioni della UE hanno incrementato gli acquisti gas liquido (GNL) russo, ben più caro di quello che affluiva fino al 2024 dai gasdotti che attraversano l’Ucraina.

Solo nei primi nove mesi del 2026 oltre 12,18 milioni di tonnellate di LNG russo per lo più proveniente dai giacimenti siberiani Yamal, sono state scaricate nei porti della UE, il 9,5% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente con un incasso per Mosca di 7,9 miliardi di euro.

Come ha ricordato Euronews, i principali acquirenti sono stati la Francia (3,6 milioni di tonnellate, cioè il 41% del totale europeo di GNL russo), il Belgio (2,9 milioni di tonnellate) e la Spagna (2,7 milioni di tonnellate).

In settembre quasi tre quarti delle forniture dirette all’UE sono arrivati in Francia: secondo Kpler, i porti di Dunkerque e Montoir hanno ricevuto 571.716 tonnellate di GNL russo,  quelli olandesi 146.461 tonnellate e quelli portoghesi 74.263 tonnellate.

Poiché queste nazioni sono in prima linea nel difendere con denaro e armi l’Ucraina, appare paradossale e contraddittorio che continuino a fornire a Mosca miliardi con cui finanziare la guerra. Anzi, per usare le note di linguaggio della NATO, “la brutale e ingiustificata invasione russa dell’Ucraina”.

La Francia per giunta è tra i “volenterosi” che, sfidando Mosca, vorrebbero mandare truppe in Ucraina, ovviamente una volta finita la guerra, ma per ora continua a finanziare anche la Russia.

Ricapitolando: da un lato gli europei si fanno spennare dagli ucraini che ormai chiedono denaro a botte da decine di miliardi ogni pochi mesi (prima 90, ora altri 70), dall’altro ingrassano i russi sostenendone l’economia e lo sforzo bellico acquistando a prezzi elevati il gas via nave che prima arrivava via tubo a prezzo stracciato e quantità infinite.

Eppure le norme a cui faceva riferimento la portavoce della Commissione Europea prevedono da aprile di quest’anno il divieto di stipulare contratti a breve termine per il GNL russo mentre per i contratti a lungo termine il divieto totale entrerà in vigore il 1° gennaio 2027.

Quanto valgono i continui proclami della presidente von der Leyen, dei suoi commissari e dei tanti premier e ministri europei, incentrati sulla rinuncia all’energia russa per non finanziare l’aggressione all’Ucraina e sulla mobilitazione contro la minaccia russa?

Probabilmente nulla, considerato che il 12 ottobre il vice primo ministro russo responsabile dell’Energia, Alexander Novak ha rivelato che la Russia ha venduto gas e petrolio “ai paesi dell’Unione Europea per il periodo che va dal 2022 a oggi, per 320,7 miliardi di dollari”, cioè 286 miliardi di euro.

Acquisti che, ha aggiunto Novak, includono quelli effettuati nei primi nove mesi di quest’anno per 21,3 miliardi di dollari (19 miliardi di euro). Cifra che ci dice come ai 7,9 miliardi di euro per acquisti di GNL Yamal riferiti dalle fonti europee ne vadano aggiunti altri 11,1 per acquisti di petrolio russo.

Se guardiamo i dati ufficiali di Eurostat, la UE ha speso circa 197 miliardi di euro per importare energia dalla Russia tra marzo 2022 e luglio 2026: quindi 90 miliardi in meno di quanto ha reso noto Novak, che però riportava anche gli acquisti degli ultimi tre mesi.

Se poi consideriamo che la dipendenza europea dal gas russo è scesa dal 45% del 2021 (circa 150 miliardi di metri cubi) a circa il 12-13% nel 2025/2026, appare evidente che la scellerata decisione di rinunciare in pochi anni all’energia russa ha portato gli europei a questa grave crisi energetica con in più la beffa di pagare anche ai russi cifre consistenti per acquistare molto meno energia di prima della guerra.

La vera notizia che questi numeri evidenziano è che la Commissione Ue e molti governi nazionali hanno di fatto condannato a morte la loro industria e la loro economia pur continuando a fornire a Mosca 286 miliardi di euro, pari quasi alle spese militari russe del 2025 e del 2026 messe insieme.

La Ue ha così finanziato la guerra russa mentre affermava di fare il contrario, mentre si dissanguava per armare e finanziare l’Ucraina con oltre 261 miliardi di euro (altri 45 verranno stanziati probabilmente nei prossimi mesi) e per piani di riarmo a debito tanto faraonici quanto insostenibili. Mentre impediva ad artisti e sportivi russi di partecipare a spettacoli e competizioni, l’Europa ha continuato a riempire ancora di miliardi i forzieri di Mosca..

Distruggendo il loro primato industriale, gli europei sono stati salomonici: di fatto in questa guerra hanno dato quasi 300 miliardi a ogni contendente, con la differenza che i nemici russi in cambio ci hanno fornito energia mentre gli amici ucraini nulla.

Qualcuno comincia rendersi conto che questi numeri ridicolizzano cinque anni di politica della UE e di molti governi nazionali ma soprattutto che, se evidenziati, rischiano di avere un peso nelle valutazioni dell’elettorato nelle nazioni europee che verranno presto chiamate al voto.

Lo si evince dalla nuova narrazione diffusa sempre più frequentemente da politica e media in Europa, che sostiene come in fondo il sostegno all’Ucraina sia costato meno di un caffè al giorno o poche decine di euro a ogni cittadino dell’Unione.

Valutazioni propagandistiche basate sulla divisione dei denari forniti a Kiev per il numero di abitanti delle nazioni UE/NATO, senza tenere ovviamente conto dei costi dovuti alla rinuncia all’energia russa con la conseguente crisi, delle perdite sofferte a causa delle sanzioni a Mosca e allo stop dell’export in Russia.

Un rapporto di Confartigianato stimava ieri che gli ultimi cinque anni sono costati alle imprese italiane 296,3 miliardi di euro tra minori esportazioni nei mercati critici – come Bielorussia, Russia, Ucraina, Germania e Medio Oriente – maggiori costi per importazione di energia e maggiori oneri finanziari.

Più o meno quanto l’intera Europa ha dato agli “aggrediti” e ha speso per comprare energia dagli “aggressori”.

Immagini: DepositPhotos.com, Presidenza Russa, Commissione Europea e TASS

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).

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