Si aggrava lo scontro tra le monarchie del Golfo

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Si accentua il braccio di ferro tra i principali Stati arabi sponsor dei movimenti jihadisti e dell’Islam radicale con il sempre più acceso scontro tra il piccolo Qatar e gli altri emirati guidati dal regno saudita (vedi editoriale del 7 giugno) che ha visto Riad consegnare tramite il Kuwait la lista di 13 condizioni che Doha dovrebbe rispettare per chiudere la crisi.

SAuditi e alleati hanno chiesto a Doha di chiudere-la tv satellitare al-Jazeera, di limitare le relazioni con l’Iran e dismettere la base militare turca allestita in Qatar che ospita un contingente di 150 consiglieri (destinato però a salire a 3mila militari) che addestrano i 14 mila militari dell’emirato.

Inoltre, punto non meno importante, Riad e i suoi alleati chiedono lo stop a tutti i legami con i Fratelli Musulmani e con movimenti quali Hezbollah, le milizie ex qaediste in Siria, l’Isis e il gruppo palestinese Hamas.

Più che di richieste si tratta di un diktat in cui si vorrebbe imporre al Qatar, che ha già risposto picche, di rinunciare alla sua stessa sovranità e persino di pagare i danni ai suoi vicini per il blocco economico che loro stessi hanno posto a Doha.

Molte delle richieste sono del resto paradossali, soprattutto se provenienti da Paesi che del sostegno all’islamismo più estremista hanno fatto la loro bandiera. Al-Jazeera è certo faziosa e indulgente nei confronti di movimenti jihadisti, ma non più di altre tv arabe del Golfo.

I gruppi jihadisti che in Siria combattono Bashar Assad hanno goduto, direttamente o meno, di denari e armi provenienti da tutte le monarchie del Golfo, incluso l’Isis.

Venerdì il ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha negato che il suo Paese abbia mai sostenuto Jabhat Fateh al-Sham, già noto come Fronte al-Nusra, ex branca di al-Qaeda in Siria.

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Non è vero ma del resto non sarà certo Riad a poter scagliare la prima pietra dal momento che la precedente crisi tra sauditi e qatarini, nel 2014, si sviluppò proprio intorno alla guerra siriana con Doha che armava le milizie dei Fratelli Musulmani e i sauditi quelle salafite e wahabite.

La crisi si risolse con la nascita dell’Esercito della Conquista, alleanza che riunì le milizie jihadiste prima rivali insieme ai qaedisti di al-Nusra.

Anche snella Coalizione a guida USA contro lo Stato Islamico né il Qatar né gli altri Stati arabi che oggi lo accusano, hanno mai giocato un ruolo militare reale tradendo la simpatia per l’Isis che combatte gli sciti. Non a caso anche il Qatar ha fatto parte, fino a pochi mersi or sono, dell’alleanza a guida saudita che combatte nello Yemen i ribelli sciti Houthi.

In Libia invece il Qatar sostiene i Fratelli Musulmani della Tripolitania mentre emiratini, sauditi ed egiziani le forze del generale Khalifa Haftar.

Il confronto è di natura ideologica perchè il Qatar sostiene i Fratelli Musulmani, movimento a cui appartiene anche il governo turco di Recep Tayyp Erdogan che ieri ha risposto a Riad dichiarando che la pretesa chiusura della base turca “è un’ingerenza esterna alle relazioni bilaterali” tra Doha e Ankara.

L’obiettivo della Fratellanza è l’imposizione dello stato islamico e l’applicazione della sharia, esattamente come i salafiti e wahabiti sostenuti da Riad e alleati. Ma mentre questi ultimi movimenti odiano la democrazia, i Fratelli Musulmani la considerano lo strumento attraverso il quale conquistare il potere rovesciando regimi dispotici.

Chiaro quindi che Arabia e altre monarchie ereditarie vedano come un grave pericolo la diffusione dell’ideologia dei Fratelli Musulmani e anche in Europa la corsa alla penetrazione islamista vede una forte rivalità tra le moschee della “Fratellanza” finanziate da qatarini e turchi e quelle salafite sostenute da sauditi e altri Stati del Golfo.

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Con il Qatar si è schierato l’Iran, che approfitta dell’insperata frattura nel fronte sunnita, ma la crisi potrebbe degenerare poiché Doha difficilmente potrà accettare un diktat che è anche un ultimatum.

Il documento afferma infatti che “queste richieste devono essere accolte entro 10 giorni dalla data di consegna, o verranno considerate vacanti”, aggiungendo che il loro recepimento verrà’ “monitorato attentamente, una volta all’anno per il primo anno, una volta ogni tre mesi nel secondo e una volta all’anno per i dieci anni successivi”.

Il rifiuto del Qatar di “recepire” le richieste dei vicini provocherà l’isolamento di Doha, come hanno già annunciato gli Emirati Arabi Uniti nonostante le pressioni degli USA che, pur riconosvendo (come ha fatto Donald Trump)  le “colpe” del Qatar, sostengono una soluzione negoziata della crisi tra Paesi che sono alleati di Washington, ospitano basi statunitensi e sono importanti clienti delle aziende della Difesa americane.

Defilata invece la posizione degli europei un po’ per la solita incapacità di gestire e crisi internazionali ma soprattutto perché tutte le monarchie del Golfo investono miliardi in Europa e nessuno vuole rischiare di perdere affari e investimenti schierandosi da una parte o dall’altra.

Nel frattempo la crisi, che pare per ora lontana dall’avere sviluppi militari, determina importanti conseguenze economiche per il Qatar che importa circa l’80 per cento dei beni che consuma. Dall’inizio della crisi, lo scorso 5 giugno, la Turchia ha triplicato le esportazioni verso l’emirato, come ha reso noto il 22 giugno ministro del Commercio turco Bulent Tufenkci, spiegando che l’attuale valore delle esportazioni è di 32,5 milioni di dollari.

”Dal 5 al 22 giugno le esportazioni verso il Qatar hanno raggiunto i 32,5 milioni di dollari. Di questi, 12,5 milioni di dollari in cibo. Si tratta di un dato di tre volte superiore” al livello precedente, ha detto il ministro incontrando i giornalisti.

Grandi affari anche per l’Iran, sorvolato dai velivoli della Qatar Airways banditi dai cieli arabi e i cui prodotti hanno rimpiazzato quelli arabi nei supermercati di Doha mentre la crisi non sembra risparmiare neppure i dromedari.

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Migliaia di animali di proprietà di cittadini del Qatar sono stati infatti espulsi dai territori dell’Arabia Saudita dove erano tenuti negli allevamenti, con il risultato che molti di loro si sono persi, alcuni sono morti e altri sono rimasti feriti. Lo ha riferito il 22 giugno al-Jazeera.

“Non dimenticheremo mai quello che ci hanno fatto”, ha detto, intervistato dall’emittente, Mohammad Merri, dell’Associazione dei proprietari di dromedari del Qatar. Finora molti di questi animali, utilizzati per la produzione di latte, di carne, ma anche per competizioni, veniva tenuto su vasti territori concessi da Riad agli allevatori, ma tutto è cambiato dopo che Arabia Saudita, Emirati arabi uniti,  Bahrain ed Egitto hanno interrotto le relazioni con il Qatar e imposto un blocco della sua frontiera terrestre

Al momento sarebbero 15 mila i dromedari espulsi dal territorio saudita e sospinti in Qatar dove su cerca di trovare per loro cibo e riparo. Fragoroso, in proposito, il silenzio delle associazioni animaliste internazionali.

Foto: Zero Hedge, Reuters e 13ABC

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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