La Turchia minaccia un attacco imminente contro i curdi in Siria

Leopard turco in Siria al-Bab TWITTER

La Turchia minaccia un attacco imminente in Siria contro le SDF/YPG. Il presidente Recep Tayyp Erdogan ha annunciato nelle scorse ore che “abbiamo concluso i preparativi. Siamo pronti a cominciare in qualsiasi momento”. Le truppe di Ankara sono state schierate in massa ai confini siriani.

Le manovre, se ci saranno, avverranno in direzione di Afrin e Manbij. Intanto, l’artiglieria di Erdogan ha colpito a più riprese postazioni curde nelle due zone e le SDF/YPG hanno risposto distruggendo alcuni veicoli corazzati turchi.

L’eventuale offensiva della Turchia in Siria rischia di trasformarsi in un bagno di sangue e aprire una nuova crisi internazionale. Non solo per l’elevato numero di morti che potrebbe causare ma anche perché andrebbe a rompere i già fragili equilibri createsi nei vari colloqui intra-siriani e in quelli più riservati tra le grandi potenze.

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L’eventuale attacco dovrà avere il placet della Russia e sfiderà gli Stati Uniti, veri protettori delle SDF in funzione anti Assad e anti russa.

Mosca schiera nel paese mediorientale diverse batterie di missili anti-aerei: un’azione senza preventiva intesa o addirittura nonostante un veto russo sarebbe un azzardo per Ankara. Un attacco alle SDF/YPG a Efrin o Manbij sarebbe un’aggressione agli Stati Uniti che al fianco dei curdi scherano molte centinaia di forze speciali e consiglieri militari.

“Non penso di chiamarlo” ha risposto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ai giornalisti che gli chiedevano di un eventuale confronto con il presidente americano sul minacciato intervento armato della Turchia contro l’enclave curda di Afrin, nel nord della Siria.

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“Quelli che ci hanno pugnalato alle spalle fingendosi nostri alleati non possono fermare” l’attacco, aveva detto poco prima, riferendosi proprio al sostegno Usa ai curdi siriani del Pyd. Erdogan ha poi detto che intende invece continuare a confrontarsi sulla situazione in Siria con il presidente russo Vladimir Putin

Erdogan aveva detto ieri che un eventuale intervento armato turco contro l’enclave curda di Afrin sarà condotto insieme alle milizie dell’opposizione siriana, riferendosi alle milizie turcimanne e a qualche fazione dell’Esercito Siriano Libero.

La Coalizione Internazionale a guida Usa ha appena annunciato di stare lavorando con le SDF per creare una forza di controllo delle frontiere (Border Security Force, BSF) siriane con la Turchia e l’Iraq. Questa sarà comandata direttamente dai leader dei combattenti curdi e a pieno organico avrà al suo interno oltre 30.000 elementi. Di cui, peraltro, almeno la metà sono veterani della guerra contro Isis in Siria orientale.

La decisione è stata condannata sia da Damasco sia da Ankara. La prima l’ha definita un oltraggio alla sovranità delle istituzioni del paese. La seconda come la conferma che gli Usa vogliono rafforzare l’YPG invece di indebolirlo e ciò è inaccettabile.

Reuters

Perciò, Erdogan ha una finestra di tempo limitata per lanciare la sua offensiva contro i curdi. Una volta che la BSF verrà completata e schierata, per le sue truppe sarà più difficile un’eventuale invasione-lampo.

In queste ore Ankara sta continuando a rafforzare il suo contingente al confine, con l’invio di blindati e batterie di missili terra-aria Hawk (segnale inequivocabile che i turchi temono interventi aerei in appoggio ai curdi. La forza di confine curda sponsorizzata da Washington è stata oggi duramente condannata anche da Damasco, mentre secondo Mosca “le azioni dimostrano gli Stati Uniti non vogliono mantenere l’integrità territoriale della Siria”.

Sul campo di battaglia chi trarrebbe benefici a breve termine dall’offensiva di Erdogan è l’Isis. Le minacce della Turchia hanno distratto le SDF dalla campagna contro il Califfato nella ziona di Deir Ezzor. I jihadisti quindi hanno recuperato terreno a Gharanij e si sono sposati anche più a nord tra Hama e Idlib.

Qui hanno tolto spazi a Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e sono rientrati ad Aleppo. La mancata sconfitta dello Stato Islamico e il suo ricollocamento nelle due province stanno creando problemi anche all’esercito siriano (SAA).

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Questo ha dovuto rivedere le sue manovre contro HTS in zona, schierando parte delle truppe per bloccare l’avanzata dello Stato Islamico. Peraltro, una maggiore presenza di jihadisti a Idlib e Aleppo causano guai anche ad Ankara. Il fatto che le due aree si trovino ai confini, aumenta le possibilità di infiltrazioni di miliziani jihadisti e il rischio di attentati in Turchia.

L’attacco di Ankara contro i curdi era stato previsto lo scorso ottobre da Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, il quale aveva spiegato a Difesa & Sicurezza che “i curdi oggi controllano un territorio, di cui solo un terzo è abitato da quell’etnia; allargandosi su zone arabe ricche di giacimenti di gas e petrolio. Assad, in passato disponibile ad accettare la loro autonomia, non permetterà che prendano un terzo del paese e tutti i pozzi. Un contesto – aveva avvertito– che rischia di portare a un riavvicinamento tra Assad ed Erdogan.

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Prima amici e poi acerrimi nemici per il sostegno di Ankara alla rivolta in Siria. I due avranno interesse comune a contrastare i curdi. Damasco per riprendersi le ricche regioni energetiche e ridimensionare le loro aspirazioni; Ankara per impedire che si crei una regione indipendente dominata da YPG, cugini del PKK e riferimento per i curdi in Turchia.

Questa convergenza di interessi Damasco-Ankara potrebbe portare a un’azione congiunta con una possibile mediazione di Mosca, vera potenza stabilizzatrice in quella regione del Medio Oriente. Un simile scenario determinerebbe un ulteriore avvicinamento della Turchia alla Federazione Russa e un conseguente maggiore allontanamento dalla NATO e dagli Usa”.

Non è un caso che oggi Erdogan abbia lanciato un appello alla Nato, da parte della quale esige la co danna del progetto statunitense di creare un corpo di 30 mila curdi uomini nel nord della Siria

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“Cara Nato, siete obbligati a prendere posizione se un alleato subisce molestie e minacce ai propri confini” ha detto Erdogan cui ha fatto eco il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Dal Canada, dove Cavusoglu si trova in visita, il ministro ha chiesto a Washington di “decidere da che parte stare”, se seguire un alleato Nato o sostenere il Pyd-Ypg, considerato da Ankara un’organizzazione terroristica.

Un eventuale attacco della Turchia ai curdi in Siria potrebbe creare qualche difficoltà anche all’Italia che schiera nel sud della Turchia una batteria di missili terra-aria SAMP/T a Kahramanmaras con circa 130 militari del 4° Reggimento artiglieria controaerei Peschiera ed “elementi di staff del Comando artiglieria contraerei di Sabaudia, come riporta il sito del ministero della Difesa italiano. La presenza italiana è inserita nell’operazione NATO Active Fence a difesa dello spazio aereo turco da eventuali attacchi di missili balistici siriani. Operazione ormai resa forse superflua dagli sviluppi del conflitto in Siria (Difesa&Sicurezza)

Foto: Truppe turche in Siria (AP, AFP e Anadolu)

 

Francesco BussolettiVedi tutti gli articoli

Nato a Roma nel 1974, lavora all'agenzia di stampa Il Velino. E' inviato di guerra embedded dal 2003, quando partecipò alla missione Antica Babilonia con l'Esercito Italiano in Iraq. Ha coperto sul campo anche i conflitti in Afghanistan (Enduring Freedom e Isaf) e Libano (Unifil), nonché quelli in Corno d'Africa (Eritrea, Etiopia e Somalia) e le principali attività della Nato al fianco delle forze armate di diversi paesi. E' ufficiale della Riserva Selezionata dell'Esercito, specialista Psy-Ops, e tra il 2012 e il 2013 ha prestato servizio a Herat nell'RPSE. Attualmente si occupa in particolare di cybersecurity.

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