F-35: ancora delusioni per l’Italia, in Olanda i ricambi per le flotte europee

L'arrivo a Edwards dei due F-35 olandesi

Ferragosto amaro per quanti hanno a cuore in Italia il programma F-35. Il giorno prima il Pentagono ha ufficializzato la sua decisione di costruire in Olanda il magazzino dei pezzi di ricambio per le flotte europeo-mediterranee dell’aereo da attacco statunitense Lockheed Martin F-35, e in Australia quello per le flotte dell’area Asia-Pacifico. Il nostro Paese resta quindi fuori da questo importante sviluppo del programma.

Come aveva già fatto nell’ambito della sua Global Support Solution Strategy per l’assegnazione delle prime attività di manutenzione strutturale del velivolo e del motore, il Joint Strike Fighter Program Office del Pentagono ha preventivamente vagliato le credenziali e possibilità pratiche offerte sia dagli otto partner interazionali del programma che dai tre clienti Foreign Military Sales.

Concluse le valutazioni, la scelta è caduta sull’Olanda. Partner di secondo livello come l’Italia, il paese dei tulipani ci soffia così un business valutato secondo fonti di Amsterdam intorno al miliardo di dollari, assicurandosi con questa risorsa fondamentale per l’esecuzione del programma un ruolo cruciale nel sostegno tecnico-logistico delle centinaia Joint Strike Fighter che opereranno al di qua dell’Atlantico.

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Saranno non meno di una settantina le imprese olandesi (l’industria aeronautica locale Fokker in testa) a trarre vantaggi tanto da una mera conservazione e smistamento delle parti di ricambio quanto soprattutto delle attività tecnologiche connesse alla loro gestione.

La decisione appare poco chiara/comprensibile/accettabile per almeno due motivi. E’ l’Italia al momento l’unico partner a disporre in Europa di una grande infrastruttura a supporto del programma – la linea di assemblaggio di Cameri con le relative stazioni di manutenzione – e conseguentemente delle potenzialità necessarie ad assicurare il sostegno logistico degli aerei dei partner europei. Spazi, ambienti a elevato tenore tecnologico e misure (anche americane) per la loro gestione in sicurezza, non fanno certo difetto alla base piemontese. Almeno in questa ottica, solo relativamente secondaria, non si capisce perché la scelta sia caduta sull’Olanda.

Secondo motivo. Come abbiamo illustrato per anni su queste colonne e come giustamente conferma con ampie spiegazioni la recente relazione della Corte dei Conti sullo stato della nostra partecipazione al Joint Strike Fighter – alla quale dedicheremo prossimamente un’analisi dettagliata – quanto a ritorni economico/industriali/occupazionali l’Italia è già stata penalizzata significativamente dalla riduzione degli impegni di acquisto dagli originari 131 esemplari a 90, vedendo indebolito uno dei due cardini del nostro interesse nel programma americano.

FACO - Assemblaggio corpo centrale dell'ala

Abbiamo rallentato gli ordini, va bene, ma i 90 aerei e il loro finanziamento sono stati ripetutamente confermati dalla nostra Difesa, che ha persino cominciato (!) ad attrezzare una base aerea che non li schiererà, Grottaglie. Si dà però il caso che anche l’Olanda abbia ridotto il suo interesse per lo stealth d’oltre Oceano: all’inizio ne voleva 85, ma si fermerà a 37, meno della metà. Per quali ragioni è stata trattata meglio del nostro Paese?

La catena logistica che vedrà come epicentro sarà certamente molto complessa. Servirà la flotta americana di F-35 stanziata in Europa, ma con qualche probabilità non quella britannica né quella norvegese – come si ricorderà Oslo ha stretto accordi con Londra per collaborare nell’addestramento e nel supporto logistico.

Quanto a Israele, provvederà da sé. Norvegia e Turchia, poi, non fanno parte dell’Unione Europea, e come ha giustamente commentato Defence Aerospace, questo comporterà vincoli, ritardi e costi aggiuntivi per le rispettive flotte: le forze aeree norvegesi e turche dovranno infatti sottostare ai controlli doganali, e pagare la VAT (la nostra IVA) sulle forniture.

Il “magazzino” olandese forse lavorerà meno del previsto, ma lo smacco per l’Italia non risulterà meno avvilente.

Silvio Lora LamiaVedi tutti gli articoli

Nato a Mlano nel 1951, è giornalista professionista dal 1986. Dal 1973 al 1982 ha curato presso la Fabbri Editori la redazione di opere enciclopediche a carattere storico-militare (Storia dell'Aviazione, Storia della Marina, Stororia dei mezzi corazzati, La Seconda Guerra Mondiale di Enzo Biagi). Varie collaborazioni con riviste specializzate. Dal 1983 al 2010 ha lavorato al mensile Volare, che ha anche diretto per qualche tempo. Pubblicati "Monografie Aeree, Aermacchi MB.326" (Intergest) e con altri autori "Il respiro del cielo" (Aero Club d'Italia). Continua a occuparsi di Aviazione e Difesa.

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