Isis e turchi mettono sotto pressione i curdi in Siria

Syrian Democratic Forces (SDF) fighters ride atop of military vehicle as they celebrate victory in Raqqa, Syria, October 17, 2017. REUTERS/Erik De Castro

Prende il via oggi l’annunciato pattugliamento congiunto di militari di turchi e statunitensi a Manbij, regione strategica nel nord della Siria dove sono presenti le milizie curde dell’YPG (le forze di difesa popolare curde emanazione del Partito Democratico Curdo – PYD- integrate con milizie arabe nelle Forze Democratiche Siriane alleate di Washington) ritenute “terroriste” da Ankara.

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Lo ha annunciato ieri il ministro della Difesa turco Hulusi Akar, spiegando che si è completato l’addestramento congiunto delle forze turche e americane, iniziato nelle scorse settimane in Turchia.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan è tornato invece a minacciare un’offensiva a est del fiume Eufrate contro l’YPG, intervento evocato anche da Akar, ma non è chiaro in che modo questo potrebbe coniugarsi con l’intesa con gli Usa, che sono presenti nell’ area con almeno 2mila militari cui si affiancano anche forze francesi che stanno insediandosi in una nuova base nei pressi di Raqqa, l’ex capitale dello Stato islamico in Siria.

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“La nostra preparazione e i piani sono pronti, presto distruggeremo le formazioni terroristiche a est dell’Eufrate” ha detto Erdogan, sottolineando che l’artiglieria turca ha già colpito postazioni curde nei giorni scorsi al confine siriano, nella zona di Kobane.

“In Siria è necessario intervenire per consolidare la nostra sicurezza. Dopo il golpe qualcuno pensava che saremmo rimasti passivi, ma le operazioni “Scudo dell’Eufrate” e “Ramoscello d’Ulivo” sono stati dei colpi durissimi inferti all’ Isis e al PYD.

Abbiamo mostrato alla comunità internazionale e ai Paesi arabi con quale intento siamo andati in Siria. A Idlib abbiamo evitato una crisi umanitaria enorme, abbiamo dimostrato di agire per i siriani”, ha detto il presidente turco aggiungendo che “quello che abbiamo realizzato in Siria lo abbiamo fatto grazie soprattutto alla Russia”.

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il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha precisato che “in questo momento non ci sono problemi nell’ implementazione del memorandum” su Idlib (ultima area in mano ai ribelli siriani in cui russi e turchi hanno creato una fascia smilitarizzata che separa gli insorti dall’esercito di Damasco), siglato il mese scorso dai presidenti di Turchia e Russia.

“Entro la fine dell’anno l’apertura delle strade che collegano Aleppo ad Hama e Latakia sarà completata. Tutto sta andando secondo i programmi” ha aggiunto Cavusoglu che ha così replicato alle accuse del suo omologo siriano Walid al Mouallem, secondo cui Ankara non sta rispettando la sua parte dell’accordo, che prevede il ritiro delle armi pesanti e dei gruppi radicali (soprattutto i qaedisti dell’ex Fronte al-Nusra) dalla zona demilitarizzata.

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Curdi in difficoltà anche lungo il confine con l’Iraq, nel sud est della Siria, dove continuano gli aspri scontri tra le FDS appoggiate dagli USA e le forze dell’Isis che contrattaccando nell’area di Baghuz hanno inflitto severe perdite agli attaccanti, rimpiazzati da nuovi rinforzi giunti da Kobane per tentare di riprendere il controllo del distretto di Hajin, situato tra l’Eufrate e la città di confine di Abukamal.

In quel settore la controffensiva dello stato islamico (che secondo l’Onu dispone ancora di 30 mila uomini in quella regione) è così intensa da aver costretto anche gli iracheni a inviare rinforzi.

Il premier iracheno Adel Abdel Mahdi ha ordinato ieri l’invio di rinforzi militari al confine nella regione di al-Anbar, per sostenere le milizie scite (PMU) impegnate nel contenere l’offensiva dello Stato islamico nella valle dell’Eufrate, sul lato siriano del confine. Media iracheni precisano che nella notte l’Isis ha lanciato un attacco con artiglieria contro postazioni militari irachene sul valico frontaliero di Abukamal/Qaim in cui sarebbero morti 4 soldati iracheni.

Foto AP, AFP e Anadolu

 

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