L’attacco alla Siria riaccende le polemiche sulle basi Usa in italia

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(aggiornato ore 17,00)

Difficile fare un bilancio dell’attacco unilaterale condotto nella notte tra venerdì e sabato scorsi da forze aeree e navali anglo-franco-americane contro obiettivi legati al supposto programma di armi chimiche siriano.

Sul piano politico e strategico tutti i protagonisti hanno incassato qualche vantaggio anche se i raid sono stati puramente simbolici, tesi a “salvare l’onore della comunità internazionale” come ha pomposamente affermato il presidente francese Emmanuel Macron.

Quanto al bilancio dell’attacco, da un lato appaiono forse gonfiati i dati sui missili abbattuti dalle difese aeree siriane, ben 71 su 105 ordigni lanciati secondo fonti russe e siriane confermate però dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (l’ong vicina ai ribelli riferisce di oltre 65 missili abbattuti) mentre per il Pentagono nessuno degli ordigni impiegati è stato abbattuto dai 45 missili lanciati dalla difesa aerea siriana.

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Dall’altro sembrano esagerate le valutazioni del Pentagono secondo cui l’attacco “ha azzoppato il programma di armi chimiche di Damasco, lo ha riportato indietro di anni e ha quindi indebolito la possibilità di futuri attacchi chimici da parte del regime di Assad”.

Il regime di Damasco non dispone più di armi chimiche da quando ha consegnato i suoi arsenali all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche nel 2014 e se anche avesse conservato clandestinamente quantità di gas nervini come deterrente contro la potenza nucleare israeliana certo non le ha impiegate nella guerra civile.

Un eventuale utilizzo di questi gas sarebbe stato facilmente attribuibile al regime di Assad dal momento che oggi Usa e alleati conoscono bene i nervini siriani di cui hanno smaltito molte tonnellate quattro anni or sono e potrebbero segnalarne l’utilizzo con un minimo margine di errore.

Invece le cosiddette “armi chimiche” impiegate nel conflitto civile sono per lo più sostanze che possono diventare letali se ad alta concentrazione, specie in ambienti chiusi. Parliamo di cloro o di precursori, cioè sostanze che miscelate opportunamente costituiscono aggressivi chimici.

Anche volendo dar credito alle denunce dei ribelli (che andrebbero invece prese con pinze) le immagini che mostrano soccorritori in maniche di camicia e privi delle protezioni adeguate a operare in ambienti contaminati, indicano l’assenza di gas nervini di tipo militare, letali in poche decine di secondi anche per assorbimento attraverso la pelle.

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Probabile quindi che i bersagli colpiti dai missili da crociera abbiano fatto parte di un programma siriano per le armi chimiche da tempo abbandonato. Del resto gli obiettivi erano evidentemente vuoti poiché colpire siti di stoccaggio e produzione avrebbe comportato il rischio elevato di liberare nell’ambiente sostanze in grado di uccidere molte migliaia di persone.

Per quanto concerne il ruolo dell’Italia, l’attacco ha coinvolto solo indirettamente le basi italiane e pare che neppure i Rafale decollati dal territorio francese per lanciare i missili Scalp contro bersagli siriani nell’area di Homs abbiano sorvolato lo spazio aereo nazionale.

Le ragioni sono evidenti: se queste installazioni sono risultate indispensabili per le forze aeree e navali statunitensi e Nato in occasione degli attacchi contro i serbi in Bosnia (1995), Kosovo (1999) e soprattutto durante le operazioni contro il regime libico di Muammar Gheddafi (2011), per intervenire in Siria i nostri alleati hanno potuto utilizzare installazioni ben più vicine al teatro operativo.

I britannici conservano due basi aeree a Cipro, gli statunitensi dispongono di una rete di aeroporti a Creta, in Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Giordania e Turchia come del resto i francesi che hanno però preferito far decollare i propri aerei convolti nel blitz dal territorio metropolitano.

Quanto alle navi ha poco senso valutarne il ruolo in termini di basi poiché le unità navali statunitensi coinvolte nell’attacco hanno lanciato i propri missili dalle acque del Golfo Persico e del Mar Rosso mentre solo il sottomarino d’attacco a propulsione nucleare John Warner ha lanciato sei missili Tomahawk dalle acque del Mediterraneo.

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Anche per questo le polemiche sorte intorno alla sosta del battello nel porto partenopeo hanno poco a che fare con il suo ruolo nell’attacco alla Siria, avvenuto in tempi successivi alla sosta a Napoli che fece seguito alla conclusione di un’esercitazione Nato Dynamic Manta, nel marzo scorso, a cui parteciparono navi di superficie e sottomarini di diverse marine alleate.

Impossibile “processare” le imbarcazioni militari per le guerre combattute prima o che combatteranno dopo l’ingresso in un porto di uno Stato alleato ma di certo il sottomarino Warner non ha lanciato i 6 missili da crociera contro gli obiettivi in Siria dall’interno di un porto o nelle acque territoriali italiane. Il lancio è avvenuto in mare aperto e in immersione, come è previsto per ogni battello subacqueo impiegato in operazioni belliche.

Dalle basi statunitensi in Italia non è partito quindi nessuno degli 85 missili (66 Tomahawk navali) lanciati dagli americani contro Damasco e Homs né sono decollati i bombardieri B-1B che hanno lanciato i 19 missili aria-terra AGM-158B Jassm ER impiegati nel blitz dalle forze aeree di Washington: tali bombardieri sono decollati molto probabilmente dalla base qatarina di al-Udeid e del resto non sono mai stati basati in Italia.

Neppure l’aeroporto di Aviano (Pordenone) ha avuto un ruolo diretto nelle missioni sulla Siria, poiché i cacciabombardieri F-16C che equipaggiano il 31° Stormo e glki F-15C rischierati dalla Gran Bretagna non sono stati coinvolti nei raid limitandosi a scortare gli aerei da rifornimento, come i fanti aeromobili della 173a brigata dell’Us Army basati a Vicenza o i mezzi e le munizioni stoccati a Camp Darby (Pisa).

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L’unica base che ha ricoperto un ruolo di supporto all’attacco alla Siria è quella di Sigonella. L’aeroporto siciliano ha visto il decollo degli aerei spia U-2 e dei droni a lungo raggio per la ricognizione strategica Global Hawk, che potrebbero aver sorvolato la Siria per raccogliere informazioni o individuare i bersagli ma non certo per sganciare ordigni.

Anche i pattugliatori marittimi P-8 Poseidon armati con missili antinave e antisommergibile sono decollati dalla base siciliana per tenere d’occhio la quindicina di navi e sottomarini russi che hanno lasciato il porto siriano di Tartus nelle ore precedenti il blitz missilistico.

Un’attività che non ha registrato incidenti scongiurando così il rischio potenziale di coinvolgimento dell’Italia nell’escalation della crisi.

L’attacco delle potenze Occidentali è stato simbolico e non ha comportato scontri diretti con mezzi e armi russi ma se i P-8 avessero aperto il fuoco contro le navi di Mosca automaticamente la loro base di partenza in Sicilia sarebbe diventata un obiettivo legittimo per una ritorsione missilistica.

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Per questa ragione in termini politico-strategici la vera questione in ballo circa l’utilizzo delle basi italiane da parte delle forze statunitensi non riguarda tanto l’autorizzazione o meno del nostro governo all’impiego per azioni belliche ma bensì la valutazione, che prima o poi dovrà essere fatta a Roma, se corrisponda o meno ai nostri interessi appoggiare iniziative militari unilaterali statunitensi e delle potenze nucleari europee.

Una riflessione che non metterebbe in discussione la fedeltà alla Nato poichè il blitz sulla Siria non ha coinvolto in alcun modo l’alleanza considerato che nessuno Stato membro è stato invaso o minacciato e che gli anglo-franco-americani hanno condotto i raid unilateralmente e senza chiedere il via libera agli alleati europei.

Quando nel 2003 Washington e Londra invasero l’Iraq vi furono dure reazioni da parte di alcuni alleati: la Turchia vietò agli statunitensi l’uso di Incirlik e di altre basi per attaccare Baghdad mentre Francia e Germania criticarono duramente l’operazione Iraqi Freedom, rifiutandosi persino di partecipare alle operazioni di stabilizzazione post-bellica che pure furono istituite sotto l’ombrello di una risoluzione dell’Onu. Incrinature forti nei rapporti tra alleati che non misero però in discussione il ruolo della Nato.

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Anche in base a queste valutazioni appaiono forse un po’ appiattite sulle posizioni di Washington e delle potenze europee le dichiarazioni rese ieri dal presidente del Consiglio (dimissionario) Paolo Gentiloni.

“L’Italia non è un Paese neutrale, che sceglie di volta in volta con chi schierarsi tra l’Alleanza Atlantica e la Russia: è un coerente alleato degli Stati Uniti” ha detto Gentiloni che ritiene “inaccettabile” l’uso “ripetuto” di armi chimiche (finora non provato) e “motivato” l’intervento degli alleati anche se unilaterale e privo di quel mandato internazionale che l’Italia ha sempre considerato copertura necessaria alle azioni militari.

Dalla ottava potenza economica economica e decima per spesa militare mondiale sarebbe lecito aspettarsi una maggiore autonomia nelle valutazioni strategiche, specie nei confronti di “alleati” che negli ultimi anni hanno contribuito sensibilmente a destabilizzare il nostro “giardino di casa”.

@GianandreaGaian

Foto:  AP, US DoD, UK MoD, TASS e SANA

 

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Bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Attualmente collabora con i quotidiani Il Mattino, Il Messaggero, Libero e Il Corriere del Ticino, con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti TV e radiofoniche RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”.

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