Le tecniche di reclutamento dei foreign fighters

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AdnKronos – Foreign fighters, una storia antica. L’utilizzo di combattenti stranieri è una pratica che affonda le sue origini nell’antico Egitto, quando Ramesse II si servì dei mercenari shardana, provenienti dalla Sardegna, per combattere i nemici Hittiti nel XIII secolo a.C.

I mercenari hanno poi trovato impiego in tutte le guerre combattute dall’uomo, sebbene in diverse nazioni tale attività sia formalmente illegale. Un approfondimento su questo fenomeno, più che mai d’attualità per l’emergenza terrorismo, è ospitato sul nuovo numero di Gnosis, la Rivista italiana di Intelligence.

575x327xisis-parade-ramadi-3-575x327_jpg_pagespeed_ic_ub5N99E-5jlVldVMwgXx“Nell’ultimo decennio – si legge sul periodico dell’Intelligence italiana – la nascita di compagnie militari private ha subìto una crescita esponenziale, soprattutto grazie ai conflitti nel contesto mediorientale. L’ingaggio di questi combattenti solitamente comporta un consistente esborso di denaro da parte di chi li assume.

L’Isis è invece riuscito a creare una metodologia di reclutamento basata sulle pulsioni motivazionali e ideologiche.

È il Recruitment 3.0 − ove si mischiano social media, tecniche di persuasione in rete e propaganda online − che induce i foreign fighters ad abbandonare la famiglia, il lavoro, gli amici e la Nazione di origine per unirsi alle file dei combattenti jihadisti”.

“Frank Capra, noto regista di Hollywood, nel 1941 fu incaricato di realizzare una serie di film propagandistici volti a incoraggiare lo sforzo bellico degli Usa nella Seconda guerra mondiale.

150122114442-jihadi-john-split-large-169Capra -ricorda Antonio Teti su Gnosis- aveva visionato il film Il trionfo della Volontà di Leni Riefenstahl − la regista tedesca adorata da Hitler e passata alla storia per aver realizzato quella che fu definita la migliore pellicola di propaganda e reclutamento militare mai prodotta − e lo aveva giudicato ‘ipnotico, sottolineando che, senza sparare un colpo di pistola e senza far esplodere nessuna bomba, la potenza psicologica può rappresentare uno strumento in grado di distruggere la volontà di resistere dell’uomo e quindi di dimostrarsi altrettanto letale quanto un’arma’”.

“Ispirandosi a quella realizzazione, il regista statunitense girò diversi filmati di propaganda, aggiungendovi la temeraria pazzia del sogno nazista. In altri termini, trasformò il messaggio del Terzo Reich in una rappresentazione della follia del nemico, esaltando la giustezza della guerra contro la Germania. ‘Lasciate che i propri film li uccidano… ‘ ripeteva durante il montaggio dei film.

Al-Nusra-a-Idlib-A distanza di 75 anni, “lo stesso percorso è stato adottato inizialmente, e in maniera rudimentale, da Al Qaeda che è riuscita a diffondere a livello mondiale il fenomeno del Jihad e, successivamente, dall’Isis che ha elevato le tecnologie digitali a strumento di lotta e di condizionamento psicologico”.

Bin Laden “fu il primo forte sostenitore e promotore della cosiddetta guerra asimmetrica, basata sull’utilizzo di risorse diverse, tra le quali Internet. La nuova forma di propaganda condotta da Al Qaeda si basava essenzialmente sui filmati in cui Bin Laden, inquadrato da una telecamera fissa, scandiva proclami retorici e rigorosamente in arabo formale. Rare -ricorda Gnosis- erano le ripreseesterne e nei filmati quasi mai apparivano altre persone. I video erano, quindi, fatti giungere ad Al Jazeera”.

Esecuzione-untitledCon Anwar Al-Awlaki, il religioso nativo americano ucciso nel 2011 nello Yemen durante un attacco condotto da un drone, la propaganda estremista islamica “ha subìto un sostanziale stravolgimento. Egli, infatti, ha modificato la struttura dei comunicati e contribuito alla produzione della rivista in lingua inglese sull’Islam e il Jihad: ‘Inspire’.

L’Isis, poi, ha fatto ricorso a un maggiore utilizzo delle applicazioni fruibili nel cyberspazio”.

“Migliaia di account Twitter creati per diffondere messaggi in sette lingue, produzione di video di altissima qualità tecnica e persuasiva costantemente immessi su YouTube, innumerevoli profili attivati su Facebook, bloccati dal gestore e riattivati dopo  poche ore con identità diverse, utilizzo di servizi di shared writing come Just Paste per diffondere i riassunti delle battaglie condotte e di SoundCloud per rilasciare rapporti audio.

Islamic-StateSenza considerare l’utilizzo di Instagram per la condivisione delle immagini, di Telegram per l’instant messaging e di ProtonMail per inoltrare messaggi di posta elettronica cifrati. Insomma, rileva il periodico dell’Intelligence, “una panoplia di strumenti virtuali in grado di condurre una cyberwar globale dagli effetti devastanti.

A gennaio 2015 si scopre che i tecnici del cyber Caliphate hanno realizzato perfino un’app per piattaforme Android dedicata alla messaggistica. Si chiama App Alrawi e rappresenta il primo rudimentale tentativo di produrre un’applicazione di messaggistica criptata simile a Telegram, sviluppata per agevolare la riservatezza delle comunicazioni mirate al reclutamento di nuovi jihadisti”.

Il numero dei foreign fighters “è in costante aumento. Secondo un rapporto del 2014, elaborato all’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (Icsr), il numero dei combattenti islamici provenienti dall’Europa, nel 2013, oscillava tra le 5.000 e le 11.000 unità.

L’Icsr, inoltre, stimava che circa un quinto (18%) dei combattenti stranieri operanti in Siria provenisse dall’Europa occidentale”. Nell’ultimo trimestre del 2014, stime prodotte da fonti d’intelligence “hanno calcolato in circa 15.000 i combattenti stranieri nell’Isis, di cui 2.000 occidentali.

310x0_1413134155344_dabiq21Il 6% di questi, provenienti dall’Ue, si sono convertiti all’Islam, molti sono immigrati islamici di seconda o terza generazione e pochissimi di origine siriana. Il 18% è costituito da donne, l’età media è compresa tra 18 e i 29 anni e molti dei reclutati occidentali hanno un buon livello di acculturamento, discreto è il numero di laureati e la condizione economica delle famiglie è generalmente buona”.

Si evince, pertanto, “che il progetto del Califfato universale attira i giovanissimi, anche se l’età media dei combattenti francesi è di 27 anni, mentre quella dei belgi e dei britannici è di 24”.

Secondo una valutazione riportata da fonti statunitensi a fine 2015, ammonterebbero invece a oltre 30.000 gli stranieri, provenienti da oltre 100 Paesi, che hanno ingrossato le file di Daesh nel 2014.

“Di questi, più di 4.500 provengono da Paesi occidentali (250 americani, 750 britannici e 1.800 francesi), cui vanno aggiunti circa 2.400 cittadini russi e almeno 3.000 giunti dall’Asia centrale.

Per quanto concerne l’Italia, sarebbero oltre novanta coloro che sono partiti per la guerra santa e, tra questi, più di venti sarebbero già deceduti in combattimento”.

alnusra“Anche se la presenza di foreign fighters nell’ambito mediorientale non è una novità − basti pensare all’afflusso di ribelli durante la guerra condotta dai sovietici in Afghanistan nel 1980 o la partecipazione di combattenti stranieri nel conflitto russo-ceceno nel 1995 − va detto che il conflitto in Siria e in Iraq ha generato una mobilitazione senza precedenti”, rileva Gnosis.

Ciò che contraddistingue il sistema di reclutamento dei foreign fighters “è l’aspetto ideologico. Gli aspiranti combattenti hanno una modesta o nulla conoscenza delle diversità dei gruppi jihadisti. Un indottrinamento preliminare viene svolto sui  simpatizzanti, grazie ai social network, prima ancora che intraprendano il viaggio.

9fbf9559a3f424af9111f24a12b1de6fMediante la trasmissione di video postati su YouTube, di immagini e resoconti sui combattimenti inviati da Twitter, i reclutatori si sforzano di comprendere le reali motivazioni che spingono i nuovi adepti ad aderire alla causa, cercando di veicolare ogni aspirante al gruppo combattente più idoneo”.

“Sugli aspetti motivazionali – si legge sul periodico dell’Intelligence – influiscono i forti condizionamenti di tipo mediatico cui vengono sottoposti. Un esempio è rappresentato da Ibrahim Al-Mazwagi, il primo jihadista britannico a essere ucciso nel 2013, durante il conflitto siriano.

Benestante e studente universitario modello, in uno dei video immessi in rete asserì che la famiglia lo aveva sostenuto nella decisione di unirsi alle forze di opposizione al governo di Assad”.

FFimages1Impossibile definire un profilo standard per i foreign fighters, “perché è l’eterogeneità che li caratterizza.

Alcuni credono nel sogno del Califfato universale, altri intravedono la possibilità di essere protagonisti di un progetto in grado di valorizzarli o vivono la scelta come rito di passaggio per una vita migliore, senza escludere quanti imbracciano le armi per ragioni di noia, di tensioni generazionali, di condizionamenti familiari, di denaro, di vendetta, di desiderio di avventura”.

Il clamore mediatico suscitato dalla denuncia di governi occidentali circa gli abusi condotti dal regime di Assad “ha originato movimenti di opinione che hanno fortemente inciso sull’incremento del numero dei combattenti stranieri.

Esercito-conquista-al-NusraUn ruolo di particolare rilevanza nelle attività di proselitismo e reclutamento è svolto dai cosiddetti divulgatori, inseriti negli ambienti sociali dei Paesi europei e nelle comunità islamiche del pianeta”.

Questi ultimi “hanno il compito di reclutare localmente nuovi combattenti; in tale ruolo, sono attive anche le donne, come Hayat Boumediene, la compagna di Amedy Coulibaly, uno dei protagonisti della strage del negozio kosher di Parigi.

Fuggita in Siria, è ancora molto impegnata nell’attività di propaganda e reclutamento di musulmani europei”.

Esercito-conquista-AFP“La peggiore forma d’indottrinamento all’estremismo, definita con il termine homegrown, mira alla creazione, sul luogo di residenza, di un’area di consenso verso un jihad radicale ma, soprattutto, invisibile e finalizzato all’incitamento alla lotta del singolo individuo.

Secondo un campionamento dell’Icsr, circa il 61,4% dei combattenti formati dai reclutatori sarebbe confluito nell’Isis; il 17,5% nel gruppo di Jabhat Al-Nusrah, operativo in Siria e Libano; il 2% affiliato al Free Syrian Army.

Il restante 20% sarebbe distribuito in milizie jihadiste diverse. Il 23,4% dei reclutati proverrebbe dal Regno Unito, il 14% dalla Francia, il 12,3% dalla Germania, l’8,8% dalla Svezia, il 7% dall’Olanda e il 5,3% dal Belgio. Gli occidentali non europei sarebbero il 7%”.

imagesCAZI02S32“Anche le metodologie di addestramento dei foreign fighters sono diversificate: quelli provenienti dall’Asia centrale – i ceceni tra i primi – sono preparati e soprattutto testati sul campo di battaglia.

Al contrario, sono inesperti quelli originari dell’Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo, anche se al termine dell’iter formativo – in virtù dell’alta motivazione psicologica – dimostrano ottime capacità di combattimento.

I nativi siriani e iracheni palesano atteggiamenti anti-sciiti molto forti, un aspetto capace di creare non pochi problemi, essendo il Jihad una guerra che non può permettersi conflitti settari”.

b593x443I combattenti occidentali, al contrario, “hanno motivazioni che non risentono di diversità religiose, ma che si basano essenzialmente su storie personali. Sono queste quelle che maggiormente possono contribuire al perseguimento del disegno di costituzione dello Stato islamico”.

Le reclute locali, a forte orientamento religioso, “perseguono obiettivi riconducibili a scenari circoscritti. Tali differenze possono originare spaccature interne all’Isis, come avvenuto con Al Qaeda in Iraq che non è mai riuscita a creare un collante forte tra lediverse culture dei gruppi combattenti”.

È però “soprattutto grazie al proselitismo virtuale, tuttavia, che si consuma il vero reclutamento di foreign fighters. Il sito multimediale di Al Hayat, ad esempio, alterna numerosi video in cui è mostrato il volto freddo e violento del Jihad a immagini che inneggiano alla serenità della vita nei territori governati dall’Isis”.

imagesCAXRB4Z8In tutti i filmati, sottolinea Gnosis, “sono presenti elementi persuasivi. Si pone l’accento sul tema della giustizia e della legittimità dello Stato islamico, i commenti sono tradotti in lingue diverse, il sottofondo musicale è selezionato in funzione delle immagini e in sintonia con la cultura giovanile occidentale.

Si evidenzia, principalmente, l’importanza della chiamata ideologica all’azione, esaltando le malefatte del nemico controbilanciate dalle buone azioni dello Stato islamico”. Il tragitto migliore per chi desidera raggiungere i territori controllati dall’Isis è quello che passa per la Turchia grazie alla facilità di ottenere il visto, rilasciato al momento dell’arrivo nel Paese.

imagesCA2S02PPNe è un esempio l’afflusso di foreign fighters dalla Malesia: fino a pochi mesi fa, molti aspiranti combattenti, partendo dall’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur, si servivano dell’aeroporto di Ankara per poi proseguire verso la Siria. A febbraio2015, sono stati arrestati 51 malesi, in partenza per la Turchia, sospettati di essere militanti dell’Isis.

Una considerazione a parte, rileva il periodico dell’Intelligence italiana, “merita la regione balcanica che incarna il ruolo di transitpoint per i foreign fighters europei. Secondo una ricerca condotta dal Combating Terrorism Center di West Point, nel 2012 sarebbero tra 200 e600 i combattenti di nazionalità balcanica confluiti in Siria”. Nel 2015 “si è poi registrato un aumento delle partenze di combattenti islamici dagli Stati Uniti.

ISIS-images1Un esempio è quello dello Stato del Minnesota da dove, l’anno scorso, più di 20 giovani sono partiti per la Somalia per aderire ad al-Shabab”.

Per ragioni di sicurezza, le nuove reclute del Jihad “sono miscelate in gruppi in cui convivono combattenti nativi e stranieri.

È una metodologia molto efficace, che ha consentito di identificare soggetti che presentavano particolari problemi caratteriali e psicologici ma, anche, di rilevare abilità particolari o competenze specifiche. Nel caso delle spie, si adottano altre tecniche: alle reclute sospettate di spionaggio, ad esempio, viene chiesto di commettere atti eclatanti, come stupri e decapitazioni”.

Iraq: Un anno di Isis in Iraq, oltre 36.000 le vittime del terrorismoAnche in combattimento “le milizie straniere e quelle native sono impiegate in maniera diversa.

Sul campo di battaglia i foreign fighters provenienti dall’Asia centrale sono utilizzati per le prime azioni d’attacco, mentre le forze arabe locali per presidiare le postazioni occupate.

Si spiega, pertanto, come le perdite dei foreign fighters siano rilevanti.

Il loro impiego è prezioso anche per le azioni suicide. In tali circostanze vengono utilizzate anche le reclute su cui gravano sospetti e antipatie o che si sono rivelate meno idonee al combattimento”.

soldati ISC’è poi l’aspetto della “disillusione tra i combattenti stranieri, molti dei quali tentano d’imboccare la via del ritorno verso i Paesi di origine.

Ovviamente, la fuga non è contemplata e la punizione per chi è sospettato di voler abbandonare il campo è la prigione o la morte. Secondo un quotidiano libanese, dal settembre 2014 al febbraio 2015, sono stati uccisi oltre 120 combattenti stranieri, sorpresi nel tentativo di tornare a casa”.

I foreign fighters occidentali “ricevono una preparazione militare di base e a pochissimi è concesso un addestramento avanzato. Le motivazioni del percorso formativo ridotto sono molteplici. In primo luogo, molti foreign fighters occidentali non parlano arabo e sono perciò trattati con naturale diffidenza dai locali”.

IMG_20150717_1114241In secondo luogo, “sono spesso classificati unnecessary per l’inesperienza nel combattimento; anche per tali motivi, i combattenti stranieri sono spesso utilizzati per missioni suicide nei Paesi di origine, per videoriprese delle esecuzioni di ostaggi, per azioni di guerriglia ecc”.

I foreign fighters hanno assunto anche il ruolo di comunicatori ufficiali dell’internazionalizzazione della causa del Califfato, “perché forniscono un notevole contributo per le conoscenze linguistiche dei Paesi occidentali, elemento prezioso – si legge nell’approfondimento di Gnosis – per l’organizzazione di azioni terroristiche e l’attività di propaganda.

A loro è così concessa la possibilità di comunicare con i familiari rimasti in patria e di  descrivere le condizioni di vita quotidiana; i messaggi sono però controllati affinché contengano sempre notizie positive: conferme sulla giustezza della scelta compiuta e sulla certezza della vittoria finale”.

imagesCAP34GMQPer acquisire filmati realistici, a scopo propagandistico, sui combattimenti condotti “è consentito l’utilizzo di videocamere/fotocamere GoPro, di ridotte dimensioni e peso, grazie al cui impiego i foreign fighters producono filmati di straordinaria somiglianza con i videogiochi per ragazzi: una terrificante analogia che produce un effetto psicologicamente coinvolgente, soprattutto sui cosiddetti nativi digitali.

È una tecnica immersiva che porta a confondere le giovani menti e a rendere familiari le brutalità della guerra, al punto di presentarle perfino affascinanti”.L’Isis, da un punto di vista militare, ha quindi introdotto un “nuovo modello di reclutamento dei combattenti: quello online. Siamo lontani dal celebre manifesto del 1917 dello Zio Sam che, puntando il dito verso chi lo osservava, sembrava realmente pronunciare la famosa frase ‘I want you’.

imagesCA8J0SQTOggi, la tecnologia ha assunto un ruolo predominante su tutto ciò che rappresenta il nostro modo di pensare, di agire, di relazionarci e, persino, di modellare la nostra stessa crescita”.

La leadership dello Stato islamico “ha compreso tutto ciò e ha acquisito tecniche e metodologie d’impiego.

Inoltre, contrariamente alla maggioranza delle organizzazioni rivoluzionarie non militari, l’Isis utilizza tattiche belliche convenzionali per controllare e preservare il territorio occupato. La sua strategia si basa sulla guerriglia urbana condotta a livello planetario (ancora erroneamente etichettata come ‘attentati terroristici’), che mira all’indebolimento psicologico delle popolazioni considerate nemiche. Al contrario, sul campo di battaglia, Daesh adotta tattiche e strategie militari”.

ISIS-videoi-Ramadi1I suoi vertici, infatti, “sanno bene che per giungere alla costituzione dello Stato islamico è indispensabile condurre azioni che tendano all’espansione territoriale.

Per conseguire tale obiettivo -aggiunge Gnosis- è fondamentale l’incremento di combattenti e di foreign fighters che costituiscono, quindi, una risorsa straordinaria”.

Grazie ai social media e al talento linguistico e tecnologico del cyber Caliphate, l’arruolamento online sta producendo “risultati significativi.

Le azioni di guerriglia condotte dai jihadisti in tutto il mondo hanno l’effetto di migliorare il risultato e la stessa credibilità dell’organizzazione.

ISIS-untitledSe è vero che ai combattenti stranieri sono affidati i compiti più pericolosi, è altrettanto vero che, in larga misura, è esattamente questo il ruolo che essi vogliono attestarsi”. Per i foreign fighters “l’ipotesi peggiore -conclude la rivista italiana di Intelligence- sarebbe quella di essere lasciati fuori dalla lotta.

E anche se permangono conflitti tra i nativi e gli stranieri, la motivazione ideologica e avventurosa del Califfato universale rappresenta un elemento di coesione formidabile che accomuna gli interessi di tutte le parti in causa”.

Foto: AFP e Stato Islamico

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