Ombre russe sul Mediterraneo

Roma, 13 gen. (askanews) - Il generale libico Khalifah Belqasim Haftar "ha firmato un accordo" con Mosca per l'installazione di una base militare in Libia. A scriverlo oggi è al Quds al Arabi, quotidiano panarabo di proprietà del Qatar, Paese che sostiene l'ex governo islamista di Salvezza nazionale di Tripoli.

Non solo ma la stessa testata, in un editoriale pubblicato oggi sul suo sito on-line, parla di "prossime manovre della marina militare russa" nelle acque del mediterraneo davanti alle coste libiche che avrebbe l'obbiettivo di "testare eventuali reazioni dei Paesi occidentali, troppo preoccupati di non impantanarsi" nel caos del Paese Nordafricano. 

Mercoledì scorso, il generale Haftar ha visitato l'incrociatore russo Kuznetsov. Il comandante del sedicente esercito nazionale libico è stato accolto a bordo dal Vice Ammiraglio V. N. Sokolov e una volta sul vascello si è collegato in videoconferenza con il Ministro della Difesa della Federazione Russa Sergei Shoigu, come ha fatto sapere in un comunicato il ministero
della Difesa russo. (segue)

Al momento la grande preoccupazione per la sicurezza internazionale è rappresentata dalle guerre nucleari minacciate tra Kim Jong-un e Trump. Anche se sembriamo non crederci troppo. Un po’ perché noi italiani non abbiamo mai davvero creduto che qualcuno potesse fare “veramente” uso di armi nucleari neanche nei periodi più bui della guerra fredda, un po’ perché (sbagliando) tendiamo a non prendere sul serio nessuno dei due personaggi coinvolti (personaggi sicuramente eccentrici e, forse, a tratti quasi clowneschi, ma dotati di una razionalità astratta che potrebbe portarli ad azioni per noi inconcepibili).

In merito al “nostro” fronte caldo, la Libia, l’interesse dei nostri politici e dei nostri commentatori appare in questi giorni focalizzato sull’evoluzione della problematica delle migrazioni incontrollate che giungono nel nostro paese.

Sembra però che non ci si stia accorgendo che il Mediterraneo (ormai quasi orfano delle attenzioni statunitensi), piano piano stia scivolando sempre di più nell’orbita d’influenza russa e che la Libia si avvii ad essere il prossimo “boccone” del pasto geo-politico di Mosca.

Sia al-Sarraj che Haftar si sono recati a Mosca e ora Putin, sempre senza eccessivo clamore (da buon ex agente del KGB), avrebbe organizzato un altro incontro tra i due sotto le ali di “Madre Russia”. Secondo alcune fonti l’incontro dovrebbe avvenire a Mosca, secondo altre a Grozny (la capitale della turbolenta Repubblica Cecena a maggioranza islamica sunnita). La scelta di Grozny potrebbe voler lanciare un chiaro messaggio alla popolazione islamica (in prevalenza sunnita) della Federazione Russa e forse dell’intera Comunità degli Stati Indipendenti che Mosca è riconosciuta quale potenza mediatrice anche in paesi sunniti (anche per far dimenticare certe amicizie in campo sciita).

Le ultime notizie sembrano indicare che al-Sarraj abbia risposto negativamente all’invito formulatogli da Putin per il tramite del premier ceceno Ramzan Achmadovi Kadyrov. Ciò, però, non cambia di fatto la situazione ma ne prolunga solo le tempistiche. Se non ad agosto, ben presto l’incontro avverrà.

Iskander in Sirua Raggio d'azione

Fino a non molto tempo fa, gli USA e la NATO erano particolarmente attenti a evitare che la Russia potesse rinsaldare la propria posizione nel Mediterraneo (già ai tempi della Guerra Fredda, Siria ed Egitto erano saldamente nella sfera d’influenza sovietica, ma poi tale legame si era affievolito).

Ora però, la situazione sembra cambiare rapidamente. Infatti, aldilà di quanto sta facendo da tempo in Siria, la Russia progressivamente consolida la propria influenza in altre aree del Mediterraneo

La “sentinella” Turca che doveva contenere a sud la vecchia URSS e a cui, in un certo senso, la Convenzione di Montreux del 1936 attribuisce un “diritto di controllo” sugli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, non è più così anti–russa come in passato, ma soprattutto i suoi rapporti sia con l’Europa che con gli Stati Uniti si sono molto raffreddati. L’avvicinamento della Turchia alla Russia è stato evidente in relazione alla crisi siriana e si è via via rafforzato nell’ultimo anno dopo il fallito “golpe” del luglio scorso.

Tra l’altro la Turchia era stata invitata anche al meeting internazionale di Astana del maggio scorso, che ha rappresentato un passo importante nel quadro della soluzione della crisi siriana. Forse i rancori con USA e UE hanno fatto ancora di più. Oggi, anche se membro della NATO, non si può negare che Ankara sembri strizzare l’occhio a Mosca un po’ troppo spesso.

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Spostandoci in senso orario a sud-est, la Siria, indipendentemente dalle sorti personali di Bashar al-Assad, resterà verosimilmente sotto l’influenza russa e iraniana anche dopo l’eventuale fine della guerra civile e non si può certo escludere che la Russia renda permanente la base aerea di Hmeymim, vicino a Latakya (foto a lato) dopo quella navale di Tartus (foto sotto).

Spostandoci più a sud, Putin non ha mai nascosto il proprio supporto alla presidenza egiziana di Abdel Fattah al-Sisi, esponendosi a suo favore già dall’inizio del 2014. Così ha incominciato a ristabilire quelle forti relazioni con l’Egitto, che si erano state raffreddate all’epoca dal Presidente Sadat (più filo-occidentale del suo predecessore).

Infine, in Libia il peso di Mosca è aumentato visibilmente negli ultimi due anni. Come noto, la Russia fornisce sostegno politico e assistenza militare a Haftar, ma ciò non le ha impedito di tentare anche di gestire una soluzione diplomatica negoziale del conflitto, dialogando sia con Haftar che con al-Sarraj.

È evidente che Mosca non stia operando in Libia in relazione a situazioni di rischio che possono impattare direttamente sul proprio territorio né meramente per ragioni commerciali, strategiche o energetiche, per quanto la caduta di Gheddafi abbia seriamente compromesso gli interessi commerciali russi nel paese (specialmente in relazione agli investimenti in campo energetico e alle commesse nel settore della difesa).

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Né il crescente interesse russo per la Libia sembra riconducibile esclusivamente ai rischi connessi con un radicamento del fondamentalismo islamico nel paese o nel Nord-Africa in generale.

La Russia intende probabilmente approfittare del vuoto di potere creatosi nel paese e nel Mediterraneo in genere. Infatti, gli USA di Obama prima, e di Trump ora, appaiono perlomeno distratti in relazione al Mediterraneo e interessati più a ciò che avviene aldilà del Pacifico (Cina, Corea ecc). Gli europei invece, nel confermarsi incapaci di partorire una politica comune per fronteggiare la crisi nel paese, sembrano intenti a beccarsi a vicenda, come i famosi “capponi di Renzo”.

Questo vuoto di potere e mancanza di visione strategica potrebbe consegnare a Mosca su un piatto d’argento buona parte delle sponde est e sud di ciò che fu il “Mare nostrum”.

Sotto i nostri occhi distratti la Russia si espande la sua influenza politica nell’area fino a poche miglia da casa nostra. Facile prevedere che ciò potrebbe essere la premessa per una sua presenza militare nell’area e per importanti accordi economici (che non potranno certo favorirci).

Inoltre, stabilire un’influenza forte in Libia è per Mosca anche un ulteriore passo per continuare a consolidare la cooperazione già in atto con altri attori regionali che sono attivi in tale crisi, quali Algeria, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Nell’ottica di tale espansione appare logico che Mosca abbia puntato sin dall’inizio su Haftar. L’uomo che era forte nel paese ma non aveva riconoscimento internazionale, legandolo così di fatto a sé.  Al-Sarraj, per contro, già aveva sponsor internazionali importanti (ONU, USA) ma è poco rilevante sul terreno. Sostenere al-Sarraj, in termini di real-politik, non avrebbe pagato.

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Soprattutto, però, l’interesse russo per la Libia è frutto delle ambizioni geo-politiche di Mosca di ristabilire i rapporti di potere sia con gli USA sia con l’UE.

L’assunzione di un ruolo chiave nella crisi libica indica chiaramente che il ruolo geo-politico di Mosca non può essere confinato alle crisi siriana e ucraina (entrambe in un certo senso nel suo giardino di casa) e che la Russia è tornata ad essere una potenza mondiale (come lo è stata l’URSS nel XX secolo e come lo era, in un certo senso, con gli Zar nel XIX secolo).

E da potenza mondiale la Russia non si limita a supportare (politicamente e militarmente) una delle fazioni in lotta, ma si erge anche a mediatore e negoziatore tra le principali fazioni. Con ciò (grazie alla latitanza degli USA e all’inconsistenza delle iniziative dei singoli paesi europei) ottiene due importanti risultati.

Nei confronti delle fazioni libiche e dei loro leader si prospetta come l’unica potenza in grado di negoziare un accordo e traghettare il paese fuori dalla crisi, portandolo ovviamente nella propria sfera d’influenza politico-militare e ponendosi in posizione privilegiata per concludere vantaggiosi accordi commerciali.

Inoltre, dialogando con entrambi i leader, può più agevolmente trattare a livello commerciale ed energetico o perfino spostare la propria gravitazione da uno all’altro. Nei confronti dell’Europa o, almeno, di quei paesi europei più preoccupati per la crisi libica (Italia e Francia, in primis, ma anche Germania e Spagna) la Russia si prospetta come potenza che ha voce in capitolo nei paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo Orientale e Centrale.

Nello sfruttare le paure di alcuni paesi europei in merito ai rischi di una perdurante situazione di guerra civile in Libia e quelle connesse con le migrazioni incontrollate, l’abile scacchista del Cremlino punta a minare dall’interno le coesione della NATO e dell’UE in relazione a politiche  che Mosca considera anti-russe: in relazione all’Ucraina, ovviamente,  ma anche ai Paesi Baltici e a  possibili ulteriori espansioni verso Est delle due Organizzazioni.

Di fatto, oggi, sarebbe inconcepibile pensare di parlare del futuro della Siria senza coinvolgere in ruolo chiave la Russia. Domani (se non già oggi) ciò sarà vero anche per parlare del futuro della Libia. Pare opportuno che l’Europa e l’Italia accettino tale idea e ne traggano al più presto le dovute conseguenze.

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In un Mediterraneo in cui la Russia acquisisce sempre più influenza, cosa intende fare l’Italia, che nel Mediterraneo è immersa e che è di fronte alla Libia (dove Mosca si è imposta come negoziatore internazionale)?

Temo che le risposte si rifacciano a “Dipende cosa deciderà l’ONU”,  “Siamo un membro della NATO, si tratta di un problema di sicurezza internazionale, saremo come al solito fedeli membri dell’Alleanza” oppure “Nessun singolo paese europeo può far niente da solo, deve essere l’UE che insieme faccia sentire tutto il suo peso politico”.  Certamente!

Però, l’ONU da sempre brilla per la sua inconsistenza, ha una maggioranza di membri che certamente non sono sensibili ai problemi del Mediterraneo ed è bloccato da un Consiglio di Sicurezza di cui, tra l’altro, la Russia è membro permanente. Aspettarsi una soluzione del problema dall’ONU è come mettersi davanti al caminetto alla vigilia di Natale aspettando un omone corpulento vestito di rosso e pieno di regali.

In merito alla NATO già in un precedente articolo avevamo posto la domanda “fino a che punto gli interessi strategici e geopolitici degli USA e quelli dell’Italia (e dell’Europa Occidentale e Mediterranea) coincidono ancora?”

Il socio di maggioranza, gli USA di Trump, sembrano distratti al riguardo, al Canada il Mediterraneo non interessa. Norvegia, Danimarca, Islanda be le 3 Repubbliche Baltiche sono lontane in termini geopolitici mentre Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania sono poco interessate al Mediterraneo se non per le emergenze migratorie.

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Per quanto si tratti di un problema che affligge sicuramente la NATO come alleanza politico-militare, le diverse percezioni della Russia da parte dei paesi membri non consentano una presa di posizione forte e non prevenuta da parte dell’Alleanza. Inoltre, l’aver messo “il logo” della NATO sull’operazione che ha portato alla caduta di Gheddafi e, in seguito, al caos odierno, non pone l’Alleanza Atlantica e i suoi membri nelle migliori condizioni per salire in cattedra in merito alla crisi libica.

Un discorso analogo vale anche per l’UE, ove le percezioni della Russia da parte dei paesi dell’Est Europa sono troppo lontane da quelle che ne hanno i paesi mediterranei.

L’Italia, che data la sua posizione geografica è in prima linea rispetto a qualsiasi ipotetico fronte che attraversi il Mediterraneo e che vive immersa in tale mare, vuole incominciare a pensare da sola ai propri interessi vitali (come sembrerebbe indicare la recente intesa con al-Sarraj per la cooperazione navale contro i trafficanti e l’immigrazione illegale) o intende aspettare tardive decisioni collegiali assunte altrove?

Se per dialogare in merito alla crisi libica occorre farlo con Mosca e se il Mediterraneo Orientale e Centrale rischiano di divenire area d’influenza russa (e sembra che nessuno intenda contrastare tale trend), non sarebbe il caso che il nostro paese cercasse un dialogo al riguardo con Mosca (anche prima che lo facciano altri), sganciandoci eventualmente da certe politiche e certe misure economiche assunte in relazione ad aree di crisi a noi più lontane?

Foto: Askanews e Ministero della Difesa russo

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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